Su di noi, sul nostro sconforto

Ho aspettato qualche giorno, per lasciare decantare la rabbia e la foga del momento, essere più lucida. Invero, la rabbia è ancora tutta qua, ma spero di riuscire ad esprimermi più ragionevolmente.

Un paese disperato perché rinchiuso in casa per una pandemia, che dopotutto quelli che si sono lamentati di più, o che comunque hanno avuto e hanno voce per farlo, sono quelli che stanno meglio (o meno peggio). Perché i senzatetto, i migranti, i carcerati, chi viveva ai margini da prima, gli ultimi insomma, si trovavano già in una condizione peggiore, che si è potuta solo ulteriormente aggravare. Ma a chi importa?

Tutti impazziti perché rimasti in casa, con alcune comodità che si danno per scontate, i più insieme alle proprie famiglie, almeno in senso stretto. Non si vuole sminuire il disagio, ecco, è dura, è stata dura per tutti, vero?

Pensate se invece vi trovavate rinchiusi in una stanza, non a casa vostra, in un paese straniero, circondati da sconosciuti armati, che vi facevano spostare a piedi, costringendovi a camminare per ore, lunghissime ore, e tutto questo per 18 mesi. Unica compagnia un libro.

Davvero dall’alto della nostra privilegiata quarantena possiamo giudicare con tanta leggerezza il vissuto di una ragazza? Come si può ridurre la complessità in questo modo? Si chiede e mi chiede la cara L.

Questa storia non riguarda Silvia, o forse dovremmo dire Aisha, ma noi: il buco nero dal quale tutto giudichiamo e nulla facciamo. Abbiamo davvero grossi problemi con noi stessi, con la realtà, con la comprensione del mondo.

In fondo sono anche fortunata io. Fuori dalla bolla di Facebook ho solo intravisto, sfiorato il disagio che ci appartiene, perché sempre qualcuno vicino ha da dire a sproposito e ci vuole volontà ferrea per non controbattere e rispondere anche male. Sono anche fortunata perché posso avere qualche salutare boccata d’ossigeno leggendo le sagge parole di Loredana Lipperini, sul suo sempre necessario blog, che riescono ad allargare lo sguardo e aprono anche il cuore. Parole che il giorno dopo si fanno nette e chiare nel contestare il “femminismo bianco, vecchio, borghese, conservatore, indifferente alle mutazioni (e spesso anche alle differenze di classe, come si diceva un tempo) che espelle la complessità di pensieri e di pratiche”.

Sono fortunata perché nella mia cerchia prevale lo scoramento, lo sgomento di assistere a certe sparate da parte di persone che si conoscono come “normali”, empatiche, che hanno famiglia, che normalmente sanno immedesimarsi nelle condizioni degli altri. Come dice Loredana Lipperini non si tratta degli odiatori, quelli purtroppo si danno per scontati, è ben più allarmante la cattiveria delle persone comuni. R. si chiede dove sta la colpa, e sinceramente brancolo nel buio. Qualcuno credeva che con la pandemia saremmo migliorati, ma è puro wishful thinking. Dovremmo essere più coscienti e consapevoli di fronte alle tragedie, ma non è così. Del resto, se ancora il governatore della Lombardia può dire che la sua regione ha reagito meglio delle altre, effettivamente un problema lo abbiamo. E non penso sia sufficiente come spiegazione il fatto che sparando alto ci spiazzano al punto da renderci impotenti. Non penso però neanche che siamo di colpo peggiorati, come affermano le conclusioni di un pur condivisibile articolo apparso su Internazionale dal significativo titolo “Avremmo dovuto fermarci sulla soglia di quell’abbraccio“.

Il concetto di soglia è interessante, mi aiuta a riflettere sul fatto che quest’era social, che tutto sommato ci allontana invece di avvicinarci, ci fa dimenticare ogni limite, ci spinge ad interessarci dell’intimità degli altri con una spudoratezza senza precedenti. La morbosità con cui si cerca di frugare nelle vite degli altri, per giudicarle ovvio, mi ha sempre inquietata. Dalla canea che emerge in tante situazioni cerco sempre di scappare, e non avrei voluto scrivere neanche queste righe; se non ne avessi sentito davvero l’urgenza, se quella bolgia infernale non fosse scoppiata, saremmo state persone migliori.

