Sulla seconda ondata, su di noi

Another day, another post-traumatic order
Brainwashed and feeling fine
I bit off more than I could chew when I looked closer
So I stabbed a fork in my eye

Think I’m losing my fucking mind
Don’t know where to turn, now I’m blind

NapoliDa qualche parte a metà tra chi diceva “è solo un’influenza” e chi “moriremo tutti” c’era chi cercava senza troppo sensazionalismo di tenere i piedi ben saldi a terra, per quanto ciò possa essere difficile in un frangente simile, che nessuno di noi pensava davvero di poter vivere. Il rischio era ed è comunque quello di essere accusati di “negazionismo”, quando semplicemente si chiede di usare il raziocinio e soprattutto capire che ci si deve adattare ad una “normalità” completamente nuova, e che è qui per restare. Si è tentato di esorcizzarlo  durante un’estate apparentemente spensierata, che ha dato un po’ di tregua, e respiro, alle nostre ansie, lo si fa ancora ostentando il sempre imminente arrivo di un vaccino che anche nella migliore delle ipotesi non risolverà magicamente la questione in tempi ragionevolmente brevi. Ne parlavo già a fine giugno, quando si andava estendendo la fase di generale rilassamento. Ora è chiaro, si spera: non è passato e non è vero che non sta succedendo nulla. Si ripercuotono conseguenze ai livelli più disparati e non è semplice per nessuno restare sereni. Quotidianamente facciamo i conti con la paura, se siamo in giro per lavoro, se usiamo i mezzi pubblici, quando torniamo a casa come se fosse la routine di sempre e neanche togliamo la mascherina perché ormai sembra essere un complemento indispensabile. [Di contro sento ancora qualche sparuta lamentela di chi dice di non sopportarla, di non riuscire a tenerla, ed evidentemente non l’ha mai tenuta neanche per una frazione del tempo in cui la maggior parte di noi ormai la tiene da mesi]. Io per prima a volte faccio per indossarla quando “non serve” perché senza mi pare manchi qualcosa. Nel post sopra citato riprendo più volte le parole e i pensieri di Loredana Lipperini, che è rimasta una delle poche bussole di questo presente complicato, e continua ad esserlo quotidianamente. Tornano in sella dopo un silenzio meditato, forse necessario, anche i Wu Ming. Loro hanno supplito a lungo a grandi carenze nel dibattito pubblico a sinistra nei momenti più difficili della prima ondata, fino ad arrivare a sbattere. Il loro lavoro è altro del resto, anche se come narratori sanno essere una componente importante del quadro:

Va bene tutto. Perché tutto viene fatto per il più nobile dei fini, al motto «per contenere il virus dobbiamo cedere quote di libertà» (M. Giannini). Quali libertà? Le libertà di chi? In base a quali evidenze scientifiche o almeno empiriche e a quali ragioni logiche?

Sì, perché forse potremmo davvero farcene una ragione se almeno fosse chiaro che serve a qualcosa. Se per salvarci dobbiamo mascherarci (fatto), svuotare le piazze (fatto), introdurre protocolli di comportamento per i luoghi frequentati da molte persone (fatto)… be’, eccoci qua. Gli ammalati però, a quanto pare, continuano ad aumentare. E nel discorso dominante continua a essere colpa nostra, degli italiani «indisciplinati» e «furbetti», che si accaniscono ad avere una vita sociale, a dover andare al lavoro o a scuola con i mezzi pubblici, a volersi tenere in forma fisica anziché arrendersi alla cattiva salute.

È lo stesso copione che abbiamo sentito recitare da febbraio a maggio. Come allora, è un copione non solo classista e fuorviante, ma anche farsesco e tragico allo stesso tempo, perché se dopo sette mesi il sistema sanitario è di nuovo a rischio collasso significa che il provvedimento più efficace nel tempo intercorso è stato quello della rotazione inclinata dell’asse terrestre, cioè l’estate. Adesso che torna il freddo, servono diversivi. Bisogna nuovamente dire che siamo noi a non essere abbastanza «virtuosi», per spostare l’attenzione dall’incapacità gestionale di questi mesi e dai risultati catastrofici delle politiche sanitarie degli ultimi decenni, ormai sempre più manifesti.

Se si aggiunge che la comunità che ruota intorno a Giap svolge un ruolo di analisi e approfondimento veramente notevole, non resta che consigliare anche la lettura dei commenti al post, alcuni dei quali sono stati anche espunti per essere sistematizzati ed evidenziati in un successivo post.
Ed eccoci alla seconda ondata quindi. Siamo a fine ottobre e ricomincia l’ansia da Dpcm, da conferenze stampa annunciate e sempre ritardate. E perché mai poi non firmano i testi nei normali orari d’ufficio, dando l’illusione di lavorare in maniera convulsa e ininterrotta per “salvarci” da pericoli imminenti, tipo quello delle palestre che rispettano i protocolli? (O peggio “per salvare il Natale” in una riedizione dei classici film del periodo di cui possiamo francamente fare a meno). E ancora non siamo tornati alle autocertificazioni, vero incubo kafkiano, mentre ci “raccomandano fortemente”, con la stessa valenza legale di queste righe scritte tra sfogo e disperazione, di limitare le uscite a motivi di necessità, salute, lavoro, soprattutto lavoro. Per il profitto, sempre.

Obey, we hope you have a lovely day
Obey, you don’t want us to come out and play away now, now
There’s nothing to see here, it’s under control
We’re only gambling with your soul
Obey, whatever you do
Just don’t wake up and smell the corruption

Mentre la situazione peggiora, e questa volta non in maniera territorialmente circoscritta, riparte il teatrino della colpevolizzazione individuale, assurda specialmente nel paese della retorica contro le caste, come dicono ancora i Wu Ming. E nessuno vede che hanno perso mesi dietro banchi con le ruote e bonus che sanno di elemosina? In realtà la narrazione scricchiola in maniera evidente. Lo si è visto a Napoli, anche se si cerca di derubricarlo alla voce “camorra” perché fa comodo, è rassicurante oltre che razzista, lo si inizia a vedere anche in altre città. E no, non mi dispiace per le vetrine di Gucci come non mi dispiaceva per le fioriere anni fa (“un gesto politicamente inutile ma umanamente bello” dice il compagno Vanetti). Non sarà una mossa intelligente ma l’indignazione a difesa delle cose mentre si prospetta la fame per molti anche no. E torna utile il commento di Wu Ming 1, che altrove cita anche un interessante pamphlet uscito appena per manifestolibri che, finalmente, fa giustizia e sconfessa la linea governista e di unità nazionale che obiettivamente era illeggibile.

E questo è un governo che fa i tripli salti mortali pur di tutelare gli interessi dell’1%.

La polarizzazione di classe che sta creando quest’emergenza – non la pandemia, come si dice sempre, annacquando l’analisi: la gestione della pandemia – è vertiginosa, siamo dentro un impressionante acceleratore di proletarizzazione. Da una parte le multinazionali, Confindustria, il padronato grande e medio-grande e la classe politica che ne tutela gli interessi, dall’altra tutto il resto della società: ceto medio impoverito, working class, decine di milioni di persone.

Peccato che a sinistra questa cosa non sia stata minimamente compresa, e si sia dato dell’infame “riaperturista” al tizio che gestisce una piccola palestra, al tecnico del suono a partita IVA che senza concerti si è ridotto alla fame ecc. Questi sono proletari e neo-proletarizzati che un’odiosa retorica dipinge da mesi come cinici padroni, irresponsabili, “negazionisti”, stragisti ecc.

Gran parte del corpo sociale sta andando in rovina a causa della retorica diversiva del governo e dei media governisti, una retorica che, col più puro approccio neoliberista, scarica ogni colpa sul corpo sociale, previa sua atomizzazione in singoli individui. Le cose vanno bene? Merito del governo. Siamo al collasso? Colpa dell’individuo.

Ma la gauche-caviar e, purtroppo, parte di quella ex-“radicale” dicono che le rivolte sono solo roba di camorra, di ultrà, di fasci. Proprio non vogliono capire.

Perché non siamo tutti sulla stessa barca, proprio no. Perché qualcuno in questi mesi ha arricchito i propri patrimoni del 31% mentre si ipotizzano tagli agli stipendi statali andando completamente fuori fuoco su chi siano i privilegiati. Come dice il titolo dell’articolo appena linkato: o loro o noi.

You monsters are people
You fucking monsters are people

Obey, we’re gonna show you how to behave
Obey, it’s nicer when you can’t see the chains

(Obey, BMTH with YUNGBLUD)

Sull’irrealismo capitalista

Questo breve post solo per segnalare che nel nuovo numero di rizomatica è presente un mio piccolo contributo:

L’irrealismo capitalista dell’individuo senza società

di V. Siracusano Raffa
A guardare superficialmente l’evoluzione dei rapporti tra individuo e società si potrebbe pensare che l’individualismo potrebbe aver vinto su tutta la linea. Il sistema capitalistico infatti accentua proprio… continua qui.

