Abbiamo ragione da vent’anni

Genova non è finita, dicevo, dico, diciamo in tanti, e non è uno slogan. Continuo la mia estate di letture dedicate con un’insolita lentezza, con qualche incidente di percorso (stavo terminando Zona rossa, il numero 54 di Zapruder e puff! Devo capire che fine ha fatto spostandomi da una città all’altra). Intanto ho letto Abbiamo ragione da vent’anni, di biani gubiMauro Biani e Carlo Gubitosa, a cui devo dire grazie perché hanno messo in fila la serie di ragioni che sappiamo di avere, a volte solo intuitivamente o senza ragionarci abbastanza su, con una disamina puntuale, e sapendole mettere in prospettiva con le lotte sociali di oggi. Abbiamo ragione dunque, una ragione che non ci dà conforto, né tregua: perché sarebbe stato meglio per tutti avere avuto torto, oppure essere ascoltati vent’anni fa. Abbiamo, tutti, “perso” vent’anni – al netto della disillusione e del riflusso anche in parte fisiologico sappiamo che non è del tutto così, molti di noi hanno continuato, in mille forme diverse, le battaglie di allora – e avremmo potuto affrontare anche l’emergenza Covid in maniera sicuramente più efficace:

I big data e le statistiche mondiali non ci permettono più di ignorare un’evidenza che era già chiara a chi ha manifestato nel 2001 per far cambiare rotta agli otto governi più potenti del mondo: la scienza è inutile senza giustizia sociale; la medicina non funziona senza un sistema sanitario pubblico che garantisca le cure essenziali; le innovazioni scientifiche rimangono un privilegio per le élite se non vanno incontro agli strati più deboli delle popolazioni.

Questo libro mi aiuta a riflettere sul fatto che non basta la memoria, e non bastano le nostre ragioni di allora; per questo credo sia coniugato al presente, non avevamo solo ragione, no, noi abbiamo ragione da vent’anni, e su tutti i fronti.

Sulle migrazioni, basta ricordare che a Genova le manifestazioni si aprirono il 19 con il coloratissimo corteo dei migranti, un colpo d’occhio che riempiva i cuori e non poteva certo lasciare presagire quel che sarebbero stati i giorni successivi. E poi sull’economia:

Abbiamo ragione da vent’anni: un sistema economico che consente queste truffe legalizzate, e permette a multinazionali di saccheggiare interi continenti, non è più tollerabile, né sostenibile. Non lo era ieri quando il continente saccheggiato era l’Africa, non lo è oggi quando l’economia predatoria svuota di ricchezza anche l’Europa, e il peso del carico fiscale è scaricato sulle spalle delle piccole imprese locali.

L’Afghanistan, improvvisamente ritornato all’attenzione mediatica per il frettoloso ritiro statunitense che ha riconsegnato, previo accordo, il paese ai talebani, oggi ci conferma, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che

Avevamo ragione anche sulle guerre che ci hanno tappato la bocca a pochi giorni di distanza dalla nostra protesta, usando come pretesto gli attentati dell’11 settembre 2001 per cancellare dal dibattito politico le ragioni dei movimenti per la globalizzazione dei diritti.

E cosa dire dei cambiamenti climatici? La lunga ondata di caldo nel Mediterraneo, intervallata nelle zone europee centrali e nel Nord Italia da fenomeni estremi sempre più frequenti, dovrebbe dirci qualcosa. E il caldo anomalo che sta iniziando ad investire il Sud America, dove ricordiamo sarebbero ancora nella stagione invernale? “Abbiamo ragione da vent’anni a dire che gli otto governi più potenti del mondo hanno messo a rischio la sopravvivenza del pianeta”. E vent’anni fa non riuscivano a mettersi d’accordo neanche sul Protocollo di Kyoto, mentre oggi sappiamo che molto di più audace sarebbe necessario solo per limitare i danni.

Avevamo ragione anche sulla repressione delle proteste, molto di più di quanto pensassimo, e l’impegno di chi in questi anni è stato a fianco di chi ha pagato per conto di tutti ci ha aiutato ad avere la misura di quanta amara ragione avessimo.

Dal 2001 a oggi abbiamo avuto ragione anche su Piazza Alimonda, Diaz, Bolzaneto e la repressione militare del dissenso. Si possono negare o ridicolizzare quelle ragioni, ma di fronte alle storie, alla cronaca, ai dati di realtà e alle conseguenze devastanti delle politiche che abbiamo cercato di combattere, chi protestava a Genova era nel giusto, e aveva torto chi ha represso nel sangue quella protesta.

Come molto di quello che è stato prodotto intorno al ventennale di Genova, non si tratta solo di memoria, di ricordo. Questo libro manca di autocommiserazione ed è pieno di speranza, questa è la sua forza. Perché anche se sappiamo che è dura, sappiamo ancora oggi che un altro mondo è possibile.

Il mondo è pieno di “cause perse” da sostenere contro forze soverchianti, per affermare un’idea di futuro o un ideale di giustizia. Ma ogni tanto, ed è questo il bello quando non ti arrendi mai alle ingiustizie, capita che una di queste cause perse diventi un passo avanti nel progresso umano e sociale; capita che una lotta sociale di alcuni diventi conquista civile per tutti; capita che le formiche delle piazze riescano a smuovere le montagne della politica.

Nessun rimorso

Giorni intensi sono trascorsi, in vista del ventennale. Il 20 è sempre il giorno più difficile, perché qualcuno ogni anno si sente titolato a straparlare, avendo la sua superficiale verità in tasca. Sapevo che su Twitter sarei rimasta intrappolata, ma Zerocalcare nelle sue tavole risponde alla domanda che mi pongo: perché mi ci amminchio ogni anno?

Non cambierò l’opinione di coloro che sentono il bisogno di scrivere le solite boiate per sentirsi migliori, ma se anche una sola persona leggendo quelle discussioni si pone qualche domanda e decide di approfondire ben venga. Ho finito giusto il 20 Nessun rimorso, nuova edizione del testo curato da Supporto legale con i contributi di tanti fumettisti. Questa non è una classica recensione, perché non starò tanto a soffermarmi sul contenuto in sé, però sicuramente lo consiglio, perché è uno dei contributi migliori usciti per questo ventennale. Quest’anno l’attenzione sui fatti di Genova, complice la cifra tonda, è stata sovradimendionata rispetto agli altri anni, però, come abbiamo già detto, tocca al movimento raccontarsi, più che lasciarsi raccontare. Sui media mainstream ci hanno ripetuto che avevamo ragione noi, ma è una frase buttata lì, perché in realtà sono poche le analisi su cosa fosse il movimento, su cosa volesse. Giusto ricordare le violenze e la repressione, ma sembra un alibi per non dire tutto il resto.

Da parte di chi c’era, o anche di chi ha vissuto quelle giornate pur non essendo fisicamente lì, ho percepito invece una grande voglia di raccontarsi, mi sembra si stia in qualche modo elaborando – finalmente – un lutto lungo ormai venti anni. Anche in strada, a Genova, non è stata semplicemente, come non doveva essere, una commemorazione, ma un momento di raccolta e riflessione per ripartire, cominciando a mettere dei punti fermi, a partire dal fatto che non è stata la repressione in sé ad uccidere il movimento. Il fatto che da Piazza Alimonda, pardon, piazza Carlo Giuliani, sia partito un corteo mi sembra simbolicamente importante. Intanto io continuo a raccogliere materiale da leggere, continuo ad ascoltare il podcast di Internazionale ancora in pubblicazione, e ci tengo a segnalare lo speciale – trasmesso in quattro giorni, la settimana scorsa – di Radio Quar che sarà presto disponibile online.

Intanto mi è arrivato finalmente e ho iniziato il numero 54 di Zapruder “Zona rossa” che ho ordinato tramite un circuito dii librai indipendenti. Ho preso anche alcuni libri che leggerò in questa lunga estate in cui ho deciso che devo continuare a scandagliare questo nostro grande rimosso generazionale, e so che tanti hanno fatto questa scelta, come Loredana Lipperini: “Ieri sera ho rivisto Diaz, il film di Daniele Vicari. Non volevo farmi del male, anche se me ne sono fatta, ma volevo ricordare meglio, e usare una narrazione oltre alle decine di podcast e di libri e di storie di questi giorni”. Ricordare meglio, usare diverse narrazioni, continuare questo lavoro di elaborazione della memoria collettiva, quasi come fosse non dico un dovere, ma una necessità morale che ci attraversa, ed è il percorso comune di chi in questi anni, da Genova, o da prima di Genova, ha scelto di fare politica, nelle forme più varie, e continua a farla ancora, in modi anche nuovi e diversi. Perché siamo sempre immersi nella stessa realtà che raccontavamo ingiusta, e siamo ancora consapevoli che un altro mondo è possibile.

insorgiamo ZCNota a margine ma non fuori tema: Le cronache sono incartate nei dibattiti intorno all’obbligatorietà vaccinale, più surrettizia tramite il green pass che diretta, mentre il conflitto sociale, che aumenta e aumenterà, è rimosso dal discorso pubblico, ma torna prepotentemente per chi lo vuole vedere: le conseguenze dello sblocco dei licenziamenti passano dalla GKN con il loro bellissimo Insorgiamo (qui l’account twitter di sostegno al collettivo di fabbrica), ai lavoratori Whirpool di Napoli che ricevono la solidarietà dai colleghi degli altri stabilimenti, fino alle realtà più piccole e per questo forse meno visibili, a volte invisibili (per fare alcuni nomi, ma sono 89 i tavoli aperti al MISE: Timken, Gianetti Ruote, ABB, Elica,… ), i lavoratori dovrebbero avere il centro della scena.

insorgiamo

Genova non è finita

nessun rimorso

Da qualche settimana già ci penso su, da mesi so che devo farlo. Per il ventennale di Genova molto si sta muovendo, e anche per fronteggiare tutto quello che sta arrivando ho sentito la necessità di prepararmi. #genovanonèfinita dice un hashtag che si affaccia su Twitter. Ma cosa è stata? Il podcast Il salto scritto da @smenafra – Sara Menafra – con l’editing di @Majunteo – Matteo Miavaldi, disponibile su RaiPlayRadio e sul sito di Radio 3 dice bene: “se avete almeno 35 anni, e i primi 20 li avete passati in Italia, la morte di Carlo Giuliani e le giornate del G8 di Genoa probabilmente sono state un punto di rottura della vostra giovinezza”.