Realismo capitalista

realismocapitalista

Tra l’1 e il 2 novembre 2018 lessi Realismo capitalista e ricordo che mi colpì molto. Non sono molti i libri che ho voluto rileggere, ma sicuramente questo rientra tra i pochi fortunati. Curiosamente, dopo che pochi giorni fa ho sentito l’esigenza di rileggerlo ho visto nella timeline di twitter un articolo del bibliopatologo di Internazionale su Dove vanno a finire i libri che abbiamo letto? del quale condivido le conclusioni: “Non si può leggere due volte lo stesso libro, non più di quanto si possa immergersi due volte nello stesso fiume. Lo specchietto a conchiglia in cui ti guardasti ragazzina è uguale oggi a com’era allora, ma ogni volta che tornerai ad aprirlo rifletterà un’immagine diversa”. Ed effettivamente ho riletto il testo di Mark Fisher con uguale voracità eppure ne ho colto spunti nuovi e diversi. Ricordo che all’epoca mi lasciò una strana sensazione di ottimismo, poco spiegabile considerato lo smarrimento politico in cui mi trovavo, praticamente da sempre. Ad oggi quello stesso spirito positivo è forse meno entusiastico e più razionale, oserei dire reale.

A questo proposito, cos’è il realismo capitalista? Nella definizione dell’autore “la sensazione diffusa che non solo il capitalismo sia l’unico sistema politico ed economico oggi percorribile, ma che sia impossibile anche solo immaginarne un’alternativa coerente”. E ancora: “Per come lo concepisco, il realismo capitalista non può restare confinato alle arti o ai meccanismi semipropagandistici della pubblicità. È più un’atmosfera che pervade e condiziona non solo la produzione culturale ma anche il modo in cui vengono regolati il lavoro e l’educazione, e che agisce come una specie di barriera invisibile che limita tanto il pensiero quanto l’azione”. L’espressione realismo capitalista ed il suo senso aiutano a spiegare l’impotenza e l’assenza di qualsiasi opposizione al capitalismo durata decenni. Non finisce qui perché attraverso tutto il testo Fisher descrive il capitalismo con la giusta crudezza: “ogni attività è talmente concentrata sulla produzione del profitto da non essere nemmeno più in grado di venderti niente”; con onestà, parlando dei call center come emblema del capitalismo “È nell’esperienza di un sistema tanto impersonale, indifferente, astratto, frammentario e senza centro, che più ci avviciniamo a guardare negli occhi tutta la stupidità artificiale del Capitale”; con lucidità “Il genio supremo di Kafka sta nell’aver esplorato quella specie di ateologia negativa propria del Capitale: il centro non c’è, ma non possiamo smettere di cercarlo né di ipotizzarlo. Non è che però non ci sia proprio niente: è che quello che c’è non è in grado di esercitare le proprie responsabilità”; e ancora “non è che aziende e compagnie siano gli agenti occulti che tutto manovrano; sono esse stesse espressioni e prodotto della massima causa che un soggetto non è: il Capitale”. Queste ultime due citazioni mi riportano ad un tema ultimamente spesso discusso, in particolare con coloro che sostengono come l’attuale pandemia danneggiando alcuni capitalisti dimostri in qualche imprecisato modo l’impotenza del Capitale in sé, o che comunque il capitalismo non riesca a guadagnare dall’attuale impasse. Questi ragionamenti sono fallaci nella misura in cui vedono il capitalismo come un blocco a se stante, una sorta di Moloch che agisce come un corpo unico per il proprio interesse, mentre la storia del capitalismo si erge davanti a noi a dimostrazione del contrario: un sistema fondamentalmente anarchico in cui soprattutto nei momenti di crisi ci sono vincitori e perdenti anche tra i capitalisti, ed è quello che avviene anche in questa fase dove alcuni colossi effettivamente stanno guadagnando dalla messa in “quarantena” delle nostre vite, vedi Amazon, ma non solo, anche la GDO ad esempio, mentre altri piccoli o grandi attori arrancano e molti ne usciranno sconfitti. Lo stesso è accaduto nelle precedenti crisi, ultima quella del 2008, e così andando a ritroso, confermando quello che già Marx aveva intuito con la sua risaputa lungimiranza quando scriveva ne Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte: “(…) per il volgare egoismo per cui il borghese ordinario è sempre disposto a sacrificare l’interesse generale della sua classe a questo o a quel motivo privato”.