La rivista è scaricabile in formato .epub e .pdf per una lettura agevole, è anche possibile leggere i singoli contributi pubblicati man mano sul blog. Buona lettura!

Branding the Nation. The Global Business of National Identity

Quando parliamo di identità nazionale spesso ci riferiamo a fenomeni come il nazionalismo, lo sciovinismo, aspetti deleteri comunque presenti anche agli albori del XXI secolo, dopo che si è a lungo sostenuto che gli stati nazionali fossero in crisi nell’epoca della globalizzazione. Si è detto che nel nuovo ordine mondiale gli stati nazionali devono necessariamente perdere di centralità, stante la nascita di nuovi equilibri regionali o comunque sovranazionali: penso all’Unione europea ma anche ad altre realtà di cooperazione ed avvicinamento a livello regionale e non solo. Eppure lo stato nazione è ancora tra noi, e con un ruolo di prim’ordine come è stato dai suoi albori, ovvero come tutore e sostenitore dell’ordine economico nascente.

As Caulhon reminds, the discourse of nations emerged in the context of the rapid expansion of the scale and scope of capitalist markets; national discourse replaced – or rather, enfolded – that of smaller localities in order to accomodate the geopolitical context of international exchange.

Coloro che auspicavano un’Europa federata o almeno più unita politicamente si sono scontrati con una realtà in cui i singoli stati europei restano gli attori chiave del processo – imperfetto, incompiuto – di costruzione europea, che anzi rischia l’arretramento proprio a causa della ricerca costante degli interessi egoistici da parte dei singoli stati. E i nazionalismi non sono affatto esauriti, come dimostra la vitalità di numerosi partiti nazionalisti presenti in tantissimi paesi, che con diverse sfumature pongono comunque come centrale la questione dell’identità nazionale. C’è un altro aspetto dell’identità nazionale, spesso ignorato o trascurato, che non riguarda semplicemente la promozione turistica e sociale di un territorio statale: la brandizzazione dell’identità nazionale come consapevole scelta, utilizzata scientificamente per riposizionare uno stato all’interno del contesto internazionale. Il bel libro di Melissa Aronczyk entra in questo “misterioso” mondo e con la cassetta degli attrezzi della buona sociologia ci illustra le strategie utilizzate, lo scopo dichiarato e il reale armamentario ideologico alla base della brandizzazione delle nazioni.

branding the nationBranding the Nation. The Global Business of National Identity spiega che il nation branding  è un fenomeno mondiale e un metodo transnazionale ma non solo: “has become a solution to perceived contemporary problems affecting the space of the nation-state: problems of economic development, democratic communication, and especially nation visibility and legitimacy amid the multiple global flows of late modernity”. Quello che è accaduto, ci spiega l’autrice, è che dopo la seconda guerra mondiale la cultura e il territorio nazionale sono state considerate entità commercializzabili e monetizzabili:

The primary argument in this book is that nation branding reveals how the social, political, and cultural discourse constitutive of the nation has been harnessed in new ways, with important consequences for both our concept of the nation and our ideals of national citizenship.

Ciò ha comportato inoltre lo slittamento delle decisioni su cosa sono legittimanente la cultura e l’identità nazionali: “not from national governments, not from historical or social legacies, and not from civic sources of leadership, but from branding and marketing experts”.

Ma cos’è il nation branding? Una prima definizione viene fornita già nel primo capitolo del libro: “can be provisionally defined as the result of the interpenetration of commercial and public sector interests to communicate national priorities among domestic and international populations for a variety of interrelated purposes”. Non solo, “it is a conscious strategy of capital (re)generation, combining public and private sector resources to generate fiscal advantage”. Serve anche a dare legittimità e autorità nel contesto diplomatico e inoltre ha una funzione “ricorsiva”: l’impatto internazionale si riflette, si spera, positivamente anche a livello interno, migliorando consenso, orgoglio nazionale e patriottismo. Campagne di nation branding di successo ovviamente non hanno particolari scrupoli, e così che per lanciare la Germania come Land of Ideas in occasione dei mondiali del 2006 si è usato il corpo di Claudia Schiffer in giro per le capitali mondiali senza alcuna remora per il sessimo con riferimenti allusivi che a me, dopo 14 anni, fanno ancora rabbrividire.

L’autrice è chiara nello spiegare la strumentalità dei principi di coesione e appartenenza: “national identity is acknowledged more in terms of its fitness for capital attraction”. Non c’è alcuna neutralità nell’applicazione “scientifica” dei metodi del marketing per brandizzare uno stato, l’unicità e la qualità degli stati che si affacciano nell’arena globale sono una facciata perché essi devono esattamente corrispondere al modello dominante: “their postcolonial potential does not embrace alternative modernities and modalities but rather a single, teleological model of late stage capitalist development”.

Molto interessante è l’aspetto della competitività, dal riferimento a Mills e alla personalità competitiva, fino alla storia del World Economic Forum, nato come European Management Forum nel 1971 in Svizzera e che ha esercitato una notevole influena discorsiva con i suoi report sulla competitività globale (GCRs). Il concetto di competitività è diventato così un “processo naturale evolutivo”. Dichiararlo come metodo, ci spiega Aronczyk, cancella storia, società e qualsiasi possibilità alternativa. Le attività del WEF non sono semplicemente informative, ma performative “constituting the competitiveness they aim to measure”. Si tratta ancora una volta di rendere quantificabile la cultura, porla come questione economica e secondo lo stesso principio per cui il successo o il fallimento dell’individuo è nelle sue stesse mani, così gli stati sono gli artefici dei loro risultati economici. Un’implicazione non di poco conto, perché così come il sistema economico pone dei paletti alle persone per cui devono rispettare determinati requisiti e aspettative, a maggior ragione gli stati sono strettamente interrelati tra loro e legati dall’organizzazione globale dell’ordine economico capitalistico.

L’autrice si pone inoltre la questione del bene pubblico in un sistema in cui agenzie private di branding e advertising acquisiscono un’autorità incontrastata. Il nation bra ding da un lato contribuisce a mantenere la legittimità degli stati nazionale all’interno del contesto globale, e contemporaneamente “the ideologies and practices by which nation branding operates alter the cultural context in which national identity is articulated and understood”. Il nation branding non è il nazionalismo, ma nereplica la retorica e anche la falliacia: “both perpetuate understandings of the nation as an integral, homogenous unit, with boundaries not easily permeated by alternative visions of either membership autonomy (…) But a public good that presumes the existence of a single public ignores the infinite pluralities, conflicts, and potentials for resistance that characterize the realities of public life”.

L’identità nazionale non è un monolite, è contingente e relazionale, riguarda un contesto, un “altro”, ed è costantemente mutevole. Il nation branding è inoltre una pratica nata nella culla del capitalismo, in Gran Bretagna, e rivela anche la tendenza storica imperialista tra i consulenti britannici di considerare i loro clienti più poveri di storia e bagaglio culturale: “That we now call this form of authority soft power instead of the methods of hard power that marked earlier forms of domination does not diminish its hegemonic intent”.

L’autrice prosegue poi con numerosi esempi di come il nation branding è stato applicato in giro per il mondo, con l’obiettivo di enunciare tre affermazioni generali:

  1. “the discourses and practices of nation branding are intended to reshape the nation in such a way that it adheres to and advances a particular vision of globalization”;
  2. raggiunge la sua efficacia attraverso tropi di lungo periodo sull’essere nazione, ad esempio in Polonia;
  3.  “has the power to eliminate alternative nattional imaginaries”.

In Polonia ad esempio si è utilizzato il metodo ormai noto della shock therapy, presentandolo come impolitico, “technology rather than philosophy. Presenting the reforms in this way allowed them to appear scientific, rather than hegemonic; and proven method that Poland could adopt to improve its situation in the immediate aftermath of 1989”.

Tutto il processo di transizione vissuto dai paesi dell’Est è stato costruito sul presupposto che il socialismo fosse ideologico, politico e sociale, mentre il capitalismo puramente economico. Un’altra caratteristica del nation branding riguarda invece da vicino la terminologia: “if for a century it was believed that nationalism formed the spirit of capitalism, nation branding appears to advocate that it is now capitalism that form the spirit of nationalism”. Dopo i casi di Canada e Polonia l’autrice si occupa di ben altri 9 paesi: Cile, Giamaica, Germania, Svezia, Estonia, Botswana, Uganda, Libia e Georgia e dall’analisi di questi paesi coglie alcuni princìpi generali: il nation branding è visto come progresso, l’identità nazionale è utile all’interno del sistema mondo e si enfatizza il discorso economico tralasciando le considerazioni politiche, come se non fossero coinvolte. Queste premesse derivano dalla storia stessa del marketing. Altre implicazioni del nation branding riguardano la depoliticizzazione dell’arte di governo, un processo che avviene anche su scala più generale, e rende il nazionalismo in qualche modo “popolare”.

