Venti di guerra

Soffiano minacciosi questi venti. Parlano di una guerra più pericolosa di quelle a cui i nostri tempi ci hanno abituato, perché su larga scala, diretta tra le superpotenze. Chi vuole sa che non sono mai mancate le guerre, ci sono decine di conflitti in giro per il mondo ma apparentemente non ci riguardano, sembrano tanti casi isolati e restando nella nostra bolla ci convinciamo che dal ’45 le Nazioni Unite e poi il progetto europeo ci hanno liberato dal conflitto. Non è così, ovviamente, ma i venti che spirano in questi giorni sono particolarmente preoccupanti, perché il rischio è uno scontro diretto tra USA e Russia, con il casus belli siriano pronto alla bisogna. Ciò non è dovuto tanto o  solo alla presenza di soggetti come Trump, che rendono più simile ad un degno statista persino un Bush, c’è uno scenario internazionale, politico ed economico, con ampi rimandi agli anni Trenta del Novecento. La crisi del ’29 fu terribile e niente riuscì a domarla, fino a quando una guerra, devastante come mai fino ad allora, “salvò” il sistema. Pagammo un prezzo altissimo e già ce ne dimentichiamo. Molti paragona(va)no la crisi del 2008, per la sua portata e pervasività, a quella del 1929. Lentamente, col passare degli anni, si è tornati a dire invece che la crisi ce l’abbiamo alle spalle. Sono passati dieci anni, ma non è davvero finita, la ripresa se c’è stata è risultata molto debole. (Michael Roberts da anni parla di long depression)

SyriaIl capitale freme, è impaziente: l’industria bellica, in primis quella statunitense, non si accontenta più delle briciole dei tanti conflitti locali. Trump ha provato a darle risposte giocando alla guerra con Ping Pong (cit.) e per fortuna da quella parte il pericolo è rientrato. Nel frattempo gioca a fare le guerre commerciali istituendo dazi, complicando ancora di più lo stato della cosiddetta globalizzazione, che per chi non lo sapesse arranca già da un po’ (qui e qui per fare due esempi).

Intanto con la scusa delle armi chimiche la situazione in Siria rischia di precipitare, e non si tratterebbe di un nuovo Iraq, c’è in gioco molto, molto di più. Su Internazionale una sintesi, proprio in pillole, del conflitto siriano. Mi riprometto da un po’ invece, e DEVO farlo, di leggere il libro di chi è andato in Siria, a combattere l’Isis, e ci ha fatto dono della sua esperienza.

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Giusto terrore

giusto-terrore-350x485Le parole hanno più di una storia e le armoniche di senso risuonano in modi diversi nel tempo, nella comunità e nel singolo che parla, ricorda e scrive. Siamo parlati dal linguaggio, ma proprio per questo dobbiamo negarci ogni estasi etimologica, non importa che in uccidere si celi caedo, verbo tecnico dei latini per il togliere la vita nel sacrificio: non significa nulla di più. (p. 43)

Conosco Alessandro Gazoia da quando scriveva con lo pseudonimo @jumpinshark  sul web, devo a lui qualcosa del buono che allora girava sui blog, una curiosità per la semiotica e la linguistica che presto o tardi mi riprometto di soddisfare e soprattutto la verità profonda su cosa costituisca il web. Quando in libreria ho visto il suo nuovo libro non ho potuto resistere e così l’ho preso. L’ho letto velocemente, con la spinta ad andare avanti che solo un buon libro sa darti. Una delle prime impressioni positive riguarda il linguaggio, stimolante e curato in maniera impeccabile e sapiente. Questo è un aspetto che anni fa non avrei considerato particolarmente, perché tendevo a leggere voracemente tralasciando stili e abilità nella scrittura, mentre col passare degli anni sono diventata più attenta ed anche esigente. Lo stile però non dev’essere fine a se stesso e il testo non delude proprio perché tra forma e contenuto rilevo un’armonia eccellente. Appassionata di saggistica e di narrativa, quelli che qualcuno definisce oggetti narrativi non identificati, a cavallo tra fiction e realtà in un inestricabile quanto efficace connubio adoro leggerli, e immagino siano particolarmente complessi in fase di scrittura.