Tornando a Realismo capitalista, il secondo capitolo si intitola “Che succederebbe se organizzassi una protesta e venissero tutti?” e tratta ancora del capitale e in particolare della sua incredibile capacità di sussumere tutto, pure ciò che nominalmente gli si oppone, per metterlo a profitto.

Dopo tutto, come Žižek ha provocatoriamente fatto notare, l’anticapitalismo è ampiamente diffuso tra le pieghe del capitalismo stesso: quante volte nei film di Hollywood il cattivo di turno altri non è che qualche cattivissima corporation? È un anticapitalismo gestuale che, anziché indebolire il realismo capitalista, finisce per rinforzarlo.

Di seguito Fisher fa l’esempio del film Wall-E e afferma “il film inscena il nostro anticapitalismo per noi stessi, dandoci al contempo la possibilità di continuare a consumare impunemente”. Un po’ come dire che il capitalismo sta su grazie a noi più che nonostante noi: “Quello che dobbiamo tenere a mente, è sia che il capitalismo è una struttura impersonale e iperastratta, sia che questa struttura non esisterebbe senza la nostra cooperazione”.

Un aspetto che rende particolarmente scorrevole e piacevole da leggere il testo è secondo me il sapiente uso di una serie di citazioni, soprattutto cinematografiche, televisive e di testi scritti, di cui vorrei elencare in maniera forse non esaustiva, film e libri per darne un’idea:

elenco fisher

Vorrei fare anche un accenno all’argomento internet. Fisher cita un’intervista al documentarista Curtis che attacca i nuovi media perché creano reti interpassive e bolle in cui ci si ritrova tra individui simili in cui si ripete il bias di conferma, creando ed alimentando continuamente circuiti chiusi. Nel riconoscere la sensatezza di tale analisi Fisher risponde però distinguendo: “un fenomeno come i blog è stato ad esempio capace di generare un discorso nuovo e articolato in una rete che non ha corrispettivi nel campo sociale esterno al cyberspazio. Nel momento in cui i vecchi media vengono sempre più assorbita dalla logica delle public relations e in cui al saggio critico si preferisce la relazione sui consumi, alcune aree del cyberspazio hanno offerto una resistenza a quella compressione critica che altrove è diventata dominante”. Le osservazioni di Fisher si riferiscono ad un periodo che potremmo considerare d’oro per i blog, e Fisher stesso dal 2003 curò un blog, K-punk, che divenne un punto di riferimento di una certa area. Ad oggi i blog hanno avuto sicuramente un arretramento con l’esplosione dei nuovi social media e della loro pervasività. C’è però la speranza e da alcune parti la voglia di restituire centralità ai blog perché il loro potenziale non è affatto esaurito. Come dicevano i Wu Ming in un bellissimo post a fine 2019 annunciando l’abbandono di Twitter:

A chi per ora non se la sente di chiudere gli account sui social commerciali, chiediamo di dare comunque una mano a riattivare voci e canali indipendenti, macchine di comunicazione non gamificate. Chi ha un blog e in questi anni lo ha negletto, torni a scriverci sopra e a promuoverlo, lo rivitalizzi e ne faccia l’epicentro della sua comunicazione quando ha qualcosa da dire. I social, soltanto come rimbalzo. Per le situazioni militanti, come scritto nella prima puntata, questa è una necessità vitale, ma in fondo lo è anche per il singolo individuo. Non è più tempo di essere ex-blogger.

Uno dei temi che attraversa il testo ed è chiaramente presente per la conoscenza che ne ha l’autore è quello della salute mentale: “il realismo capitalista insiste a trattare la salute mentale come se fosse un fatto naturale alla stregua del clima”. Sempre più relegato a problema individuale, è evidente che andrebbe socializzato, poiché le cause sistemiche dell’aumento dei disturbi e delle malattie mentali appaiono in realtà lampanti. Per questo “ripoliticizzare la malattia mentale è un compito urgente per qualsiasi sinistra che voglia lanciare una sfida al realismo capitalista”. Nell’ultimo capitolo del libro Fisher dichiara:

Dobbiamo prendere i problemi di salute mentale oggi così diffusi e convertirli da una condizione di medicalizzazione a un antagonismo reale; i disordini affettivi sono forme di scontento acquisito, e questa disaffezione può e deve essere indirizzata altrove, verso fuori, verso la sua vera causa: il Capitale.