(A proposito di podcast consiglio quello di @RadioCaneMilano e quello curato da Annalisa Camilli per Internazionale, ancora in corso, un episodio a settimana a partire dal 16 giugno, saranno infine 8 episodi, dal titolo Limoni).

Il movimento dei movimenti

Alla fine del Ventesimo secolo i movimenti contro la globalizzazione capitalista alzavano la testa e si scoprivano forti anche attraverso la scelta di costituire dei controvertici in opposizione al “governo dei potenti”: il G8, ora G7 dopo la sospensione della Russia per via dei fatti di Crimea, che poi si è ritirata, tanto sta nel G20 (l’ultimo vertice si è tenuto a fine giugno in Cornovaglia), il WTO, la Banca mondiale. Proprio al volgere del secolo, a Seattle in occasione del vertice del WTO il movimento si impose di fronte all’opinione pubblica mondiale, impedendo l’inaugurazione dell’evento. Su Radio Onda Rossa tra gli speciali in vista del ventennale di Genova si possono ascoltare due puntate sulla “stagione dei controvertici“. Genova è stato il punto culminante di quel movimento, chi è andato a Genova sapeva l’importanza di esserci, col senno di poi, cercando capire i motivi della sconfitta, o quanto meno del riflusso del movimento, c’è chi ha detto che l’attenzione verso il grande “evento” è stato un errore strategico. (vedi negli anni successivi le riflessioni fatte dai Wu Ming nella allora newsletter Giap)

Per dare un’idea della tensione crescente nelle settimane e nei giorni precedenti si può seguire la Time machine realizzata da Indymedia, che sta rimettendo online tutto ciò che da loro venne pubblicato allora, giorno per giorno.

A vederlo in retrospettiva, vent’anni dopo, è difficile poter dare torto ai tantissimi che riempirono le piazze in quegli anni: le questioni poste dal movimento sono ancora all’ordine del giorno, la crisi del 2008 prima e la lunga crisi pandemica di cui non si vede la fine sembrano dire proprio “Avevate ragione voi” (https://yewtu.be/watch?v=dvu-3YzAkDw).

La “dichiarazione di guerra” delle tute bianche:

Alla Società Civile Globale;

al Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza – Italia
al Ministero della Difesa italiano – Capo di stato maggiore;
al Governo italiano – Presidenza del Consiglio – Presidente della Repubblica;
al Capo di Stato Maggiore FF.AA. Stati Uniti d’America – Ambasciata americana Roma;
Direzione C.I.A. – sede S.I.S.D.E. Roma;

DICHIARAZIONE DI GUERRA AI POTENTI DELL’INGIUSTIZIA E DELLA MISERIA

Apprendiamo da fonti giornalistiche italiane che i governi italiano e americano hanno deciso in una riunione svoltasi al Viminale, Roma, il 24 maggio 2001, di dichiarare formalmente guerra alle moltitudini di fratelli e sorelle che confluiranno a Genova durante il vertice del G8 previsto per luglio. La scelta di usare le vostre forze armate e i corpi speciali contro l’umanità, vi rende più vicini ai vostri alleati che nel sud del mondo quotidianamente uccidono, affamano, perseguitano chi non accetta lo sfruttamento del neoliberismo. In ogni parte di questo pianeta i vostri militari intervengono con i fucili contro le idee e i sogni di un mondo diverso, un mondo che contenga molti mondi. Il mondo che voi volete imporre anche nella vostra riunione di Genova, è un mondo unico, dove esista un pensiero unico, dove l’unica ideologia sia quella del denaro, dei profitti, del mercato delle merci e dei corpi. Il vostro mondo è un impero, voi gli imperatori, miliardi di esseri viventi semplici sudditi.

Dalle periferie di questo impero, dai molti mondi che resistono e crescono con il sogno di una esistenza migliore per tutti, oggi, noi, piccoli sudditi ribelli, vi dichiariamo formalmente guerra. È una scelta che voi avete provocato, perché noi preferiamo la pace, è una decisione che per noi significa sfidare la vostra arroganza e la vostra forza, ma siamo obbligati a farlo.

È un obbligo tentare di fermarvi perché finisca l’ingiustizia
È un obbligo dare voce ai fratelli e sorelle che in tutto il pianeta soffrono a causa vostra
È un obbligo non cedere alla paura dei vostri eserciti e alzare la testa

È un obbligo perché solo per obbligo noi dichiariamo le guerre. Ma se dobbiamo scegliere tra lo scontro con le vostre truppe d’occupazione e la rassegnazione, non abbiamo dubbi. Ci scontreremo.

Vi annunciamo formalmente che anche noi siamo scesi sul piede di guerra. Saremo a Genova e il nostro esercito di sognatori, di poveri e bambini, di indios del mondo, di donne e uomini, di gay, lesbiche, artisti e operai, di giovani e anziani, di bianchi, neri, gialli e rossi, disobbedirà alle vostre imposizioni. Noi siamo un esercito nato per sciogliersi, ma solo dopo avervi sconfitto. Oggi noi diciamo “Ya Basta!”.

Dalle periferie dell’Impero
Tute Bianche per l’umanità contro il neoliberismo
26 maggio 2001 – Genova, Italia, Pianeta Terra

Dalle moltitudini d’Europa in marcia contro l’Impero e verso Genova (19-21 luglio 2001)

Noi siamo nuovi, ma siamo quelli di sempre.
Siamo antichi per il futuro, esercito di disobbedienza le cui storie sono armi, da secoli in marcia su questo continente. Nei nostri stendardi è scritto “dignità”. In nome di essa combattiamo chi si vuole padrone di persone, campi, boschi e corsi d’acqua, governa con l’arbitrio, impone l’ordine dell’Impero, immiserisce le comunità.

Siamo i contadini della Jacquerie. I mercenari della Guerra dei Cent’anni razziavano i nostri villaggi, i nobili di Francia ci affamavano. Nell’anno del Signore 1358 ci sollevammo, demolimmo castelli, ci riprendemmo il nostro. Alcuni di noi furono catturati e decapitati. Sentimmo il sangue risalire le narici, ma eravamo in marcia ormai, e non ci siamo più fermati.

Siamo i ciompi di Firenze, popolo minuto di opifici e arti minori. Nell’anno del Signore 1378 un cardatore ci guidò alla rivolta. Prendemmo il Comune, riformammo arti e mestieri. I padroni fuggirono in campagna e di là ci affamarono cingendo d’assedio la città. Dopo due anni di stenti ci sconfissero, restaurarono l’oligarchia, ma il lento contagio dell’esempio non lo potevano fermare.

Siamo i contadini d’Inghilterra che presero le armi contro i nobili per porre fine a gabelle e imposizioni. Nell’anno del Signore 1381 ascoltammo la predicazione di John Ball: “Quando Adamo zappava ed Eva filava / chi era allora il padrone?”. Con roncole e forconi muovemmo dall’Essex e dal Kent, occupammo Londra, appiccammo fuochi, saccheggiammo il palazzo dell’Arcivescovo, aprimmo le porte delle prigioni. Per ordine di re Riccardo II° molti di noi salirono al patibolo, ma nulla sarebbe più stato come prima.

Siamo gli hussiti. Siamo i taboriti. Siamo gli artigiani e operai boemi, ribelli al papa, al re e all’imperatore dopo che il rogo consumò Ian Hus. Nell’anno del signore 1419 assaltammo il municipio di Praga, defenestrammo il borgomastro e i consiglieri comunali. Re Venceslao morì di crepacuore. I potenti d’Europa ci mossero guerra, chiamammo alle armi il popolo ceco. Respingemmo ogni invasione, contrattaccando entrammo in Austria, Ungheria, Brandeburgo, Sassonia, Franconia, Palatinato… Il cuore di un continente nelle nostre mani. Abolimmo il servaggio e le decime. Ci sconfissero trent’anni di guerre e crociate.

