Tommyknocker. Le creature del buio

Ieri notte a tarda ora, i Tommyknocker, i Tommyknocker, hanno bussato e oggi ancora.

Vorrei uscire ma non so se posso, per la paura che mi hanno messo addosso.

Amo Stephen King eppure ne ho letto ancora troppo poco. Difficile stare al passo considerando la sua prolificità, e volendo anche leggere altro, eppure periodicamente mi dico che potrei fare di più. Nel frattempo accade la vita, con tutte le sue distrazioni. Ho preso Tommyknocker spinta dal consorte che vide la miniserie (mentre scopro solo ora che nel fatidico 2020 ne hanno fatto anche un film, ed ecco altro tempo da impiegare, sottratto alla lettura dei libri di King, e insomma). Credo tutti sappiano che non è considerato sicuramente tra i capolavori del maestro, tra l’altro si è dato la colpa in quel periodo l’uso di sostanze – è stato l’ultimo libro scritto prima di disintossicarsi – e ho letto anche che secondo alcuni la science fiction non sia il suo forte; d’altronde lui stesso lo ha definito “an awful book”.

Al netto della lentezza con cui l’ho letto io, dovuta più a motivi personali (ho attraversato anche io i proverbiali 40 giorni nel deserto di cui parla ad un tratto il protagonista, e resto col mio solito stupore per come i libri ci trovino sempre nel momento in cui devono trovarci), il libro è stato per me godibile e scorrevole; non sarei così severa nel giudizio, insomma. Le storie per me sono terapeutiche e questa non è stata da meno.

Forse il destino dipende dalla capacità di un piccolo uomo di richiudere la porta di un box al primo tentativo, riflettè confusamente.

La dose di angoscia che Stephen King sa elargire non manca affatto, accompagnata dalla sua maestria nel tratteggiare le caratteristiche essenziali dei personaggi rendendoli vivi a volte in poche righe, fino a dare vita ad un’intera comunità con tutti i dettagli che la rendono fin troppo reale. Come sempre, Stephen King è un maestro di scrittura perché tra le pieghe della storia si intuiscono tutte le regole per renderla una buona storia e basta poco per coglierne gli insegnamenti, anche una assoluta principiante come ne riconosce diverse, e insomma sapessi scrivere io libri brutti così!

Per me Stephen King resta un mirabile mastro artigiano delle storie che anche in condizioni non ottimali, per usare un eufemismo, riesce a creare un universo che non è mai puro intrattenimento (e non ci sarebbe nulla di male poi) perché è in grado di scandagliare le profondità dell’animo umano anche narrando di improbabili civiltà aliene.

Alla lunga il mondo del domani si riduceva sempre a un luogo deserto dove esseri tanto intelligenti da catturare le stelle perdevano la testa e si facevano a pezzi con gli artigli che avevano ai piedi.

Sullo sfondo la possibilità di una catastrofe nucleare – il libro è stato scritto tra il 1982 e il 1987, nel frattempo c’è stato l’incidente di Chernobyl nel 1986 – Stephen King ci ricorda infine che l’essere umano è la creatura più complessa e terrificante con cui abbiamo a che fare, che l’orrore più autentico è quello del reale. Riprendendo le mie riflessioni mi torna alla mente il meraviglioso incipit de L’incubo di Hill House, “nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà”.

Non c’è niente nell’universo che possa durare così a lungo senza subire danni, riflettè Gardener e trovò l’idea rassicurante.

The science of storytelling

Svegliarsi tutti i giorni

lavarsi i denti

guardarsi allo specchio

i lineamenti

E scoprire che sei proprio tu

la persona che ti ha fatto ridere di più

e scoprire che sei proprio tu

la persona che ti ha fatto piangere di più

un buon amico

lo stronzo che ti ha mentito

sì, sei proprio tu

La nostra pelle, Ex-Otago

science of storytellingThe science of storytelling è un libro prezioso e non solo per chi ama scrivere. Al centro del testo c’è il nostro essere visceralmente legati alle storie: “humans might be in the unique possession of the knowledge that our existence is essentially meaningless, but we carry on as if in ignorance of it (…) The cure for the horror is story”. Questo è confermato anche da recenti ricerche secondo cui il linguaggio si è sviluppato durante l’età della pietra per scambiare informazioni sociali (“in other words, we’d gossip”). Il ‘gossip’ è un comportamento umano universale, e infatti due terzi delle conversazioni riguardano argomenti ‘sociali’. A quattro anni i bambini già raccolgono le informazioni che ricevono dalla famiglia ed iniziano anche a raccontare di sé. Il testo attraversa il nostro essere erratici, sociali ed imperfetti. Seguo in parte l’andamento dei capitoli, tranne l’ultimo che è quello effettivamente in cui vi sono dei consigli pratici per costruire una storia. Will Storr comunque è un narratore eccezionale, ed è un piacere sia leggerlo che ascoltarlo. In attesa di leggere il libro, che consiglio a – letteralmente – chiunque, se volete un assaggio qui c’è un suo TedTalk (rigorosamente fuori da youtube). Il libro è disponibile anche in italiano. L’ho preso in inglese sia per motivi economici (costava la metà!) sia per mantenere l’allenamento con le letture in lingua come faccio periodicamente.

Il nostro cervello non è un calcolatore razionale ma un elaboratore di storie. Non solo, le storie che ci raccontiamo tendono a confermare la nostra visione del mondo:

if we’re psychologically healthy, our brain makes us feel as if we’re the moral heroes at the centre of the unfolding plots of our lives. Any ‘facts’ it comes across tend to be subordinate to that story. If these ‘facts’ flatter our heroic sense of ourselves, we’re likely to credulously accept them, no matter how smart we think we are. If they don’t, our minds will tend to find some crafty way of rejecting them.

È ovvio che noi crediamo di essere obiettivi, ma la realtà è che non conosciamo alcuna realtà oggettiva: noi facciamo esperienza di ciò che ci circonda plasmando una ‘realtà’ costruita dentro le nostre teste: un atto creativo del cervello narrativo. A volte ci svegliamo dopo un sogno che ci sembra terribilmente reale; questo accade perché i sogni sono costruiti con gli stessi modelli neurali in cui viviamo quando siamo svegli. Non sono i sogni ad essere realistici, è la nostra realtà che è costruita esattamente come i nostri sogni. Il nostro essere animali sociali ci permette di immedesimarci negli altri, e quest’abilità tipicamente umana si sviluppa intorno ai quattro anni, quando siamo pronti per le storie, per capire la logica narrativa. Allo stesso tempo però sovrastimiamo le nostre capacità, perché a quanto pare l’accuratezza nel comprendere pensieri ed emozioni di estranei è di appena il 20%. Non va meglio nei confronti di amici e affetti: contrariamente a quanto potremmo pensare, non si supera il 35%. Questo è alla base di molti drammi umani, ci dice Storr.

The flawed self

Ognuno di noi è imperfetto e i nostri difetti non solo fanno parte del nostro essere, ma influenzano la nostra esperienza del reale. “Our flaws (…) are not simply ideas about this and that which we can identify easily and choose to shrug off. They’re built right into our hallucinated models”.

The further you travel from those you admire, the more wrong people become until the only conclusion you’re left with is that entire tranches of the human population are stupid, evil or insane. Which leaves you, the single living human who’s right, about everything – the perfect point of light, clarity and genius who burns with godlike luminescence at the centre of the universe.