Dopo la crisi del 2008 l’autrice ha proseguito la sua ricerca notando come gli annunci di morte del branding fossero esagerati. Continuando ad intervistare i consulenti ha trovato tre immaginari sociali dominanti:

  • la cosiddetta fantasy of recognition: la legittimazione delo spazio nazionale è correlata alle condizioni del capitale finanziario;
  • crisi economiche e fallimenti di mercato sono parte integrante dell’evoluzione economica e politica, non sono considerate deviazioni;
  • si attribuiscono qualità magiche al brand management.

The reliance on magical thinking within rationalized economic procedures is both “coercive” and “divinatory”: it purports to offer insight into the future and also structures the condition of that future.

The abstract form of the intangible brand is the ideal cultural form for the economic processes of neoliberalization. Deterritorialized, flexible, and dematieralized, the brand can encompass value in both the moral and the market sense.

Per quanto riguarda ancora la sistematicità delle crisi, si può citare anche un altro passo interessante:

Neoliberalization processes are “systemically uneven”: regulatory failure and market crisis are not exceptions to the general rule of neoliberal tendencies toward a market-oriented, commodified, liberalized, and globally integrated political-economic system, but are rather constitutive elements of the process. The effectivenes of neoliberalization lies not in its appearance of monolithic global discipline but in its uneven, experimental, and dysfunctional effects.

Il testo è molto interessante perché analizza le questioni dell’identità nazionale da una prospettiva inusuale eppure centrale al giorno d’oggi, dando interessanti spunti per osservare e capire meglio le risorgenze nazionalistiche del XXI secolo, e proprio in un momento in cui il processo di globalizzazione inizia a mostrare forti segnali di ripiegamento.

In the process of such deterritorialization, a new set of boundaries was erected – this time conceptual rather than material. These boundaries consisted of a series of binary oppositions – national to global, local beliefs to transnational expertise, and politics to economics – and these tended to be presented as either/or propositions.

Le posizioni dell’autrice sono in parte condivisibili, anche se non si dimostra molto consequenziale, perché dopo una anche a tratti spietata critica al sistema ripiega su posizioni riformiste concludendo che stato e mercato non devono essere opposti ma andrebbero conciliati per ottenere benefici collettivamente. Nelle conclusioni ci sono comunque alcuni spunti interessanti:

IF nation branding promotes “wealth” in finance-capital-intensive, attention-intensive, and knowledge or experience-intensive economies, this awareness must be accompanied by an understanding of what other forms of collective wealth may be lost in the process – noninstrumental forms of difference and mutual respect, for example. It occurs to me that the phenomenon of nation branding may well cease to exist – or at least, will not persist in its current incarnation – within a relative short time, undone by the growing skepticism of its methods and outcomes.

E alla fine si conferma che “the future of the nation is not in jeopardy”, confermando quanto molti osservatori attenti hanno già intuito, nonostante i ripetuti annunci della sua imminente morte.

Ieri, oggi e domani

Come spesso accade alle nostre latitudini, e intendo in Italia, la calma apparente che si avverte a livello sociale stride rispetto a situazioni potenzialmente esplosive. È successo negli anni successivi alla crisi del 2008, mentre montavano e si moltiplicavano proteste non solo nell’Europa continentale ma anche dall’altra parte del Mediterraneo, per non dire del movimento Occupy negli Stati Uniti, e la Grecia che eroica ha lottato prima di capitolare, abbandonata da tutti. Da noi ci sono state fugaci ondate che dimentichiamo facilmente. È facile dire che siamo un popolo di “pecoroni”, sull’onda emotiva dello scoramento è capitato anche a me in passato di sbottare e azzardare simili luoghi comuni. Ciò che manca in realtà è una direzione, una compiuta organizzazione, e questo impedisce ai pur giustificati momenti di avanzamento nelle lotte di ottenere risultati concreti, di passare a fasi successive. È una carenza non nuova, e dovremo prima o poi imparare dagli errori, no?

1920-Guardie-rosse

Siccome la storia la scrivono sempre i vincitori, è facile dimenticare, o quanto meno sottovalutare, quando anche in Italia si è stati sull’orlo della rivoluzione. Ricorre proprio ora il centenario di un momento chiave della storia del movimento operaio in Italia, che al massimo si è incontrato di straforo nei libri di testo: mi riferisco al biennio rosso, un’ondata europea sorta come conseguenza della grande vittoria della rivoluzione in Russia,  e in particolare alla sua fase conclusiva in Italia, che sarebbe potuta essere decisiva per la classe operaia. Non accadde dal nulla, evidentemente. C’era stata la fondazione del Partito Socialista Italiano nel 1892, la nascita delle prime camere del lavoro nel 1895,e la loro unificazione nella CGdL nel 1906, nel 1901 la nascita della Fiom. Questi anni di sviluppo della coscienza di classe permisero l’ottenimento di prime conquiste importanti, come la riduzione dello sfruttamento di donne e bambini e delle ore di lavoro (10), mentre nel 1910 nasceva Confindustria per contrastare la classe operaia in ascesa e per fare lobby e richiedere commesse statali, dimostrandosi dagli albori una classe parassitaria, non diversamente da quello che accade anche oggi (e intendo anche in questi giorni). Durante il biennio rosso il processo di radicalizzazione assume una nuova dimensione, dovuta anche alle conseguenze drammatiche della prima guerra mondiale. Oltre allo sciopero squisitamente politico nel luglio del 2019 in sostegno della giovane repubblica sovietica, attaccata da diversi eserciti stranieri, tra cui italiani, iniziò una fase sempre più intensa e contagiosa di scioperi e poi occupazioni. Nel 1919 erano nati i primi consigli di fabbrica a Torino, costituiti da delegati votati da tutti i lavoratori, anche da quelli non iscritti ai sindacati, ed è proprio in questi nuovi organismi che Gramsci vede un embrione del potere operaio e spinge per la loro estensione. Nel 1920 lo “sciopero delle lancette” fu determinato dall’opposizione dei lavoratori al mantenimento dell’ora legale oltre lo straordinario scenario bellico per incrementare la produttività a scapito delle ore da trascorrere a casa e in famiglia (una battaglia mai vinta fino ad oggi quando finalmente si avvicina un’eventuale abolizione, anche se concretamente i singoli stati hanno facoltà di scegliere se optare per l’ora legale o quella solare durante tutto l’anno). Alle proteste i padroni reagiscono con la serrata mentre sindacato e partito decidono di sconfessare lo sciopero e trovare un accordo coi padroni. Viene convocato il congresso straordinario e si decide di praticare l’ostruzionismo, ovvero di rallentare i ritmi produttivi eseguendo in modo pedissequo le regole creando difficoltà ma senza incorrere nel rischio di licenziamento. Si decide anche di rispondere ad un’eventuale serrata con l’occupazione, e così dopo la prima serrata alla Romeo di Milano iniziano le occupazioni, e tra l’1 e il 4 settembre ne nascono in tutta Italia. Il Viminale si ritrova sommerso dalle comunicazioni delle Prefetture, in cui si dà notizia delle occupazioni e si chiedono rinforzi e direttive, richieste che il governo centrale non può e non sa accogliere. Da numerosi documenti si riscontrano le collaborazioni tra operai di diverse industrie per garantire la prosecuzione delle attività in piena autonomia, dimostrando la capacità della classe operaia di gestire la produzione autonomamente e sostanzialmente l’inutilità della proprietà privata dei mezzi di produzione. La classe è pronta, e trova pure la collaborazione, in una prima fase, della classe media, dei tecnici, che partecipano alle occupazioni quando si rendono conto che gli operai hanno la situazione in mano. A quel punto ciò che servirebbe sarebbe la direzione di un partito pronto a gestire la transizione, ed è quello che nei fatti manca. I dirigenti di PSI E CGdL non sanno né vogliono gestire la situazione, e mentre i padroni chiedono l’intervento del governo, loro sperano nella “neutralità”di quest’ultimo. Alla fine il governo Giolitti, che non può usare il pugno duro non solo perché non ha i mezzi ma anche perché non potrebbe far attaccare le fabbriche rischiando di danneggiarle, media per ottenere alcune concessioni di facciata affinché la CGdL smobiliti i lavoratori. Il 19 settembre si firma un accordo in cui si vagheggia di una fantomatica cogestione e tra il 25 e il 30 si smobilitano le fabbriche, ottenendo come risultato poco o nulla. Sfuma così il più grande movimento rivoluzionario che ha attraversato la storia di questo paese, tra l’altro aprendo le porte al fascismo che ha la precisa funzione di distruggere l’organizzazione operaia. Pochi mesi dopo si consuma anche la scissione al congresso del PSI, con la nascita del Partito Comunista d’Italia ad opera di Gramsci e Bordiga. Alla fine del biennio rosso si ha una sconfitta bruciante ma non definitiva della classe operaia.

Ricordare ciò che è accaduto cento anni fa non è semplice esercizio della memoria, per quanto sarebbe meritevole in sé, ma deve aiutarci a guidare le nostre azioni affinché quando il momento arriverà saremo pronti, perché la storia non è scritta una volta per sempre, e la classe può essere ancora protagonista. Oggi è necessario più che mai.

