The weird and the eerie

Fisher come critico culturale è sicuramente una lettura interessante e che può fornire molti spunti. Se politicamente, al di là dell’utile categoria di “realismo capitalista“, sconta la confusione teorica dell’accelerazionismo e non solo, dal punto di vista dell’analisi culturale è uthe weird and the eeriena continua fonte di spunti interessanti. In The weird and the eerie Fisher definisce i due concetti, accomunati dall’ossessione per ciò che è strano da “l’attrazione per l’esterno, per ciò che sta al di là della percezione, della conoscenza e dell’esperienza comune”. Il weird è ciò che è fuori posto, ciò che non torna, ciò che è out of ed è un concetto che facilmente si può connettere a Lovecraft, maestro della weird fiction. A proposito di Lovecraft Fisher dice che “sembra aver intuito il potere della citazione, la capacità di un testo di apparire reale più sotto forma di citazione che di originale” e ovviamente si riferisce al Necronomicon. Tornando ai concetti su cui riflette l’autore, weird è una presenza di qualcosa che non è al suo posto mentre al contrario eerie (inquietante) è un fallimento di assenza o fallimento di presenza. Perché è importante una riflessione sull’eerie?

Dato che (…) ruota in maniera cruciale intorno al problema di agentività, esso riguarda le forze che governano le nostre esistenze e il mondo. Specialmente a quanti di noi vivono in un mondo capitalista teleconnesso su scala globale, dovrebbe essere chiaro che simili forze non sono del tutto disponibili alla nostra comprensione sensoriale. Una forza come il capitale non esiste in nessun senso materiale, eppure è in grado di produrre praticamente qualsiasi tipo di effetto.

Le riflessioni sull’eerie portano poi verso l’allucinazione ed in particolare verso quella negativa: “Non vedere ciò che c’è è al tempo stesso un evento più strano e più ordinario che vedere ciò che non c’è. L’incapacità di vedere, il processo involontario in base al quale tralasciamo un elemento che contraddice, o che semplicemente non si accorda, con le storie predominanti che raccontiamo a noi stessi, è parte del continuo “processo di editing” attraverso cui si produce ciò che sperimentiamo come identità”.
L’analisi di Fisher è a tutto tondo, non resta confinata al puro regno delle idee, anzi incontra tipicamente la realtà, come nel seguente passaggio, suggestivo quanto concreto:

il contrasto tra il terminal container, in cui gli umani fungono da invisibile collegamento tra sistemi automatizzati, e il clamore degli antichi moli londinesi, che il porto di Felixstowe ha di fatto rimpiazzato, la dice lunga sugli spostamenti di capitale e lavoro degli ultimi quarant’anni. Il porto è un segno del trionfo del capitale finanziario, e fa parte della massiccia infrastruttura materiale che alimenta l’illusione di un capitalismo “smaterializzato”. È il volto eerie della patina materiale del capitale contemporaneo.

Leggendo il saggio ho ritrovato diversi spunti interessanti e attualissimi e un esempio è la critica alla controcultura fine a se stessa che richiama alla mia mente certi atteggiamenti apparentemente di opposizione al sistema ma alla fine ad esso funzionali: “la narratrice sperimenta la controcultura come poco più che un inganno, dove la retorica libertaria non soltanto funge da legittimazione del privilegio familiare maschile, ma offre anche nuove giustificazioni allo sfruttamento e alla sottomissione”.
Felice coincidenza, in questi giorni sto guardando la serie Dark, e come molti sapranno suo tema principe è il tempo. In uno dei capitoli dedicati al weird Fisher parla proprio dei viaggi nel tempo, il cui racconto possiede un’intrinseca dimensione weird. Come accade in Dark, quando si narra dei viaggi nel tempo ci si trova sempre sul filo del paradosso. Il testo di cui parla Fisher, Le porte di Anubis, ha in comune con la serie Dark non solo il tema generale ma anche il determinismo a questo collegato e che impedisce appunto il realizzarsi della volontà, per quanto ci si voglia illudere del contrario. Sarebbe stato sicuramente illuminante leggere un commento di Mark Fisher su una serie densa di significati e implicazioni filosofiche come Dark. Purtroppo non è possibile e dovrò navigare a vista quando proverò a buttare giù le mie riflessioni una volta terminata la visione, ma di sicuro The weird and the eerie mi sarà stato di aiuto o guida.

 

La legge della notte – Tutti i miei errori – Dennis Lehane

Il tempo si affitta ma non si possiede mai. (TimE)

la legge della notteSe Quello era l’anno è forse il più bello, il più compiuto, Tutti i miei errori è sicuramente il più sofferto, il più doloroso della trilogia. Avevo già letto quest’ultimo ma resami conto di aver saltato il secondo capitolo, come ho già spiegato, ho deciso di ricominciare con ordine. Il protagonista del secondo e del terzo libro non è più Danny Coughlin ma il fratello più piccolo – e “problematico” – Joe, che sceglie di vivere dall’altra parte della barricata, si immagina di essere un fuorilegge, a tratti romantico, mentre diventa un gangster, arrivando a sedere nella commissione di Cosa Nostra. Arriviamo ai tempi di Lucky Luciano, e della seconda guerra mondiale. Il contesto storico in questi due libri resta sullo sfondo, mentre le scelte si Joe, il suo ambiente, i suoi tormenti, forse soprattutto i suoi fantasmi, sono i veri protagonisti. Joe Coughlin non è il classico eroe negativo, sicuramente non è stereotipato, la verità è più complicata di così; come dice Donato Carrisi, Lehane ha la capacità di “trasformare un personaggio in una persona in carne e ossa”. Spesso Joe si ritrova a corto di parole, non sa che dire, o meglio si rende conto che non sempre ci sono le parole: “Joe non disse nulla. Non c’era niente da dire”. Joe si avvicina, o viene avvicinato da Cosa Nostra quando finisce in prigione. Il racconto degli anni in carcere ne La legge della notte, è duro ma efficace.

Questo posto ti toglie ogni speranza. Anche se sei qui da poco, sono sicuro che sei arrivato alla stessa conclusione. (LLdN)

Divora gli uomini. E non li risputa più fuori. (LLdN)

Se al momento di entrare nutrivano qualche illusione sulla decenza del genere umano, la perdevano all’istante. C’erano troppi prigionieri e poche guardie perché il carcere potesse assumere una funzione diversa da quella che aveva: anzitutto una discarica, e poi un banco di prova, per animali. Se ci entravi uomo, ne uscivi bestia. E se ci entravi già animale, dentro non facevi che affinare le tue doti. (LLdN)

la legge della notte filmNel film tratto dal film, diretto e con protagonista Ben Affleck, gli anni della prigione vengono praticamente saltati, l’incontro con Maso Pescatore avviene fuori e quest’ultimo non è quindi mai stato incarcerato. Il film non è male ma è ovviamente una riduzione del libro, e Ben Affleck come regista sarà bravo però come attore non mi è mai piaciuto.

Il tema del carcere mi preme molto per diversi motivi e la resa che ne dà Lehane, per quanto possa sembrare scenica, è terribilmente attuale. Da noi manca una riflessione seria collettiva, e putroppo spesso ci distinguiamo per essere manettari senza rifletterci neanche un po’ sopra, su cosa comporta la privazione della libertà, salvo lamentarsi di un breve periodo di “lockdown”. Qualche spunto potrebbe darlo questo testo di Cesare Battisti, giusto per mollare un po’ la nostra zona di comfort e pensare seriamente al tema. Ma ho divagato…

Uscito di prigione comunque, Joe diventa un capo in Florida e aiuta anche i cubani ad armarsi per la rivoluzione, seguendo un percorso anomalo ma che nonostante i rischi, grazie alla sua sfrontatezza gli frutta ancora successo. Più avanti la collaborazione della mafia col regime di Batista non desterà alcun dubbio morale, a riprova dell’essenza di anti-eroe del protagonista.

L’inerzia umana, quella resistenza al cambiamento di cui avevamo letto nel primo capitolo torna anche qua:

Il mondo può cambiare, ma la gente no, la gente resta sempre più o meno uguale. (LLdN)

Tutti crediamo alle menzogne che ci danno più conforto della verità. (LLdN)

Non ho sottolineato moltissimo durante la lettura, però rileggendo quelle parole sono tutte importanti e memorabili a loro modo.

La certezza. È la menzogna più meravigliosa di tutte. (LLdN)

Mentre aspettava nel buio di quello che immaginava dovesse essere il ristorante del secondo piano, gli venne in mente che le persone erano come torce elettriche: irradiavano luce, si affievolivano, tremolavano e si spegnevano. (LLdN)

“Buffo come funzionava il potere”

tutti i miei erroriIn Tutti i miei errori si chiude la parabola di Joe, indurito dalla vita da gangster e dalle sue conseguenze. Potremmo per certi versi definirlo un romanzo sul potere, viste le ripetute riflessioni in merito che vi compaiono:

Quello che nessuno dice sul potere è che non è mai assoluto; nell’ istante esatto in cui ce l’hai, c’è già qualcuno pronto a togliertelo.