Siamo i trentaquattromila che risposero all’appello di Hans il pifferaio. Nell’anno del Signore 1476, la Madonna di Niklashausen si rivelò ad Hans e disse:
“Niente più re né principi. Niente più papato né clero. Niente più tasse né decime. I campi, le foreste e i corsi d’acqua saranno di tutti. Tutti saranno fratelli e nessuno possederà più del suo vicino.”
Arrivammo il giorno di S. Margherita, una candela in una mano e una picca nell’altra. La Santa Vergine ci avrebbe detto cosa fare. Ma i cavalieri del Vescovo catturarono Hans, poi ci attaccarono e sconfissero. Hans bruciò sul rogo. Non così le parole della Vergine.

Siamo quelli dello Scarpone, salariati e contadini d’Alsazia che, nell’anno del Signore 1493, cospirarono per giustiziare gli usurai e cancellare i debiti, espropriare le ricchezze dei monasteri, ridurre lo stipendio dei preti, abolire la confessione, sostituire al Tribunale Imperiale giudici di villaggio eletti dal popolo. Il giorno della Santa Pasqua attaccammo la fortezza di Schlettstadt, ma fummo sconfitti, e molti di noi impiccati o mutilati ed esposti al dileggio delle genti. Ma quanti di noi proseguirono la marcia portarono lo Scarpone in tutta la Germania. Dopo anni di repressione e riorganizzazione, nell’anno del Signore 1513 lo Scarpone insorse a Friburgo. La marcia non si fermava, né lo Scarpone ha più smesso di battere il suolo.

Siamo il Povero Konrad, contadini di Svevia che si ribellarono alle tasse su vino, carne e pane, nell’anno del Signore 1514. In cinquemila minacciammo di conquistare Schorndorf, nella valle di Rems. Il duca Ulderico promise di abolire le nuove tasse e ascoltare le lagnanze dei contadini, ma voleva solo prendere tempo. La rivolta si estese a tutta la Svevia. Mandammo delegati alla Dieta di Stoccarda, che accolse le nostre proposte, ordinando che Ulderico fosse affiancato da un consiglio di cavalieri, borghesi e contadini, e che i beni dei monasteri fossero espropriati e dati alla comunità. Ulderico convocò un’altra Dieta a Tubinga, si rivolse agli altri principi e radunò una grande armata. Gli ci volle del bello e del buono per espugnare la valle di Rems: assediò e affamò il Povero Konrad sul monte Koppel, depredò i villaggi, arrestò sedicimila contadini, sedici ebbero recisa la testa, gli altri li condannò a pagare forti ammende. Ma il Povero Konrad ancora si solleva.

Siamo i contadini d’Ungheria che, adunatisi per la crociata contro il Turco, decisero invece di muover guerra ai signori, nell’anno del Signore 1514. Sessantamila uomini in armi, guidati dal comandante Dozsa, portarono l’insurrezione in tutto il paese. L’esercito dei nobili ci accerchiò a Czanad, dov’era nata una repubblica di eguali. Ci presero dopo due mesi d’assedio. Dozsa fu arrostito su un trono rovente, i suoi luogotenenti costretti a mangiarne le carni per aver salva la vita. Migliaia di contadini furono impalati o impiccati. La strage e quell’empia eucarestia deviarono ma non fermarono la marcia.

Siamo l’esercito dei contadini e dei minatori di Thomas Muentzer. Nell’anno del Signore 1524, al grido di: “Tutte le cose sono comuni!” dichiarammo guerra all’ordine del mondo, i nostri Dodici Articoli fecero tremare i potenti d’Europa. Conquistammo le città, scaldammo i cuori delle genti. I lanzichenecchi ci sterminarono in Turingia, Muentzer fu straziato dal boia, ma chi poteva più negarlo? Ciò che apparteneva alla terra, alla terra sarebbe tornato.

Siamo i lavoranti e contadini senza podere che nell’anno del Signore 1649, a Walton-on-Thames, Surrey, occuparono la terra comune e presero a sarchiarla e seminarla. “Diggers”, ci chiamarono. “Zappatori”. Volevamo vivere insieme, mettere in comune i frutti della terra. Più volte i proprietari terrieri istigarono contro di noi folle inferocite. Villici e soldati ci assalirono e rovinarono il raccolto. Quando tagliammo la legna nel bosco del demanio, i signori ci denunciarono. Dicevano che avevamo violato le loro proprietà. Ci spostammo a Cobham Manor, costruimmo case e seminammo grano. La cavalleria ci aggredì, distrusse le case, calpestò il grano. Ricostruimmo, riseminammo. Altri come noi si erano riuniti in Kent e in Northamptonshire. Una folla in tumulto li allontanò. La legge ci scacciò, non esitammo a rimetterci in cammino.

Siamo i servi, i lavoranti, i minatori, gli evasi e i disertori che si unirono ai cosacchi di Pugaciov, per rovesciare gli autocrati di Russia e abolire il servaggio. Nell’anno del Signore 1774 ci impadronimmo di roccaforti, espropriammo ricchezze e dagli Urali ci dirigemmo verso Mosca. Pugaciov fu catturato, ma il seme avrebbe dato frutti.

Siamo l’esercito del generale Ludd. Scacciarono i nostri padri dalle terre su cui vivevano, noi fummo operai tessitori, poi arrivò l’arnese, il telaio meccanico… Nell’anno del Signore 1811, nelle campagne d’Inghilterra, per tre mesi colpimmo fabbriche, distruggemmo telai, ci prendemmo gioco di guardie e conestabili. Il governo ci mandò contro decine di migliaia di soldati e civili in armi. Una legge infame stabilì che le macchine contavano più delle persone, e chi le distruggeva andava impiccato. Lord Byron ammonì:
“Non c’è abbastanza sangue nel vostro codice penale, che se ne deve versare altro perché salga in cielo e testimoni contro di voi? Come applicherete questa legge? Chiuderete un intero paese nelle sue prigioni? Alzerete una forca in ogni campo e appenderete uomini come spaventacorvi? O semplicemente attuerete uno sterminio?… Sono questi i rimedi per una popolazione affamata e disperata?”.
Scatenammo la rivolta generale, ma eravamo provati, denutriti. Chi non penzolò col cappio al collo fu portato in Australia. Ma il generale Ludd cavalca ancora di notte, al limitare dei campi, e ancora raduna le armate.

Siamo le moltitudini operaie del Cambridgeshire, agli ordini del Capitano Swing, nell’anno del Signore 1830. Contro leggi tiranniche ci ammutinammo, incendiammo fienili, sfasciammo macchinari, minacciammo i padroni, attaccammo i posti di polizia, giustiziammo i delatori. Fummo avviati al patibolo, ma la chiamata del Capitano Swing serrava le file di un esercito più grande. La polvere sollevata dal suo incedere si posava sulle giubbe degli sbirri e sulle toghe dei giudici. Ci attendevano centocinquant’anni di assalto al cielo.

Siamo i tessitori di Slesia che si ribellarono nell’anno 1844, gli stampatori di cotonate che quello stesso anno infiammarono la Boemia, gli insorti proletari dell’anno di grazia 1848, gli spettri che tormentarono le notti dei papi e degli zar, dei padroni e dei loro lacchè. Siamo quelli di Parigi, anno di grazia 1871.
Abbiamo attraversato il secolo della follia e delle vendette, e proseguiamo la marcia.

Loro si dicono nuovi, si battezzano con sigle esoteriche: G8, FMI, WB, WTO, NAFTA, FTAA… Ma non ci ingannano, sono quelli di sempre: gli écorcheurs che razziarono i nostri villaggi, gli oligarchi che si ripresero Firenze, la corte dell’imperatore Sigismondo che attirò Ian Hus con l’inganno, la Dieta di Tubinga che obbedì a Ulderico e annullò le conquiste del Povero Konrad, i principi che mandarono i lanzichenecchi a Frankenhausen, gli empii che arrostirono Dozsa, i proprietari terrieri che tormentarono gli Zappatori, gli autocrati che vinsero Pugaciov, il governo contro cui tuonò Byron, il vecchio mondo che vanificò i nostri assalti e sfasciò ogni scala per il cielo.

Oggi hanno un nuovo impero, su tutto l’orbe impongono nuove servitù della gleba, si pretendono padroni della Terra e del Mare.

Contro di loro, ancora una volta, noi moltitudini ci solleviamo.

Genova.
Penisola italica.
19, 20 e 21 luglio
di un anno che non è più di alcun Signore.

Nei cortei erano previsti e si mossero spezzoni diversi, tutte le diverse anime del movimento erano rappresentate, non tutti sposavano gli stessi metodi di stare in piazza. E poi c’erano i black bloc, che le forze dell’ordine usarono come alibi per reprimere violentemente il movimento. Difficile dire che fu pianificato, altrettanto complicato dare la colpa solo ad impreparazione ed errori tattici. Non è “solo” morto un ragazzo, è stato un inferno e riguardando il materiale video, riascoltando quello audio, le testimonianze, le ricostruzioni, si può affermare che se non ci sono stati altri morti è stato un miracolo.