L’estrema individualizzazione che tende a colpevolizzare i singoli si ripete in altri ambiti, come ad esempio quello del cambiamento climatico, e a proposito della citazione che sopra si riferisce anche al clima, in un inciso Fisher afferma che neanche quello è un fatto naturale quanto un effetto politico-economico. Più avanti afferma: “La causa della catastrofe ecologica è una struttura impersonale che, nonostante sia capace di produrre effetti di tutti i tipi, non è un soggetto capace di esercitare responsabilità. Il soggetto che servirebbe – un soggetto collettivo – non esiste: ma la crisi ambientale, così come tutte le altre crisi globali che stiamo affrontando, richiede che venga costruito. E però l’appello all’intervento etico immediato (…) rinvia continuamente l’emergere di un tale soggetto”.

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I figli degli uomini (2006)

Come sempre la situazione contingente interagisce con la lettura, spingendomi a sottolineare passaggi come il seguente: “La cosiddetta guerra al terrore ci ha già preparato a simili sviluppi; la normalizzazione della crisi ha prodotto una situazione nella quale la fine delle misure d’emergenza è diventata un’eventualità semplicemente impensabile: quand’è che la guerra potrà davvero dirsi conclusa?” Suona terribilmente attuale vero? E non è il primo autore in cui risuona il paragone con la guerra al terrore iniziata dopo l’11 settembre, altri ancora viventi l’hanno potuto cogliere esplicitamente. Parlando del film I figli degli uomini, “(…) lo spazio pubblico è abbandonato, popolato da null’altro che immondizia e animali in libertà (una scena particolarmente suggestiva è ambientata in una scuola ormai a pezzi dentro la quale troviamo una renna che corre). I neoliberali, ovvero i reali capitalisti per eccellenza, hanno più volte celebrato la distruzione dello spazio pubblico: ma contrariamente alle loro aspirazioni ufficiali, (…) non assistiamo a nessun arretramento dello Stato, quanto semmai un ritorno dello Stato alle sue originarie funzioni di stampo militare e poliziesco”. Se non sembra scritto oggi, potrebbe benissimo essere scritto in un domani non troppo remoto, e terribilmente plausibile.

E per quanto riguarda il neoliberismo o neoliberalismo, Fisher non si lasciata affatto ingannare dalla definizione che potrebbe sfociare nel considerare questo cattivo e il capitalismo in sé buono, e mette le cose nella giusta prospettiva:

dopo il salvataggio delle banche, il neoliberismo si è ritrovato – in ogni senso possibile – screditato. Questo non vuol dire che il neoliberismo sia da un giorno all’altro scomparso: al contrario, i suoi presupposti continuano a dominare la politica economica; ma non lo fanno più come ingrediente di un progetto ideologico mosso dalla fiducia per le proprie prospettive future, quando come una specie di ripiego inerziale, di morto che cammina. Quello che oggi appare chiaro è che se il neoliberismo non poteva che essere realista capitalista, il realismo capitalista non ha invece alcun bisogno di essere neoliberale. Anzi: ai fini della propria salvaguardia il capitalismo potrebbe benissimo riconvertirsi al vecchio modello socialdemocratico, oppure a un autoritarismo in stile I figli degli uomini. Senza un’alternativa coerente e credibile al capitalismo, il realismo capitalista continuerà a dominare l’incoscio politico-economico.

La (ri)lettura di Realismo capitalista mi ha motivata a ricercare gli altri testi di Mark Fisher che sono in via di pubblicazione anche in lingua italiana, e mi lascia con il dubbio di cosa scriverebbe Fisher dell’attuale sconvolgente situazione se non ci avesse lasciato, forse sarebbe ancora più speranzoso grazie a e nonostante la pandemia. Restano comunque importanti alcuni dei passaggi dell’ultimo capitolo, tradotto in italiano “super-tata marxista”, con i quali vorrei avvicinarmi alla fine di questo post.

Contro l’allergia postmoderna alle grandi narrazioni dobbiamo riaffermare che, anziché trattarsi di problemi contingenti e isolati, sono tutti effetti di un’unica causa sistemica: il Capitale. Dobbiamo insomma cominciare, come se fosse la prima volta, a sviluppare strategie contro un Capitale che si presenta ontologicamente (oltre che geograficamente) ubiquo.