Il potere – o almeno la maggior parte (…) è come la mosca che pensa di essere un falco. Comanda solo su chi accetta di chiamarla falco anche se è una mosca, tigre anche se è un gatto, re anche se è un uomo.

In tutta la vita c’era una cosa che aveva imparato sul potere: quelli che lo perdevano di solito non se ne rendevano conto finché non era irrimediabilmente svanito.

Qui ritorna anche l’idea secondo cui le persone non cambiano: “i tempi cambiano, gli sussurrò la voce. Gli uomini no”.

Come già detto, non c’è lo stesso sguardo ampio sul contesto che aveva caratterizzato Quello era l’anno, ma il restringimento visuale non impedisce di far emergere qua e là le stesse tematiche, così come lo sfondo storico che ogni tanto si riaffaccia, pur nel susseguirsi spesso concitato della vicenda, fino alla conclusione, amara ma necessaria, un po’ come la vita.

“Per quanto mi riguarda, l’unica differenza che c’è tra un ladro e un banchiere è solo il titolo di studio”. Lei scosse la testa “i banchieri non si sparano addosso per strada, Joe”. “Perché a loro non piacciono i vestiti sgualciti, Vanessa. Il fatto che facciano porcherie con una penna non li rende più puliti”.

L’ultimo capitolo del libro si intitola Orfani, ed è indicativo del riallacciarsi dei fili tra l’epilogo e il primo volume, in cui il rapporto tra Joe e il padre era venuto alla luce per la prima volta. Joe cerca disperatamente di essere migliore del suo modello eppure la vita che si è scelto difficilmente potrebbe renderlo un padre migliore. In conclusione la lettura dei libri di Lehane è sempre un’attività piacevole, da lettrice e non solo, perché la bella scrittura è di ispirazione anche per chi ama scrivere, per cui non smetto mai di consigliare di leggere questo autore!

La scrittura non si insegna

La scrittura è qualcosa cui tendere ma anche un esercizio costante, inoltre è strettamente intrecciata con la lettura. Da quando ho iniziato a leggere, ed ho iniziato presto grazie alla meritoria influenza di mia madre (e non le sarò mai grata abbastanza per questo, ovunque lei sia), il desiderio di scrivere – farlo bene, in maniera compiuta – mi ha sempre accompagnata: nei primi anni con trasognato romanticismo, poi col disincanto di chi impara la rassegnazione, fino ad arrivare ad una consapevolezza più realista. Ho preso e mollato diari per lungo tempo, poi ho iniziato a fare lo stesso col blog. Ad oggi ho raggiunto un certo equilibrio, mi sono resa conto che una dose di regolarità aiuta e almeno nel mio piccolo mi reputo soddisfatta. Non sarò una famosa blogger, e tra l’altro quella è una strada che forse avrebbe potuto funzionare diversi anni fa, però a livello personale gestisco questo blog bene, nel senso che pubblico quando mi va, e mi va abbastanza spesso. Mi sono data come regola generale comunque di scrivere di ciò che leggo e questo aiuta molto. Ogni tanto avverto la necessità di scrivere dei film o delle serie che vedo, ed è anche questo un buon esercizio; vorrei scrivere più spesso riflessioni autonome e compiute ma dovrei prendere la buona abitudine di avere un taccuino sempre a portata di mano (ok, questo è un buon proposito da… subito!). Mi rendo conto che il ritmo che ho preso mi dà stimoli e a volte mi capita di dovermi appuntare qualcosa mentre faccio tutt’altro, credo sia un buon segno. Fin qui ho parlato di non fiction. La narrativa è un percorso che mi sono sempre preclusa per timore di non essere all’altezza e perché sapevo, me lo ha insegnato Stephen King, che la costanza è determinante e quindi non ci provo neanche se non voglio/posso fare sul serio.

santoniTutto ciò premesso, quando ho letto della pubblicazione di La scrittura non si insegna di Vanni Santoni sono corsa a cercarlo. L’ho ordinato nella mia libreria di fiducia perché un’altra regola che mi sono data è quella di sostenere per quanto possibile le librerie fisiche e indipendenti. Dopo un’attesa di qualche giorno in più perché dovevo finire di leggere il libro di Lehane (intanto ho iniziato il secondo della serie Coughlin!) l’ho praticamente divorato ieri. Alcune conferme, buoni spunti pratici (le riviste letterarie!) e il profondo senso di inadeguatezza che ne è scaturito non mi ha abbattuta. So che delle liste di letture fondamentali ho letto pochissimo, ma sono consapevole che ho letto comunque moltissimo – altro – e non ho nessuna intenzione di smettere di leggere. Pensavo di essere una lettrice onnivora ma col tempo ho scoperto che in realtà ho sempre fatto una discreta selezione a monte per cui non ho quasi mai abbandonato la lettura di un libro, anche se alcuni li ho trovati ostici. Del resto non tutti i libri sono per tutti e non tutti i libri sono per tutti i momenti. Mi sono scoperta ccomunque attenta allo stile e al linguaggio, e chissà se un domani potrei davvero provare a cimentarmi con la scrittura narrativa. Quando si esce dal regno dell’impossibile, tutte le opzioni diventano realistiche.

La buona notizia è che dopo aver letto il libro di Santoni la mia lista di letture si è decisamente ampliata. Di certo è che ho compreso di aver definitivamente abbandonato l’ideale romantico del talento letterario e mi sembra già un primo traguardo. Da ultimo avrei un appunto riguardo la lista delle banality (forme ricorrenti di cattiva scrittura) in cui ritrovo “basso muro a secco”, che non ricordo di avere mai individuato nelle mie letture e però, da amante della mia terra e in particolare del ragusano dove sono forse ridondanti, io stessa mi sono trasformata in un cliché, cioè ogni volta che li vedo devo elogiare quegli “adorabili muretti a secco” con ormai scontato disappunto di chi mi accompagna. Sono sicura che se dovessi mai scrivere qualcosa finirò per inserire quella che forse è un’insana passione per un elemento tipico del paesaggio di certa Sicilia. Me ne farò una ragione, ma soprattutto vorrà dire che avrò scritto davvero qualcosa!

Quello era l’anno

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Che anno! Se fosse vissuto per dodici vite, avrebbe mai visto niente di simile a quei dodici mesi?

Di riletture ho già parlato a proposito di Realismo capitalista di Mark Fisher, quindi non mi ripeto, però vorrei spendere due parole riguardo la “fottuta risonanza”, quelle coincidenze che non sembrano tali, quei richiami imprevisti eppure necessari una volta colti, quelle epifanie nel ritrovarsi a (ri)leggere un libro esattamente nel momento giusto. Così, ho riletto Quello era l’anno di Dennis Lehane perché mi sono resa conto che è il primo di una trilogia sul protagonista e mi ero procurata il terzo pochi mesi fa, quindi ho deciso di ripartire daccapo; la prima volta infatti lo lessi diversi anni fa e conoscendo la mia memoria da pesce rosso ho avuto piacere nel cimentarmi di nuovo nell’atmosfera della Boston di un secolo fa. Il libro è infatti ambientato sul finire della Prima guerra mondiale e affronta le vicende del nascente sindacato di polizia cittadino, la sua tentata affiliazione al più grande AFL-CIO (che sta per American Federation of Labour – Congress of Industrial Organizations, e nel frattempo leggo le proteste contro lo stesso, perché disconosca il sindacato di polizia!)

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e il primo sciopero dei poliziotti di Boston, sullo sfondo di un paese orgogliosamente razzista in cui ovviamente vigeva ancora una netta separazione sulla linea del colore, oltre che su quella di classe. Scrivendo di Moonlight mile avevo già accennato alla capacità di Lehane di descrivere la working class nelle sue storie. Qui si vede perfettamente anche la linea del colore, appunto intrecciata sempre con la linea di classe, che resta la prima discriminante cent’anni fa come ora.

“Ah, sì! Hai fatto un buon lavoro da noi e cercheremo di trovarti un posto, un modo per tirare avanti, ma i ragazzi… quelli che tornano, sono tantissimi, Hanno combattuto duro laggiù, e lo Zio Sam… insomma vuole ringraziarli”. “Va bene.” “Ascolta,” disse Bill un po’ frustrato come se Luther stesse per attaccare briga “tu capisci, no? Non vorrai costringerci a mettere in strada quei giovani, quei patrioti. Voglio dire, come sarebbe? Non sarebbe giusto, te lo dico io. Non potresti andare per la strada a testa alta vedendo uno di loro che cerca lavoro mentre tu intaschi una bella paga”.

Luther non disse niente. Non disse che molti di quei giovani, di quei patrioti che avevano rischiato la vita per il loro paese, erano ragazzi di colore, e che di sicuro il suo posto non sarebbe andato a nessuno di loro. Diavolo! Era sicuro che se fosse tornato in fabbrica di lì a un anno, le uniche facce di colore sarebbero state di quelli che facevano le pulizie, impegnati a svuotare i cestini della carta straccia e a raccogliere i trucioli di metallo dal pavimento.