Su Carlo, a me sale la rabbia ogni anno, perché con troppa superficialità c’è sempre ancora qualcuno che dice che l’estintore, e il passamontagna, e insomma se l’è cercata. Diverse registrazioni, sentite nel podcast di Annalisa Camilli, sono di cittadini che chiamavano la polizia chiedendo di intervenire perché “sfasciano tutto” e invocavano le maniere forti – d’altra parte di fronte alla mattanza molti altri aprirono le porte e diedero acqua e sollievo ai manifestanti. Quelle maniere forti che invece hanno saputo usare solo con i “deboli”, perché lo sappiamo che i black bloc sono stati lasciati agire indisturbati, da Marassi a Piazza Paolo da Novi (ci sarebbe anche da discutere della strumentalità della divisione tra manifestanti buoni e cattivi, tra noi e loro). Non dovrebbe stupire, e vent’anni dopo in seguito allo “scandalo” del carcere di Santa Maria Capua Veterequi il video, che io non ho visto perché non so se reggo – (e Modena, e quelli che passano in sordina?) non si è sollevata quasi nessuna protesta, perché gli ultimi tali sono, e pochi li difendono. Ritornare a Carlo è difficile. Mi arrabbio in primo luogo con me stessa, che quando lo vidi la prima volta con quell’estintore, avevo 15 anni, cerco di giustificarmi, pensai “cazzo, no”. E troppo velocemente giudicai. È forse il senso di colpa per quei giudizi frettolosi che oggi mi impedisce di passare oltre, e mi costringe a prendere posizione, puntualizzare, litigare e incazzarmi spesso. Perché è ancor più ingiustificabile oggi, dopo vent’anni, dare giudizi sommari. Compito di noi tutti è tenere viva la memoria e continuare quella lotta. Consiglio sempre comunque il post su Giap di ormai nove anni fa.

Genova si può raccontare da diverse angolazioni. Genova è anche un pezzo importante di storia del “mediattivismo“. Per chi ha vent’anni ora sembra banale, ma la costruzione corale, dal basso, del racconto delle giornate di Genova era una novità assoluta in un’epoca in cui non esistevano smartphone e le connessioni dei computer (desktop) erano lentissime. Senza il lavoro importante e in presa diretta di tanti non si sarebbe potuto squarciare il velo dell’informazione “ufficiale” in maniera immediata. L’Independent Media Center (Indymedia) è una rete di mezzi di comunicazione di massa e di giornalisti messa in piedi proprio in occasione delle proteste contro il vertice del WTO a Seattle, che si allargò con la costruzione di diversi nodi tra cui quello italiano nato nel 2000 (che chiuse nel 2006). Oggi è stato rimesso online con l’operazione Indymedia Time Machine di cui parlavo più sopra e il sito che si vede è quello aggiornato fino alla chiusura. Indymedia si trovava nel Media center allestito dal Genova Social Forum insieme ad altre realtà mediatiche, tra cui Radio GAP – Global Audio Project che riuniva radio comunitarie e di base da diverse città italiane, e furono vittime anch’essi della violenta irruzione della polizia la sera del 21 luglio 2001. Dinamopress ha preparato un ottimo speciale sul mediattivismo.

Su Wikipedia alla voce “Fatti del G8 di Genova” si parla di “scontri tra forze dell’ordine e manifestanti”. Quantomeno è una forzatura, se non una menzogna vera e propria: il termine scontro presuppone un fronteggiamento tra due schieramenti, ma in realtà sappiamo che i cortei, peraltro autorizzati, vennero caricati a freddo, senza alcun ordine ufficiale né giustificazione. E questo portò a Piazza Alimonda. Poi ci furono la Diaz, “una rappresaglia scientifica alla figuraccia mondiale per le prese in giro dei black bloc. Un tentativo, maldestro, di rifarsi un’immagine e una verginità giocando sporco, picchiando a freddo, sbattendo a Bolzaneto ospiti indesiderati assolutamente innocenti” (dal libro Diaz di Vincenzo Canterini, comandante della Mobile di Roma e tra i responsabili dell’irruzione) e Bolzaneto, con le torture non giudicate tali perché il nostro paese non prevedeva tale reato nell’ordinamento. Il reato di devastazione e saccheggio, dal codice fascista, invece lo prevedeva, e di quel reato sono stati accusati e condannati alcuni manifestanti, e le loro vicende giudiziarie non sono ancora concluse, mentre tra le forze dell’ordine ci sono state promozioni e tanti nulla di fatto nelle indagini per l’impossibilità di riconoscere i singoli responsabili.

Per il ventennale, dicevo, molto si sta muovendo. Scontata l’attenzione del mainstream, cui non bisogna lasciare il racconto:

Ma sono i protagonisti di allora, che nonostante la ferita ancora aperta, o forse anche per quello, che stanno contribuendo a mantenere viva la memoria, che non sia solo testimonianza ma anche riscatto. Qui il blog dedicato, con la speranza che il movimento torni a farsi sentire forte.

header_blogspot-genova2021

Teoria della classe disagiata

Se mi chiedono quali speranze ci restano, io risponderò con Kafka: c’è molta speranza, ma nessuna per noi.

Se questo è il migliore dei mondi possibili, figuriamoci gli altri.

ravDa aspirante disagiata, tenevo da un po’ in coda di lettura l’esordio saggistico di Raffaele Alberto Ventura, sul quale avevo visto molti rimandi e citazioni. Tocca leggerlo, mi dissi e finalmente l’ho fatto. Come mi ha detto Pietro ha molti spunti interessanti. Da sociologa mancata (a proposito di disagio) apprezzo molto i continui richiami teorici, sin dal titolo che evidentemente cita il classico di Veblen, così come gli innumerevoli rimandi letterari. L’autore ci parla invece del rischio concreto, nel senso che è già realtà in non pochi casi, del declassamento del ceto medio occidentale.

Siamo praticamente coetanei e la percezione del disagio è una condizione comune della nostra generazione, educata ad avere grandi aspirazioni in un contesto in cui il boom economico è un ricordo irripetibile e il capitalismo è in una fase di declino “vistoso”. Sembra passato un secolo dagli anni Novanta:

Una generazione che si è impegnata ad accumulare titoli, “capitale posizionale” per poi scoprire che non c’è posto per tutti: “I più pragmatici tra di noi sceglieranno un compromesso con la realtà, ovvero la condanna a una vita quotidiana fatta di fatica, noia, umiliazione e risentimento, insomma il cosiddetto successo.”

La critica del sistema economico è necessaria, Ventura coglie il punto col riferimento alla caduta tendenziale del saggio di profitto, riconoscendo la crisi strutturale del capitalismo. Però ammette che questa non è universalmente riconosciuta e ne dà una spiegazione forse un po’ prosaica: “c’è innanzitutto una ragione culturale: una grande maggioranza della popolazione oggi vivente è nata dopo gli anni Trenta e non conosce nient’altro che la società del benessere”.

È interessante tra l’altro tutto il discorso intorno ai livelli di istruzione in rapporto alla crescita economica, una correlazione che non è affatto dimostrata:

Se un’ipotetica società ripartisce la ricchezza in funzione dei risultati a una corsa, il più veloce avrà un guadagno superiore a quello del più lento. Ma questo non implica che correndo si sia creata della ricchezza, né che correndo tutti più veloce si possa influire sulla ricchezza complessiva. Al contrario, saremo soltanto tutti più stanchi.

Sarebbe plausibile al contrario una relazione inversa, per cui all’aumentare della ricchezza aumentano anche le possibilità educative e quindi i livelli di istruzione.

Del resto il sistema educativo, fondato sulla carta sul diritto all’istruzione di tutti, è concepito e modellato per garantire forza lavoro “utile” e adattabile al sistema produttivo, e questo mi pare sfugga all’autore. Guardandoci intorno non sembrano tanto campate in aria, anzi piuttosto profetiche, le parole di Ivan Illich così parafrasate: “il sistema educativo rappresenta innanzitutto un costo privato per coloro che inseguono la promessa di un’improbabile ascesa sociale” e “un costo pubblico poiché si chiede allo Stato di finanziare una crescente domanda di educazione drogata dalla competizione per l’accesso al mondo del lavoro.”

Le osservazioni e i ragionamenti lungo il testo sono stimolanti, come quando riflette sul fatto che gli economisti ortodossi non avrebbero mai potuto prevedere la crisi del 2008 essendo immersi nei loro modelli, fallati alla base, o quando denuncia il carattere distruttivo del modello competitivo, cardine del sistema. La perla finale è la riproduzione del tema scritto da Marx per la licenza liceale, il suo primo scritto conosciuto, del 1835. Resta comunque la contraddizione insanabile di essere uno che è “riuscito”, che è emerso dalla massa della classe disagiata, e parlando personalmente, a me è rimasto un po’ di amaro in bocca una volta finito di leggerlo. Diversi spunti validi ma il quadro mi sembra alla fine confuso. Sarà pure un libro da leggere però continuo ad avere le mie perplessità… potrebbe anche darsi che non riesca a perdonargli di sentirsi superiore a Walter White, e forse a tutti noi. Cercando di capire cosa non mi convince di questo testo sono andata a caccia di recensioni, fino a trovare quella su commonware relativa in realtà alla “trilogia” risultante dai tre libri ormai pubblicati da Raffaele Alberto Ventura. Leggendola mi sono resa conto che l’uso strumentale del termine ‘classe‘ è probabilmente il principale elemento che mi disturba. Dice infatti Roggero nell’articolo:

La classe per noi resta al contrario una definizione politica, la posta in palio di un processo di lotta. Non è una banale questione terminologica bensì di sostanza, di postura e prospettiva politica. L’autore legge il declassamento degli ex agiati come una «tragedia della borghesia». Cosa succede, però, quando cambia la collocazione materiale di queste stesse figure, quando le promesse si infrangono, quando il ceto medio non può più continuare a vivere come prima? Questi soggetti non sono oppressi ma mancati oppressori, ci dice: la seconda parte è probabilmente vera ma ciò non significa che sia vera la prima. Anche gli operai possono essere mancati capitalisti, ma ciò non significa che non siano operai. Ci sembra che l’autore resti fermo su una fotografia dell’esistente, una fotografia molto nitida e ottimamente scattata, che tuttavia non riesce a cogliere le possibili tendenze, i punti di tensione, le faglie potenziali. La sua analisi corre cioè il rischio di essere statica, di non presupporre il movimento, di guardare indietro e non avanti. Pur criticando l’ideologia, Ventura ne resta parzialmente impigliato, perdendo di vista la materialità dei rapporti sociali, dunque la talora rapida tumultuosità dei processi e la possibilità della loro rottura e sovversione.