Afterhours

Mi sembra di aver trascurato la musica, o meglio di averla lasciata sottotraccia; non sono certo un’esperta, ho le mie idiosincrasie e le mie immense lacune, però la convinzione di essere monotona m’è passata da un pezzo, anche se a tratti ascolto a manetta per giorni, anche settimane e mesi, gruppi come i Bring Me The Horizon, dimenticando l’universo mondo intorno. E c’ho anche le mie ragioni, se si trovano sempre sul pezzo e ne ho dato la dimostrazione attraverso alcuni post sul blog tipo questo o questo.

Questa nazione è brutta ti fa sentire asciutta senza volontà.

Tutto è efficacia e razionalità niente può stupire e non è certo il tempo quello che ti invecchia e ti fa morire ma tu rifiuti di ascoltare ogni segnale che ti può cambiare perché ti fa paura quello che succederà se poi ti senti uguale

(Non è per sempre)

Poi capita una mattina in ufficio che senti in sottofondo una musica familiare ed è Non è per sempre degli Afterhours. Praticamente nel pantheon del rock italiano, e fa rabbia pensare a chi al sentire Manuel Afterhours_hai_paura_del_buioAgnelli pensa ad X Factor piuttosto che alla scena rock italiana dai Novanta in su. Da Germi, il primo album in lingua italiana al mitico Hai paura del buio? al meno ruvido Non è per sempre, e continuando con Quello che non c’è e Ballate per piccole iene la band milanese ha fatto la storia dell’alternative rock italiano e della mia giovinezza. Se comincio a citare le canzoni rischio di fare un post lenzuolo con una serie di pezzi dai più svariati album della band, e allora forse è meglio fare una scelta, anzi due (non resisto!): la prima è Dentro Marilyn, tra l’altro reinterpretata magnificamente anche da Mina come Tre volte dentro me nell’album Leggera del ’97, che è stata tradotta nell’album Germi dall’originale contenuto in un più antico album, quando ancora cantavano in lingua inglese.

Lui è qua

Falsità come radioattività

Che mentre c’è da osare

Uccide lo spettacolo carnale

E l’anima brucia

Più di quanto illumini

Ma è un addestramento mentre attendo

Che io m’accorga che so respirare

Che sei il mio sovversivo

Mio sovversivo amore

Non c’è torto o ragione

È il naturale processo di eliminazione

Forse se

Forse se

Porta ad esitare

Io vengo dall’errore, uno solo

Del tutto inadatto al volo

E se vedo il buio

Così chiaramente

Io penso la bugia affascinante

E non mi accorgo che so respirare

Che sei il mio sovversivo

Mio sovversivo amore

Non c’è torto o ragione

È il naturale processo di eliminazione

Lui è qua

Lui è qua come radioattività

Che mentre c’è da osare

Uccide lo spettacolo carnale

Cinque pianeti

Tutti nel tuo segno

Il fallimento è un grembo e io ti attendo

Mentre ti scordi che puoi respirare

Che sono il sovversivo

Tuo sovversivo amore

Non c’è torto o ragione

È il naturale processo di eliminazione

È il naturale processo di eliminazione

È il naturale processo di eliminazione

È il naturale processo di eliminazione

La seconda è Bye Bye Bombay, dall’album Quello che non c’è e con delle sonorità che mi hanno sempre fatta impazzire.

Steso su un balcone guardo il porto

Sembra un cuore nero e morto

Che mi sputa una poesia

Nella quale il giorno in cui mi lancerò

E non mi prenderanno

Neanche tu mi prenderai

Io non tremo

E’ solo un po’ di me che se ne va

Giù nella città

Dove ogni strada sa

Condurre sino a te e io no

Bye bye, bye bye, bye bye, bye bye, bye bye

Bye bye, bye bye, bye bye, bye bye Bombay

Sai Mimì che la paura è una cicatrice

Che sigilla anche l’anima più dura

Non si può giocare con il cuore della gente

Se non sei un professionista ma ho la cura

Io non tremo

E’ solo un po’ di me che se ne va

E sporca la città

Tutto cercherà

Di condurre sino a te e io no

Bye bye, bye bye, bye bye, bye bye, bye bye

Bye bye, bye bye, bye bye, bye bye Bombay

Magia nera

Elena non crede che chi li porta al mercatino abbia bisogno di soldi, quanto piuttosto di spazio. Anche mentale: ci sono cose che si portano dietro pezzi di vta, e liberandosene si cancellano anche quelli, che forse premono troppo forte, forse fanno troppo male per andare avanti.

Magia nera

Magia nera – per trovare l’immagine di copertina del libro in rete ho dovuto spulciare in mezzo a parecchie immagini di libri di magia nera!

Di cosa è fatto, poi, il tempo?

Con un po’ di ritardo sulla tabella di marcia finalmente ho preso in mano Magia nera di Loredana Lipperini, una persona, prima che una scrittrice, che ho particolarmente a cuore. Il libro ha avuto un bel viaggiare dalla Gran Bretagna dove è stato preso come regalo e fatto autografare fino allaphoto6012547812165792648 sua attuale collocazione, la libreria di casa mia e le mie mani. Non posso dire di averlo divorato, non è un libro che almeno io possa leggere d’un fiato: dopo il primo racconto mi sono dovuta fermare a respirare. Ho lasciato decantare, ché l’impatto è stato notevole, e poi ho proseguito. Sono storie di donne, storie varie, di non netta collocazione di genere, mentre noi siamo “animali che vivono di tassonomie” come dice Vera Gheno in questa intervista che leggevo poco prima di mettermi a scrivere. Loredana Lipperini le colloca comunque nell’ampio genere del fantastico, “perché scelgono di percorrere la strada obbligata del realismo. Eppure al tempo stesso parlano di realtà”. Dodici racconti, dodici donne “come potreste incontrarne ogni giorno”, ci dice ancora Lipperini.

I roghi non illuminano le tenebre.

Quando si tratta di racconti, come in questo caso, non c’è solo il testo nella sua interezza ma anche i singoli racconti, per cui mi sento di dire che il primo, Tu stessa, per inseguirlo, l’ho trovato il più potente, mentre quello che più mi ha incantata è Who is that girl? Una storia per Carlotta. Ci sono racconti che mi hanno colpito di più, altri di meno, ma nel complesso il libro mi è piaciuto molto; una parola che mi è venuta in mente durante la lettura è vividezza. E poi ho incontrato Lovecraft e Stephen King nel corso della lettura, direttamente o meno, per citarne due, e questo è sicuramente un bene. Non so quanto  ci sia di autobiografico in realtà, riconosco gatti e altri dettagli disseminati rispetto a quel che presumo di conoscere, ma ho trovato molta Loredana nelle storie, nel tratto, nell’atmosfera. Inoltre ha stuzzicato la mia fame di scrittura, e quanto è bello un libro quando ti fa venire voglia di cimentarti nella magica arte di mettere insieme parole? Abracadabra!

Bella non avrebbe mai incontrato le parole senza scopo, quelle che dormono per anni nel fondo e un giorno, senza motivo, salgono in superficie come bolle luminose perché è arrivato il momento straordinario in cui si possono usare.

Paranoia

Non  sono sicura che la realtà mi piaccia.

Preferisco scrivere che fare qualunque altra cosa.

Parlando di Shirley Jackson ho sicuramente un pregiudizio, nel caso specifico positivo, dovuto probabilmente al fatto che ho conosciuto questa scrittrice attraverso le parole di Loredana Lipperini, la quale ha il dono di incantarti e spingerti a seguire spassionatamente i suoi consigli letterari. Inoltre è una delle muse ispiratrici di Stephen King e questo vuol dire sicuramente più di qualcosa. Ho letto L’incubo di Hill House, colpevolmente dopo aver visto la serie ad esso ispirata – comunque ben fatta – e ne ho parlato qui. Per un gioco di risonanze ho ritrovato qualche citazione di un altro testo particolare della Jackson, già menzionato su Lipperatura, e mi sono decisa a “dargli la caccia”. [Come promemoria personale devo aggiungere di ricordarmi di segnare pure la fonte di ispirazione quando mi appunto un libro da prendere, sono riuscita a risalire all’articolo solo tramite la ricerca avanzata di Twitter, che incredibile ma vero, esiste e funziona, anche se è difficile da trovare, bel paradosso!]

paranoia

Dicevo, un testo particolare perché Paranoia è composto da quattro racconti inediti più una serie di articoli e riflessioni principalmente su famiglia e scrittura, che permettono di conoscere più da vicino Shirley Jackson. Il testo è stato curato dai figli dopo aver ritrovato una serie di manoscritti inediti e questa è una buona notizia perché purtroppo l’autrice ci ha lasciato troppo presto. Sarà il momento felice o le tante ore da pendolare  sul treno, sono riuscita ad iniziarlo e finirlo nella giornata di martedì 8 settembre. Una scrittura impeccabile, schietta e mai banale mi ha tenuta incollata a quelle pagine, prima di fiction e poi ibride, perché non è  semplice saggistica la prosa della restante parte del libro.