Non è necessario riferirsi alla rinascita del movimento Black Lives Matter per testimoniare come la questione razziale negli USA sia comunque da sempre all’ordine del giorno, connaturata non al sistema di governo ma a quello socioeconomico, e che quindi sopravvive a qualunque legge o tentativo di riforma che non coinvolga il sistema nel suo complesso. Ad ogni modo è davvero interessante leggere proprio in questo frangente le vicende dei neri americani in un momento, come quello dell’immediato primo dopoguerra, in cui la paura rossa la faceva da padrona nella società statunitense (e non solo).

“Cosa crede? Crede che quattro gatti di colore si metteranno a correre armati per queste strade? Che daremo a lei e agli stronzi razzisti la scusa per ammazzarci tutti? Crede che vogliamo farci massacrare?” Levò lo sguardo e vide che McKenna stringeva il pugno. “C’è una combriccola di stranieri, figli di puttana, che vogliono fare la rivoluzione oggi, e allora, vada a prenderli, li ammazzi come cani. Non ho simpatia per loro. Nessuno di colore ha simpatia per loro. Questo paese è anche nostro”.

McKenna indietreggiò di un passo e lo guardò con un sorrisino ironico. “Cos’hai detto?”

Luther sputò per terra e respirò a fondo. “Ho detto che questo paese è anche nostro”.

“No, ragazzo, non lo è. Non lo sarà mai.”

La scrittura di Lehane è avvincente e coinvolgente anche uscendo dallo schema di genere, perché questo libro, ben più lungo dei suoi thriller, ha sicuramente respiro più ampio. Le capacità narrative e descrittive dell’autore giganteggiano ed emergono prepotentemente anche nella serie Kenzie-Gennaro, e riescono ad avere uguale se non maggiore incisività nelle storie che esulano dal genere. Sono naturali e a volte magici i dialoghi tra i personaggi e in generale Lehane riesce a dipingere un affresco della società terribilmente reale, come penso si possa osservare leggendo alcuni brani:

Pensava che per costruire un posto così ci sarebbe voluto un secolo, ma questo paese non aveva tempo di aspettare, non gli interessava la pazienza e non aveva neppure motivo di averne.

“Voi americani… non avete storia. Soltanto il presente, adesso, adesso, adesso. Voglio questo adesso, voglio quello adesso.” Danny provò un improvviso moto di irritazione. “Eppure tutti hanno una furia indiavolata di andarsene dal loro paese e venire qui”. “Ah, sì. Le strade pavimentate d’oro. La grande America dove si diventa ricchi. E quelli che non ci riescono? E gli operai, caro il mio poliziotto? Lavorano, lavorano, lavorano, e se il lavoro li fa ammalare si sentono dire: “Be’, vai a casa e non tornare”. Si fanno male sul lavoro? La stessa cosa. Voi americani parlate di libertà, ma io vedo schiavi che si credono liberi. Vedo grandi aziende che sfruttano i bambini e le famiglie neanche fossero maiali e…”.

“Il fondamento del capitalismo, signori, è la produzione o l’estrazione di merci con lo scopo di venderle. Ecco qual è. Il fondamento di questo nostro paese. Gli eroi di questo paese non sono i soldati, gli atleti, neanche i presidenti. Gli eroi sono gli uomini che hanno costruito le nostre ferrovie e le nostre automobili, i nostri cotonifici e le nostre fabbriche. Sono loro che mandano avanti tutto. E gli uomini che lavorano per loro devono essere grati di far parte del processo che plasma la società più libera del mondo”. Tese le mani e diede una pacca a Luther su entrambe le spalle. “Eppure, incredibile, da qualche tempo non sono più grati”.

“Compagni, osservate quello che fa una società corrotta per conservare l’illusione di se stessa. La chiamano la Terra degli uomini liberi, ma dov’è la libertà di parola? Dov’è la libertà di riunione? Non oggi, non per noi. Abbiamo seguito la procedura. Abbiamo chiesto l’autorizzazione a manifestare in corteo, ma questo diritto ci è stato negato. Perché?” Fraina volse lo sguardo sulla folla. “Perché hanno paura di noi”.

Lehane scrive di poliziotti. In questa storia la polizia si trova in una situazione particolarmente difficile, come servizio pubblico non gli sono riconosciuti i diritti degli altri lavoratori, dopo la guerra si ritrovano tra i più poveri dopo promesse di aumenti e adeguamenti al costo della vita disattese, rispetto alla classe lavoratrice sono altro.

Danny non poteva fare a meno di sorprendersi per l’ironia della sorte – quegli uomini che per lavoro disperdevano gli scioperanti si ritrovavano nelle stesse situazioni senza sbocco di quelli che malmenavano o picchiavano davanti alle fabbriche e agli stabilimenti.

Non c’è lieto fine nelle rivendicazioni della polizia e non ci sono neanche risposte nette. La complessità della questione si scontra con un arretramento delle coscienze che oggi è decisamente superato. Da BLM a Defund the police sicuramente i passi in avanti sono incredibili, il momento oggi si spinge molto oltre. Da noi è più difficile articolare un discorso del genere, siamo il paese dove si travisa regolarmente un gigante come Pasolini per assecondare la retorica delle forze dell’ordine come classe lavoratrice, piuttosto che riconoscere la loro essenza: tutela dello status quo e quindi dell’ordine borghese, cosa che Pasolini ovviamente avrebbe sottoscritto.

A proposito di complessità, è caratteristica pure dei personaggi ed in effetti dell’animo umano. Mal tollero i personaggi bidimensionali, l’assenza di sfumature e la distinzione netta tra bene e male perché la realtà è ben diversa. Per questo motivo apprezzo chi riesce a rendere tale complessità reale su carta e/o su pellicola e Lehane è sicuramente molto bravo, dimostrandosi fine conoscitore della natura umana.

“L’esplosione non è stata un atto terroristico.” “Ma la rabbia rimane”. Ridacchiò. “Siamo noi i più sorpresi. Pensavamo che il giudizio affrettato sul disastro ci avrebbe fatti fuori. Tutto il contrario. La gente non vuole la verità, vuole certezza“. Si strinse nelle spalle. “O l’illusione della certezza”.

“Con, però li odia”. “Sì. Ha molto odio dentro di sé”. Joe finì l’ultimo pezzo del secondo wurstel. “Perché?” Danny si strinse nelle spalle. “Forse perché, vedendo molte cose che lo mettono in confusione, vuole subito una risposta. E se non trova quella giusta, allora prende la prima che gli capita e si dice che è la risposta“.

Gli uomini non amano i cambiamenti. Non vogliono sconquassi. Vogliono poter bere qualcosa di fresco nelle giornate calde e trovare il piatto pieno in tavola.

Gli uomini dovevano fare qualcosa per coloro che amavano. Semplice. Puro e semplice. Si era lasciato risucchiare, ingannare dal bisogno di muoversi – in qualunque luogo, momento e modo – e alla fine aveva dimenticato che il movimento ha bisogno di uno scopo.

Il libro è lungo ma si lascia leggere velocemente, io ho rallentato solo per motivi di tempo sennò lo avrei divorato. Prossimamente leggerò il secondo e il terzo con protagonista un Coughlin e spero di poterne scrivere con lo stesso entusiasmo.

“Che c’è da ridere?” gli chiese Lila. “Tutto”.

Parasite Eve (with lyrics)

I’ve got a fever, don’t breathe on me
I’m a believer in nobody
Won’t let me leave ‘cause I’ve seen something
Hope I don’t sneeze, I don’t *sneeze*

Really we just need to fear something
Only pretending to feel something
I know you’re dying to run
I wanna turn you around

È ancora evidentemente presto per dire se gli storici di domani stabiliranno in maniera convenzionale che il XXI secolo sarebbe iniziato con l’11 settembre, con la crisi del 2008 o con la pandemia del 2020. La percezione oggi per me, che ho vissuto in maniera diretta tutte e tre questi pointbreak, è che quest’ultima sia la più straordinaria, nel senso etimologico del termine, non perché non ci siano state pandemie ugualmente o maggiormente letali in passato, quanto per le sue conseguenze rispetto al grado di interconnessione globale, questo sì mai visto prima.

Please remain calm
The end has arrived
We cannot save you
Enjoy the ride
This is the moment
You’ve been waiting for
Don’t call it a warning

This is a war

Che ne siamo consapevoli o meno, questi mesi ci hanno segnato profondamente e per quanto i tentativi, per di più affrettati, di recuperare una presunta tranquillizzante normalità siano numerosi, non dovremmo incoraggiarli. Quello che voglio dire è che non possiamo far finta di nulla, voltare pagina come se nulla fosse successo o come se fosse già passato. Prova e riprova a dirlo Loredana Lipperini, denunciando anche una generale nostra afasia sulla questione, e condivido la sua percezione di non essere più quella di prima.