Giusto terrore affronta il tema del terrore contemporaneo, jihadista ma anche novecentesco e brigatista, in un auto-racconto che non è mai banale né forzato. Piacevole anche quando duro, efficace nel miglior senso possibile, ci guida tra le “storie del nostro tempo conteso” e ci racconta l’Italia delle lotte operaie della fase di reflusso, il passaggio dal tutto è possibile al tutto è già successo, la nascita dell’estremismo islamico contemporaneo e il futuro già presente che ci dà il giusto terrore. Ho chiuso il libro soddisfatta e quasi orgogliosa per lui. È uno di quei libri che mi fa pensare “mi piacerebbe saperlo scrivere”.

Non siamo poveri?

Lo stato sociale non sta bene, si dice sia stata l’austerità, o anche quelle regole imposte dalla miope versione europea del neoliberismo che invece di avvicinare le economie nazionali le hanno addirittura allontanate. Il nostro rapporto debito/PIL al 2016 è al 131,6% alla faccia dei sacrifici. La disoccupazione è in media quasi il doppio del livello pre-crisi (taceforbice rischio povertàndo le differenze tra le diverse macro-aree, così determinanti) mentre la pressione fiscale non ha corrispettivo nei servizi che riceviamo. Infatti il costo della spesa sociale sul PIL è solo all’11,9% e allo stesso tempo i dati su rischio povertà ed esclusione sociale sono allarmanti. Il 30% della popolazione, si trova in una delle condizioni previste dall’indicatore di rischio povertà ed esclusione, in termini assoluti un aumento in dieci anni da 15 a 18 milioni di persone. E parliamo a livello nazionale, perché al Sud, ed in particolare in Sicilia, Campania e Calabria riguarda una persona su due, come si può vedere nella tabella sottostante:

tabella rischio povertà regioniI dati e le immagini riportati derivano da uno studio della CGIA di Mestre pubblicato da pochi giorni, e passato come è ovvio sotto silenzio  nel dibattito convulso di questi giorni sulle cariche da eleggere e sui governi da far nascere. Eppure si tratterebbe di argomenti essenziali dal punto di vista politico perché parte tutto da lì, dalla condizione materiale delle persone, che elaborano risposte, anche le più svariate e contraddittorie di fronte ad un impoverimento generalizzato e che sembra sia invisibile o inesistente nella vulgata pubblica. E poi non ci si può stupire se elettoralmente le cose hanno preso la piega che tutti sappiamo. Forse non è chiaro però cosa vuol dire essere a rischio povertà o esclusione sociale, perché noi siamo convinti di stare bene ed essere privilegiati, e in fondo ancora lo siamo, ma leggete qui sotto come si ricava questo indicatore e pensate a tutto ciò che è intorno a voi, i vostri vicini, i parenti, gli amici, e ancora, rifletteteci su.

indicatore rischio povertà

La questione meridionale

I dati Istat sul mercato del lavoro pubblicati il 13 marzo e riferiti non solo al quarto trimestre del 2017 ma anche all’intero anno appena trascorso, hanno un interessante paragrafo relativo all’andamento territoriale dell’offerta di lavoro, da cui emerge ancora una volta la questione meridionale nel migliore dei casi ignorata nell’ultima campagna elettorale. Cosa ci dicono i dati presentati? In sintesi la situazione lavorativa migliora un po’ ovunque ma a ritmi ben diversi, con un gap tra Nord e Sud che appare sempre più incolmabile. L’occupazione cresce al Nord, al Centro e al Sud con tassi simili (rispettivamente 0,8, 0,7 e 0,6 punti, ma il Nord e il Centro hanno già recuperato i livelli pre-crisi del 2008. Al Sud si avvicinano a questo traguardo solo Basilicata (-0,1) e Campania (-0,3). Il tasso di occupazione cresce in maniera maggiore a Nord. Il tasso di disoccupazione scende globalmente in tutte le aree ma le proporzioni sono allarmanti: il 19,4% del Sud è quasi tre volte il valore del Nord (6,9%) e circa il doppio di quello del Centro (10,0%).

Tra le note negative i tassi di occupazione in Basilicata (-0,8 punti) e Molise (-0,2%). In Molise cresce anche il tasso di disoccupazione, che registra +1,8 punti mentre in Campania l’aumento è di 0,6 punti. Tra i grandi Comuni del Mezzogiorno solo Catania ha il tasso di occupazione negativo (-0,8 punti). I peggiori risultati riguardanti il tasso di disoccupazione sono a Napoli, Messina e Catania (+3,9, +3,2 e +1,6.
Il quadro generale è impietoso: se al Nord l’occupazione è al 66,7% e al Centro raggiunge quota 62,8%, al Sud si ferma al 44%. Bisogna inoltre tenere presente che l’occupazione non è tutta uguale, anzi sono in aumento i lavoratori a termine e soprattutto quelli in somministrazione, cioè affittati attraverso le agenzie interinali. Nel desolante scenario in cui esistono e sono perfettamente legali contratti di collaborazione occasionale di una sola ora al Sud restano le briciole anche di questi, nel silenzio generale, mentre sempre più giovani decidono di andare a cercare briciole migliori da qualche altra parte, dove le tavole sono più riccamente imbandite.

