Horror vacui

Si sa, la politica non ammette vuoti. In Italia poi, abbiamo un particolare estro per riempire gli spazi nei modi più originali, creando avanguardie che fanno scuola. In una fase di crisi profonda, perché al netto delle narrazioni fantascientifiche che ci vengono propinate lì siamo, teoricamente a sinistra si aprirebbero praterie. Ma come la nascita e la vittoria del fascismo quasi cento anni fa ci (dovrebbe) insegna(re), questo paese non sembra mai pronto da quel lato. Sinistra, non quella secondo Ezio Mauro, che teneramente chiama tale il Pd, sinistra che è praticamente irrilevante nel discorso pubblico, eppure avrebbe tutte le armi, gli argomenti e i motivi per essere se non maggioritaria quantomeno significativa. Il M5S è una risposta sbagliata ad una domanda giusta, giustissima, ha anche indovinato perfettamente i tempi, ed è dimostrato che ovunque ci sia una valida alternativa di sinistra non riesca a sfondare. Il problema della sinistra resta quindi la sinistra, e mentre altrohappybdaykmve qualcosa eppure si muove (la Spagna su tutti) qua corriamo a perdere l’ennesimo appuntamento con la storia∗.

Chiusa la parentesi elettorale, per chi ancora si appassiona, considerato che ha votato la metà degli aventi diritto, torneremo a parlare di Francia, ma non di quella che si ribella alla Loi Travail, ma di quella che ospita l’europeo che stiamo stranamente conducendo bene. I francesi combattono ma noi non ce ne accorgiamo, guardiamo un pallone, tanto più che
senza lavoro di tempo ne abbiamo. E chi parlerà del sostanziale fallimento del Jobs Act? Di certo non chi l’ha voluto, perché dal loro punto di vista è riuscito perfettamente nel suo intento, checché si parli di eterogenesi dei fini: abbattere i costi del lavoro, e quindi i lavoratori, merce, costo insopportabile in un sistema in cui la caduta del saggio di profitto è la realtà che nessuno vede seppur prevista qualche secolo fa:

L’ottimista sarebbe portato a dire che ad ogni buon conto 330.000 contratti nuovi sono sempre un numero positivo. Una più attenta lettura dei dati mostra che anche in questo caso l’ottimismo deve subire una ennesima, pesante battuta di arresto. Infatti se i contratti son diminuiti, sono addirittura crollati i contratti a tempo indeterminato, che rappresentano ora non più del 22% del numero complessivo. Un dato davvero disarmante: solo 73.000 contratti a tempo indeterminato con una diminuzione rispetto all’anno precedente di un drammatico 78%. Si inverte quindi la proporzione rispetto allo scorso anno (anche – e pare una sorpresa ai più disattenti – con riferimento al periodo precedente il marzo 2015, data di entrata in vigore del contratto a tutele progressive); quando furono 239.000 su un totale di 451.000 nuovi contratti.

Ma le brutte o bruttissime notizie non finiscono qui. Se i contratti stabili sono solo il 22%, il resto sono ovviamente contratti precari. E come tali potrebbero essere (anzi sono spesso) di breve durata. Nulla esclude quindi che uno stesso lavoratore possa concludere anche più di un contratto nel medesimo periodo di tempo. I 330.000 contratti non sono quindi 330.000 nuovi posti di lavoro.

∗ Mentre scrivevo, ho
trovato il link a questo testo da poco uscito. Riots are coming, sperém.

Not all who wander are lost

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Leggo da sempre, mi verrebbe da dire. Leggo da quando ho imparato a leggere, libri, fogli e carte li tenevo in mano già da prima, facevo i crucipuzzle prima di capire, solo cercando le lettere uguali. Leggo tanto, forse troppo, mai abbastanza. E fa male sentire, eppure capita, che ormai i libri non servono più.