It’s the Parasite Eve
Got a feeling in your stomach ‘cause you know that it’s coming for ya
Leave your flowers and grieve
Don’t forget what they told ya, ayy, ayy
When we forget the infection
Will we remember the lesson?
If the suspense doesn’t kill you
Something else will, ayy, ayy
Move

Non possiamo far finta di nulla per due ordini di motivi. Il primo è che passato non è, si continua a morire, in altre regioni del mondo non si è ancora raggiunto il picco mentre qui da noi “riapriamo tutto” e anche qui, seppur in sordina, continuano a comparire focolai. Se l’attenzione m

duccio
ediatica cala, si minimizza perché l’imperativo è ormai ripartire, ciò non ci deve trarre in inganno. Piuttosto dovrebbe aiutare a riflettere sulla pretestuosità di tutta una serie di misure adottate nella fase uno volte a criminalizzare la stessa aria, mentre si continuavano (e continuano) a verificare i contagi nei luoghi chiusi e in primis nei luoghi di lavoro. Il secondo ordine di motivi, non meno importante del primo, riguarda le condizioni sistemiche che hanno “permesso” per non dire generato la pandemia, che non riuscirebbero a prevenirne un’altra non troppo remota, né ad affrontarla compiutamente, così come accade oggi.

I heard they need better signal
Put chip and pins in the needles
Quarantine all of those secrets
In that black hole you call a brain before it’s too late

Really we just wanna scream something
Only pretend to believe something
I know you’re baying for blood
I wanna turn you around (Hey)

Per capirci, provo lo stesso disagio che ho percepito più volte nei post di Loredana verso la fretta di ritornare alla normalità; accade quando in luoghi chiusi e (potenzialmente) affollati mi si dice che se voglio posso togliere la mascherina: “eh già il caldo, e pure la mascherina dobbiamo sopportare!” Sarò diventata paranoica, eppure ho criticato duramente la strada scelta per la fase uno, ma proprio per le stesse ragioni – scientifiche – non riesco a capire come il fatto che fin qui in Sicilia e in generale al Sud siamo stati “graziati” ci possa esimere dal mantenere le precauzioni ragionevoli. Allo stesso tempo vedo un sacco di persone sole in auto con la mascherina o peggio ancora sulle biciclette… tutto questo non è stoltezza degli individui ma il risultato di una comunicazione pubblica confusa e in larga misura fuorviante. Ma più ci manca la consapevolezza più a rischio siamo per l’immediato futuro, e anche oltre.

You can board up your windows
You can lock up your doors, yeah
But you can’t keep washing your hands
Of this shit anymore
When all the king’s sources and all the king’s friends
Don’t know their arses from their pathogens

When life is a prison and death is the door
This ain’t a warning
This is a war, war
This is a war, ayy, ayy, oh, oh

(Parasite Eve, BMTH)

(Le prime parole di questo post sono state scritte settimane fa… la riflessione si è ampliata leggendo costantemente, ad esempio, il blog di Loredana Lipperini qui sopra citato e la deflagrazione finale è dovuta all’ascolto del nuovo pezzo dei Bring Me The Horizon del quale ho riportato il testo lungo il post).

Spettri della mia vita

spettridellamiavitaI ain’t living with the ghost

No future living in the past

I’ve seen what hate has done to hope

Tomorrow wasn’t built to last

I ain’t living with the ghost

How can I scream, I’m scared to breathe

 

I traded hurting for healing

I must admit that I was reeling

Now I’m feeling just fine

Traded nightmares for dreaming

Go tell your shadows that I got out alive

Living with the ghost – Bon Jovi

Spettri della mia vita è una raccolta di brevi saggi, pubblicati sul blog K-punk o altrove, che attraverso l’analisi di musica, film e romanzi traccia una serie di riflessioni su depressione, hauntologia e futuri perduti – per citare il sottotitolo.

Il concetto di hauntologia, coniato da Derrida, in francese hantologie, in inglese hauntology, si riferisce ad un senso di malinconia per il futuro e si riallaccia al concetto di “futuri perduti”.

L’ipotesi di questo libro è che la cultura del ventunesimo secolo sia caratterizzata dallo stesso anacronismo e dalla stessa inerzia che affliggono Sapphire e Steel nella loro missione finale. Ma che tale stasi sia stata sotterrata, sepolta sotto una superficiale frenesia di “novità”, di movimento perpetuo. Lo “scompaginamento del tempo”, l’assemblaggio di ere precedenti, ha ormai cessato di meritare qualsiasi commento: oggi è talmente diffuso da non essere neppure notato.

Fisher si rifà alla tesi di Bifo secondo cui il futuro, inteso non come semplice direzione del tempo, è stato cancellato tra gli anni Settanta e Ottanta.

La prima tentazione sarebbe quella d’inquadrare il discorso in una narrazione stancamente familiare: la questione del vecchio che non riesce a venire a patti con il nuovo, e che sostiene che le cose andavano meglio prima. Eppure è precisamente tale quadro – e la sua presunzione che i giovani siano automaticamente all’avanguardia nel cambiamento culturale – a risultare oggi obsoleto.

Mentre il futuro veniva cancellato non è vero che non succedeva niente. Anzi, “questi trent’anni sono stati un periodo di massiccio e traumatico cambiamento”. In Gran Bretagna in particolare già prima col thatcherismo e in generale, le tesi della fine della storia sono state ben smentite dalla realtà.

Eppure, e forse proprio a causa di ciò, proviamo la crescente sensazione che la cultura abbia perso la capacità di cogliere e articolare il presente. O forse, in un particolare senso molto importante, sentiamo che ormai non esiste più nessun presente da cogliere e articolare.

Ma quali sono i futuri perduti? Devo nuovamente procedere con una citazione diretta del testo:

Forse qui è utile ricordare a noi stessi che la socialdemocrazia è diventata soltanto a posteriori una totalità risolta: all’epoca era una costruzione di compromesso, che la gente di sinistra vedeva come una testa di ponte provvisoria a partire da cui sarebbe stato possibile conseguire ulteriori vittorie. Ciò che dovrebbe ossessionarci non è il non più della socialdemocrazia reale, ma il non ancora dei vari futuri che il modernismo popolare ci ha preparato ad attendere e che non si è materializzato. Quegli spettri, gli spettri dei futuri perduti, mettono sotto accusa la nostalgia formale del mondo del realismo capitalista.

Emerge anche il tema della memoria, evidentemente correlato alla temporalità perduta. Le ansie aventi per oggetto la memoria, ci dice Fisher, appaiono costantemente nel tardo capitalismo perché l’insicurezza di vita, l’instabilità economica, “la rapida successione d’immagini effimere” portano tutte “alla rottura di ogni senso coerente di temporalità”.

Sono interessanti pure le riflessioni sull’erosione dello spazio pubblico che si intrecciano con la definizione di nomadalgia: “il senso di disagio provocato da questi ambienti anonimi, più o meno uguali in tutto il mondo: il mal di mare causato dal movimento attraverso spazi che potrebbero trovarsi dappertutto”. Lo spazio pubblico è stato sostituito da un cosiddetto “terzo spazio” che è rappresentato ad esempio dalle caffetterie in franchising. Credo sia abbastanza comune la sensazione di spaesamento che si prova entrando in quei luoghi fotocopia, che sembrano divorare tutto ciò che c’è all’esterno attraverso il loro angosciante essere ovunque uguali.

Come è accaduto già leggendo Realismo capitalista, alcuni tratti con cui viene affrescata la società capitalistica contemporanea sono illuminanti:

(…) un’epoca in cui i confini tra lavoro e non lavoro sono stati erosi – dalla richiesta di essere costantemente operativi (ad esempio per rispondere alle e-mail a qualunque ora del giorno) e di non perdere mai occasione di marketizzare la nostra soggettività. In un certo senso (assolutamente non banale), far festa oggi è un lavoro. Immagini di eccesso edonistico forniscono la maggior parte del contenuto di Facebook, caricate da utilizzatori che sono in effetti lavoratori non pagati, i quali s’incaricano di produrre valore per il sito senza ricevere alcun denaro in cambio. Far festa è un lavoro anche in un altro senso: in condizioni di oggettivo impoverimento e crisi economica, la compensazione del deficit affettivo viene appaltata a noi.

(…)

Oggi la jet society non è più un privilegio dell’élite, quanto piuttosto la vertiginosa mondanità di una forza di lavoro globale permanentemente espropriata. Ogni città è diventata la “città turistica” (…) perché oggi ciascuno di noi è turista in patria, sia nel senso di essere in perenne movimento che di avere il mondo a portata di dita attraverso la rete.

Fisher ha parole dedicate per la società inglese, che conosce da vicino. Parlando delle opere di Keiller, dice che “l’economia britannica non era affatto in “declino”. Il potere oppressivo e profondamente antiegualitario che la caratterizzava derivava proprio dalla sua forza economica. E poi, sul passaggio di potere al New Labour: “Il 1997 ha infine assistito al cambiamento atteso così a lungo, che però non si è rivelato affatto tale. Invece di mettere fine alla cultura neoliberale che Keiller aveva sezionato, il governo di Tony Blair l’avrebbe rafforzata”. Sempre nello stesso brano Fisher analizza il salto di qualità dell’ecologismo che da “interesse marginale” diventa argomento imprescindibile per chiunque, in buona fede o meno: “oggi qualunque azienda, per quanto dedita allo sfruttamento, vuole presentare se stessa come verde”.