Il punto sul mercato del lavoro. Dati Istat

L’economia è in ripresa, il Pil italiano continua a crescere (+0,3% nel quarto trimestre 2017) e il commercio mondiale è in salute nonostante Trump, con un +4,5% su base annua. Come riporta la nota mensile sull’andamento dell’economia italiana diffusa dall’Istat, la crescita nel quarto trimestre “è stata sostenuta dall’intensificazione del processo di accumulazione del capitale“. Allo stesso tempo “le prospettive per l’occupazione si mantengono stabili”. I dati Istat sul mercato del lavoro nel quarto trimestre del 2017 ci dicono che l’aumento congiunturale degli occupati è dovuto ai dipendenti a tempo determinato, +57.000 ovvero +2,0%, mentre i dipendenti a tempo indeterminato diminuiscono di 25.000 unità, -0,2% e gli indipendenti di 20.000, -0,4% (questi ultimi sono in calo da sette anni). I dati complessivi del 2017 sono 371.000 dipendenti in più, di cui 298.000 a tempo determinato e 73.000 permanenti. Sono però i lavoratori in somministrazione a crescere più di tutti, +6,7% a livello congiunturale e +25,2% su base annua. La media 2017 dei somministrati è 23,5%, il valore più alto degli ultimi quindici anni.

Indicatori del lavoro

Lo dice l’Istat, circa nove nuovi occupati su 10 sono a termine. Come abbiamo visto, ancora peggio è il vero e proprio boom di lavoratori in somministrazione, cioè assunti da agenzie interinali per conto delle imprese, con un notevole risparmio per quest’ultime sui costi del lavoro (gli stessi costi nell’ultimo anno risultano aumentati per via della cessazione degli sgravi sulle assunzioni a tempo indeterminato) mentre aumentano il monte ore lavorate e la produttività del lavoro.

Dei dati diffusi dall’Istat meritano menzione anche quelli riferiti all’andamento territoriale dell’offerta di lavoro. La questione meridionale è terribilmente attuale, perché anche se i dati spesso dimostrano miglioramenti più o meno timidi un po’ ovunque, il Nord procede sempre più velocemente e il distacco non potrebbe mai colmarsi a questi ritmi. Ad esempio il tasso di disoccupazione diminuisce quasi ovunque ma al Sud (19,4%) è quasi tre volte quello del Nord (6,9%) e circa il doppio del Centro (10,0%).

Tasso di occupazione/tasso di disoccupazione 2017

Quasi due anni e non sentirli

Mentre corriamo incontro alla nostra barbarie la vita scorre inesorabile, si ripete come la storia, dalla tragedia alla farsa. L’ultima volta che ho affidato i miei pensieri a questo blog lamentavo il vuoto a sinistra, riempito da più furbi ma non per questo davvero svegli. L’enfant prodige fiorentino ha concluso la sua missione con l’ennesimo tonfo che non ha percepito, in Italia la metà dei votanti ha scelto 5 stelle o Salvini (non la coalizione, proprio la Lega) e anche la democrazia non si sente molto bene. Battute a parte, non si può gioire dello zero virgola di Casapau se i destrorsi del senso comune non hanno bisogno di votarli perché li supplisce egregiamente metà dell’arco parlamentare. Come ai tempi di B. ormai davvero cotto, la maggior parte delle persone preferisce l’originale alle brutte copie (Jobs Act, Minniti? Per dire eh!) e svolta a destra, una tradizione a queste latitudini, nonostante una costituzione à la carte antifascista.

Nello stesso periodo in cui scrivevo per l’ultima volta (ma sono passati davvero quasi due anni?) partecipavo a due corsi per un tipo lavoro in somministrazione che non ho poi avuto la (s)fortuna (!) di avere, tra l’altro collegato e proliferante grazie alla stronzata della buona scuola, che tanto buona non sta. In questi giorni invece mi hanno pagata regolarmente, con contratto, un’ora di lavoro svolta nel mese di gennaio. È tutto a norma di legge, e se mi avesse chiamato l’ISTAT per l’indagine sullo stato occupazionale in quel frangente sarei stata occupata, nel senso di lavoro. Ma su quello che sta diventando, è già diventato il lavoro, dovrei scriverne a parte, approfonditamente, e davvero tanto. Ma per chi?