Questa allucinazione è funzionale perché ci permette di avere sotto controllo il mondo intorno a noi, di rendere l’ambiente circostante prevedibile. I primi anni di vita sono determinanti anche per il ruolo fondamentale del gioco, un ruolo che è importante in realtà nell’arco dell’intera vita degli esseri umani. Ci dice Storr che durante i primi sette anni di vita veniamo plasmati dalla cultura in cui viviamo a costruire i modelli che caratterizzeranno il nostro regno neurale. Egli distingue inoltre la cultura individualista della civiltà occidentale dlla cultura comunitaria tipica dell’estremo oriente. I miti e le storie che si tramandano dall’antica Grecia e dall’antica Cina sono profondamente diversi proprio rispetto a questi due caratteri fondamentali. Ad ogni modo, dopo aver messo le basi per i propri modelli neurali, tendiamo a difenderli per il resto della nostra vita: “when we encounter evidence that it might be wrong, because other people aren’t perceiving the world as we do, we can find it deeply disturbing. Rather than changing its models by acknowledging the perspectives of these people, our brains seek to deny them”. Ovviamente non difendiamo strenuamente ogni nostra posizione, ma in particolare quelle che formano la nostra identità, i nostri valori e che costituiscono la nostra “teoria del controllo”. La nostra percezione del sé dipende in buona misura dalla nostra memoria, ma ancora una volta, non dovremmo fidarci di essa, perché riscriviamo e a volte inventiamo il nostro passato. Il fatto che noi ci consideriamo gli eroi della nostra storia è normale e in realtà ci dà non solo benefici mentali ma anche fisici.

The dramatic question

Secondo Storr un segreto della narrazione è la domanda “Who is this person?”, “Who am I?” A questa domanda non è affatto semplice rispondere. Storr fa l’esempio di Citizen Kane (Quarto potere) che si definirebbe nobile d’animo ed altruista, perché “he’d been listening to a voice in his head – one that was telling him all the ways he was morally right. It’s not only psychotics like Mr B who hear such voices. We all do. You can hear yours now. It’s reading this book to you, commenting here and there as it goes”. Questa voce che tutti abbiamo non è affidabile, è la voce narrante che non ha accesso diretto alla verità di chi siamo: “it feels as if that voice is us. But it’s not. ‘We’ are our neural models. Our narrator is just observing what’s happening in the controlled hallucination in our skulls – including our own behaviour – and explaining it”. Nessuno di noi sa rispondere alla domanda drammatica, però il nostro senso del sé, costruito da un narratore inaffidabile, ci porta a credere di essere pienamente in controllo di chi siamo e di cosa sappiamo. La nostra personalità è sfaccettata, e i personaggi migliori sono quelli che anche sulla carta si dimostrano “tridimensionali”. Storr fa l’esempio dei bambini che non riescono a comprendere ed accettare il fatto che alcune emozioni anche contrastanti possono prendere il sopravvento. Le fiabe a quanto pare servono proprio ad insegnare la capacità di dominare le proprie emozioni.

We all exist in different worlds. And whether that world feels friendly or hostile depends, in significant part, on what happened to us as children.

Il nostro retaggio culturale è fondamentale e determina quel che siamo ancora oggi, ci dice l’autore, e si riferisce proprio agli albori della nostra civiltà, che è poi la parte predominante della nostra esperienza: sulla Terra siamo stati per la gran parte del tempo organizzati in comunità – tribù di cacciatori e abbiamo ancora i cervelli dell’età della pietra. Le comunità erano costituite da circa 150 membri e si basavano su princìpi di cooperazione, i quali ci hanno permesso di sopravvivere in condizioni ben più difficili di quelle odierne. (Mia personale riflessione: questo da solo dovrebbe servire a dimostrare come sia non solo morale ma anche efficiente basare le interazioni umane sulla cooperazione piuttosto che sulla competizione. Solo negli ultimi secoli stiamo mettendo al centro la competizione tra noi, e abbiamo visto i risultati) Il bisogno di cooperare d’altra parte è affiancato dal bisogno di emergere sugli altri. Lo status ha un valore vitale ed è un’ossessione continua per l’essere umano. Lo star bene, la stima di sé e la salute fisica e mentale dipendono dallo status che ci viene accordato.

No matter  who we really are, to the hero-making brain we’re always poor Oliver Twist: virtuous and hungry, unfairly deprived of status, ourl bowls bravely offered out: ‘Please, sir, I want some more’.

Plots, endings and meaning

“Our goals give our lives order, momentum and logic. They provide our hallucination of reality with a centre of narrative gravity. Our perception organises itself around them”. Lo psicologo Brian Little attraverso le sue ricerche ha scoperto che abbiamo mediamente quindici progetti personali in corso contemporaneamente, tra scopi triviali e ossessioni incredibili. Il nostro sistema interno di ricompense inoltre non raggiunge il picco quando abbiamo raggiunto gli obiettivi ma prima, quando agiamo per raggiungerli. Le storie sono ilmodo che abbiamo per imparare a controllare il mondo intorno a noi. “Story is both tribal propaganda and the cure for tribal propaganda”. La grande narrativa inoltre indaga nel profondo l’animo e il comportamento umano. Una parola fondamentale è cambiamento, questo è l’ossessione dei cervelli, perché il controllo è la loro primaria missione.

Il potere delle storie

Gli scrittori creano un simulacro della coscienza umana. Quando leggiamo a volte siamo “trasportati” al punto che perdiamo il senso del tempo, ad esempio, su un treno o su un autobus possiamo perdere la nostra fermata. In quei frangenti le nostre credenze, attitudini e intenzioni sono influenzabili dalla storia che stiamo leggendo: “transportation changes people, and then it changes the world”. Infine, le storie ci legano tra noi, ci ricordano che non siamo soli e sono in un certo senso “magiche”.

We all inhabit foreign worlds. Each of us is ultimately alone in our black vault, wandering our singular neural realms, ‘seeing’ things differently, feeling different passions and hatreds and associations of memory as our attention grazes over them. We laugh at different things, are moved by different pieces of music and transported by different kinds of stories. All of us are in search of writers who somehow capture the distinct music made by the agonies in our heads. (…) what we often crave in art is the same connection with otheres we seek in friendship and love.

Story (…) at its best, it reminds us that, beneath our many differences, we remain beasts of one species.

The magic of story is its ability to connect mind with mind in a manner that’s unrivalled even by love. Story’s gift is the hope that we might not be quite so alone, in that dark bone vault, after all.

Tech, media e democrazia

L’annuncio della separazione dei Daft Punk dopo 28 anni di successi internazionali mi ha un po’ confusa e però mi ha dato il suggerimento adatto per la giusta musica di sottofondo per ragionare sul tema: la colonna sonora di Tron: Legacy