Con l’opposizione tra capitale ed ecologia, ci troviamo di fronte quelle che sono in effetti due totalità. Keiller mostra che il capitalismo – almeno in linea di principio – satura qualsiasi cosa (specialmente in Inghilterra, un paese claustrofobico che molto tempo fa ha recintato la maggior parte dei suoi terreni comunitari, perché non esiste paesaggio al di fuori della politica): nulla resiste spontaneamente alla spinta alla mercificazione del capitale, di certo non all’interno del “mondo naturale”. (…) Eppure il capitale, visto dalla prospettiva altrettanto disumana di un’ecologia radicale, nonostante sia capace di distruggere l’ambiente umano e anche grandi porzioni del mondo non-umano, resta ancora un episodio puramente locale.

Le ultime annotazioni al testo che vorrei fare riguardano da un lato un aspetto personale, forse più intimo, e dall’altro una questione politica, di una contemporaneità urgente.

Per quanto riguarda il primo, riprendo le parole di John Foxx, intervistato da Mark Fisher sul blog nel settembre del 2006:

Quando i tuoi genitori magari escono per un’ora sola, certe volte hai l’impressione che quell’assenza durerà per sempre e avverti fortissimo la loro mancanza, e l’astrazione, il tono di quella sensazione, ti resta addosso per tutta la vita. Agisce in diverse situazioni. Questi sentimenti profondi – e tutte le altre parti emotive dello spettro – si uniscono al repertorio di toni emotivi che portiamo e utilizziamo dentro di noi. Certi momenti durano per sempre.

Queste parole mi hanno colpito profondamente, mi sono immedesimata immediatamente, quella sensazione ce l’ho addosso davvero, e me la porterò addosso per tutta la vita.

Al di là del dibattito sul personale/politico, è non solo politico ma incredibilmente attuale un altro passaggio, che commentando nel 2011 le Handsworth songs del Black Audio Film Collective del 1986 e la presentazione del film organizzata a causa dei disordini inglesi che nel frattempo erano emersi, potrebbe essere sottoscritto oggi in relazione agli eventi incredibili che si stanno succedendo negli Usa dopo la morte ormai divenuta iconica di George Floyd. Credo vada riportato per intero, al di là del breve passaggio che avevo evidenziato leggendolo.

Rivisto – e riascoltato – oggi, Handsworth Songs appare sinistramente (in)tempestivo. Le continuità tra anni Ottanta e oggi si impongono allo spettatore contemporaneo con forza sorprendente: come nel caso delle recenti sommosse, gli eventi del 1985 furono innescati dalle violenze della polizia; e le condanne dei disordini del 1985 come gesti criminali insensati avrebbero potuto essere pronunciate ieri dai politici Tory. Ciò spiega perché è importante resistere alla disinvolta narrazione secondo cui dopo la realizzazione di Handsworth Songs le cose sono “progredite” in modo lineare. Certo, il BAFC oggi partecipa agli eventi della Tate Modern sulla scia nei nuovi tumulti inglesi, cosa assolutamente impensabile nel 1985: ma come ha sottolineato Rob White nella discussione tenuta in occasione dell’evento alla Tate, oggi è molto improbabile che Handsworth Songs e opere simili vengano trasmesse e meno che mai commissionate da Channel 4. L’assunto che razzismo e brutalità della polizia siano relitti di un’epoca ormai passata è diventato parte della narrativizzazione reazionaria dei recenti disordini: sì, allora c’era la politica e il razzismo, ma non oggi, oggi non più… La lezione da ricordare – specialmente oggi che ci viene di nuovo chiesto di difendere l’aborto e di opporci alla pena di morte – è che le lotte non si vincono mai in modo definitivo.

Era appunto il 2011. Credo anche solo questo pezzo valga la pena di leggere un testo a volte spiazzante, soprattutto se non si possono cogliere tutti i riferimenti alla cultura anglosassone o a generi e stili che non si sono mai frequentati.

I nuovi abiti del capitalismo

morozov

Il tema del capitalismo della sorveglianza è più attuale che mai nel mutato contesto in cui ci troviamo. Rispetto a febbraio, mese in cui ne scrivevo dopo aver letto il libro di Shoshana Zuboff, la situazione è se possibile più ghiotta per questo nuovo abito del capitalismo e trova noi più indifesi e proni nell’accettare le sue forme. Con l’imposizione della DAD ma non solo, emerge ancor più di prima la necessità di una nuova consapevolezza digitale e di strumenti alternativi allo strapotere dei GAFAM (Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft).

In questo contesto è opportuno ritornare sul frame teorico e riconoscere, dopo aver letto la lunghissima recensione critica di Evgeny Morozov (qui in italiano) che mi dev’essere sfuggito qualcosa, e non si tratta di dettagli. Come dice @kappazeta nel segnalarmi il testo, anche io devo essermi concentrata sugli aspetti di denuncia senza riflettere  troppo sul quadro teorico, probabilmente perché ho dato per scontata la critica al sistema nel suo complesso. In realtà io ho fatto anche qualche accenno (entusiasta!) ai riferimenti teorici ignorando totalmente il quadro d’insieme, per cui è particolarmente illuminante il testo di Morozov. Banalmente mi sono esaltata per aver letto riferimenti a sociologi che apprezzo abbastanza o molto (Braudel, Weber, Polanyi, Bauman) non rendendomi conto dell’impostazione complessivamente fuori fuoco del libro.

Morozov inizia la sua analisi dicendo che la Zuboff afferma in maniera corretta che criticare le Big Tech per le violazioni della privacy “ha fatto perdere di vista la portata della trasformazione”, per proseguire risalendo alle origini del lavoro della Zuboff, una figura comunque lontana da circoli anticapitalisti (professoressa di Harvard, ha lavorato per Business Week, in Italia il suo libro è stato ad esempio pubblicato dalla LUISS, cosa che aveva lasciato perplessa anche me). Ha lavorato sull’impatto dell’Information Technology (IT) sul posto di lavoro per quarant’anni, e, nelle parole di Morozov:

il disallineamento tra il possibile e il reale ha inquadrato il contesto intellettuale in cui, precedentemente cautamente ottimista sia sul capitalismo che sulla tecnologia, ha costruito la sua teoria del capitalismo della sorveglianza, lo strumento più oscuro e distopico del suo arsenale intellettuale fino ad oggi.

Morozov osserva che in precedenti scritti, comunque critici, era completametne assente la parola capitalismo mentre “la proprietà privata, la classe, la proprietà dei mezzi di produzione – la materia dei precedenti conflitti legati al lavoro – erano per lo più esclusi dal suo quadro”. Nel percorso di Shoshana Zuboff ha influito molto, ed è essenziale per comprenderne l’approccio, il suo professore di Harvard Alfred Chandler, “bardo del capitalismo manageriale”, il quale aveva affermato che la mano invisibile di Adam Smith era stata sostituita dalla mano visibile dei manager. Chandler era stato uno studente di Talcott Parsons, padre del funzionalismo, e la storia aziendale che insegnava assomiglia più ad una sociologia funzionalista sotto mentite spoglie “ed è di tipo piuttosto volgare”, chiosa Morozov. Attraverso l’approccio chandleriano scompaiono le relazioni di potere, e la Zuboff adotta lo stesso sistema: elabora un metodo analitico portando gli esempi a conferma piuttosto che mettere a confronto diversi modelli per verificare quale possa risultare migliore. L’autrice si appoggia poi a Schumpeter, altro mentore di Chandler, nel mettere il consumatore al centro del cambiamento storico. All’interno del quadro chandleriano si configurano tre regimi rappresentati da imprese che ne sintetizzano i valori: la General Motors e la Ford e il capitalismo manageriale così come descritto da Chandler; Google e Facebook e il capitalismo della sorveglianza descritto nel suo dispiegarsi da Zuboff; Apple e Amazon (prima di Alexa, specifica) e il capitalismo della promozione dei diritti così come vagheggiato dalla stessa Zuboff.

Un grosso problema delle spiegazioni funzionaliste è che non ammettono l’esistenza di narrazioni alternative. Ad esempio nel corso del libro non c’è alcun riferimento ai concetti di capitalismo delle piattaforme o cognitivo, o neanche biocapitalismo, categorie che permetterebbero di approfondire diverse sfaccettature e allargare lo sguardo dell’analisi.

La struttura Chandleriana, nonostante tutte le sue intuizioni analitiche, è cronicamente cieca alle relazioni di potere, il risultato della sua innata mancanza di curiosità verso le spiegazioni non funzionaliste.

Morozov si lancia poi in un parallelo a prima vista “straniante” tra Shoshana Zuboff e Toni Negri, e più ampiamente il marxismo autonomo italiano. Questi ultimi avevano visto l’IT come forza potenzialmente liberatrice, considerano l’estrazione di valore della fabbrica sociale mentre i capitalisti diventano solo percettori di rendita e la moltitudine si emancipa, e da qui discende la richiesta di un reddito di base universale. È evidente che i percorsi non sono sovrapponibili ma il presupposto della teoria degli autonomi “era un’ipotesi funzionalista”: la capacità del lavoro di essere sempre un passo avanti al capitale. Per chiudere il discorso sugli autonomi italiani, la premessa chiave della loro teoria, dice Morozov, “che il capitale stava diventando esterno al lavoro, consentendo ai lavoratori cognitivi abilitati, ora sparsi attraverso la fabbrica sociale, di autovalorizzarsi, sembra sempre più discutibile”. Resta comunque una differenza fondamentale: mentre il concetto di moltitudine “per quanto ambiguo e fuorviante”, rievoca un soggetto collettivo, per la Zuboff c’è solo il singolo consumatore sovrano.