La classe disagiata nei fatti è la classe lavoratrice, che non coincide con gli operai di fabbrica – che non definivano la totalità della classe neanche nell’Ottocento, è bene ricordarlo – ma con tutti coloro che vivono del loro lavoro. E siamo la stragrande maggioranza: l’illusione di essere ceto medio era appunto solo un’illusione, e il boom economico del dopoguerra è stato l’eccezione che ha forse confuso e spiazzato la percezione del nostro collocamento di classe. Il mio timore è che un lavoro come quello di Raffaele Alberto Ventura allontani questa consapevolezza, il risveglio della coscienza di classe che è oggi più necessario che mai, per non soccombere allo stato di cose presente.

Edit: un doveroso aggiornamento dopo la segnalazione ricevuta di due articoli importanti sul libro:

Il disagio della classe disagiata

33780 battute contro la teoria della classe disagiata

La rivoluzione della luna

la rivoluzione della luna

Andrea Camilleri è un maestro che già manca, se pensiamo che non essendo più tra noi non potrà scrivere altri libri. La mia “fortuna” è che ancora ne devo leggere tanti per completare la sua ricchissima produzione letteraria, e un po’ temo il giorno in cui non avrò più nulla di nuovo da leggere di suo, anche se devo dire che ho provato a rileggere qualcosa ed è un piacere anche riscoprirlo. Oltre il successo dei molti libri che vedono protagonista il commissario Montalbano, ormai famosissimo anche per merito delle trasposizioni che la Rai ha fatto delle sue storie, se possibile sono addirittura più belli i libri di ambientazione storica: per citarne solo un paio direi ad esempio Il birraio di Preston e La concessione del telefono.

La rivoluzione della luna è uno di questi, pubblicato nel 2013 e ambientato nella Sicilia dominata dagli spagnoli del Seicento. Questi romanzi sono scritti interamente in siciliano ed è una gran goduria leggerli anche per questo motivo. La vicenda che ha ispirato Camilleri ha come sempre un’origine reale, e lo spiega lui stesso nella nota finale: il Viceré don Angel de Guzmàn muore nel 1677 ma lascia scritto “nel suo testamento che voleva come successore la propria vedova, donna Eleonora di Mora”. Fu così che una donna governò la Sicilia anche se per un breve lasso di tempo, durante il quale “seppe meritarsi ampio rispetto per tutto quello che fece”. Abbassamento del prezzo del pane, creazione del Magistrato del Commercio che riuniva le settantadue maestranze palermitane, e poi diversi provvedimenti in favore delle donne furono gli atti del suo governo. Non mi soffermo oltre sulla trama perché è da scoprire e da vivere. Del resto si legge con la stessa tranquillità e scioltezza con cui si beve un bicchiere d’acqua quando non si è troppo assetati. La ricostruzione storica è accurata quanto beffarda, nella misura in cui “tutto era lecito allora, nel Seicento, a Palermo, fuorché ciò che era lecito”, come precisa Salvatore Silvano Nigro nella bandella. La caratterizzazione dei personaggi è altrettanto efficace anche se Camilleri come suo costume non induge mai in lunghe descrizioni: gli bastano davvero brevi accenni e dice molto più attraverso le loro intenzioni e le loro gesta, riuscendo a mettere su carta personalità complesse e perfettamente “reali”. Nello scrivere il romanzo si è preso numerose libertà, dice, rispetto alla storia reale, di cui effettivamente sussistono poche tracce, e ne svela solo due minori. Sta al lettore, immergendosi nel testo, immaginare quali aspetti potrebbero essere più verosimili, fermo restando che la storia della Sicilia ci insegna che a volte le trame che potrebbero sembrare le meno plausibili sono invece quelle reali.

Le pultrune dei sei Consiglieri erano assistimate tri a mano manca e tri a mano dritta del gran trono d’oro arrisirbato alle Sò Maistà i Re di Spagna che però non avivano avuto occasioni di posarici supra il loro agusto deretano datosi che mai nisciuno di loro si era dignato di calare nell’isola.

Queste sei righe nella prima pagina per mostrare, se mai fosse necessario, lo spirito e la magnificenza della scrittura del maestro. Sono innamorata dei libri di Camilleri dal primo che ho incontrato, ormai oltre venti anni fa grazie a mia madre che iniziò a comprare i libri di questo scrittore siciliano ancor prima che la versione televisiva dei suoi romanzi lo facesse conosccere al grande pubblico. [Errata corrige: mi fanno notare che mia mamma lesse Il ladro di merendine, perché glielo regalò mia zia su consiglio del libraio. E se ne innamorò (mia mamma di Camilleri non una delle due del libraio!) Grazie anche allo stress allora!] Uno dei miei grandi impegni è quello di leggere tutto, ma proprio tutto, quello che ha scritto, e per fortuna, mi ripeto, ancora questo compito è lontano dall’essere concluso. La potenza di uno scrittore, che ci ha lasciato da quasi due anni ormai, è tutta nell’eternità delle sue parole e delle sue storie. Grazie maestro.

Sei stato felice, Giovanni

ArpinoSinceramente non ricordavo più la felice intuizione che mi fece incontrare il primo romanzo di Giovanni Arpino, ma fidandomi di una vecchia versione di me e cercando di snellire una coda di lettura che è diventata a tratti imbarazzante, l’ho preso in mano e devo dire di aver fatto proprio bene. Sei stato felice, Giovanni è un esordio brillante, e leggere che è stato scritto a 23 anni in venti giorni suscita ammirazione oltre che ‘sana’ invidia, di quella che ti sprona a far meglio, non a denigrare l’altro – semmai questa forma del sentimento esiste. La storia è un passaggio, un salto verso l’età adulta e si legge piacevolmente. Le descrizioni sono vivide, il protagonista è una figura a tutto tondo, di certo non un eroe, ma una persona con le sue idiosincrasie, coi suoi vizi e le sue crudeltà. Per citare Lagioia, ripreso da Loredana Lipperini, “La letteratura è al contrario la rappresentazione dell’umano, cioè dell’impossibile, creature contraddittorie, ambigue, complicate, incoerenti, spaventate, generose, violente, scaraventate in paradossi etici, morse da dilemmi insolubili, rovinate o salvate a volte da un tiro di dadi”. 

L’incipit è veloce, “restituisce un clima da hard boiled school”, dice Gianni Mura nella postfazione. Genova è anche protagonista coi suoi carruggi; Giovanni si muove in un mondo che può sembrare antico rispetto ad oggi ma non è poi così distante da noi. Il ritmo narrativo alto, ci dice ancora Mura, è uno dei motivi di stupore per un esordio, così pieno invece di “felicità di pennellate estranee alle nature morte”. Infatti il libro parla tanto di felicità, tra le righe sembra chiedersi cosa possa essere, la risposta pare trovarsi in un pasto caldo, in una minima stabilità, nello stare bene. Negli attimi sospesi senza dover pensare al futuro. 

Alcuni dialoghi sono meravigliosi nel loro essere surreali, uno su tutti quello tra Giovanni e un cameriere che nella vita ha fatto solo quello, a quanto pare. L’amore è complicato nonostante, o forse perché, il protagonista si innamora facilmente. C’è una fase molto bella e sentimentale, per quanto burrascosa come tutto ciò che attraversa Giovanni. La storia è intrisa di tanti, tantissimi elementi:

Il romanzo è una favola in bianco e nero che anticipa di poco i vitelloni di Fellini: vi cadono dentro l’eco della guerra appena passata, la vita maleodorante del porto, i contrabbandieri e le prostitute, i trucchi per sopravvivere, la città vecchia, le sigarette e l’alcol, un vago sentimento da reduci la volontà di rimandare il proprio destino, gli amori irresponsabili della giovinezza e un misto di felicità e disperazione avventurosa e randagia che rende ogni giornata piena di un’esuberanza irripetibile, che non potrà più tornare. 

Ho la tentazione di definirlo un romanzo di anti-formazione, anche se non credo renda appieno ciò che vorrei dire, perché mi sembra riduttivo definirlo di formazione mentre non direi neanche che è il suo contrario.  Sicuramente è un romanzo d’avventura e l’aggettivo picaresco che gli si attribuisce coglie nel segno. Una lettura azzeccata nei tempi e un libro che occorre avere, e leggere.

Scrivere

Preferisco scrivere che fare qualunque altra cosa. Shirley Jackson

IMG_20210609_060331

Scrivere (Inedito – di Luigi Sepe Cicala, dal blog Interno poesia)

Scrivere:
dalla mattina
al ricordo,
dalla tristezza
al desiderio.