Non per infierire sul PD (quelli che la sinistra alla Corbyn è destinata a perdere) in the meanwhile quelli lì discutono di rinazionalizzazione. E noi il tema lo lasciamo alla prima Meloni che passa, vedi Poste Italiane S. p. A.

Per capirci:

the next Labour government under Jeremy Corbyn and McDonnell  is genuinely dedicated to restoring properly-funded and resourced public services and reversing past privatisations of key economic sectors made by previous Conservative and Labour governments in the neoliberal period of the 30 years before the Great Recession.

Sì, rosico fortissimo. Ci arriveremo anche noi presumo, in ritardo, e chissà quali macerie da riscostruire. Se solo ci ricordassimo come si fa…

Horror vacui

Si sa, la politica non ammette vuoti. In Italia poi, abbiamo un particolare estro per riempire gli spazi nei modi più originali, creando avanguardie che fanno scuola. In una fase di crisi profonda, perché al netto delle narrazioni fantascientifiche che ci vengono propinate lì siamo, teoricamente a sinistra si aprirebbero praterie. Ma come la nascita e la vittoria del fascismo quasi cento anni fa ci (dovrebbe) insegna(re), questo paese non sembra mai pronto da quel lato. Sinistra, non quella secondo Ezio Mauro, che teneramente chiama tale il Pd, sinistra che è praticamente irrilevante nel discorso pubblico, eppure avrebbe tutte le armi, gli argomenti e i motivi per essere se non maggioritaria quantomeno significativa. Il M5S è una risposta sbagliata ad una domanda giusta, giustissima, ha anche indovinato perfettamente i tempi, ed è dimostrato che ovunque ci sia una valida alternativa di sinistra non riesca a sfondare. Il problema della sinistra resta quindi la sinistra, e mentre altrohappybdaykmve qualcosa eppure si muove (la Spagna su tutti) qua corriamo a perdere l’ennesimo appuntamento con la storia∗.

Chiusa la parentesi elettorale, per chi ancora si appassiona, considerato che ha votato la metà degli aventi diritto, torneremo a parlare di Francia, ma non di quella che si ribella alla Loi Travail, ma di quella che ospita l’europeo che stiamo stranamente conducendo bene. I francesi combattono ma noi non ce ne accorgiamo, guardiamo un pallone, tanto più che
senza lavoro di tempo ne abbiamo. E chi parlerà del sostanziale fallimento del Jobs Act? Di certo non chi l’ha voluto, perché dal loro punto di vista è riuscito perfettamente nel suo intento, checché si parli di eterogenesi dei fini: abbattere i costi del lavoro, e quindi i lavoratori, merce, costo insopportabile in un sistema in cui la caduta del saggio di profitto è la realtà che nessuno vede seppur prevista qualche secolo fa:

L’ottimista sarebbe portato a dire che ad ogni buon conto 330.000 contratti nuovi sono sempre un numero positivo. Una più attenta lettura dei dati mostra che anche in questo caso l’ottimismo deve subire una ennesima, pesante battuta di arresto. Infatti se i contratti son diminuiti, sono addirittura crollati i contratti a tempo indeterminato, che rappresentano ora non più del 22% del numero complessivo. Un dato davvero disarmante: solo 73.000 contratti a tempo indeterminato con una diminuzione rispetto all’anno precedente di un drammatico 78%. Si inverte quindi la proporzione rispetto allo scorso anno (anche – e pare una sorpresa ai più disattenti – con riferimento al periodo precedente il marzo 2015, data di entrata in vigore del contratto a tutele progressive); quando furono 239.000 su un totale di 451.000 nuovi contratti.

Ma le brutte o bruttissime notizie non finiscono qui. Se i contratti stabili sono solo il 22%, il resto sono ovviamente contratti precari. E come tali potrebbero essere (anzi sono spesso) di breve durata. Nulla esclude quindi che uno stesso lavoratore possa concludere anche più di un contratto nel medesimo periodo di tempo. I 330.000 contratti non sono quindi 330.000 nuovi posti di lavoro.

∗ Mentre scrivevo, ho
trovato il link a questo testo da poco uscito. Riots are coming, sperém.