A metà del testo Morozov si riferisce al proprio preludio “piuttosto lungo di 8 capitoli” e dichiara “questa recensione aspira a competere con il libro nella prolissità”, prima di analizzare nel dettaglio il quadro teorico de Il capitalismo della sorveglianza. Nel libro invece di chiedersi il perché Amazon, Apple e Google siano a caccia di surplus comportamentale, la caccia di surplus comportamentale diventa la causa; una teoria più semplice, afferma, sarebbe la seguente: “le aziende tecnologiche, come tutte le aziende, sono guidate dalla necessità di assicurare una redditività  a lungo termine”. E quindi:

 In effetti, il regime è solo uno – il capitalismo – e usarlo come una categoria analitica aiuta a rimediare a numerose carenze nei confronti del capitalismo manageriale e del capitalismo della sorveglianza.

La centralità della categoria del consumo inficia tutta l’analisi: nel momento in cui non c’è consumo non esiste capitalismo della sorveglianza, così come senza lavoro non c’è capitalismo per Marx: “Pertanto, un hedge fund che impiega satelliti per rilevare il movimento di veicoli vicino a supermercati o magazzini – una pratica comune per misurare il livello dell’attività commerciale di una sede – si trova al di fuori del capitalismo della sorveglianza, rigorosamente interpretato”. A quanto pare per la Zuboff la vera preoccupazione non è la sorveglianza ma la manipolazione del comportamento che ne consegue.

Un’altra critica di Morozov riguarda l’utilizzo improprio dei concetti di ‘spoliazione’ e ‘accumulazione primitiva’ impiegati ignorando la mercificazione: in genere la Zuboff definisce coi primi situazioni che andrebbero definite con quest’ultima espressione. Una delle principali conseguenze denunciate da Morozov è quindi presto spiegata:

Il concetto di capitalismo della sorveglianza sposta il luogo dell’inchiesta e le lotte che informa, dalla giustizia dei rapporti di produzione e distribuzione all’interno della fabbrica sociale digitalizzata all’etica dello scambio tra le aziende e i loro utenti. Per rendere il surplus comportamentale degli utenti (…) così cruciale per la teoria occorre concludere che l’estrazione del surplus da tutte le altre parti non ha importanza, o forse non esiste.

Questo comporta un “passo indietro nella nostra comprensione della dinamica dell’economia digitale” però non tutto è perduto: “anche quadri analitici errati possono produrre effetti sociali benefici”. Che si definisca tale o meno, il capitalismo della sorveglianza ha effetti concreti nel nostro presente e ne siamo tutti in qualche modo investiti, mentre la liberazione invocata anche dagli autonomi. oltre che dai tecnoentusiasti della prima ora, non ha affatto avuto luogo: “Steve Jobs ci ha promesso i computer come ‘biciclette per la mente’; ciò che abbiamo ottenuto sono invece le catene di montaggio per lo spirito”.

Il meccanismo suggerito da Morozov, per cui si può accettare l’utilità politica mentre si respinge la validità analitica del testo è delicato e pericoloso, ma sicuramente ha senso, dato il successo che ha investito il libro e la concreta possibilità che questo aiuti ad aumentare la nostra consapevolezza digitale: “rivisto come un avvertimento contro il sistema dei dati della sorveglianza, il libro regge abbastanza bene”. Dopo aver letto la lunga recensione di Morozov ho riflettuto sulle fallacie di un testo che mi ha in qualche modo travolta e che ritengo fondamentale oggi. Nonostante sia evidentemente flawed, e ringrazio Evgeny Morozov per aver spiegato in maniera accurata il frame teorico in cui si situa, Il capitalismo della sorveglianza, con i dovuti accorgimenti, resta un libro imprescindibile per il nostro presente.

 

 

 

 

Su di noi, sul nostro sconforto

Ho aspettato qualche giorno, per lasciare decantare la rabbia e la foga del momento, essere più lucida. Invero, la rabbia è ancora tutta qua, ma spero di riuscire ad esprimermi più ragionevolmente.

Un paese disperato perché rinchiuso in casa per una pandemia, che dopotutto quelli che si sono lamentati di più, o che comunque hanno avuto e hanno voce per farlo, sono quelli che stanno meglio (o meno peggio). Perché i senzatetto, i migranti, i carcerati, chi viveva ai margini da prima, gli ultimi insomma, si trovavano già in una condizione peggiore, che si è potuta solo ulteriormente aggravare. Ma a chi importa?

Tutti impazziti perché rimasti in casa, con alcune comodità che si danno per scontate, i più insieme alle proprie famiglie, almeno in senso stretto. Non si vuole sminuire il disagio, ecco, è dura, è stata dura per tutti, vero?

Pensate se invece vi trovavate rinchiusi in una stanza, non a casa vostra, in un paese straniero, circondati da sconosciuti armati, che vi facevano spostare a piedi, costringendovi a camminare per ore, lunghissime ore, e tutto questo per 18 mesi. Unica compagnia un libro.

Davvero dall’alto della nostra privilegiata quarantena possiamo giudicare con tanta leggerezza il vissuto di una ragazza? Come si può ridurre la complessità in questo modo? Si chiede e mi chiede la cara L.

Questa storia non riguarda Silvia, o forse dovremmo dire Aisha, ma noi: il buco nero dal quale tutto giudichiamo e nulla facciamo. Abbiamo davvero grossi problemi con noi stessi, con la realtà, con la comprensione del mondo.

In fondo sono anche fortunata io. Fuori dalla bolla di Facebook ho solo intravisto, sfiorato il disagio che ci appartiene, perché sempre qualcuno vicino ha da dire a sproposito e ci vuole volontà ferrea per non controbattere e rispondere anche male. Sono anche fortunata perché posso avere qualche salutare boccata d’ossigeno leggendo le sagge parole di Loredana Lipperini, sul suo sempre necessario blog, che riescono ad allargare lo sguardo e aprono anche il cuore. Parole che il giorno dopo si fanno nette e chiare nel contestare il “femminismo bianco, vecchio, borghese, conservatore, indifferente alle mutazioni (e spesso anche alle differenze di classe, come si diceva un tempo) che espelle la complessità di pensieri e di pratiche”.

Sono fortunata perché nella mia cerchia prevale lo scoramento, lo sgomento di assistere a certe sparate da parte di persone che si conoscono come “normali”, empatiche, che hanno famiglia, che normalmente sanno immedesimarsi nelle condizioni degli altri. Come dice Loredana Lipperini non si tratta degli odiatori, quelli purtroppo si danno per scontati, è ben più allarmante la cattiveria delle persone comuni. R. si chiede dove sta la colpa, e sinceramente brancolo nel buio. Qualcuno credeva che con la pandemia saremmo migliorati, ma è puro wishful thinking. Dovremmo essere più coscienti e consapevoli di fronte alle tragedie, ma non è così. Del resto, se ancora il governatore della Lombardia può dire che la sua regione ha reagito meglio delle altre, effettivamente un problema lo abbiamo. E non penso sia sufficiente come spiegazione il fatto che sparando alto ci spiazzano al punto da renderci impotenti. Non penso però neanche che siamo di colpo peggiorati, come affermano le conclusioni di un pur condivisibile articolo apparso su Internazionale dal significativo titolo “Avremmo dovuto fermarci sulla soglia di quell’abbraccio“.

Il concetto di soglia è interessante, mi aiuta a riflettere sul fatto che quest’era social, che tutto sommato ci allontana invece di avvicinarci, ci fa dimenticare ogni limite, ci spinge ad interessarci dell’intimità degli altri con una spudoratezza senza precedenti. La morbosità con cui si cerca di frugare nelle vite degli altri, per giudicarle ovvio, mi ha sempre inquietata. Dalla canea che emerge in tante situazioni cerco sempre di scappare, e non avrei voluto scrivere neanche queste righe; se non ne avessi sentito davvero l’urgenza, se quella bolgia infernale non fosse scoppiata, saremmo state persone migliori.

Realismo capitalista

realismocapitalista

Tra l’1 e il 2 novembre 2018 lessi Realismo capitalista e ricordo che mi colpì molto. Non sono molti i libri che ho voluto rileggere, ma sicuramente questo rientra tra i pochi fortunati. Curiosamente, dopo che pochi giorni fa ho sentito l’esigenza di rileggerlo ho visto nella timeline di twitter un articolo del bibliopatologo di Internazionale su Dove vanno a finire i libri che abbiamo letto? del quale condivido le conclusioni: “Non si può leggere due volte lo stesso libro, non più di quanto si possa immergersi due volte nello stesso fiume. Lo specchietto a conchiglia in cui ti guardasti ragazzina è uguale oggi a com’era allora, ma ogni volta che tornerai ad aprirlo rifletterà un’immagine diversa”. Ed effettivamente ho riletto il testo di Mark Fisher con uguale voracità eppure ne ho colto spunti nuovi e diversi. Ricordo che all’epoca mi lasciò una strana sensazione di ottimismo, poco spiegabile considerato lo smarrimento politico in cui mi trovavo, praticamente da sempre. Ad oggi quello stesso spirito positivo è forse meno entusiastico e più razionale, oserei dire reale.