Leggere è rimasto l’unico legame con mia madre, e leggerei anche solo per questo motivo. Una lettrice compulsiva come me, che aveva l’abitudine di scrivere “sì” all’interno dei libri che leggeva, come promemoria. Ogni volta che me ne trovo uno tra le mani sorrido, e spesso invece penso ai tanti libri che per pura questione ‘anagrafica’ non può aver letto.IMAG1003

La lettura è una delle poche certezze della mia vita, chi mi ama, chi mi conosce lo sa, ed è in qualche modo rassegnato, forse orgoglioso. Per molti sarà una sciocchezza, ma sono stata davvero felice di avere, anzi riavere, la prima libreria, ed iniziare a riempirla, certa che già ora non è sufficiente.

Far parte di IMAG1005una minoranza, addirittura esigua, in Italia, mi scoraggia, e spesso tendo ad ignorarlo, come se la negazione potesse qualcosa. Sì, la crisi si fa sentire anche e forse soprattutto nel settore culturale, in un abbraccio mortale tra causa ed effetto nel quale non si distinguono più i due. L’Istat fotografa la triste situazione:

Nel 2015 si stima che il 42% delle persone di 6 anni e più (circa 24 milioni) abbia letto almeno un libro nei 12 mesi precedenti l’intervista per motivi non strettamente scolastici o professionali. Il dato appare stabile rispetto al 2014, dopo la diminuzione iniziata nel 2011.

Il 9,1% delle famiglie non ha alcun libro in casa, il 64,4% ne ha al massimo 100. La popolazione femminile ha maggiore confidenza con i libri: il 48,6% delle donne sono lettrici, contro il 35% dei maschi.

La quota di lettori risulta superiore al 50% della popolazione solo tra gli 11 e i 19 anni e nelle età successive tende a diminuire; in particolare, la fascia di età in cui si legge di più è quella dei 15-17enni.

La lettura continua ad essere molto meno diffusa nel Mezzogiorno. Nel Sud meno di una persona su tre (28,8%) ha letto almeno un libro mentre nelle Isole i lettori sono il 33,1%, in aumento rispetto al 31,1% dell’anno precedente.

I “lettori forti”, cioè le persone che leggono in media almeno un libro al mese, sono il 13,7% dei lettori (14,3% nel 2014) mentre quasi un lettore su due (45,5%) si conferma “lettore debole”, avendo letto non più di tre libri in un anno.

L’8,2% della popolazione complessiva (4,5 milioni di persone pari al 14,1% delle persone che hanno navigato in Internet negli ultimi tre mesi) hanno letto o scaricato libri online o e-book negli ultimi tre mesi.

Lettura e partecipazione culturale vanno di pari passo; fra i lettori di libri, le quote di coloro che coltivano altre attività culturali, praticano sport e navigano in Internet sono regolarmente più elevate rispetto a quelle dei non lettori.

I cittadini stranieri residenti in Italia che tra il 2011 e il 2012 dichiarano di aver letto almeno un libro sono il 37,8%, indice di una minore propensione alla lettura da parte degli stranieri rispetto agli italiani (52%). Quasi la metà degli stranieri legge almeno un quotidiano a settimana (48,6%) e il 29,5% settimanali o periodici.

Nel 2014, le famiglie italiane hanno speso 3.339 milioni di euro per libri e 5.278 per giornali, stampa e articoli di cancelleria: rispettivamente 11 e 18 euro al mese, lo 0,4 e lo 0,6% della loro spesa complessiva.

Tra il 2010 e il 2014 la spesa delle famiglie per libri, giornali e periodici si è contratta del 18%, quella per articoli di cancelleria del 31%. La riduzione risulta molto più alta di quella registrata complessivamente per l’acquisto di beni (6%). (http://www.istat.it/it/archivio/178337)

 

À la guillotine!

curarobespierreWebC’è un motivo se scorrendo le homepage dei principali quotidiani italiani (Repubblica e Corriere ad esempio) non c’è nessuna traccia di quello che sta accadendo in Francia. Forse è lo stesso motivo per cui lì hanno avuto la Rivoluzione Francese e noi le Guerre d’Indipendenza, fino all’Unità di Italia, lì i Robespierre e qui i Cavour.

Per leggere qualche riga c’è Internazionale online, anche i trending topic italiani su Twitter tacciono. Bisogna avere un discreto feed di blog di un certo tipo per essere raggiunti dalle notizie. È così che sono arrivata all’articolo pubblicato su Le parole e le cose, e almeno ho iniziato ad intuire cosa si sta muovendo in Francia oggi, mentre Hollande scopiazza il Jobs act renziano.