Scrivere
e non fermarsi.

Alzarsi dal letto, scrivendo.
Camminare, scrivendo.
Passare la giovinezza –
e la vecchiaia –
scrivendo.

Scrivere da tutto il giorno
e da tutta la notte.

E non mollare:
dal dolore alla nostalgia
dalla mattina all’incanto.

E andare a dormire, scrivendo.
Con gli occhi vuoti
e la mano che duole.

Scrivere tutto,
scriverlo bene.

Come se fosse la prima volta
come se fosse l’ultima volta.

Con la mano,
con il cuore.
Avendo già perso ogni speranza.

Perché un giorno tu non possa dire
di non averlo fatto,
perché mai ti sfiori il pensiero
di non averci provato.

Leggere di scrittura, riflettere sulla scrittura, insistere sulla scrittura, questo è parte di me. Dalle parole ai fatti però non è facile passare. Quando ho fatto bilanci, quando prima ancora ho buttato giù alcuni pensieri, cercando di posizionarmi e impegnarmi, ho sempre dichiarato dei propositi, non pienamente rispettati poi, però cerco di cogliere ogni occasione che possa essere di stimolo e incoraggiamento, come la poesia che ho voluto condividere qui sopra, per cui ringrazio l’autore (qui il suo blog).

Per la scrittura personale innanzitutto, sulla quale faccio più fatica ad esercitare una certa costanza, sintomo che se devo mettere qualcosa da parte, quel qualcosa riguarda necessariamente prima me stessa, e non credo sia sempre giusto così. Dopo tanto Lolli (il mio taccuino) ancora mi accompagna, non l’ho ancora riempito insomma, da luglio. Parole che si ripetono, risuonano, vengono evocate più che altro, se rileggo la me stessa dei mesi trascorsi: costanza, ambizione, disciplina, sistematicità, perseveranza, ostinazione, insistere.

Scrivo poco e male, riflesso di quello che sono, forse? (da Lolli, 27 luglio)

Ho segnato appunti da interviste a Stephen King “leggi e scrivi almeno sei ore al giorno”, “se non riesci a trovare tempo per questo, non aspettarti di diventare un buono scrittore”. Ho ricopiato tante parole preziose di Shirley Jackson, in buona parte riversate poi nel post dedicato al libro in questione, ad esempio:

Voi dovete soltanto – e state attenti, per favore – non smettere mai di scrivere. Finché scrivete con regolarità, niente può davvero nuocervi. Shirley Jackson

Continuo a passeggiare accanto alla vecchia me, e alle sue lamentele, alternate agli incoraggiamenti (sempre da Lolli):

È pazzesco come quando sia a casa non scriva quasi mai qua, devo migliorare e correggere. 14 settembre

Che scarsa che sono. Butto pensieri sparsi su Twitter, corro sempre ma se volessi potrei scrivere con più costanza. 27 ottobre

Ogni volta che mi ripropongo di scrivere con continuità succede qualcosa che può ben assomigliare alla scusa buona per non averlo fatto nella realtà. 26 novembre

Eppure passano a decine i giorni. 14 dicembre 

Scrivere, scrivere, scrivere, come resistere, resistere, resistere. 3 gennaio (a inizio 2021 mi ero ripromessa tra l’altro di scrivere sul taccuino qualcosa ogni giorno, è durata senza interruzioni per ben otto giorni – facepalm!)

Scrivo quindi queste righe sul solito treno, mentre altre ne ho scritte su Lolli, che aspetta fiducioso di essere riempito. Altre ancora ne butto giù d’impeto, chissà un giorno. Intanto non mollare, ché la scrittura è terapeutica, come già devo aver scritto da qualche parte, e non solo io…

Il femminismo serve anche agli uomini, l’intersezionalità a nessuno

femminismo uomini

Tempo fa ho preso il libro Perché il femminismo serve anche agli uomini?, un agile libretto della collana bookbloc della case editrice Eris, dopo aver sentito la piacevole chiacchierata che ha avuto con l’autore la compagna @Filosottile, che è possibile ascoltare sul suo blog. Essendo che la mia coda di lettura si è allungata a dismisura in questa prima metà del 2021 (e spero di sbloccarmi, meglio prima che poi), sono riuscita a leggerlo solo ora, e oltre al titolo e al tema di fondo, direi necessario, purtroppo trovo poco condivisibile il frame in cui è scritto e diverse affermazioni al suo interno contenute. Non dovrebbe stupirmi, perché l’impostazione intersezionalista è il problema principale alla base delle critiche che muoverò e toccherà spiegare in breve il perché. L’intersezionalismo si basa sul principio – che direi anche sacrosanto – per cui le lotte vanno unificate. All’atto pratico però accade che molti di coloro che si ritrovano in questa impostazione tendono in realtà a frammentarle, a farne segmenti separati e in qualche modo slegati tra loro. Quello che per esempio ho sempre visto nelle parole della compagna @Filosottile ma che manca in molte analisi intersezionaliste è la lotta anticapitalista. Ovviamente non si può negare che il patriarcato sia un male più antico del capitalismo, ma è pur vero che senza abbattere quest’ultimo, che proprio del patriarcato ha fatto uno dei suoi cardini e con il quale è intrecciato inestricabilmente, sarà impossibile sconfiggere il primo. Per approfondire la critica marxista all’intersezionalismo consiglio quest’ottimo articolo su marxismo.net.

Gasparrini definisce il patriarcato “un sistema di potere che manifesta e fissa un sistema “maschile” eterosessuale di oppressione verso altri generi che hanno difficile accesso a posizioni di potere”. Sottolinea però anche che tale sistema “crea ruoli di potere che possono essere agiti da chiunque”. Potrebbe sembrare una banalità ma nel paese in cui si spacciano per posizioni avanzate quelle sulle quote rosa, e si esulta per ogni donna eletta in posizioni di vertice, come se ci fossero esistite le Thatcher (l’ho già detto quant’è bello parlarne al passato, vero?) tanto per dirne una, è importante sottolineare queste ovvietà. Il fatto che l’universo maschile debba essere coinvolto nelle lotte femministe è sacrosanto, come è bene ricordare che anche il genere maschile si trova ristretto e imbrigliato dentro i rigidi costrutti culturali del patriarcato. Possiamo dire con l’autore che in realtà “esistono tanti modi di essere uomini, tutti migliori di quello patriarcale, di quella maschilità “tradizionale””.

C’è però da dire che queste osservazioni dovrebbero essere state introiettate dalla teoria marxista, mentre le conseguenze di un’impostazione esclusivamente di genere lasciano fuori la lotta di classe e l’anticapitalismo, e questo libro ne è la dimostrazione. “Tutti i problemi sociali hanno bisogno di essere analizzati e discussi secondo un’ottica di genere”. Davvero?

La confusione teorica è limitante, come si vede quando si parla di “sovrastrutture economiche” (sic!) per sottomertterle al più antico potere patriarcale, o quando si nasconde nuovamente il capitalismo dietro il patriarcato: “ragionare in termini di vantaggi e guadagni significa replicare il modello patriarcale di comportamento”.

D’altra parte condivido l’attenzione al linguaggio, perché è uno strumento che ci aiuta a definire e quindi modellare la realtà in cui viviamo, e probabilmente faccio parte di una frazione ultraminoritaria

perché non mi oppongo a chi tenta nuove strade e credo che la lingua si adatterà grazie alle scelte delle persone; insomma ben venga un linguaggio più inclusivo.

Vorrei però ulteriormente sottolineare come il ricorso all’intersezionalismo porti a rifiutare il conflitto (“come tanti femminismi insegnano, con le loro pratiche di libertà diverse per connotati storici, geografici e culturali, l’impegno nella gestione delle tante differenze in gioco è l’unica possibile soluzione non conflittuale per la totalità dei problemi sociali”). Il conflitto è un carattere necessario della società divisa in classi, e anche per superare questa divisione è necessario agire il conflitto.

Dal rifiuto del binarismo di genere si passa inoltre, e non capisco perché, a criticare un più generale modello dualista che “non funziona più: servo padrone, proletario/capitalista”. L’idealismo porta a dire persino che solo i femminismi possono sconfiggere i fascismi! Si arriva anche a criticare la violenza della rivoluzione, come se questa potesse essere un pranzo di gala. Appare evidente che l’approccio idealista, al contrario di quello materialista, depotenzia l’analisi e alla fine lascia l’amaro in bocca.

Dalla parte sbagliata

dallapartesbagliataLa storia del nostro paese è fitta di misteri, punti oscuri e trame che non si vogliono sbrogliare e tra queste, incredibilmente ma non troppo, ci sono alcune vicende di mafia. La strage di Via D’Amelio ad esempio dopo tanti anni risulta ancora poco comprensibile nel quadro della strategia mafiosa che aveva già portato alla strage di Capaci solo pochi mesi prima. Le verità processuali sono parziali, lo sappiamo, e però nel 2021 ci sono ancora processi in corso (il cosiddetto Borsellino quater) anche perché nei primi processi ci furono dei depistaggi clamorosi, attraverso l’utilizzo di pentiti “taroccati”, dice la quarta di copertina di un testo particolare. Dalla parte sbagliata infatti è scritto a quattro mani da una giornalista e da un'”avvocata di mafia”, che ricostruiscono la storia dal punto di vista un pentito anomalo. L’avvocata Di Gregorio, legale di numerosi boss di Cosa Nostra, racconta vent’anni di processi Borsellino, con toni anche duri, non nascondendo le sue riserve sull’uso dei pentiti e denunciando la disumanità del regime del 41 bis, una misura eccezionale prevista dal nostro ordinamento per spingere i detenuti a “parlare” e poter far luce sugli eventi di mafia e poterla quindi sconfiggere. Una misura che è stata anche denunciata alla Corte Europea dei Diritti Umani, che secondo alcuni pareri giurisprudenziali costituisce tortura, un reato quest’ultimo solo recentemente – nel 2017 – introdotto nel nostro ordinamento.