I bambini di casa nostra hanno un motto: una cosa può essere vera, non vera, oppure una fissazione della mamma.

I quattro racconti inediti sono spiazzanti e inquietanti al punto giusto – non saprei scegliere il preferito tra Paranoia e Mrs. Spencer e gli Oberon, ma quest’ultimo ha forse un merito particolare perché riesce magistralmente a personificare il decoro borghese, tema che mi sta molto a cuore. Per quanto riguarda gli altri testi il senso di spiazzamento spesso ricompare, insieme ad una buona dose di divertimento e folgoranti rivelazioni sulla scrittura, per cui devo necessariamente prendere appunti su Lolli, il mio taccuino.

Niente è inutile e niente va mai perduto.

La parte per me più interessante non sono i seppur simpatici quadretti familiari, che tra l’altro vista la storia di Shirley Jackson sono più una trasfigurazione del reale che una cronaca letterale, quanto proprio l’ultima parte dedicata alla scrittura. Tocca quindi riportare qui alcune citazioni per darne un saggio (enfasi mia):

La cosa più bella dell’essere una scrittrice è che puoi permetterti di abbandonarti alla stranezza quanto vuoi, e, a patto che continui a scrivere e in un certo senso a consumarla, nessuno potrà farci niente.

Voi dovete soltanto – e state attenti, per favore – non smettere mai di scrivere. Finché scrivete con regolarità, niente può davvero nuocervi.

Mentre rifaccio i letti e lavo i piatti e vado in paese a cercare le scarpette da ballo, mi racconto delle storie. Storie su qualunque cosa. Semplici storie. Dopotutto, chi può concentrarsi sui propri gesti mentre passa l’aspirapolvere? Io mi racconto delle storie.

Non ho alcuna pazienza per chi pensa che si cominci a scrivere quando ci si siede alla scrivania e si prende in mano la penna e si finisca quando si rimette giù la penna: lo scrittore scrive sempre, vede tutto attraverso una sottile nebbiolina di parole, crea piccole rapide descrizioni per ogni cosa che vede, osserva di continuo.

Soprattutto gli ultimi due testi, Come scrivo e L’aglio nella narrativa sono illuminanti e ricchi di spunti, e in più ci portano dentro la costruzione de L’incubo di Hill House ed è un processo oltremodo affascinante.

Una delle cose più belle del lavoro di scrittrice è che nulla va mai sprecato.

Una scrittrice seria e parsimoniosa può conservare piccoli frammenti di idee, fatti e conversazioni, e persino vezzi ed espressioni del viso, per poi usarli in futuro. Sono convinta, per esempio, che in qualche angolo della mia mente ci sia una specie di deposito con dentro centinaia di piccoli dettagli che un giorno mi saranno utili, e allora me li ricorderò.

Quando comincio a scrivere un libro giro per casa prendendo appunti, e intendo proprio dire che vado in giro; tengo taccuini e matite in ogni angolo, e mentre rifaccio i letti o separo la biancheria da lavare o cerco di recuperare i sei calzini spaiati che si sono infilati dietro i cassettoni dei bambini, rifletto continuamente su possibili scene e situazioni per un romanzo, e quando un’idea prende forma corro al foglio e alla matita più vicini e la scrivo.

Come spesso mi accade quando un testo mi entusiasma, lascio parlare l’autore attraverso molteplici citazioni perché si presenta meglio di come lo farei io. Non è solo la memorabilità di frasi e periodi, sì spesso lo è anche, ma in generale, e ciò vale vieppiù per un’autrice mostruosa come Shirley Jackson, la voce originale può essere un portentoso mezzo più di mille parole di elogio, per quanto sincere e disinteressate. Dovrò leggere il resto della sua produzione, il prima possibile, ma prima mi aspetta un libro che troppo a lungo ho rimandato, a cui tengo particolarmente, per restare in tema di Magia… nera.

Red Mirror

red mirrorSimone Pieranni non ha alcun bisogno di spiegare il titolo, azzeccatissimo, del suo breve ma incisivo saggio. Red mirror è contemporaneamente il riferimento alla serie cult Black Mirror e la perfetta sintesi del testo: la Cina è uno specchio attraverso cui possiamo osservare il nostro prossimo futuro. Scorrevole e chiaro nel presentare le diverse sfaccettature della rivoluzione tecnologica che ha portato la Cina a competere alla pari con gli Stati Uniti, anzi a sfidarne l’egemonia, archiviando in fretta il suo essere “la fabbrica del mondo”, il saggio testimonia della profonda – e diretta – conoscenza di un autore che ha vissuto un decennio nella terra di mezzo, Zhongguo, il centro del mondo in cui si sta ricollocando la Cina oggi. Non è un caso se Zuckerberg è così interessato al colosso asiatico: WeChat, la super-app attraverso cui si può fare praticamente di tutto, prenotare, pagare, fare le pratiche di divorzio, è ciò verso cui vorrebbe tendere il suo Facebook: “è l’Occidente – oggi – che guarda alla Cina per trovare nuove idee e nuovi utilizzi per le proprie invenzioni”. E anche le città del futuro iniziano ad essere realtà dall’altra parte del mondo. Mentre da noi in confronto cominciano a prodursi vaghi progetti di smart city,

Terminus avrebbe già completato 6891 progetti di smart city in Cina. Le sue soluzioni coprirebbero un’area totale di 554 milioni di metri quadrati per una popolazione di oltre 8 milioni di persone.

Terminus è una start up cinese fondata nel 2015, che oggi è valutata oltre il miliardo di dollari (un cosiddetto “unicorno”), e che ovviamente lavora per conto del governo cinese. Smart city è sinonimo di efficienza, funzionalità e sostenibilità, ma anche sicurezza e controllo. I progetti sono spesso affascinanti, ma resta un problema di fondo “le smart city rischiano di diventare un altro dispositivo di disuguaglianza”. E ancora:

Il rischio è che  nelle smart city  possano vivere solo poche persone, presumibilmente ricche abbastanza da garantirsi la possibilità di risiedervi e utilizzare così risorse che non saranno a disposizione di tutti.

Per non dire che i metalli necessari vanno estratti attraverso processi complicati e per nulla puliti, con il risultato che “una minoranza vivrà in città sostenibili, la grande maggioranza in luoghi inquinati”. La Cina è comunque favorita nella corsa tecnologica perché ha le risorse sul proprio territorio e perché la tecnologia che serve per far funzionare le smart city “in Cina esiste già, è già testata ed è già competitiva sui mercati mondiali”.

Per quanto riguarda il mondo del lavoro, dovremmo ricordare le lotte dei lavoratori di aziende quali Foxconn contro i turni massacranti e in generale le condizioni di lavoro insostenibili (“proprio gli operai dell’azienda taiwanese avevano dato l’avvio alle lotte globali dei lavoratori hi-tech. È bene sottolinearlo: le lotte dei lavoratori hi-tech sono iniziate per la prima volta proprio in Cina. Non in Europa o negli Stati Uniti”). Ora che la Cina non è più solo, né principalmente la manifattura globale, sono emersi lavoratori dei settori di punta dell’industria hi-tech che seppure lavorano in condizioni migliori, con salari migliori, si trovano nella stessa trappola del “lavorare e basta” delle generazioni precedenti: “sono sottoposti a stress e ritmi di lavoro ugualmente usuranti, per quanto di fronte alla scrivania”.

L’illusione per cui si possono estendere diritti quasi per contagio si è già rivelata semplicemente tale una volta, quando dalla “fabbrica del mondo” “anziché portare i diritti del lavoro in Cina, le multinazionali, le imprese di mezzo mondo hanno deciso di approfittare dei bassi salari e dei pochi diritti dei lavoratori cinesi per aumentare i propri profitti”. La Foxconn “ha dato l’avvio alla sinizzazione del mondo del lavoro almeno nei paesi in cui si è stabilita e dei quali si sa molto poco, come la Turchia, la Russia, l’Ungheria o la Repubblica Ceca, dove si sta sviluppando  un’imponente industria elettronica”.

I media non ne parlano più per due ordini di motivi, dice Pieranni: da una parte lo sviluppo di IA, applicazioni e piattaforme ha dato vita a nuove forme di sfruttamento, dall’altra in molti casi i robot stanno via via sostituendo il lavoro umano nelle linee di produzione. Una delle nuove forme di lavoro, sicuramente alienato, che mi ha colpito di più è quella degli etichettatori, coloro che passano al setaccio immagini, video e audio, tutti i contenuti multimediali online per associarvi dei tag – e che praticamente alimentano le IA.

E come sempre accade in un sistema capitalistico, c’è chi usufruirà – persone, corporation e Stati – dei servizi realizzati da altre persone sfruttate, e non poco, per rendere sempre migliori i servizi.