Sarebbe bello se internet fosse fatto di gatti come vagheggiava una vecchia canzone su youtube, in realtà però è composta di nodi molto più reali, complessi e meno carini, al punto che neanche Shoshana Zuboff nel suo pur notevole studio sul capitalismo della sorveglianza coglie le relazioni di potere e i rapporti di forza alla base dell’ambiente tecnologico con cui siamo ormai praticamente in simbiosi. Del resto, come ho riportato parlando dell’analisi critica di Morozov al testo, e ribadito nel mio recente contributo a Rizomatica, ripubblicato anche sul blog, il lavoro di Shoshana Zuboff è influenzato dallo strutturalismo parsonsiano che ne compromette la reale radicalità.
In un bellissimo articolo uscito su Internazionale Wolf Bukowski parlando del governo del territorio e del fallimento della sinistra nel contrastare entità mostruose come la BreBeMi mette insieme alcune riflessioni che possono benissimo essere applicate all’economia digitale: “la pianificazione insomma sembra rimbalzare tra istituzioni, lasciandosi pianificare dalle forze del mercato e dalle sue abili fughe in avanti”. Sta accadendo lo stesso per la formazione e lo sviluppo dell’ecosistema digitale: le forze del mercato lo governano e modellano grazie alle loro posizioni dominanti, mentre la regolamentazione ‘democratica’ del fenomeno resta sempre non un passo, ma parecchi chilometri indietro. Va detto che alcuni tentativi di regolamentazione del nuovo ecosistema, spesso timidi, goffi o maldestri, i governi e le organizzazioni sovranazionali li hanno fatti e li stanno facendo, ma ad oggi con scarsi risultati.
Il tema della regolamentazione dell’economia digitale è complesso e si scontra da un lato con la concezione, in realtà utopistica dati gli assetti attuali, della libertà della rete a garanzia di democraticità e dall’altro con la visione liberale dominante per cui la concorrenza deve fare il suo corso per avere risultati ottimali, visione condivisa nella culla decadente del capitalismo, gli Stati Uniti, e dai nuovi paladini del libero mercato, all’interno delle istituzioni europee, che hanno costruito una complessa struttura interstatale per sostenere i princìpi dell’economia di mercato a livello continentale.

Questo tweet fa parte di un thread che si riferisce alla spinosa questione della regolamentazione online balzata agli onori della cronaca con la recente proposta di legge australiana, in via di approvazione, che impone a Google e Facebook di prendere accordi con gli editori dei media per la condivisione all’interno delle loro piattaforme delle notizie. Al di là degli allarmismi sulla imminente rottura del web (li abbiamo sentiti tante volte, ed è giusto attenzionare perché si teme, e forse a ragione, che i legislatori non comprendano appieno ciò che pretendono di regolare) credo sia opportuno ragionare partendo appunto dalle strutture di potere esistenti.
Il fatto che il governo australiano sia spinto dalla ‘potenza di fuoco’ di Murdoch e della sua News Corp va considerato senza però dimenticare che dall’altra parte non c’è Davide ma altri Golia: mentre i media tradizionali sono in declino, e fanno lobby per cercare di fermare questa piega, Facebook e Google, in parte li hanno scalzati, hanno posizioni dominanti incredibili e tentano di mantenere tali vantaggi comodamente ottenuti, anche perché è in gioco qui non solo la legislazione di un paese: mezzo mondo è in attesa di vedere come andrà a finire per capire come muoversi per cercare di frenare lo strapotere delle piattaforme: la battaglia è appena iniziata. Intanto ad esempio in Francia già l’equivalente del nostro Antitrust aveva chiesto a Google di pagare per le news.
È notizia di oggi che la proposta di legge australiana verrà “congelata” per due mesi, grazie alla mossa di Facebook, che, ricordiamolo, dalla sua posizione dominante ha oscurato nella sua piattaforma australiana tutte le news, commettendo inizialmente anche diversi errori (bloccando siti governativi, anche il dipartimento della salute, durante una pandemia, metereologici mentre era in corso un’emergenza incendi, oltre a siti di ONG e il suo stesso sito corporate!)

Già il fatto che una singola azienda sia talmente grande e pervasiva da poter compiere una mossa del genere mettendo “in difficoltà” un intero paese dovrebbe essere una red flag, e questo può accadere perché lo si è permesso. Purtroppo, come avveniva qualche decennio fa con Internet Explorer, una significativa fetta dell’utenza identifica Facebook con la rete e questo è certamente parte del problema.
Per tornare al testo della legge, un lungo articolo di Valigia Blu tenta di approfondire, ma lo fa nuovamente, come spiegavo nella mia critica alla loro difesa delle piattaforme sul ban a Trump, dal suo punto di vista liberale, lasciando sullo sfondo il ruolo di Facebook e difendendo l’inviolabilità di una rete che sembra vada bene così com’è costruita oggi. Suggerisco  invece di leggere anche tutto il thread di @doctorow già citato sopra:

Il thread intero è visionabile anche a questo link. Consiglio anche di leggere il thread di @matthewstoller per approfondire ulteriormente il perché riferirsi alla proposta di legge australiana come ad una link-tax sia fuorviante.

La legge australiana è sicuramente perfettibile, ma come dice @doctorow “if you want to get there, I wouldn’t start from here”. Il focus sulla link-tax è sbagliato anche perché dirotta l’attenzione dal duopolio che Facebook e Google hanno sulla pubblicità, che alla fine  è il vero cuore della questione.
“Taking power back is key” dice Kappazeta perché come il caso del deplatforming dimostra l’ecosistema digitale riflette le strutture di potere e l’inuguaglianza nella società, e l’erosione del potere delle piattaforme per come siamo messi andrebbe condotto “con ogni mezzo necessario”.
Come dicevo all’inizio, le forze del mercato con la loro fuga in avanti sono parecchio in vantaggio, questi cui assistiamo sono primi tentativi di dettare nuove regole che governino la nostra realtà e dovremmo essere tutti d’accordo che è necessaria più regolamentazione, non meno. Dev’essere ovviamente adeguata, ma è bene sapersi posizionare e capire da che parte si vuole stare, perché dire oggi che le piattaforme sono un faro di democrazia è malafede oppure complicità, eppure ho letto cose simili scritte dai difensori del libero web guidato da Facebook e Google.

Stretti tra Popper e Voltaire – un mio contributo per Rizomatica

Per il nuovo numero di Rizomatica, uscito il 12 febbraio, avevo scritto alcune riflessioni su piattaforme e democrazia partendo dalla vicenda del ban a Trump a ridosso degli eventi di Capitol Hill. Il tema resta di stretta attualità e lo dimostra anche ciò che sta accadendo in questi giorni tra governo australiano e piattaforme digitali, e credo che ne scriverò ancora appena possibile. Intanto condivido volentieri anche qui l’articolo pubblicato su Rizomatica. Qui il link all’articolo. Il numero è anche interamente scaricabile dal blog.

I sostenitori del ban a Trump saranno in qualche modo consapevoli del paradosso della tolleranza: teorizzata da Karl Popper, tale situazione apparentemente senza via d’uscita è data dal fatto che una società tollerante è destinata ad essere travolta dagli intolleranti al suo interno, per cui è necessario che si dimostri intollerante nei loro riguardi. Una posizione un po’ più complessa è forse quella del filosofo Rawls, per il quale la società giusta deve tollerare gli intolleranti e limitarli solo nella misura in cui i tolleranti temono per la sicurezza loro e del sistema nel suo complesso.Dall’altra parte ci sono i voltairiani della domenica, che spesso citano il filosofo illuminista a sproposito perché la ormai celebre frase “non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo” è apocrifa, in quanto se ne trova traccia solo nella biografia redatta da Evelyne Beatrice Hall sotto pseudonimo, che la mise tra virgolette per errore. Tale posizione comunque implica che non si possa limitare l’espressione altrui, qualunque siano le conseguenze.Tra questi due estremi spesso si naviga a vista, e il soggetto coinvolto e le circostanze specifiche hanno un ruolo non trascurabile nel determinare i termini della questione. Nel frattempo, con l’avvento di internet sembra che la libertà di espressione possa raggiungere nuove vette, e contemporaneamente si avverte la necessità di mettere dei paletti affinché il diritto di tutti ad esprimersi liberamente non leda altri diritti. Internet va regolamentato? Di certo il tecnoentusiasmo secondo cui la rete, democratica ed immensamente libera, ci avrebbe a sua volta liberato si è dimostrata un’ingenua utopia. Internet non sfugge ai rapporti di forza, è soggetto anch’esso a relazioni di potere e ad esempio la net neutrality è più una chimera che altro. L’espressione net neutrality è stata coniata dal professore Tim Wu della facoltà di legge della Columbia University in un paper del 2003 sulla discriminazione online. Il problema si pose all’epoca nella misura in cui i provider potevano escludere dall’accesso alla rete alcuni utenti. Negli USA nel 2005 venne vietato agli ISP (Internet Service Provider) di bloccare contenuti o limitare l’accesso agli utenti, ma questo orientamento venne messo in discussione nel 2017 e ancora oggi non esiste una legislazione univoca neanche tra gli stati federati. Se non ci sono regole chiare riguardo i provider di rete, cioè a monte, figurarsi cosa accade nel momento in cui le piattaforme da aziende private – non assimilate a fornitori di “servizi pubblici” – seguono delle regole arbitrarie a cui gli utenti si devono conformare, e queste regole possono essere modificate unilateralmente dalle stesse.Il tema della libertà di espressione è ben più vecchio della rete e ancora non ha trovato una risposta definitiva; questo è un bene, dice il giurista Blengino, perché se ci fosse una distinzione netta tra dicibile e indicibile la società non sarebbe affatto libera, a prescindere dal fatto che la decisione dipenda da una legge o un algoritmo.