(Allo stesso modo si parla poco anche dell’Islanda, anche da parte di coloro che pensano di fare contro-informazione (e magari fanno anti-informazione), come fa notare Mazzetta scrivendo sullo stato dell’informazione riguardo i Panama Papers, notizia che peraltro qualche spazio ha sui media nostrani, al netto delle acque nei mulini di chi se ne occupa.)

Ma cosa accade in Francia? Per non aver mai voluto/potuto studiare francese sono in difetto, ma mi arrabatto e cerco di risalire a qualcosa dal link inviato a commento dell’articolo su Le parole e le cose: ceci n’est pas un mouvement! Dichiarano dunque di non essere un movimento, citano Deleuze e Guattari, ma anche Bateson. Millepiani e plateau, non si combatte solo la legge El Kohmri, ma si va verso la destitution de ce qui nous gouverne.

À la guillotine!

 

Inutili o utilizzati

Capita di rispondere ad annunci di lavoro, i più disparati, come già successo, e così capita sempre più spesso di toccare la degradazione del lavoro. Ultimamente ho seguito due corsi con finalità di assunzione, ovviamente con contratto di collaborazione tramite agenzia o con i magnifici ‘voucher’, e ripensandoci butto giù qualche riflessione. Entrambi i corsi prevedevano due moduli obbligatori su (a) salute e sicurezza sul luogo di lavoro e (b) diritti e doveri dei lavoratori somministrati. Divertente, ve lo assicuro, quando il sindacalista di categoria esordisce dicendo che

“neanche noi stiamo capendo quello che sta succedendo”

e sta parlando del mondo del lavoro, mica di onde gravitazionali ad un corso per sommelier! Cominciamo bene, mi son detta. E la domanda che mi è sorta mentre sciorinava la storia dell’involuzione dei diritti dei lavoratori, e che ho trattenuto perché mi sarebbe dispiaciuto infierire, suonava press’a poco così; “scusate, ma voi – sindacati – dove minchia eravate nel frattempo?”

La seconda settimana forse per fortuna il sindacalista era un altro, le storie più o meno uguali. Almeno ci ha fornito copia del contratto che, bontà loro, prevede un sacco di tutele per i lavoratori in somministrazione, ovviamente finché hanno i contratti in essere:IMAG0983

Simpaticamente questo testo, che è comunque una conquista per molti lavoratori atipici, mi sembra un po’ la cartina di tornasole del presente e futuro del lavoro in genere: precarietà messa a sistema, tutele più illusorie che concrete, e una data di scadenza per tutti.

Resto convinta che le parole siano importanti, e leggere o sentire di impresa “utilizzatrice” mi suona raccapricciante, perché ho imparato in tenera età la distinzione tra cose e persone e sentire che i lavoratori vengono utilizzati la chiamerei barbarie.

Quella barbarie che ormai ha vinto, tra fili spinati e muri alzati un po’ ovunque.

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Strategie alternative alla crisi in un liceo di Messina

EDIT (8 marzo): imprescindibile l’articolo di Fabrizio Gatti che colpevolmente leggo solo ora.

E allora le foibe?

Pare che oggi sia il giorno del ricordo, e pare che oggi, come accade ormai da 11 anni, si prendano pere per mele, cazzi per mazzi e coglioni per lampioni… ma in realtà i coglioni sono i più diffusi. Basta fare una ricerca sommaria per scoprire come la maggior parte delle foto utilizzate da promotori/nostalgici/smemorati del 10 febbraio siano in realtà testimonianze di crimini italiani. Un esempio su tutti:

Quasi un anno fa Piero Purini in collaborazione col collettivo «Nicoletta Bourbaki» ha fatto un eccellente lavoro di identificazione dei principali falsi fotografici sulle foibe, illuminante nello scoprire le ripetute falsificazioni operate più o meno consapevolmente dagli smemorati del giorno del ricordo. Lo smascheramento di queste operazioni è terribilmente necessario: non si tratta di cercare l’ago nel pagliaio, anche perché più che un pagliaio sembra un puntaspilli pieno zeppo, e zeppo di merda. La necessità è dovuta principalmente all’assenza nella nostra coscienza collettiva dei comportamenti criminali degli “italiani, brava gente”. Nonostante il meritorio lavoro di alcuni studiosi la vulgata vuole gli italiani contrapposti ai tedeschi nello specifico del periodo fascista e ai cattivi di tutti i tempi. Fino a ieri durante una conversazione conviviale mi son sentita dire che la Libia deve all’Italia la costruzione di infrastrutture e sottintesa la civiltà. Ecco, ci vuole un’immensa pazienza per spiegare che noi abbiamo portato genocidi, gas vietati dalle convenzioni internazionali, bombardamenti a tappeto, torture e campi di concentramento, come e a volte anche prima dei cattivi tedeschi. Ma è un lavoro necessario, perché altrimenti si continuerà a sostenere che sì, l’Italia deve fare qualcosa per questi poveri africani. E così si giustifica la quarta guerra in Libia nel giro di un secolo, mica male per essere della brava gente. comefunziona

Espulsioni, ovvero comprendere la brutalità del presente

Espulsioni è un testo fondamentale per provare a capire come sta evolvendo il sistema capitalistico. Attraverso un’eccellente bibliografia il libro costruisce una solida ipotesi servendo di una “cassetta degli attrezzi” decisamente utile a chi è interessato ad indagare le recentsassencoveri evoluzioni dell’economia globale. Poiché le parole sono importanti, la ricerca di termini che possano dare significato ai mutamenti socioeconomici in atto, è in realtà difficoltosa e spesso insufficiente, e Saskia Sassen ha il merito di saper trovare le parole “giuste” che anticipa già dal titolo: espulsioni avvengono nelle più disparate sfere della società ad opera di formazioni predatorie che generano una “forma di accumulazione sempre più primitiva”. La brutalità di tale meccanismo socioeconomico genera esclusione, rappresentando la più vistosa differenza con il capitalismo novecentesco, eppure “la complessità concorre a determinare l’invisibilità”: si tratta di forze concettualmente sotterranee.

Saskia Sassen per rendere visibili tali movimenti indaga il margine sistemico, “il luogo in cui si estrinseca la dinamica chiave dell’espulsione dai diversi sistemi in gioco: l’economia, la biosfera, il sociale”. C’è un sottile file rosso che lega questioni apparentemente lontane, che vanno dalle foreclosures seguite alla crisi dei subprime e dei CDS (credit default swaps) allo scioglimento del permafrost, dal frackling ai contadini che vengono allontanati dalle loro terre per fare posto a piantagioni di palme da olio, dai profughi alle carcerazioni.

In riferimento alle carcerazioni, si fa un inquietante collegamento con quelle perpetrate dai regimi dittatoriali e si sostiene inoltre che le popolazioni carcerarie, in particolare negli Stati Uniti e nel Regno Unito, dove si va diffondendo la loro gestione privata, sono “sempre più simili alla versione attuale della manodopera eccedente che caratterizzò i brutali albori del capitalismo moderno”.

In questo contesto nord e sud globale subiscono, seppure in forme spesso diverse, le stesse brutalità. Nel nord si chiama austerity mentre nel sud “programmi di aggiustamento strutturale” ma il risultato è la stessa contrazione dello spazio dell’economia di un paese, che allo stesso tempo non intacca la redditività delle imprese. Inoltre tali programmi sono correttamente definiti “regimi destinati a imporre disciplina“. Illuminante al riguardo il riferimento al caso greco:

la Grecia è soltanto un caso particolarmente semplice e accelerato di tale ristrutturazione, che in altri paesi è semplicemente più mediata e quindi più lenta.

Ciò che avviene è una sorta di “pulizia economica” per cui sistematicamente, sempre più frequentemente e in diversi punti del globo viene espulso ciò che è considerato molesto. Sassen si spinge al punto di riconoscere che non si tratta di anomalia o di una qualche crisi ma esattamente “l’attuale approfondimento sistemico dei rapporti capitalistici“.