La conclusione sul punto rispecchia, scusate il gioco di parole, ancora una volta il titolo del saggio: “sarà all’interno della potenza cinese che il mondo del lavoro – tanto quello tradizionale che dovrà far fronte all’avanzata dell’automazione, quanto quello ultraprecario e deregolamentato della gig economy – troverà nuovi strumenti e nuovi conflitti da affrontare”. IA, super-app e smart city “frutto del lavoro oscuro di milioni di persone, stanno tratteggiando un nuovo concetto di cittadinanza”.

Superata la lettura di metà del libro ero già sufficientemente inquieta prima ancora di immergermi nella spiegazione del sistema dei crediti sociali. Di che cosa si tratta?

In generale  il Scs è un sistema di monitoraggio e controllo costante, 24 ore su 24, del comportamento di cittadini, aziende ed enti, messo in atto grazie all’applicazione su larga scala di tutte le nuove tecnologie sviluppate dall’espansione del comparto tecnologico cinese: videocamere intelligenti, riconoscimenti facciali, algoritmi, Intelligenza artificiale, sensori delle smart city, tutte le attività compiute dalle varie società come Terminus, unitamente alla velocità di calcolo garantita dal 5G.

Ad oggi non c’è un unico standard nazionale ma molte sperimentazioni parziali e locali. E se superficialmente, conoscendo l’inciviltà di qualcuno dalle mie parti, stuzzica un po’ la fantasia “una nuova moda in vigore a Shangai: proiettare su schermi giganti, sparsi per le tante arterie e sopraelevate della metropoli, le targhe dei conducenti che suonano il clacson perché, oltre a essere multati, venissero esposti alla pubblica gogna”, razionalmente parlando non credo proprio che vorrei vivere in una realtà del genere. Eppure Pieranni ci mette in guardia anche dai pericoli dell’orientalismo, in questo caso del tecno-orientalismo: le black list esistono anche da noi, anche se non così pervasive, e di sicuro con un maggior senso delle proporzioni. Da noi è impensabile – al momento – vedersi rifiutato un biglietto aereo perché ad esempio non si è pagata una multa. Un’altra differenza è che i sistemi di rating sono normalmente in mano ai cittadini, mentre in Cina è lo stato a giudicare tutti, in una sorta di “economia reputazionale”. Nel frattempo scopro che i cinesi sono all’avanguardia anche nei quantum pc, un settore in cui il ritardo di un competitor è molto più discriminante rispetto alle tecnologie di riconoscimento facciale.

L’arrivo del Covid-19, apparso proprio a Wuhan, nella provincia dello Hubei, ha comunque portato all’attenzione il livello di pervasività della società del controllo cinese. Qualche ingenuo potrebbe pensare che ne ha accentuato la natura, ma è più esatto dire che ha trovato nuovi usi a strumenti già adottati e largamente accettati dai cinesi. Il punto alla fine non è quindi come ci rapporteremo a queste tecnologie quando in un vago futuro arriveranno a noi, perché in Cina sono già realtà, e dovremmo piuttosto chiederci se vogliamo seguire il solco già tracciato o preferire un modello alternativo, più centrato sull’autonomia e la tutela della privacy.

La miscela segreta di casa Olivares

Allora pensavo che la felicità fosse nell’oblio. Ma è nel ricordo la salvezza: me ne accorgo oggi, quando la memoria mi restituisce brandelli di un passato fiabesco.

Felici coincidenze, quando ad agosto trovi in ufficio qualcuno che ti affianca sul lavoro e non solo, regalando pure preziosi consigli di lettura. È così che mi è stato raccontato di Giuseppina Torregrossa. Incuriosita dalla trama de La

miscela segreta casa Olivares

miscela segreta di casa Olivares, mentre sono a Palermo mi metto sulle tracce del romanzo, con anche la voglia di leggere qualcosa che mi racconti della città, e ovviamente trovo tutti tranne questo. Dopo i primi tentativi a vuoto col decisivo supporto della Spongee si trova e così lo metto in lettura appena finito Fisher. Come mi era stato detto, l’autrice racconta in maniera suggestiva Palermo prima, durante e dopo la Seconda guerra mondiale e sembra quasi di sentirne i rumori e percepirne gli odori. La storia del romanzo ruota attorno ad una famiglia che gestisce una torrefazione, ma racconta anche della vita a tutto tondo, della crescita e delle donne in particolare, ma non solo, con uno sguardo delicato e al tempo stesso deciso.

La morte è cosa di femmine, come la vita del resto.

La protagonista, oltre il caffè che pervade con il suo aroma tutto il testo, e manca davvero nelle pagine che raccontano le carenze dovute alla guerra, è Genziana (a casa Olivares tutte le donne hanno nomi di fiori, e questo è già una delizia per me) e si cresce insieme a lei con un’incredibile determinazione, tra sofferenze, ricordi e prese di coscienza. L’autrice ha un’incredibile capacità di descrivere anche gli oggetti e le cose inanimate dandogli quasi vita, e questo emerge sin dalle prime pagine, quando leggo incuriosita di Orlando senza rendermi conto subito di chi stia parlando. Sono abbastanza sicura che mi dedicherò a leggere gli altri suoi libri in tempi brevi.

Quanta forza ci vuole per diventare una donna.

Sullo sfondo, ma per nulla in secondo piano, una Palermo ferita, anzi lacerata, sventrata dalla guerra e non rimessa in piedi come avrebbe meritato e che avrebbe avuto bisogno forse di un moto d’orgoglio in più. Il riferimento alla Cassa del Mezzogiorno come progetto di riscatto del Sud, “perché nessuno sarà più costretto a lasciare la Sicilia“, col senno di poi è una bruciante sconfitta, fa male. E però non dev’essere definitiva, perché l’amore per la propria terra deve dare forza per il riscatto, altrimenti non è nulla.

Il nostro desiderio è senza nome

La morte e il capitale sono l’unica cosa certa.

Gli scritti politici di Mark Fisher, pubblicati da minimum fax col titolo Il nostro desiderio è senza nome, sono una serie di articoli pubblicati principalmente sul blog k-punk ma anche altrov,e accomunati appunto dal tema politico. A differenza dell’edizione inglese che concentra tutti gli scritti, in Italia si è deciso di pubblicare quattro volumi separati per le diverse tematiche trattate e questo è il primo. La definizione di realismo capitalista è ancora un punto di partenza per la riflessione, uno strumento concettuale creato dall’autore per essere superato:

Ecco qui il “realismo” capitalista: ricondurre alla sfera dell'”impossibile” ogni iniziativa che possa prevenire l’impoverimento dell’ambiente umano. Perché a questo equivale il “realismo”: non una rappresentazione del reale, ma una determinazione di ciò che è politicamente possibile.

L’apparente contraddizione tra il cambiamento impossibile e il tempo del cambiamento è qui sottolineata:

Il realismo capitalista è caratterizzato dal fatalismo a livello politico (dove quasi nulla può mai cambiare davvero, tranne che per muovere ulteriormente in direzione del neoliberismo) e dal volontarismo magico a livello individuale: puoi fare qualsiasi cosa, se solo sei disposto a seguire altri corsi di training, (…). Il volontarismo magico, naturalmente, alimenta nei tabloid la cultura della colpa individuale (…).

Non è necessaria l’adesione entusiastica a questo sistema, del resto fino ad ora si è dimostrato che è sufficiente aver dimostrato che si tratta dell’unico sistema praticabile “e che era impossibile costruire un’alternativa”.

La raccolta di testi è ricca di spunti interessanti di cui si può parlare e per comodità divido la trattazione in paragrafi in base agli argomenti che mi sembrano più meritevoli di attenzione.

Il Regno Unito

La politica anglosassone è un tema centrale di molti post e Fisher ne parla nei momenti di sconforto così come in quelli in cui intravede barlumi di cambiamento. Ad ogni modo il focus non è mai soltanto sulla politica locale, anzi le riflessioni sono le più ampie e generali possibili.

C’è ancora qualcuno che ama illudersi che un’amministrazione conservatrice sarebbe molto peggio del New Labour, al punto che degnarsi di votare per chiunque altro costituirebbe un “lusso”. Scegliere “il meno peggio” non significa soltanto prediligere questa opzione in particolare, ma anche scegliere un sistema che ti costringe ad accettare il meno peggio come il massimo in cui tu possa sperare. Naturalmente i difensori della dittatura dell’élite, forse ingannando addirittura se stessi, fanno finta che quello specifico cumulo di menzogne, compromessi e lusinghe che ci stanno spacciando è “solo temporaneo”. Che in un qualche indefinito momento del futuro le cose miglioreranno, se oggi sosteniamo l’ala “progressista” dello status quo. Eppure una scelta tra prendere o lasciare non è una vera scelta, e l’illusione del progressismo non è un vezzo psicologico, ma l’illusione strutturale su cui si fonda la democrazia liberale. (post del 2005)

È bello e un po’ struggente col senno di poi leggere i passi in cui Fisher aderisce entusiasticamente alle proteste e alle manifestazioni nelle quali intravede spiragli di un altro futuro possibile, ed è sempre istruttivo leggere le critiche come ad esempio quella dedicata agli “Hunger Games di Londra”, riferimento alle Olimpiadi del 2012:

Il motivo della sponsorizzazione degli eventi culturali e sportivi da parte del capitale non è solo quello ovvio di aumentare la riconoscibilità del marchio. La sua funzione più importante è di dare l’impressione che il coinvolgimento del capitale sia una precondizione necessaria per la cultura in quanto tale. La presenza dei sigilli capitalistici nella pubblicità degli eventi induce un’associazione quasi behaviorista tra capitale e cultura, registrata a livello di sistema nervoso piuttosto che cognitivo. È un rinforzo assolutamente pervasivo del realismo capitalista.