Deplatforming e liberalismo

Per parlare dei rapporti tra la rete e la democrazia, è opportuno mettere in chiaro subito alcuni presupposti, e partirei da Shoshana Zuboff, che scrive: “le tecnologie sono sempre dei mezzi al servizio dell’economia, e non dei fini: nell’epoca moderna, il dna della tecnologia è segnato in partenza da quello che il sociologo Max Weber chiama “orientamento economico”. (Zuboff, 2019, pos. 382)
Anche se l’analisi compiuta dalla Zuboff ha determinati bias teorici – il funzionalismo parsonsiano su tutti – che ne inficiano buona parte delle conclusioni, è evidentemente corretto che contestare le Big Tech per le violazioni della privacy ha fatto perdere di vista la portata delle trasformazioni in atto, come rileva Morozov nella sua lunga critica alle tesi della studiosa intitolata I nuovi abiti del capitalismo. Quello che manca alla base delle analisi cosiddette del surveillance capitalism è il riconoscimento delle strutture di potere, sempre presenti anche nel mondo digitale. Questo è ciò che dovremmo tenere presente in primis quando ragioniamo del rapporto tra le piattaforme e la democrazia.Dopo l’assalto a Capitol Hill, prima Twitter e a seguire Facebook e Instagram hanno sospeso e poi bannato Trump, aprendo un dibattito a volte banale, spesso inutilmente dicotomico, tra trionfalisti soddisfatti della presa di posizione e scandalizzati che gridavano alla censura inaccettabile. La prima cosa che si deve dire è che abbiamo un problema, lo dovremmo già sapere, però questi avvenimenti ce lo mettono di fronte in maniera molto chiara e netta: queste piattaforme possono essere considerate piazze pubbliche ma sono, e sono gestite, come spazi privati, ed hanno comunque un potere enorme. La posizione dei trionfalisti è di base viziata dal fatto che, volenti o nolenti, ignorano che per anni questi ritrovati paladini della giustizia online sono stati il balcone da cui si è affacciato Trump e anche la piazza dove si sono espressi, incontrati e organizzati, suprematisti bianchi e altri estremisti tra cui i seguaci del Donald. Nel momento in cui il presidente uscente era al tramonto, e solo dopo che si è dimostrato abbastanza chiaramente che la bilancia dell’equilibrio politico era contro di lui, si è chiesta a gran voce la sua esclusione da tutte le piattaforme, come forma estrema di “difesa della democrazia”. Il deplatforming è una questione complessa per la quale il paradosso di Popper non è certamente sufficiente. Tra le giustificazioni alla propria posizione c’è quella che le regole debbano essere uguali per tutti. Punto che avrebbe anche senso se non fosse che per quattro anni qualcuno si è dimostrato sicuramente più uguale degli altri. Se ad un cittadino sono vietati determinati comportamenti online, ciò deve valere anche per “l’uomo più potente del mondo”. Ma il problema è a monte, perché chi decide quali comportamenti vietare sono sempre loro, le piattaforme. E in caso di movimento di massa che spinga per un rovesciamento del sistema, la censura sarebbe la stessa, perché l’obiettivo, anche delle piattaforme, è mantenere lo status quo e conservare il potere, certamente non marginale, che hanno.Alcune posizioni si possono non condividere e ovviamente si ha il diritto di esprimere il proprio pensiero, ma negare la problematicità della questione come fa Arianna Ciccone di Valigia Blu dichiarando che la scelta delle piattaforme è lineare (e magari dalla parte della giustizia interstellare) mi sembra pericoloso, oltre che superficiale. Si scrive addirittura che le piattaforme hanno il merito di aver ampliato l’accesso e la partecipazione al dibattito pubblico. Bisogna pure ringraziarli per l’esistenza di Black Lives Matter e del movimento del #metoo, come se senza la rete nei secoli precedenti non fossero nati movimenti e non si fossero anche fatte rivoluzioni, come se la forza non venisse dalle persone ma dalle tecnologie. Nel corso della storia umana, non è stata certamente la tecnologia il primo e l’unico motore della trasformazione sociale. Si rifletta un attimo sulla primavera araba, di cui ora ricorre il decennale: la miope visione occidentale è che le rivoluzioni, poi fallite, sono comunque originate dai e grazie ai social media, attraverso cui molti giovani si sono potuti organizzare dando origine ad una serie di sollevazioni popolari che hanno scosso il Nord Africa e in generale il Medio Oriente. Come sostiene Haythem Guesmi, quello sul ruolo dei social media è un mito, infatti diversi scienziati sociali lo hanno messo in discussione sostenendo che sono stati uno degli strumenti utilizzati dai manifestanti per fare rete e nulla più. Nel frattempo le Big Tech grazie a questa narrativa hanno ulteriormente incrementato i loro numeri ed anche aggirato le richieste da parte di diverse organizzazioni che si occupano non solo di tutela della privacy ma anche di diritti umani: “despite posing as a force for progress and development, Big Tech was collaborating with repressive governments in the Middle East and North Africa even before the Arab Spring started”. Dopo lo scoppio della primavera araba, continua Guesmi, “instead of protecting free speech against government censorship efforts, social media platforms suspended and removed thousands of accounts of political dissidents in Tunisia, Palestine, Egypt, Syria and elsewhere”. Questa è una forma di deplatforming che già avviene senza clamore generale. Sicuramente i sostenitori della democrazia borghese si trovano a loro agio a difendere il ban di Trump, ammettendo spesso candidamente di essere i difensori prima di tutto del liberalismo, per cui The Donald avrebbe potuto dire quel che voleva finché fosse rimasto il presidente eletto. Inoltre, contraddicendosi, pensano che visto che fino ad ora l’unico strumento politico per depotenziarlo, l’impeachment, non ha funzionato, il ban dai social gli potrà impedire un eventuale successo alle elezioni del 2024.