A questo proposito, cos’è il realismo capitalista? Nella definizione dell’autore “la sensazione diffusa che non solo il capitalismo sia l’unico sistema politico ed economico oggi percorribile, ma che sia impossibile anche solo immaginarne un’alternativa coerente”. E ancora: “Per come lo concepisco, il realismo capitalista non può restare confinato alle arti o ai meccanismi semipropagandistici della pubblicità. È più un’atmosfera che pervade e condiziona non solo la produzione culturale ma anche il modo in cui vengono regolati il lavoro e l’educazione, e che agisce come una specie di barriera invisibile che limita tanto il pensiero quanto l’azione”. L’espressione realismo capitalista ed il suo senso aiutano a spiegare l’impotenza e l’assenza di qualsiasi opposizione al capitalismo durata decenni. Non finisce qui perché attraverso tutto il testo Fisher descrive il capitalismo con la giusta crudezza: “ogni attività è talmente concentrata sulla produzione del profitto da non essere nemmeno più in grado di venderti niente”; con onestà, parlando dei call center come emblema del capitalismo “È nell’esperienza di un sistema tanto impersonale, indifferente, astratto, frammentario e senza centro, che più ci avviciniamo a guardare negli occhi tutta la stupidità artificiale del Capitale”; con lucidità “Il genio supremo di Kafka sta nell’aver esplorato quella specie di ateologia negativa propria del Capitale: il centro non c’è, ma non possiamo smettere di cercarlo né di ipotizzarlo. Non è che però non ci sia proprio niente: è che quello che c’è non è in grado di esercitare le proprie responsabilità”; e ancora “non è che aziende e compagnie siano gli agenti occulti che tutto manovrano; sono esse stesse espressioni e prodotto della massima causa che un soggetto non è: il Capitale”. Queste ultime due citazioni mi riportano ad un tema ultimamente spesso discusso, in particolare con coloro che sostengono come l’attuale pandemia danneggiando alcuni capitalisti dimostri in qualche imprecisato modo l’impotenza del Capitale in sé, o che comunque il capitalismo non riesca a guadagnare dall’attuale impasse. Questi ragionamenti sono fallaci nella misura in cui vedono il capitalismo come un blocco a se stante, una sorta di Moloch che agisce come un corpo unico per il proprio interesse, mentre la storia del capitalismo si erge davanti a noi a dimostrazione del contrario: un sistema fondamentalmente anarchico in cui soprattutto nei momenti di crisi ci sono vincitori e perdenti anche tra i capitalisti, ed è quello che avviene anche in questa fase dove alcuni colossi effettivamente stanno guadagnando dalla messa in “quarantena” delle nostre vite, vedi Amazon, ma non solo, anche la GDO ad esempio, mentre altri piccoli o grandi attori arrancano e molti ne usciranno sconfitti. Lo stesso è accaduto nelle precedenti crisi, ultima quella del 2008, e così andando a ritroso, confermando quello che già Marx aveva intuito con la sua risaputa lungimiranza quando scriveva ne Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte: “(…) per il volgare egoismo per cui il borghese ordinario è sempre disposto a sacrificare l’interesse generale della sua classe a questo o a quel motivo privato”.

Tornando a Realismo capitalista, il secondo capitolo si intitola “Che succederebbe se organizzassi una protesta e venissero tutti?” e tratta ancora del capitale e in particolare della sua incredibile capacità di sussumere tutto, pure ciò che nominalmente gli si oppone, per metterlo a profitto.

Dopo tutto, come Žižek ha provocatoriamente fatto notare, l’anticapitalismo è ampiamente diffuso tra le pieghe del capitalismo stesso: quante volte nei film di Hollywood il cattivo di turno altri non è che qualche cattivissima corporation? È un anticapitalismo gestuale che, anziché indebolire il realismo capitalista, finisce per rinforzarlo.

Di seguito Fisher fa l’esempio del film Wall-E e afferma “il film inscena il nostro anticapitalismo per noi stessi, dandoci al contempo la possibilità di continuare a consumare impunemente”. Un po’ come dire che il capitalismo sta su grazie a noi più che nonostante noi: “Quello che dobbiamo tenere a mente, è sia che il capitalismo è una struttura impersonale e iperastratta, sia che questa struttura non esisterebbe senza la nostra cooperazione”.

Un aspetto che rende particolarmente scorrevole e piacevole da leggere il testo è secondo me il sapiente uso di una serie di citazioni, soprattutto cinematografiche, televisive e di testi scritti, di cui vorrei elencare in maniera forse non esaustiva, film e libri per darne un’idea:

elenco fisher

Vorrei fare anche un accenno all’argomento internet. Fisher cita un’intervista al documentarista Curtis che attacca i nuovi media perché creano reti interpassive e bolle in cui ci si ritrova tra individui simili in cui si ripete il bias di conferma, creando ed alimentando continuamente circuiti chiusi. Nel riconoscere la sensatezza di tale analisi Fisher risponde però distinguendo: “un fenomeno come i blog è stato ad esempio capace di generare un discorso nuovo e articolato in una rete che non ha corrispettivi nel campo sociale esterno al cyberspazio. Nel momento in cui i vecchi media vengono sempre più assorbita dalla logica delle public relations e in cui al saggio critico si preferisce la relazione sui consumi, alcune aree del cyberspazio hanno offerto una resistenza a quella compressione critica che altrove è diventata dominante”. Le osservazioni di Fisher si riferiscono ad un periodo che potremmo considerare d’oro per i blog, e Fisher stesso dal 2003 curò un blog, K-punk, che divenne un punto di riferimento di una certa area. Ad oggi i blog hanno avuto sicuramente un arretramento con l’esplosione dei nuovi social media e della loro pervasività. C’è però la speranza e da alcune parti la voglia di restituire centralità ai blog perché il loro potenziale non è affatto esaurito. Come dicevano i Wu Ming in un bellissimo post a fine 2019 annunciando l’abbandono di Twitter:

A chi per ora non se la sente di chiudere gli account sui social commerciali, chiediamo di dare comunque una mano a riattivare voci e canali indipendenti, macchine di comunicazione non gamificate. Chi ha un blog e in questi anni lo ha negletto, torni a scriverci sopra e a promuoverlo, lo rivitalizzi e ne faccia l’epicentro della sua comunicazione quando ha qualcosa da dire. I social, soltanto come rimbalzo. Per le situazioni militanti, come scritto nella prima puntata, questa è una necessità vitale, ma in fondo lo è anche per il singolo individuo. Non è più tempo di essere ex-blogger.

Uno dei temi che attraversa il testo ed è chiaramente presente per la conoscenza che ne ha l’autore è quello della salute mentale: “il realismo capitalista insiste a trattare la salute mentale come se fosse un fatto naturale alla stregua del clima”. Sempre più relegato a problema individuale, è evidente che andrebbe socializzato, poiché le cause sistemiche dell’aumento dei disturbi e delle malattie mentali appaiono in realtà lampanti. Per questo “ripoliticizzare la malattia mentale è un compito urgente per qualsiasi sinistra che voglia lanciare una sfida al realismo capitalista”. Nell’ultimo capitolo del libro Fisher dichiara:

Dobbiamo prendere i problemi di salute mentale oggi così diffusi e convertirli da una condizione di medicalizzazione a un antagonismo reale; i disordini affettivi sono forme di scontento acquisito, e questa disaffezione può e deve essere indirizzata altrove, verso fuori, verso la sua vera causa: il Capitale.

L’estrema individualizzazione che tende a colpevolizzare i singoli si ripete in altri ambiti, come ad esempio quello del cambiamento climatico, e a proposito della citazione che sopra si riferisce anche al clima, in un inciso Fisher afferma che neanche quello è un fatto naturale quanto un effetto politico-economico. Più avanti afferma: “La causa della catastrofe ecologica è una struttura impersonale che, nonostante sia capace di produrre effetti di tutti i tipi, non è un soggetto capace di esercitare responsabilità. Il soggetto che servirebbe – un soggetto collettivo – non esiste: ma la crisi ambientale, così come tutte le altre crisi globali che stiamo affrontando, richiede che venga costruito. E però l’appello all’intervento etico immediato (…) rinvia continuamente l’emergere di un tale soggetto”.

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I figli degli uomini (2006)

Come sempre la situazione contingente interagisce con la lettura, spingendomi a sottolineare passaggi come il seguente: “La cosiddetta guerra al terrore ci ha già preparato a simili sviluppi; la normalizzazione della crisi ha prodotto una situazione nella quale la fine delle misure d’emergenza è diventata un’eventualità semplicemente impensabile: quand’è che la guerra potrà davvero dirsi conclusa?” Suona terribilmente attuale vero? E non è il primo autore in cui risuona il paragone con la guerra al terrore iniziata dopo l’11 settembre, altri ancora viventi l’hanno potuto cogliere esplicitamente. Parlando del film I figli degli uomini, “(…) lo spazio pubblico è abbandonato, popolato da null’altro che immondizia e animali in libertà (una scena particolarmente suggestiva è ambientata in una scuola ormai a pezzi dentro la quale troviamo una renna che corre). I neoliberali, ovvero i reali capitalisti per eccellenza, hanno più volte celebrato la distruzione dello spazio pubblico: ma contrariamente alle loro aspirazioni ufficiali, (…) non assistiamo a nessun arretramento dello Stato, quanto semmai un ritorno dello Stato alle sue originarie funzioni di stampo militare e poliziesco”. Se non sembra scritto oggi, potrebbe benissimo essere scritto in un domani non troppo remoto, e terribilmente plausibile.