Capitalismo, lavoro, classe

La critica al capitalismo è sempre puntuale e illuminante ed è uno dei motivi per cui mi sento di consigliare la lettura del libro: perché con chiarezza e semplicità, ma senza banalità, riesce ad andare al cuore della questione, come quando cita un discorso di accettazione di Ursula Le Guin: “Viviamo sotto il capitalismo, e la sua forza pare inesorabile: ma un tempo era così anche per il diritto divino dei re”.

Diverse volte Fisher cita o dialoga con autori italiani come Marazzi, Negri, Bifo e questi arricchiscono il quadro teorico, dando una visione più dettagliata della realtà capitalistica:

Lavoro e vita si fanno inseparabili. Come ha osservato Marazzi, ciò avviene in parte perché oggi il lavoro è in qualche misura linguistico, ed è impossibile riporre il linguaggio nell’armadietto a fine giornata. Il capitale ti segue nei sogni. Il tempo cessa di essere lineare, diventando caotico e puntiforme. Mentre produzione e distribuzione vengono ristrutturate, lo stesso avviene per il sistema nervoso. Per funzionare in modo efficiente come componente della produzione “just in time”, devi sviluppare la capacità di rispondere a eventi imprevisti, apprendere a vivere in condizioni di totale instabilità o “precariato“, come indica lo spaventoso neologismo. Periodi di lavoro si alternano a periodi di disoccupazione. Tipicamente ci si ritrova impiegati in una serie di lavori a breve termine, senza alcuna possibilità di fare progetti per il futuro.

Il lavoro, per quanto precario, richiede oggi regolarmente l’esecuzione di metalavoro: la tenuta di registri, la messa per iscritto dettagliata di intenzioni e obiettivi, la partecipazione al cosidetto “formazione continua”.

La tendenza attuale è in pratica quella di trasformare ogni forma di lavoro in lavoro precario. Come scrive Franco Berardi, ormai “il capitale non recluta più persone, ma acquista pacchetti di tempo, separati dai loro detentori occasionali e intercambiabili”.

Particolarmente interessante la definizione di “povertà estetica“:

Ma esistono altre forme di deprivazione. Oltre alla povertà “fisica” esiste anche la povertà estetica, evidente a chiunque osservi con maggiore attenzione il triste spettacolo delle vie centrali superbrandizzate delle città inglesi. Mentre i ricchi possiedono le risorse culturali e materiali per “staccare la spina” dalla squallida banalità di questi spazi clonati, i poveri vi si ritrovano molto più intrappolati. Questa prigionia degli individui all’interno di ambienti fisici, sociali e mediatici rigidamente definiti è in effetti un importante sintomo di povertà estetica.

Queste parole riguardano anche l’illusione di essere quanto meno classe media, di prendere parte ai consumi alla pari, di condividere il benessere. Del resto noi siamo dei privilegiati, stiamo bene tutto sommato e facciamo parte della minoranza “vincente”. O no?

possedere uno smartphone oggi non significa più disporre di un “bene di lusso”. Il capitalismo comunicativo non riguarda la produzione di oggetti materiali, ma l’incessante circolazione di messaggi. Il “contenuto” di questa cultura proviene dagli utilizzatori stessi: quindi pagare per allacciarsi alla matrice comunicativa somiglia di più all’idea di pagarsi gli attrezzi da lavoro che all’acquisto di un bene di lusso. La distinzione stessa tra lavoro e non lavoro, tra fatica e divertimento si sta sgretolando. Non esiste più orario d’ufficio, né momento per timbrare il cartellino in uscita. Oltre ad assicurare la nostra perenne connessione alla matrice comunicativa, gli smartphone fungono da dispositivi guinzaglio che consentono ai datori di lavoro di convocare lavoratori a breve termine con pochissimo preavviso.

In diversi passaggi Fisher ribadisce la persistenza della divisione in classi sociali ed in ogni occasione le parole, nette sono vieppiù necessarie:

perché il neoliberismo non riguarda affatto la liberalizzazione dei mercati, ma riguarda moltissimo il potere di classe. Ciò si riflette nell’introduzione di particolari metodi e strategie, di modalità di valutazione di insegnanti e scuole, giustificati in nome di una presunta maggiore efficienza. Bene, chiunque abbia avuto a che fare con questa specie di stalinismo di mercato, per coniare un’altra espressione, sa benissimo che oggi conta soltanto ciò che sta scritto sui moduli, indipendentemente dal fatto che corrisponda o meno alla realtà.

Lo stato sociale non è nato grazie alla bontà e generosità dei capitalisti, ma come forma di “assicurazione contro la rivoluzione“, per far sì che il diffuso malcontento non si trasformasse in rivolta. I governanti attuali se ne sono dimenticati, e credono di poter continuare a eliminare le reti di sicurezza sociale come se niente fosse. I disordini dell’anno scorso danno un’idea delle possibili ripercussioni. (post del 2012)

Il realismo capitalista è una forma di lotta di classe combattuta da un lato solo, da una élite aziendale organizzata con idee molto chiare sui propri interessi di classe e su ciò che occorre fare per mantenere la situazione in linea con tali interessi.

Giocheranno sporco, ma questa non è una partita di cricket: è guerra di classe, loro lo sanno benissimo, e neanche noi dobbiamo mai dimenticarcelo.

Persiste la realtà di classe, ma non la coscienza. Il lavoro di Beverley Skeggs ed Helen Wood sui fondamenti di classe della reality tv e l’analisi di Owen Jones sulla “demonizzazione della classe operaia” mostrano che la collocazione di classe continua a manifestarsi, anche se poi è negata dalla cultura contemporanea.

Quello che manca dopo la diagnosi è la cura adatta, nel momento in cui Fisher riconosce i limiti dello spontaneismo e delle forme auto-organizzate che mancano di direzione ma allo stesso tempo ritiene impossibile ritornare al partito leninista, cioè quello che storicamente è stato in grado di cambiare il mondo, tra l’altro cadendo lui stesso in una forma di “realismo” nel momento in cui non dà motivazioni alla sua tesi: “non è in alcun modo possibile tornare al vecchio partito leninista, non più di quanto sia possibile tornare al capitalismo fordista. Ma neppure l’autonomismo naïf ha mostrato di avere gran presa sul momento attuale. L’anticapitalismo e la sua scorta di strategie (occupazioni, proteste) non hanno mai generato alcun serio allarme nel capitale. Il Sessantotto affermava che le strutture non scendono in strada: ma se l’anticapitalismo ci ha insegnato qualcosa, è che l’attivismo di strada esercita ben poco impatto sulle strutture”.

Contro l’anarchismo

Sono invece molto sensate le critiche all’anarchismo, contro il quale non usa mezzi termini:

Be’, per prima cosa è necessario sconfiggere gli anarchici, e non sto scherzando.  Dobbiamo chiederci perché le idee neoanarchiche siano tanto diffuse tra i giovani, specialmetne tra gli universitari di primo livello. La risposta brutale è che, sebbene le tattiche anarchiche siano assolutamente inefficaci per battere il capitale, il capitale ha distrutto tutte le tattiche (che) un tempo lo erano, permettendo a questo gruppuscolo di persone  di moltiplicarsi all’interno del movimento. Esiste una sgradevole sinergia tra la retorica della Big Society e molte idee e concezioni neoanarchiche. Per esempio, uno degli aspetti particolarmente deleteri di certe idee dominanti dell’attuale anarchismo è la loro presa di distanza da ciò che è mainstream.

Di nuovo, l’idea neoanarchica che lo stato è finito, che non dobbiamo prendere parte in alcun modo in esso, è profondamente pericolosa. Il punto non è che la politica parlamentare sarà da sola in grado di fare chissà cosa: il classico esempio di quello che ti succede quando si sposa un’idea simile è rappresentato dal New Labour. Potere senza egemonia, ecco in effetti la sostanza del New Labour. Ma ciò non significa nulla. D’accordo, non è possibile pensare di ottenere qualcosa solo attraverso la macchina elettorale. Ma è anche difficile capire come le lotte possano avere successo senza far parte di un insieme. Dobbiamo riappropriarci dell’idea che la battaglia egemonica nella società va vinta su diversi fronti contemporaneamente.

La critica neoanarchica è pericolosa perché essenzializza lo stato, la democrazia parlamentare  e i “mainstream media”: ma nessuna di queste istituzioni resta stabile per sempre. Si tratta di terreni mutevoli sui quali lottare, e la cui configurazione odierna è essa stessa il risultato delle lotte precedenti.