Le piattaforme e l’approccio community based, aspettando il sol dell’avvenire

Il ruolo delle piattaforme, il contesto in cui agiscono e la loro natura necessiterebbero un dibattito pubblico a monte che però non si è mai svolto: queste piattaforme si sono imposte nei fatti in un sistema deregolato, con le legislazioni nazionali e sovranazionali a rincorrere l’implementazione sempre più rapida di nuove tecnologie a livello globale. Oltre la disparità di atteggiamento nel Nord e nel Sud del mondo, il contesto sta ulteriormente mutando e da più parti si richiede una regolamentazione, più o meno rigida, se non lo scorporamento di colossi troppo grandi per essere agevolmente sottoposti a vincoli statali. Nella storia USA ad esempio questo è accaduto per rompere alcuni monopoli, considerati nocivi per l’ideologia del libero mercato. Ma quando si parla di comunicazioni non è solo una questione di monopolio versus concorrenza, c’è invece un superiore interesse pubblico che va tutelato. La pluralità dei media è un primo tassello per una informazione libera ma non è sufficiente. Come sostiene Nick Srnicek, se non emergono proposte di sinistra il dibattito sarà dominato da una parte dalla tutela della concorrenza di matrice europea e dall’altra da una blanda regolamentazione del monopolio negli Stati Uniti. Ci sono, ancora una volta, rapporti di potere che condizionano le diverse fonti, ed è appena il caso di citare la questione della diffusione di fake news. Accusati come principali artefici i social media, è opportuno ricordare che ancora buona parte delle notizie circola tramite i media tradizionali o dagli stessi è veicolato online. D’altra parte gli stessi social hanno iniziato a attrezzarsi dimostrando di essere interessati a combattere il fenomeno, almeno apparentemente. È proprio questo il primo strumento usato da Facebook o Twitter di fronte all’abnorme mole di contenuti borderline o proprio falsi condivisi spesso anche da Trump, quando era ancora presidente. “Questa notizia è controversa”, “questo fatto non è accertato” comparivano sotto diversi post condivisi. È successo recentemente anche mentre cercava di contestare il voto continuando a denunciare frodi e brogli elettorali, non comprovati da alcunché. Il fact checking, come viene chiamato, è un processo a volte complicato, che un tempo era parte del lavoro dei giornalisti, i quali ormai forse hanno dimenticato cosa significhi (o magari alcuni non lo hanno mai saputo); oggi, data la mole di informazioni che chiunque può collezionare da miriadi di fonti diverse, potrebbe essere organizzato dal basso. L’alternativa ci riporta al problema delle piattaforme che mantengono in sé un potere sproporzionato e soprattutto non controllato, in un ambito in cui l’interesse pubblico deve prevalere. Sembra essere diversa invece l’idea di Twitter, che ha annunciato recentemente la sperimentazione di Birdwatch, un approccio basato sulla comunità per combattere la disinformazione. Lo stesso account ufficiale @birdwatch dichiara che ricerche accademiche (come quella di Hyunuk Kim e Dylan Walker da loro citata) sembrerebbero provare che approcci di questo tipo risultino più efficaci rispetto ad altri gestiti in chiave centralistica. I primi test, dichiara ancora la piattaforma, stanno dando segnali incoraggianti, e così hanno deciso di iniziare la sperimentazione su larga scala a partire dall’utenza che risiede negli Stati Uniti. Se ci si riflette, Wikipedia è un esempio di successo che dimostra che l’approccio cooperativo è efficace e nel tempo dà ottimi risultati. Fintantoché le piattaforme saranno parte integrante di un contesto capitalistico, questa soluzione parziale potrebbe essere un’alternativa alla censura che comunque è sempre rischiosa. Come spiegava Trotskij, “sia l’esperienza storica che quella teorica dimostrano che qualsiasi restrizione della democrazia nella società borghese è, in ultima analisi, invariabilmente diretta contro il proletariato”. In un testo in cui attacca i “compagni” messicani, seguaci della linea stalinista, che propagandavano la censura della stampa reazionaria, Trotskij fa delle riflessioni che sono ancora oggi attuali e che possono essere benissimo traslate dalla stampa alle nuove tecnologie: “è essenziale condurre una lotta instancabile contro la stampa reazionaria. Ma i lavoratori non possono permettere al pugno repressivo dello stato borghese di sostituirli in questo compito (…), qualsiasi legislazione restrittiva esistente verrà utilizzata contro i lavoratori”. Forse non è necessario scegliere se stare dalla parte di uno stato che è comunque a tutela degli interessi dei pochi o dalla parte dei colossi privati, dialetticamente, tra le due opzioni, occorre trovare una sintesi che risponda alle esigenze dei molti.

Note

  1. Il futuro delle piattaforme tra pandemia e democrazia, Intervista a Nick Srnicek, Dinamo Print, anno 1 n. 02, dicembre 2020.

Bibliositografia

Carlo Blengino, Il paradosso dei social, parte 1https://www.ilpost.it/carloblengino/2021/01/18/il-paradosso-dei-social-parte-i/

Fabio Chiusi, Il dilemma non sono i socialhttps://www.valigiablu.it/social-media-dilemma-societa/

Arianna Ciccone, “Deplatforming” Trump: la giusta decisione di Facebook e Twitter di bloccare gli account del presidente uscentehttps://www.valigiablu.it/deplatforming-trump-facebook-twitter/

Arianna Ciccone, Trump, la libertà di espressione e l’ipocrisia di giornalisti e politici,https://www.valigiablu.it/trump-social-media-regole-ban/

Alberto De Nicola e Tania Rispoli, Il futuro delle piattaforme tra pandemia e democrazia, Intervista a Nick Srnicek, Dinamo Print, anno 1 n. 02, dicembre 2020.

Haythem Guesmi, The social media myth about the Arab Springhttps://www.aljazeera.com/opinions/2021/1/27/the-social-media-myth-about-the-arab-spring

Jeff Jarvis, The case of Trump v. Facebookhttps://medium.com/whither-news/the-case-of-trump-v-facebook-1d82cc7dc193

Hyunuk Kim e Dylan Walker, Leveraging volunteer fact checking to identify misinformation about COVID-19 in social media, HKS Misinformation Review https://misinforeview.h*ks.harvard.edu/article/leveraging-volunteer-fact-checking-to-identify-misinformation-about-covid-19-in-social-media/

Evgeny Morozov, Capitalism’s new clotheshttps://thebaffler.com/latest/capitalisms-new-clothes-morozov

Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici, 2vv, Armando, Roma, 1973-74.

John Rawls, Una teoria della giustizia, Feltrinelli, Milano, 2008.

S. G. Tallentyre, The friends of Voltaire, Open library, https://archive.org/stream/friendsofvoltair00hallrich#page/n11/mode/2up

Lev Trotskij, Libertà di stampa e classe operaiahttps://www.rivoluzione.red/liberta-di-stampa-e-classe-operaia-di-l-trotskij/

Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, Luiss University Press, Roma, 2019.

Sui sentimenti

Sembro sterile di cuore a volte, perché come dice qualcuno ho la scorza dura, anche se dentro dovrei essere tenera, comunque è vero che non sono brava ad esprimere i miei sentimenti, chi mi sta vicino lo sa. Incredibilmente in questo mi viene in soccorso la poesia. Qualche giorno fa nel mio giro quotidiano sui blog tramite feedly (evviva i feed rss, a proposito! Fantastico post segnalato da @El_Pinta su Twitter) su Interno poesia ho incontrato una poesia di Margherita Guidacci che ho dovuto subito inviare al consorte, per la serie ‘ecco le parole che non so dirti’. E siccome m’è rimasto un residuo di romanticismo incagliato da qualche parte, la condivido qua, a futura memoria, per il mio cuore – apparentemente – arido.

Alla fine dei secoli, quando
mi chiamerà un’altra voce
e proverò per la seconda volta
l’impeto di risurrezione
prego che come questa volta,
quando sei stato tu a chiamarmi,
alzandomi stupita dalla fossa
con le ossa che sentono la carne
stendersi nuovamente su di loro,
con la carne che sente
in sé di nuovo penetrare l’anima –
io possa, in quel tremendo campo
dove avrà inizio l’eterno,
fissare il primo sguardo su di te,
ritrovarti al mio fianco.