E per quanto riguarda il neoliberismo o neoliberalismo, Fisher non si lasciata affatto ingannare dalla definizione che potrebbe sfociare nel considerare questo cattivo e il capitalismo in sé buono, e mette le cose nella giusta prospettiva:

dopo il salvataggio delle banche, il neoliberismo si è ritrovato – in ogni senso possibile – screditato. Questo non vuol dire che il neoliberismo sia da un giorno all’altro scomparso: al contrario, i suoi presupposti continuano a dominare la politica economica; ma non lo fanno più come ingrediente di un progetto ideologico mosso dalla fiducia per le proprie prospettive future, quando come una specie di ripiego inerziale, di morto che cammina. Quello che oggi appare chiaro è che se il neoliberismo non poteva che essere realista capitalista, il realismo capitalista non ha invece alcun bisogno di essere neoliberale. Anzi: ai fini della propria salvaguardia il capitalismo potrebbe benissimo riconvertirsi al vecchio modello socialdemocratico, oppure a un autoritarismo in stile I figli degli uomini. Senza un’alternativa coerente e credibile al capitalismo, il realismo capitalista continuerà a dominare l’incoscio politico-economico.

La (ri)lettura di Realismo capitalista mi ha motivata a ricercare gli altri testi di Mark Fisher che sono in via di pubblicazione anche in lingua italiana, e mi lascia con il dubbio di cosa scriverebbe Fisher dell’attuale sconvolgente situazione se non ci avesse lasciato, forse sarebbe ancora più speranzoso grazie a e nonostante la pandemia. Restano comunque importanti alcuni dei passaggi dell’ultimo capitolo, tradotto in italiano “super-tata marxista”, con i quali vorrei avvicinarmi alla fine di questo post.

Contro l’allergia postmoderna alle grandi narrazioni dobbiamo riaffermare che, anziché trattarsi di problemi contingenti e isolati, sono tutti effetti di un’unica causa sistemica: il Capitale. Dobbiamo insomma cominciare, come se fosse la prima volta, a sviluppare strategie contro un Capitale che si presenta ontologicamente (oltre che geograficamente) ubiquo.

E infine

Anche se è chiaro che la crisi non porterà da sola a nessuna fine del capitalismo, ha avuto comunque l’effetto di sciogliere in parte una certa paralisi mentale. Siamo adesso in un panorama politico disseminato di quelli che Alex Williams ha chiamato “detriti ideologici”; è un nuovo anno zero, e c’è spazio perché emerga un nuovo anticapitalismo non più costretto dai vecchi linguaggi e dalle vecchie tradizioni.

La paralisi mentale di cui parla qui Fisher ha sicuramente subìto un’altra scossa imponente dall’attuale pandemia. Non è mai stato chiaro come oggi alle diverse generazioni che ora si affacciano nel XXI secolo quanto il capitalismo sia un vicolo cieco per sicurezza non solo economica e sociale ma anche per la salute collettiva. Da questi punti fermi, tocca costruire l’alternativa.

Lifecake and Backthen to reality

Per chi non lo sapesse, ho un bambino che tra poco compie tre anni. Nelle mille offerte e omaggi che invogliano le quasi mamme e le neomamme a provare prodotti di cui poi non potranno fare a meno ricevetti un buono col quale poter stampare un tot di foto omaggio collegati con una app in cui caricare le foto e condividerle in tutta sicurezza, o quanto meno privatamente, solo con i cari tramite invito email. Una buona idea, pensai. E scaricai l’app. Scelsi poi le foto e me le spedirono a casa; io continuai ad usare l’app perché sì, era comoda. Non ho mai voluto condividere le foto sui social, men che meno su Facebook finché c’ero dentro, e l’app mi risparmiava di inviare singolarmente e privatamente le foto ad ognuno dei tanti “affetti stabili”: li caricavo lì ed erano immediatamente visibili solo ai contatti invitati. Il servizio, Lifecake, che era una startup acquistata da Canon nel 2015, è gratuito fino a 10 giga. Tutto bene no? In realtà ultimamente volevo verificare se l’app fosse davvero sicura, visto che ho iniziato un percorso di attenzione alla sicurezza digitale, disintossicazione social e sto cercando di avviare il degoogling anche se questo è un processo complesso e per cui ci vorrà parecchio tempo. Proprio per mancanza di tempo rinviavo la messa in questione di Lifecake, finché ci ha pensato l’app stessa: con una comunicazione senza grande preavviso, alcuni giorni fa annuncia che chiuderà il 30 giugno. Già dall’1 maggio è impossibile caricare nuove foto. Nell’app stessa però ti comunicano che gli stessi costruttori hanno fatto un’altra app in cui si possono riversare tutti i file, già operativa su mobile ma non sul web, mentre scaricare per sé tutto sarà reso possibile in breve tempo.

Storcendo il naso per questo cambiamento improvviso, provo a scaricare l’app per vedere un po’, leggo i termini di servizio e le regole della privacy, dopo di che decido di provare l’importazione in questa nuova app, BackThen, che tra l’altro ha la stessa grafica di Lifecake, cambiano solo i colori, ma mi fermano subito. Supero il limite dei Giga consentiti dal piano gratuito, ne ho 6,6 mentre solo 1G è gratuito nella nuova app. Per principio decido di soprassedere e cercare alternative, apro Mastodon raccontando la cosa nella speranza che qualche utente mi dia una dritta per un’alternativa realmente valida, apro twitter e cercando lifecake vedo una marea di tweet indignati per il fatto di aver scelto di chiudere l’app proprio in questo frangente. Sapete com’è, durante la pandemia quasi tutti i cari non conviventi non si possono vedere e un servizio come quello fornito da Lifecake assomiglia terribilmente a qualcosa di essenziale e non sostituibile. Molta gente aveva piani a pagamento, che comunque gli saranno rimborsati per il periodo non fruito e si lamenta dell’aumento delle tariffe. Il CEO si giustifica dicendo che l’app è autofinanziata e quindi deve stare in piedi sulle sue gambe e potrebbe anche starci come ragionamento. Alla fine ogni utente del servizio farà la propria scelta, io proseguendo il mio percorso di consapevolezza digitale cercherò un’alternativa che abbia determinati standard, già che ci sono.

lifecake

Quello che però mi fa riflettere e dovrebbe essere il punto principale nel raccontare questa storia è quanto delle nostre vite sia in mano a società terze, che all’interno del capitalismo della sorveglianza possono decidere dall’oggi al domani di cambiare le regole, cedere quel che di nostro hanno o semplicemente chiudere. Per giunta, Canon ha acquistato Lifecake quand’era una startup, l’ha masticata succhiandone i profitti e non l’ha neanche buttata via quando ha deciso che non era più profittevole, l’ha proprio uccisa. Riecheggiando Marx, noi abbiamo formalmente la scelta di decidere di quale app servirci, ma in realtà non siamo liberi di uscire da questo sistema che è ovunque uguale, un’app vale l’altra fintanto che all’interno del capitalismo tutte queste società hanno come unico obiettivo i profitti e noi siamo solo carne e dati da sfruttare per i loro interessi:

dimenticatevi il cliché secondo il quale “se qualcosa è gratis, il prodotto sei tu”: noi non siamo il prodotto, siamo le carcasse abbandonate. Il prodotto deriva dal surplus strappato alle nostre vite. (S. Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza)

All’obiezione che si può porre, che la tecnologia funziona intrinsecamente in questo modo, si può rispondere con un’altra citazione della Zuboff messa nel già citato post sul capitalismo della sorveglianza:

il digitale può assumere molte forme, a seconda delle logiche sociali ed economiche che lo animano. È il capitalismo che impone un prezzo fatto di sottomissione e impotenza, non la tecnologia. È vitale ricordare che il capitalismo della sorveglianza è una logica in azione, non una tecnologia, perché i capitalisti vogliono farti credere che le loro pratiche siano insite nelle tecnologie che utilizzano. (…) Le tecnologie sono sempre dei mezzi al servizio dell’economia, e non dei fini: nell’epoca moderna, il Dna della tecnologia è segnato in partenza da quello che il sociologo Max Weber chiama “orientamento economico”.

Quello che occorre fare è resistere al realismo capitalista, nelle parole di Mark Fisher “la sensazione diffusa che non solo il capitalismo sia l’unico sistema politico ed economico oggi percorribile, ma che sia impossibile anche solo immaginarne un’alternativa coerente”. Per fortuna, anzi per inevitabili e contingenti ragioni storiche, sociali ed economiche, questa narrazione scricchiola ogni giorno di più e la consapevolezza cresce e si diffonde, come un contagio, e viene denunciato che il capitalismo è il vero virus.