Conoscendo la carriera criminale di molti dei detenuti al 41 bis si potrebbe essere tentati di ignorare i princìpi dello stato del diritto e in particolare i diritti umani ma leggendo le pagine di questo testo, e scoprendo il trattamento cui sono stati sottoposti soggetti come Scarantino, per farli “pentire” inquinando così per anni la verità processuale, si dovrebbe riflettere più attentamente in merito a quanto stato di diritto si possa sacrificare per la “giustizia”. Ad oggi sappiamo ancora poco della strage di Via D’Amelio, in cui persero la vita il giudice Borsellino e cinque componenti della sua scorta, questo libro è un piccolo tassello di un puzzle ancora lontano dall’essere completato.

Alcuni versi di Pasolini

PPPPer la rubrica poesia, ho incontrato quasi per caso alcuni versi di Pasolini, imbattutami in un piccolo volume allegato ad un giornale. Di Pasolini ho letto solo Petrolio anni fa, una lettura importante, e impegnativa. 

Nelle poesie che ho potuto leggere ho trovato una commistione di linguaggi, da quello più poetico a quello più popolare. Bellissima la poesia che dà il titolo alla raccolta considerata il capolavoro poetico di Pasolini, Le ceneri di Gramsci, che qui voglio condividere nella versione recitata proprio dall’autore (non passo da Youtube e a quanto pare WP non supporta gli embed di invidious):

http://invidious.exonip.de/watch?v=mESo13hfgMI

Voglio anche ricordare Il pianto della scavatrice, contenuto nella stessa raccolta, i cui versi mi hanno ricordato il rapporto “difficile” con la città di Roma: “stupenda e misera città”.

Il pianto della scavatrice

I

Solo l’amare, solo il conoscere
conta, non l’aver amato,
non l’aver conosciuto. Dà angoscia

il vivere di un consumato
amore. L’anima non cresce più.
Ecco nel calore incantato

della notte che piena quaggiù
tra le curve del fiume e le sopite
visioni della città sparsa di luci,

scheggia ancora di mille vite,
disamore, mistero, e miseria
dei sensi, mi rendono nemiche
le forme del mondo, che fino a ieri
erano la mia ragione d’esistere.
Annoiato, stanco, rincaso, per neri

piazzali di mercati, tristi
strade intorno al porto fluviale,
tra le baracche e i magazzini misti

agli ultimi prati. Lì mortale
è il silenzio: ma giù, a viale Marconi,
alla stazione di Trastevere, appare

ancora dolce la sera. Ai loro rioni,
alle loro borgate, tornano su motori
leggeri – in tuta o coi calzoni

di lavoro, ma spinti da un festivo ardore
i giovani, coi compagni sui sellini,
ridenti, sporchi. Gli ultimi avventori

chiacchierano in piedi con voci
alte nella notte, qua e là, ai tavolini
dei locali ancora lucenti e semivuoti.

Stupenda e misera città,
che m’hai insegnato ciò che allegri e
feroci
gli uomini imparano bambini,

le piccole cose in cui la grandezza
della vita in pace si scopre, come
andare duri e pronti nella ressa

delle strade, rivolgersi a un altro uomo
senza tremare, non vergognarsi
di guardare il denaro contato

con pigre dita dal fattorino
che suda contro le facciate in corsa
in un colore eterno d’estate;

a difendermi, a offendere, ad avere
il mondo davanti agli occhi e non
soltanto in cuore, a capire

che pochi conoscono le passioni
in cui io sono vissuto:
che non mi sono fraterni, eppure sono

fratelli proprio nell’avere
passioni di uomini
che allegri, inconsci, interi

vivono di esperienze
ignote a me. Stupenda e misera
città che mi hai fatto fare

esperienza di quella vita
ignota: fino a farmi scoprire
ciò che, in ognun, era il mondo.

Una luna morente nel silenzio,
che di lei vive, sbianca tra violenti
ardori, che miseramente sulla terra

muta di vita, coi bei viali, le vecchie
viuzze, senza dar luce abbagliano
e, in tutto il mondo, le riflette

lassù, un po’ di calda nuvolaglia.
È la notte più bella dell’estate.
Trastevere, in un odore di paglia

di vecchie stalle, di svuotate
osterie, non dorme ancora.
Gli angoli bui, le pareti placide

risuonano d’incantati rumori.
Uomini e ragazzi se ne tornano a casa
– sotto festoni di luci ormai sole –

verso i loro vicoli, che intasano
buio e immondizia, con quel passo blando
da cui più l’anima era invasa

quando veramente amavo, quando
veramente volevo capire.
E, come allora, scompaiono cantando.

II

Povero come un gatto del Colosseo,
vivevo in una borgata tutta calce
e polverone, lontano dalla città

e dalla campagna, stretto ogni giorno
in un autobus rantolante:
e ogni andata, ogni ritorno

era un calvario di sudore e di ansie.
Lunghe camminate in una calda caligine,
lunghi crepuscoli davanti alle carte

ammucchiate sul tavolo, tra strade di
fango,
muriccioli, casette bagnate di calce
e senza infissi, con tende per porte…

Passano l’olivaio, lo straccivendolo,
venendo da qualche altra borgata,
con l’impolverata merce che pareva

frutto di furto, e una faccia crudele
di giovani invecchiati tra i vizi
di chi ha una madre dura e affamata.

Rinnovato dal mondo nuovo,
libero – una vampa, un fiato
che non so dire, alla realtà

che umile e sporca, confusa e immensa,
brulicava nella meridionale periferia,
dava un senso di serena pietà.

Un’anima in me, che non era solo mia,
una piccola anima in quel mondo
sconfinato,
cresceva, nutrita dall’allegria

di chi amava, anche se non riamato.
E tutto si illuminava, a questo amore.
Forse ancora di ragazzo, eroicamente,

e però maturato dall’esperienza
che nasceva ai piedi della storia.
Ero al centro del mondo, in quel mondo

di borgate tristi, beduine,
di gialle praterie sfregate
da un vento sempre senza pace,

venisse dal caldo mare di Fiumicino,
o dall’agro, dove si perdeva
la città fra i tuguri; in quel mondo

che poteva soltanto dominare,
quadrato spettro giallognolo
nella giallognola foschia,

bucato da mille file uguali
di finestre sbarrate, il Penitenziario
tra vecchi campi e sopiti casali.

Le cartacce e la polvere che cieco
il venticello trascinava qua e là,
le povere voci senza eco

di donnette venute dai monti
Sabini, dall’Adriatico, e qua
accampate, ormai con torme

di deperiti e duri ragazzini
stridenti nelle canottiere a pezzi,
nei grigi, bruciati calzoncini,

i soli africani, le piogge agitate
che rendevano torrenti di fango
le strade, gli autobus ai capolinea

affondati nel loro angolo
tra un’ultima striscia d’erba bianca
e qualche acido, ardente immondezzaio…

era il centro del mondo, com’era
al centro della storia il mio amore
per esso: e in questa

maturità che per essere nascente
era ancora amore, tutto era
per divenire chiaro – era,

chiaro! Quel borgo nudo al vento,
non romano, non meridionale,
non operaio, era la vita

nella sua luce più attuale:
vita, e luce della vita, piena
nel caos non ancora proletario,

come la vuole il rozzo giornale
della cellula, l’ultimo
sventolio del rotocalco: osso

dell’esistenza quotidiana,
pura, per essere fin troppo
prossima, assoluta per essere

fin troppo miseramente umana.

III

E ora rincaso, ricco di quegli anni
così nuovi che non avrei mai pensato
di saperli vecchi in un’anima

a essi lontana, come a ogni passato.
Salgo i viali del Gianicolo, fermo
da un bivio liberty, a un largo alberato,

a un troncone di mura – ormai al termine
della città sull’ondulata pianura
che si apre sul mare. E mi rigermina

nell’anima – inerte e scura
come la notte abbandonata al profumo
una semenza ormai troppo matura

per dare ancora frutto, nel cumulo
di una vita tornata stanca e acerba…
Ecco Villa Pamphili, e nel lume

che tranquillo riverbera
sui nuovi muri, la via dove abito.
Presso la mia casa, su un’erba

ridotta a un’oscura bava,
una traccia sulle voragini scavate
di fresco, nel tufo – caduta ogni rabbia

di distruzione – rampa contro radi palazzi
e pezzi di cielo, inanimata,
una scavatrice…

Che pena m’invade, davanti a questi
attrezzi
supini, sparsi qua e là nel fango,
davanti a questo canovaccio rosso

che pende a un cavalletto, nell’angolo
dove la notte sembra più triste?
Perché, a questa spenta tinta di sangue,

la mia coscienza così ciecamente resiste,
si nasconde, quasi per un ossesso
rimorso che tutta, nel fondo, la contrista?