Le poesie (Le lettere, 2020)

La poesia di Bill Knott

bill knottIn mezzo ai tanti buoni propositi per il 2021 è finito anche il desiderio di accostarmi alla poesia, per conoscerla, in qualche misura capirla e poterla apprezzare. Ho iniziato quasi per caso una rubrica apposita quando mi sono imbattuta nella celebre poesia di Edgar Allan Poe The Raven, e da qualche mese ormai su consiglio della sempre cara Loredana Lipperini seguo il blog Interno poesia, che pubblica con cadenza quasi quotidiana testi poetici di vari autori e autrici. Qualche settimana fa invece sul blog Le parole e le cose mi sono imbattuta in Bill Knott, un autore contemporaneo statunitense che mi ha subito colpita. Il post in questione raccoglie cinque sue poesie. Una vita tormentata e un senso di inadeguatezza permeano la vita e l’opera di Knott: “I know I can’t write a poem. I have no right to write a poem”, “scum like me can’t write poems”. Rispondeva così ad un intervistatore che gli chiedeva quale fosse per lui “l’occasione di una poesia, e ancora più chiaramente “I have no occasion”, giocando anche col fatto che il termine può riferirsi sia ad un accadimento episodico che ad un’opportunità. Non so se il fatto di capire e anche condividere quel senso di inadeguatezza abbia influito in qualche misura nel farmi apprezzare le poesie, di certo non sono brava né esperta ma mi ha trasmesso qualcosa, mi è piaciuto lo stile, e questo per me è sufficiente. 

EXAMPLE

All my thoughts are the same

length—they’re lines,

not sentences: you may protest

that on the page they seem dissimilar

in their duration,

but I swear to all you

unregulated readers-of-prose,

that in their passage

through my mind

each of these took an equal amount of time.

 

SENZA TITOLO

Nothing could be born if there didn’t

already exist a metaphor for it, or if

the whole world wasn’t a metaphor for

the non-existence of this nothing, this

none-too-future something.

Soprattutto in queste due che ho voluto condividere con questo post ho colto una poetica che incontra il mio sentire. Non sarà lirica, come qualcuno obietta sul blog LPLC, ma non per forza la poesia deve esserlo. In quanto tale, la poesia può piacere come no.

La rivoluzione tradita

La rivoluzione d’Ottobre è stato un evento spartiacque che ha aperto un nuovo mondo di possibilità, anche se dopo la prematura scomparsa di Lenin si è ristretto in forma e sostanza poco desiderabile e né certo auspicata dallo stesso. Quello che però dev’essere chiaro è che non è sicuramente per “merito” della personalità o di eccezionali capacità di Stalin che la sua figura ha finito per prevalere, condizionando pesantemente la nascente Unione Sovietica. Stalin era una persona mediocre, un animo ristretto nelle parole di Trotskij, che non brillava certo per doti quali la lungimiranza, ma che anzi si muoveva in base alle contingenze. Come accade spesso nella storia la necessità si esprime attraverso il caso e una rivoluzione incompleta, l’arretramento di un paese come la Russia e il suo successivo isolamento furono concause della stabilizzazione di un sistema transitorio, non non ancora socialismo ma non più capitalismo, comunque lontano da quello che si andava costruendo nei primi anni.

L’avventurismo e l’opportunismo di Stalin e della sua cricca contribuirono a creare quella situazione di stallo in cui al centralismo democratico si sostituì il centralismo burocratico, e in cui una nuova casta e non una vera e propria classe sociale, acquisirono un potere via via maggiore tradendo lo spirito e la lettera della rivoluzione, pur mantenendo un’economia pianificata e la parziale collettivizzazione della proprietà. Mentre però lo stato sarebbe dovuto col tempo scomparire in realtà divenne il proprietario al posto del popolo: “la proprietà dello stato diventa proprietà del ‘popolo intero’ solo nella misura in cui spariscono i privilegi e le distinzioni sociali e di conseguenza lo Stato perde la sua ragione d’essere”. L’analisi di questi eventi è compiuta da Trotskij col consueto rigore scientifico marxista, attraverso il materialismo dialettico, perché “i fatti finiscono per imporsi”, e come diceva Lenin sono ostinati. Proprio contro il dogmatismo Trorskij chiosa: “non si può pretendere che la realtà si conformi in ogni istante alla teoria. Se quest’ultima risulta erronea, bisogna correggerla o colmarne le lacune”.

Dal comunismo di guerra (1918-21) agli anni successivi, è evidente che niente era già scritto e quando Trotskij racconta cosa accadde, negli anni Trenta, non era neanche inevitabile che il futuro sarebbe andato come poi noi sappiamo: “l’esito dipende dalla lotta tra le forze vive della società e non solo su scala nazionale, ma anche su scala internazionale”. Qui c’è un punto chiave dell’analisi: la rivoluzione russa non era stata pensata per restare un caso isolato, anzi l’idea era che altre rivoluzioni sarebbero seguite, a partire dalla Germania, rafforzando il percorso intrapreso in uno spirito autenticamente internazionalista. Nessuno prima del 1924 aveva mai ipotizzato che il socialismo sarebbe potuto restare confinato in un unico stato, e quando Stalin presentò la sua raffazzonata teoria proprio nell’autunno di quell’anno, lo fece per convenienza politica: nuove rivoluzioni avrebbero messo in discussione il nascente apparato burocratico cui si sosteneva garantendosi così reciproco appoggio.

Indipendentemente da come proseguì la rivoluzione fu un fatto che stravolse il mondo e fu l’unico avvenimento a permettere “ad un paese arrretrato di ottenere in meno di vent’anni risultati senza precedenti nella storia”, perché per quanto fosse indietro rispetto ai paesi capitalisti, e questo pesò anche sul sistema in sé, compì passi da gigante attraverso lo strumento dell’economia pianificata. Lo studio di Trotskij serve anche a sgombrare il campo dal feticismo individualista che attribuisce le cause dei successi, reali o fittizi, perché più volte fu dichiarata ad esempio la realizzazione piena del socialismo (!), alle qualità straordinarie dei dirigenti e non alle condizioni, create dalla rivoluzione, della proprietà socializzata. Perché il comunismo si compia è però necessario uno sviluppo elevato della potenza economica dell’uomo al punto “che il lavoro produttivo, cessando di essere un peso e una pena, non abbia bisogno di stimolo e che la distribuzione dei beni forniti in continua abbondanza non esiga (…) altro controllo se non quello dell’istruzione, dell’abitudine, dell’opinione pubblica”. Marx stesso aveva parlato di uno stadio inferiore del comunismo basato ancora sui criteri del lavoro salariato, che però si sarebbero dovuti superare successivamente, però questo stadio inferiore doveva essere già superiore al capitalismo avanzato, mentre la Russia partiva molto indietro. E ancora il giovane Marx, prima del Manifesto per intenderci, diceva, “senza questo sviluppo si socializzerebbe la miseria e la miseria farebbe ricominciare la lotta per il necessario e di conseguenza risusciterebbe l’antico ciarpame”. Chi accusa il comunismo di essere pauperista non considera che le condizioni reali dello stato sovietico erano tali e che però rappresentavano un ostacolo alla piena realizzazione dei principi marxiani. Così Trotskij: “non essendo ancora in grado di soddisfare i bisogni elementari della popolazione, l’economia sovietica genera ad ogni passo tendenze alla speculazione e alla corruzione dei funzionari”. Cosa accadde realmente fu che le disuguaglianze delle retribuzioni del lavoro, raggiunsero i livelli dei paesi capitalisti e li superarono pure.