Tra le conclusioni degne di nota emerge anche la chiamata alla correità degli stati nazione, sì in crisi d’identità ma non semplici vittime della globalizzazione, in quanto “è di fatto il ramo esecutivo del governo che si allinea sostanzialmente al capitale delle società multinazionali”.

Saskia Sassen comunque non mitizza la fase keynesiana del capitalismo, anzi la pone correttamente in prospettiva: si è trattato di un periodo in cui l’inclusione era conveniente e dunque necessaria per lo sviluppo economico.

Proprio da questi assunti nasce uno dei quesiti che restano al termine della lettura: se il periodo migliore del capitalismo è stato tale per una pura logica economica, se la sua configurazione attuale non è un’anomalia né una semplice crisi, perché non mettere in discussione il capitalismo in sé? Il secondo quesito è posto tra le righe dalla stessa autrice quando afferma la necessità di concettualizzare lo spazio degli espulsi, perché è lì che sarà possibile agire. Un compito ancora enorme anche se agevolato sicuramente da questo testo. In realtà ritengo che i due quesiti siano collegati e le risposte potrebbero essere trovate più facilmente con il soccorso di qualcuno da Treviri.

Immemori

Come ha sottolineato Žižek, oggi molti bevono caffè senza caffeina e birra senza alcol. Adottano bambini a distanza e seguono la politica internazionale o più recentemente le fluttuazioni dello spread, sentendosi fieri del proprio senso di responsabilità e della propria virtù, incapaci però, alla prova dei fatti, di sacrificare una parte del proprio io per riuscire a provare autentica empatia per le persone significative della loro vita. É di questa nuova maggioranza desensibilizzata, che dispone di droni e tastiere d’una potenza inaudita per fare le guerre senza sporcarsi neppure un alluce sul terreno nemico, che dobbiamo avere paura. (Riccardo Mazzeo)

Con qubaumaneste parole Mazzeo conclude l’introduzione al breve testo di Bauman Le sorgenti del male, un libro che idealmente prosegue il percorso di Modernità e olocausto nel tentare di capire come il male non sia altro da noi, né eccezione sulla strada della modernità. Sarebbe facile se il mondo si dividesse in buoni e cattivi, se il bene e il male fossero distinti e separati, ma questa è una retorica di destra che poco ha a che fare con la realtà.

Leggere questo libro proprio a ridosso del giorno della memoria è stata una felice coincidenza, che incoraggia anche ad approfondire le questioni poste dal caso e dal tempo.

La memoria non è mai abbastanza, e non deve mai diventare alibi o paravento. Eppure è quello che succede sempre più spesso, nell’indifferenza e nella falsa responsabilità di cui ci sentiamo anche fieri. E nel gioco della fottuta risonanza che mi stupisce ogni volta avevo letto qualche giorno prima questo post di Loredana Lipperini che richiama un articolo di Thomas Friedman, The Age of Protest,ripreso lungamente da Il Post e che presenta la fin troppo breve vita dell’indignazione al giorno d’oggi.

In ogni caso è ridicolo celebrare il giorno della memoria mentre proprio in Europa si continuano ad alzare muri, il mar Mediterraneo sta diventando il più grande cimitero del mondo e pure nazioni apparentemente “perfette” prendono decisioni disumane che ci riportano agli anni più bui del Ventesimo secolo. E le stesse persone che come automi velano la loro foto del profilo con una bandiera francese e condividono qualche frase ormai mainstream sull’olocausto poi inneggiano all’affondamento dei barconi o in maniera più sottilmente brutale fanno dei distinguo tra chi dovrebbe avere il diritto ad essere accolto e chi no. Tutto questo smentisce ancora una volta la tesi dell’eccezionalità dell’Olocausto e ci dovrebbe rendere tutti orgogliosi “fomentatori di panico” come si è dichiarato Anders:

ai giorni nostri, il più importante compito morale è quello di rendere le persone consapevoli che hanno bisogno di essere allarmate, e che le paure che le assillano hanno valide ragioni.

Bauman, chiudendo il testo con queste parole, si rammarica di non aver appreso le conclusioni di Anders durante la stesura di Modernità e olocausto. Noi tutti dovremmo evitare di rimpiangere l’aver ignorato i terribili segnali che la realtà ogni giorno ci invia.