Fisher inoltre rimprovera i movimenti scesi in strada per aver trascurato la politica sui luoghi di lavoro e nel quotidiano e inoltre aggiunge “quando non esiste qualcosa di simile a una struttura di partito, manca anche la memoria istituzionale  e si tende a ripetere sempre gli stessi errori“.

Contro l’indignazione

Per il principio della fottuta risonanza, resto piacevolmente sorpresa quando anche nelle parole di Fisher leggo una sonora critica al sentimento dell’indignazione, già apprezzata in Caparròs

L’indignazione non è soltanto un sentimento impotente, ma anche controproducente, perché alimenta lo stesso nemico che dichiariamo di voler combattere. (…) visto che esiste una riserva infinita di cose per cui indignarsi, la tendenza all’indignazione ci tiene intrappolati in una serie di battaglie difensive, combattute in territorio nemico e alle sue condizioni. (…) l’indignazione riflette un fondamentale fraintendimento politico, sia nei confronti dei nostri avversari sia della guerra che stiamo combattendo. Tale indignazione, come spiega Wendy Brown nel suo fondamentale saggio “Moralism as Anti-Politics”, “raffigura implicitamente lo stato (e altre grandi istituzioni) come se non fosse caratterizzato da uno specifico collocamento politico ed economico, come se non fosse il prodotto di varie forze sociali dominanti, ma soltanto un genitore malaccorto che ha dimenticato la sua promessa di trattare tutti i figli allo stesso modo”.

La malattia mentale, problema politico

Già in altri suoi scritti si trovano cenni sul tema della malattia mentale, cui Fisher è strettamente legato anche per i suoi problemi di depressione, ma qui trovo più compiutamente i suoi pensieri in proposito.

La malattia mentale è stata depoliticizzata, al punto che ormai accettiamo senza problemi una situazione in cui la depressione costituisce oggi la malattia più curata dal sistema sanitario nazionale (NHS). Le politiche neoliberiste implementate dai governi Thatcher negli anni Ottanta e poi proseguite dal New Labour e dall’attuale coalizione hanno condotto a una privatizzazione dello stress. Sotto il regime neoliberista, i lavoratori hanno visto ristagnare i salari e farsi sempre più precarie le condizioni di lavoro e la certezza di un impiego. (Perché la salute mentale è un problema politico, uscito su The Guardian nel 2012)

Ma la vera radice di tali ansie, oggi sperimentate come patologie psichiche individuali, non risiede nella chimica del cervello, quanto piuttosto nel più ampio contesto sociale. Siccome però non esiste più un agente, un mediatore che agisce collettivamente per conto di una classe, non esiste modo di affrontare quel terreno sociale più ampio.

Prospettive

occorre chiedersi perché, nonostante tutto, il realismo capitalista continui a esistere. A mio modo di vedere ciò succede perché il realismo capitalista non ha mai tentato di persuadere la gente che il capitalismo fosse un sistema particolarmente efficace: mirava piuttosto a convincerla che fosse l’unico sistema praticabile e che era impossibile costruire un’alternativa.

Torniamo al realismo capitalista, anzi a quello che dovrebbe soppiantarlo:

È necessario un nuovo realismo, un realismo comunista, che affermi che un’attività economica è sostenibile soltanto se è in grado di pagare un minimo salariale ai lavoratori. (…) Ma il concetto di realismo comunista suggerisce anche un particolare tipo di orientamento. Non si tratta di attendere il grande evento, scommettendo tutto su una trasformazione finale e improvvisa. Né di utopismo, che cede al nemico tutto ciò che è “realistico”. Si tratta di valutare in modo responsabile e pragmatico le risorse a nostra disposizione qui e ora, e di riflettere su come utilizzarle al meglio e incrementarle. Di muovere – magari lentamente, ma con assoluta determinazione – da dove ci troviamo oggi a un luogo molto diverso.

Il capitale è indifferente a tutto, ma gli esseri umani non possono fare a meno di prendersi cura gli uni degli altri. Nonostante l’atteggiarsi del realismo capitalista, è sotto gli occhi di tutti che gli esseri umani continuano a impegnarsi in pratiche di salvaguardia e arricchimento reciproco, pratiche che, per giunta, rimangono per loro più importanti di qualunque altra cosa il capitale possa offrirgli.

Il libro che non leggeremo

Leggendo Mark Fisher mi è capitato spesso di pensare a cosa scriverebbe dell’oggi, se fosse ancora qui. Il rammarico aumenta pensando al progetto di libro a cui aveva iniziato a lavorare, e del quale possiamo leggere solo un’introduzione non definitiva, posta alla fine della raccolta degli scritti politici. Dal titolo di lavoro Comunismo acido, avrebbe dovuto ripercorrere gli anni Sessanta e Settanta per comprendere l’ascesa del realismo capitalista e decostruirne le narrazioni per edificarne di nuove. Doveva essere un “controesorcismo” dello spettro di un mondo che potrebbe essere libero: “ho battezzato tale spettro con il nome di “comunismo acido”. (…) è una provocazione e insieme una promessa. Una sorta di scherzo, ma i cui obiettivi restano piuttosto seri. Indica qualcosa che a un certo punto sembrava inevitabile, mentre oggi appare impossibile”:

L’ipotesi di questo libro è che gli ultimi quarant’anni siano stati dedicati a esorcizzare “lo spettro di un mondo che potrebbe essere libero“. L’adozione del punto di vita di quel mondo ci consente di capovolgere la prospettiva di molte delle recenti battaglie della sinistra. Invece di cercare di sconfiggere il capitale, faremmo meglio a concentrare lo sguardo su ciò che il capitale tenta costantemente di ostacolare: la capacità di produrre, di prenderci cura di cose e persone e di godere collettivamente. (…) La nostra vittoria in pratica dev’essere fondata sulla semplice consapevolezza che, piuttosto che “creare ricchezza”, il capitale impedisce sempre e necessariamente la produzione di ricchezza comune.

Capitalismo: un sistema che genera penuria artificiale per produrre penuria reale; un sistema che produce penuria reale per poter generare penuria artificiale. La penuria effettiva (penuria di risorse naturali) oggi perseguita il capitale, in quanto Reale che la sua fantasia di espansione infinita deve sforzarsi di reprimere di continuo. La penuria artificiale, che è essenzialmente una penuria di tempo, è necessaria, sostiene Marcuse, per distrarci dalla possibilità immanente di libertà.

Anche qui torna distintamente la questione delle classi sociali, in uno scorcio storico davvero suggestivo:

Siamo in ogni caso ben lontani dalla scomparsa delle classi sociali strombazzata più tardi dagli ideologi neoliberisti. Gli accordi tra lavoro e capitale raggiunti in paesi come Stati Uniti e Gran Bretagna accettavano l’esistenza delle classi come un aspetto naturale dell’organizzazione sociale. Davano per scontata l’esistenza di interessi di classe diversi che dovevano essere riconciliati, e il fatto che qualunque forma di governo efficace, per non dire giusta, avrebbe dovuto includere anche le organizzazioni operaie. I sindacati erano potenti, imbaldanziti nelle loro richieste dal basso tasso di disoccupazione. I lavoratori avevano aspettative alte: alcuni miglioramenti erano stati ottenuti, ma senza dubbio si poteva chiedere molto di più. Allora era facile supporre che le precarie tregue tra capitale e lavoro sarebbero finite non con una rinascita della destra, ma con l’accettazione di politiche più marcatamente socialiste, se non proprio con il “comunismo pieno” che secondo Nikita Krusciov si sarebbe affermato entro il 1980. Dopotutto la destra era sulla difensiva (o almeno così si pensava), screditata e forse colpita a morte negli Stati Uniti dal prolungato e terribile fallimento della guerra in Vietnam. Il “sistema” non ispirava più la deferenza istintiva dei cittadini: al contrario, era considerato esaurito, antiquato, superato, mentre attendeva malfermo di essere spazzato via dalle nuove ondate culturali e politiche che stavano erodendo le vecchie certezze.

Questo affresco non è un elogio del passato contrapposto al presente, anzi come dice Fisher in un altro passaggio, ciò che deve distinguere la destra dalla sinistra “è la dedizione all’idea che la liberazione sta nel futuro, non nel passato“. Per questo motivo, e sono le ultime parole del lavoro incompiuto, 

È necessario ritrovare l’ottimismo di quella fase degli anni Settanta, esattamente come lo è analizzare nei dettagli i meccanismi dispiegati dal capitale per trasformare la fiducia in sconforto. Comprendere la lofica di un simile processo di logoramento della coscienza è il primo passo per invertirne la direzione.

Quello che penso di aver capito leggendo Fisher fino ad ora è che seguiva, consapevolmente o meno, il materialismo. Sicuramente non si definiva leninista, non so marxista, ma mi azzardo a sostenere che inconsapevolmente fosse sia l’uno che l’altro.