La distribuzione dei beni della terra è nell’URSS molto più democratica di quanto non fosse sotto il vecchio regime russo ed anche di quanto non sia nei paesi più democratici dell’Occidente; ma non ha ancora niente in comune con il socialismo.

Le conquiste comunque raggiunte dal nuovo stato non potevano essere ancora definitive perché “si conquista ‘definitivamente e irrevocabilmente’ solo quello che è assicurato dalla base produttiva della società”.

La relazione tra l’isolamento russo e il fallimento delle altre rivoluzioni si può definire biunivoca, nel senso che, nella misura in cui lo stato che si andava burocratizzando invece di sostenere le altre rivoluzioni nei fatti le sabotava, sottraeva allo stesso tempo linfa vitale alla sua propria esistenza. E così dichiarare la teoria del socialismo in un paese solo, da una parte metteva una pietra tombale alle possibilità di estendere la rivoluzione su scala internazionale, e d’altra parte impediva alla stessa URSS di avere un sostegno rinforzando nei fatti il bonapartismo sovietico. Secondo Trotskij quella situazione di stallo non sarebbe potuta proseguire a tempo indefinito, per cui le alternative erano principalmente due: o una risurgenza della rivoluzione per spazzare via le degenerazioni burocratiche e compiere realmente i passi successivi sulla via del socialismo o una controrivoluzione che presto o tardi avrebbe rovesciato quel sistema ibrido per rimpiazzarlo nuovamente col capitalismo. È passato molto più tempo di quanto Trotskij avrebbe potuto immaginare, ma alla fine si è verificato il secondo scenario, e ormai da qualche decennio la Russia è stata pienamente riassorbita nel sistema capitalista.

Le priorità della società: finalmente la scuola?

Le decisioni su aperture e chiusure sono principalmente politiche, questo dovrebbe essere ormai assodato. Gli esperti e i tecnici analizzano e riportano, ma poi le decisioni le prende la politica e da queste ultime possiamo ragionevolmente presumere le priorità. Sulla scuola ad esempio, se a marzo poteva essere una decisione difficile ma forse necessaria la chiusura, anche se resto convinta che avrebbe avuto più senso una modulazione per zone vista la differente incidenza del virus nelle diverse regioni, così come il CTS inascoltato disse, a settembre è stata evidentemente segno chiaro di fallimento, perché c’era tutto il tempo per organizzare contromisure, trovare fondi e impiegarli, organizzare ingressi e collocazione fisica anche utilizzando strutture reperite ad hoc, e invece soprattutto ma non solo per le superiori almeno c’è stata praticamente un’autodenuncia di fallimento. La ministra che tanto ha insitito sulla riapertura sembra una voce superficiale e inascoltata; anche quando il Presidente del Consiglio, ora dimissionario, prima delle feste ha sostenuto la riapertura a gennaio  in realtà ci credeva poco. E infatti a gennaio la riapertura è stata rinviata, anzi, sono finite online anche elementari e medie in molti territori, come ad esempio in Sicilia, dove ad esempio si è organizzato lo screening su base volontaria in ritardo. Se davvero ci fosse stata la volontà univoca di riaprire, ci sarebbe stato il tempo di organizzare strutture, spazi, orari e screening in maniera composta e ordinata. Ad ogni modo alla fine in Sicilia anche se zona rossa le classi hanno ricominciato in presenza fino alla prima media, almeno dove le amministrazioni locali non hanno deciso diversamente. In altre parti d’Italia si è dovuti ricorrere ai tribunali amministrativi per chiedere la revoca di provvedimenti restrittivi che imponevano la chiusura delle scuole: è il caso tra gli altri dell’Emilia Romagna, il cui TAR mette nero su bianco alcuni punti fermi sul provvedimento di chiusura che

«va immotivatamente a comprimere, se non a conculcare integralmente, il diritto degli adolescenti a frequentare di persona la scuola, quale luogo di istruzione e apprendimento culturale nonchè di socializzazione, formazione e sviluppo della personalità, condizioni di benessere che non appaiono adeguatamente (se non sufficientemente) assicurate con la modalità in DAD, a mezzo dell’utilizzo di strumenti tecnici costituiti da videoterminali (di cui peraltro verosimilmente non tutta la popolazione scolastica interessata è dotata)».

E inoltre aggiunge:

«l’attività amministrativa di adozione di misure fronteggianti situazioni di pur così notevole gravità non può spingersi al punto tale da sacrificare in toto altri interessi costituzionalmente protetti»;

«d’altra parte riguardo alla “necessità di evitare assembramenti e sovraffollamenti” , l’Amministrazione procedente può agire con misure che incidono, “a monte” sul problema del trasporto pubblico di cui si avvale l’utenza scolastica e “a valle” con misure organizzative quali la turnazione degli alunni e la diversificazione degli orari di ingresso a scuola».

Studenti del liceo Tito Livio occupano il cortile della scuola in protesta contro la dad didattica a distanza

Studenti del liceo Tito Livio occupano il cortile della scuola in protesta contro la dad didattica a distanza – Milano 15 Gennaio 2021 Ansa/Matteo Corner

Anche le mobilitazioni studentesche si stanno intensificando, dopo una comprensibile fase di stanca, perché i ragazzi si stanno rendendo conto che restare a casa ad aspettare che le cose cambino non funziona, e così sono cominciate le manifestazioni, i presìdi, anche le occupazioni, a Milano, a Roma. Questa settimana in 13 regioni anche le superiori hanno ricominciato in presenza, mancano Puglia, Campania, Sardegna, Sicilia, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Basilicata e Calabria. Quello che si chiede da più parti è la riapertura stabile e non a singhiozzo, “deve passare il messaggio che la scuola è un bene primario, indispensabile come andare a prendere il pane” dicono ad un presidio.

E la comunità di Sant’Egidio ha lanciato l’allarme: “un bambino su quattro oggi non segue le lezioni”. I bambini e i ragazzi sono quel settore quasi sempre invisibile, per mesi neanche citato nelle misure né nelle conferenze stampa che si sono susseguite con regolarità ansiogena, e sono gli stessi che pagano le conseguenze più durature della situazione attuale. Quasi un anno è passato e probabilmente un altro anno passerà. Due anni di infanzia o di adolescenza non si possono rinviare, non tornano più, ed è compito nostro mettere bambini e ragazzi nelle condizioni di non perderli, e di garantire loro la sicurezza e un livello di benessere psicofisico accettabile anche in questo tempo difficile per tutti. Io queste le cose le penso a spanne, non ho le competenze tecniche per andare nel dettaglio, ma c’è chi le ha e lancia un segnale d’allarme:

Dobbiamo porre rapidamente l’attenzione sulla salute psicologica dei giovani, mentre il governo deve organizzarsi per garantire la riapertura di scuole, musei, teatri, palestre, sempre in sicurezza, progettando momenti di aggregazione monitorati. Questo lockdown ormai troppo lungo ruba la giovinezza e la fanciullezza e le patologie che già riscontriamo possono solo aumentare. Basta restare a guardare dalla finestra, è tempo di agire.