Perché dentro in me è lo stesso senso
di giornate per sempre inadempite
che è nel morto firmamento

in cui sbianca questa scavatrice?

Mi spoglio in una delle mille stanze
dove a via Fonteiana si dorme.
Su tutto puoi scavare, tempo: speranze

passioni. Ma non su queste forme
pure della vita… Si riduce
ad esse l’uomo, quando colme

siano esperienza e fiducia
nel mondo… Ah, giorni di Rebibbia,
che io credevo persi in una luce

di necessità, e che ora so così liberi!

Insieme al cuore, allora, pei difficili
casi che ne avevano sperduto
il corso verso un destino umano,

guadagnando in ardore la chiarezza
negata, e in ingenuità
il negato equilibrio – alla chiarezza

all’equilibrio giungeva anche,
in quei giorni, la mente. E il cieco
rimpianto, segno di ogni mia

lotta col mondo, respingevano, ecco,
adulte benché inesperte ideologie…
Si faceva, il mondo, soggetto

non più di mistero ma di storia.
Si moltiplicava per mille la gioia
del conoscerlo – come

ogni uomo, umilmente, conosce.
Marx o Gobetti, Gramsci o Croce,
furono vivi nelle vive esperienze.

Mutò la materia di un decennio d’oscura
vocazione, se mi spesi a far chiaro ciò
che più pareva essere ideale figura

a una ideale generazione;
in ogni pagina, in ogni riga
che scrivevo, nell’esilio di Rebibbia,

c’era quel fervore, quella presunzione,
quella gratitudine. Nuovo
nella mia nuova condizione

di vecchio lavoro e di vecchia miseria,
i pochi amici che venivano
da me, nelle mattine o nelle sere

dimenticate sul Penitenziario,
mi videro dentro una luce viva:
mite, violento rivoluzionario

nel cuore e nella lingua. Un uomo fioriva

IV

Mi stringe contro il suo vecchio vello,
che profuma di bosco, e mi posa
il muso con le sue zanne di verro

o errante orso dal fiato di rosa,
sulla bocca: e intorno a me la stanza
è una radura, la coltre corrosa

dagli ultimi sudori giovanili, danza
come un velame di pollini… E infatti
cammino per una strada che avanza

tra i primi prati primaverili, sfatti
in una luce di paradiso…
Trasportato dall’onda dei passi,

questa che lascio alle spalle, lieve e
misero,
non è la periferia di Roma: “Viva
Mexico!” è scritto a calce o inciso

sui ruderi dei templi, sui muretti ai bivii,
decrepiti, leggeri come osso, ai confini
di un bruciante cielo senza un brivido.

Ecco, in cima a una collina
fra le ondulazioni, miste alle nubi,
di una vecchia catena appenninica,

la città, mezza vuota, benché sia l’ora
della mattina, quando vanno le donne
alla spesa – o del vespro che indora

i bambini che corrono con le mamme
fuori dai cortili della scuola.
Da un gran silenzio le strade sono invase:

si perdono i selciati un po’ sconnessi,
vecchi come il tempo, grigi come il
tempo,
e due lunghi listoni di pietra

corrono lungo le strade, lucidi e spenti.
Qualcuno, in quel silenzio, si muove:
qualche vecchia, qualche ragazzetto

perduto nei suoi giuochi, dove
i portali di un dolce Cinquecento
s’aprano sereni, o un pozzetto

con bestioline intarsiate sui bordi
posi sopra la povera erba,
in qualche bivio o canto dimenticato.

Si apre sulla cima del colle l’erma
piazza del comune, e fra casa
e casa, oltre un muretto, e il verde

d’un grande castagno, si vede
lo spazio della valle: ma non la valle.
Uno spazio che tremola celeste

o appena cereo… Ma il Corso continua,
oltre quella familiare piazzetta
sospesa nel cielo appenninico:

s’interna fra case più strette, scende
un po’ a mezza costa: e più in basso
– quando le barocche casette diradano

ecco apparire la valle – e il deserto.
Ancora solo qualche passo
verso la svolta, dove la strada

è già tra nudi praticelli erti
e ricciuti. A manca, contro il pendio,
quasi fosse crollata la chiesa,

si alza gremita di affreschi, azzurri,
rossi, un’abside, pesta di volute
lungo le cancellate cicatrici

del crollo – da cui soltanto essa,
l’immensa conchiglia, sia rimasta
a spalancarsi contro il cielo.

È lì, da oltre la valle, dal deserto,
che prende a soffiare un’aria, lieve,
disperata,
che incendia la pelle di dolcezza…

È come quegli odori che, dai campi
bagnati di fresco, o dalle rive di un
fiume,
soffiano sulla città nei primi

giorni di bel tempo: e tu
non li riconosci, ma impazzito
quasi di rimpianto, cerchi di capire

se siano di un fuoco acceso sulla brina,
oppure di uve o nespole perdute
in qualche granaio intiepidito

dal sole della stupenda mattina.
Io grido di gioia, così ferito
in fondo ai polmoni da quell’aria

che come un tepore o una luce
respiro guardando la vallata

V

Un po’ di pace basta a rivelare
dentro il cuore l’angoscia,
limpida, come il fondo del mare

in un giorno di sole. Ne riconosci,
senza provarlo, il male
lì, nel tuo letto, petto, cosce

e piedi abbandonati, quale
un crocifisso – o quale Noè
ubriaco, che sogna, ingenuamente ignaro

dell’allegria dei figli, che
su lui, i forti, i puri, si divertono…
il giorno è ormai su di te,

nella stanza come un leone dormente.

Per quali strade il cuore
si trova pieno, perfetto anche in questa
mescolanza di beatitudine e dolore?

Un po’ di pace… E in te ridesta
è la guerra, è Dio. Si distendono
appena le passioni, si chiude la fresca

ferita appena, che già tu spendi
l’anima, che pareva tutta spesa,
in azioni di sogno che non rendono

niente… Ecco, se acceso
alla speranza – che, vecchio leone
puzzolente di vodka, dall’offesa

sua Russia giura Krusciov al mondo –
ecco che tu ti accorgi che sogni.
Sembra bruciare nel felice agosto

di pace, ogni tua passione, ogni
tuo interiore tormento,
ogni tua ingenua vergogna

di non essere – nel sentimento –
al punto in cui il mondo si rinnova.
Anzi, quel nuovo soffio di vento

ti ricaccia indietro, dove
ogni vento cade: e lì, tumore
che si ricrea, ritrovi

il vecchio crogiolo d’amore,
il senso, lo spavento, la gioia.
E proprio in quel sopore

è la luce… in quella incoscienza
d’infante, d’animale o ingenuo libertino
è la purezza… i più eroici

furori in quella fuga, il più divino
sentimento in quel basso atto umano
consumato nel sonno mattutino.

VI

Nella vampa abbandonata
del sole mattutino – che riarde,
ormai, radendo i cantieri, sugli infissi

riscaldati – disperate
vibrazioni raschiano il silenzio
che perdutamente sa di vecchio latte,

di piazzette vuote, d’innocenza.
Già almeno dalle sette, quel vibrare
cresce col sole. Povera presenza

d’una dozzina d’anziani operai,
con gli stracci e le canottiere arsi
dal sudore, le cui voci rare,

le cui lotte contro gli sparsi
blocchi di fango, le colate di terra,
sembrano in quel tremito disfarsi.

Ma tra gli scoppi testardi della
benna, che cieca sembra, cieca
sgretola, cieca afferra,

quasi non avesse meta,
un urlo improvviso, umano,
nasce, e a tratti si ripete,

così pazzo di dolore, che, umano,
subito non sembra più, e ridiventa
morto stridore. Poi, piano,

rinasce, nella luce violenta,
tra i palazzi accecati, nuovo, uguale,
urlo che solo chi è morente,

nell’ultimo istante, può gettare
in questo sole che crudele ancora splende
già addolcito da un po’ d’aria di mare…

A gridare è, straziata
da mesi e anni di mattutini
sudori – accompagnata

dal muto stuolo dei suoi scalpellini,
la vecchia scavatrice: ma, insieme, il
fresco
sterro sconvolto, o, nel breve confine

dell’orizzonte novecentesco,
tutto il quartiere… È la città,
sprofondata in un chiarore di festa,

– è il mondo. Piange ciò che ha
fine e ricomincia. Ciò che era
area erbosa, aperto spiazzo, e si fa

cortile, bianco come cera,
chiuso in un decoro ch’è rancore;
ciò che era quasi una vecchia fiera

di freschi intonachi sghembi al sole,
e si fa nuovo isolato, brulicante
in un ordine ch’è spento dolore.

Piange ciò che muta, anche
per farsi migliore. La luce
del futuro non cessa un solo istante

di ferirci: è qui, che brucia
in ogni nostro atto quotidiano,
angoscia anche nella fiducia

che ci dà vita, nell’impeto gobettiano
verso questi operai, che muti innalzano,
nel rione dell’altro fronte umano,

il loro rosso straccio di speranza.

Da “Le ceneri di Gramsci”, 1957

Sono pochi i testi di questo piccolo volume ma permettono un primo approccio con la poesia pasolinana, inclusi alcuni scritti dialettali, che sicuramente merita di essere letta.