Facebook, Whatsapp, gli USA e noi

waA rigor di logica non dovrei né vorrei occuparmi di nuovo di Facebook, dopo aver appena festeggiato un anno senza, ma anche se io me ne volessi disinteressare sembra che Facebook non si disinteressi a me. Tra la nuova policy di Whatsapp che ti impone di condividere le informazioni dell’account con Facebook, che non sarebbe applicabile in Unione Europea vista la vigenza del GDPR (però anche Facebook stesso c’è nonostante il GDPR quindi…), e la relazione tra politica e piattaforme a livello sia locale che mondiale, tocca parlarne ancora. A livello locale l’esempio mi viene con il continuo utilizzo da parte delle istituzioni di comunicazioni poco istituzionali come le dirette Facebook per informare la cittadinanza alla faccia di chi non ha e non vuole aderire ad una piattaforma privata. La stessa piattaforma che ha fatto da cassa da risonanza ai deliri del presidente uscente degli Stati Uniti e dato spazio a gruppi e persone che nel modo più soft possono essere definiti suprematisti bianchi, oltre a feccia varia, per poi decidere in autonomia che ora basta, gli si toglie il palcoscenico. In base a cosa? Come dice bene Loredana Lipperini nel post di oggi:

Ma chi vigila sulla democrazia, certamente messa in pericolo ANCHE da un delirante quasi-ex-presidente degli Stati Uniti?
Perché se la difesa della democrazia viene delegata a un impero digitale non mi sembra il caso di essere così tranquilli. Come giustamente ha scritto uno dei non molti commentatori che aveva compreso il punto, siamo di fronte a “un soggetto privato che autonomamente sceglie se e quanto permettere al rappresentante in capo di uno stato di esprimersi”. E’ un cambio di paradigma incredibile (…)

E così torno a pensare, e a scrivere di queste cose. Il percorso di riflessione iniziato con la disamina del testo Il capitalismo della sorveglianza di Shoshana Zuboff, proseguito con l’analisi della necessaria, puntuale, nonché lunghissima critica di Evgeny Morozov allo stesso testo si arricchisce ancora con un’inaspettata quanto opportuna critica alle trappole pseudomarxiane delle categorie del surveillance capitalism fatta su questo blog, che incrocia anche una critica del fediverso che mi trova molto interessata e che sentenzia, non senza ragione: “Non bisogna credere che per liberarsi dei social commerciali basti crearne una versione priva di tracciamento dei dati”. L’occasione è ottima per continuare a riflettere sul potere delle piattaforme, un potere che ha diverse declinazioni, una delle quali è sulla nostra perdita della capacità di scrivere. Questa è una battaglia che ho deciso di combattere imponendomi nuovamente la scrittura, ed è uno dei numerosi motivi per cui ho abbandonato Facebook.

L’idea di abbandonare Whatsapp lo ha avuta pure ma è più complicato in base all’uso che ne faccio: principalmente ragioni di lavoro e di scuola della prole mi hanno impedito fino ad ora di farlo. Forse mi illudo che con questa nuova policy qualcosa possa cambiare a livelli significativi, perché leggo di picchi di iscrizioni ad alternative tipo Signal, anche se sulla bontà delle alternative bisognerebbe pure discutere: Signal, Telegram, what else? Su Mastodon, a proposito ancora di fediverso, se ne sta discutendo, ad esempio, e ci sono diverse posizioni, tra chi rompe senza problemi con un tot di contatti a chi si trova in difficoltà a farlo per le più varie ragioni.

capitol hill

Paladini del capitalismo nelle loro vesti più credibili

Dubbi, spinte al cambiamento, critiche del sistema dei social, sono tutti segnali importanti che non dobbiamo trascurare, e però hanno bisogno di uno sguardo complessivo. Condivido appieno quanto detto ancora da Loredana in questo caso ieri, in riferimento alla ignominiosa vicenda dell’assalto a Capitol Hill, riguardo al nostro presente: “siamo amabilmente al servizio di un capitalismo persino più feroce del precedente, quello che la rete e i social gestisce”. Questo dovrebbe essere un punto di partenza, che non nega un altro aspetto della questione: quello statunitense è un impero in decadenza, e anche la dimostrazione plastica dell’ennesima, sempre più dirompente crisi di un capitalismo che comunque si piega ma non si spezzerà da solo, senza un movimento reale che sappia agire per il cambiamento.

2021: work in progress

Qualche giorno fa ricordavo parlando con un amico che è trascorso un anno da quando ho cancellato il mio account Facebook. Alla domanda secca “come ti senti?” la prima risposta spontanea è stata “una persona normale”, perché davvero non è che abbia stravolto la mia vita da allora, sebbene il tempo “liberato” non sia poco. Del resto finché sto su Twitter e in misura minore su Mastodon non è che sia davvero “libera” dalla gamification, dall’infinite scroll, dal FOMO (Fear Of Missing Out), e da tutto il contorno che i social network comportano, seppure ognuno in diversa misura.

Su Twitter, posso dire che mi trovo ancora comoda nella mia bolla, raccolgo ogni tanto qualche utile news e partecipo al costante rumore di fondo, in fondo insignificante, in maniera tutto sommato dignitosa, credo. Su Mastodon avrei qualche riserva, non sull’idea in sé di federazione dei mezzi, quanto sulle pratiche adottate realmente sui singoli nodi. Mi ero iscritta all’istanza di tendenza anarchica bolognese Bida e dopo ripetute segnalazioni ho deciso di cambiare: i miei post di condivisione dal sito di Sinistra Classe Rivoluzione erano trattati alla stregua dei post di Gasparri, in fondo. Esagero forse, però sentirmi dire che non è consentita propaganda partitica quando se solo si desse un’occhiata al sito Rivoluzione si comprenderebbe l’assurdità dell’accusa mi ha veramente intristita. Trasferitami su Cisti, istanza di posizioni simili torinese, non avevo letto nelle policy la stessa discriminante antipartitica che pure c’è, ma dopo un primo messaggio non ho ricevuto più moniti, continuando a condividere, fino ad ora, senza problemi. Sinceramente vorrei che se ne discutesse perché il fatto di volersi distinguere dai soliti social non dovrebbe diventare un alibi per creare pratiche inutilmente escludenti, proprio in ambienti dove si dice che la sua cifra sia l’inclusività (anche se da certe discussioni che ho visto en passant non sempre si riesce).

Ad ogni modo come mi ero ripromessa oltre ai libri ho mantenuto costante la lettura dei blog grazie all’aggregatore Feedly permettendo di seguire il mio flusso personale di argomenti e interessi fuori da trending news e trending topics che fuori e dentro Twitter spesso sono semplicemente tossici. Sulla “polemica del giorno” ci sarebbe da scrivere perché troppo facilmente si trova appagamento nel partecipare in fondo in maniera inconcludente alle discussioni online di moda senza alcun valido riscontro se non per il proprio ego, con risultati quindi alla fin fine negativi per l’ecologia della mente, e della rete.

Il processo di Degoogling invece è sempre in fieri, come principale “progresso” alla fine del 2020 nel cambiare telefono ne ho scelto uno senza i google services, e a parte qualche compatibilità mancante per alcune app, che suppongo verranno col tempo sistemate, mi trovo bene. Le mail invece non le ho definitivamente migrate, per motivi di lavoro e di pigrizia, sto cercando comunque di portare quanto più possibile su protonmail, sperando di chiudere prima o poi quest’infinito percorso. Intanto i lavoratori di Google, anzi di Alphabet, ci portano belle notizie, ovvero la loro prima sindacalizzazione. Buona notizia che fa il paio con il rifiuto dell’estradizione a Julian Assange da parte di un tribunale britannico, dandoci qualche fievole speranza di un 2021 migliore. Vittorie parziali che ci devono ricordare che la lotta è un processo e non un singolo evento.