E infine

Anche se è chiaro che la crisi non porterà da sola a nessuna fine del capitalismo, ha avuto comunque l’effetto di sciogliere in parte una certa paralisi mentale. Siamo adesso in un panorama politico disseminato di quelli che Alex Williams ha chiamato “detriti ideologici”; è un nuovo anno zero, e c’è spazio perché emerga un nuovo anticapitalismo non più costretto dai vecchi linguaggi e dalle vecchie tradizioni.

La paralisi mentale di cui parla qui Fisher ha sicuramente subìto un’altra scossa imponente dall’attuale pandemia. Non è mai stato chiaro come oggi alle diverse generazioni che ora si affacciano nel XXI secolo quanto il capitalismo sia un vicolo cieco per sicurezza non solo economica e sociale ma anche per la salute collettiva. Da questi punti fermi, tocca costruire l’alternativa.

Lifecake and Backthen to reality

Per chi non lo sapesse, ho un bambino che tra poco compie tre anni. Nelle mille offerte e omaggi che invogliano le quasi mamme e le neomamme a provare prodotti di cui poi non potranno fare a meno ricevetti un buono col quale poter stampare un tot di foto omaggio collegati con una app in cui caricare le foto e condividerle in tutta sicurezza, o quanto meno privatamente, solo con i cari tramite invito email. Una buona idea, pensai. E scaricai l’app. Scelsi poi le foto e me le spedirono a casa; io continuai ad usare l’app perché sì, era comoda. Non ho mai voluto condividere le foto sui social, men che meno su Facebook finché c’ero dentro, e l’app mi risparmiava di inviare singolarmente e privatamente le foto ad ognuno dei tanti “affetti stabili”: li caricavo lì ed erano immediatamente visibili solo ai contatti invitati. Il servizio, Lifecake, che era una startup acquistata da Canon nel 2015, è gratuito fino a 10 giga. Tutto bene no? In realtà ultimamente volevo verificare se l’app fosse davvero sicura, visto che ho iniziato un percorso di attenzione alla sicurezza digitale, disintossicazione social e sto cercando di avviare il degoogling anche se questo è un processo complesso e per cui ci vorrà parecchio tempo. Proprio per mancanza di tempo rinviavo la messa in questione di Lifecake, finché ci ha pensato l’app stessa: con una comunicazione senza grande preavviso, alcuni giorni fa annuncia che chiuderà il 30 giugno. Già dall’1 maggio è impossibile caricare nuove foto. Nell’app stessa però ti comunicano che gli stessi costruttori hanno fatto un’altra app in cui si possono riversare tutti i file, già operativa su mobile ma non sul web, mentre scaricare per sé tutto sarà reso possibile in breve tempo.

Storcendo il naso per questo cambiamento improvviso, provo a scaricare l’app per vedere un po’, leggo i termini di servizio e le regole della privacy, dopo di che decido di provare l’importazione in questa nuova app, BackThen, che tra l’altro ha la stessa grafica di Lifecake, cambiano solo i colori, ma mi fermano subito. Supero il limite dei Giga consentiti dal piano gratuito, ne ho 6,6 mentre solo 1G è gratuito nella nuova app. Per principio decido di soprassedere e cercare alternative, apro Mastodon raccontando la cosa nella speranza che qualche utente mi dia una dritta per un’alternativa realmente valida, apro twitter e cercando lifecake vedo una marea di tweet indignati per il fatto di aver scelto di chiudere l’app proprio in questo frangente. Sapete com’è, durante la pandemia quasi tutti i cari non conviventi non si possono vedere e un servizio come quello fornito da Lifecake assomiglia terribilmente a qualcosa di essenziale e non sostituibile. Molta gente aveva piani a pagamento, che comunque gli saranno rimborsati per il periodo non fruito e si lamenta dell’aumento delle tariffe. Il CEO si giustifica dicendo che l’app è autofinanziata e quindi deve stare in piedi sulle sue gambe e potrebbe anche starci come ragionamento. Alla fine ogni utente del servizio farà la propria scelta, io proseguendo il mio percorso di consapevolezza digitale cercherò un’alternativa che abbia determinati standard, già che ci sono.

lifecake

Quello che però mi fa riflettere e dovrebbe essere il punto principale nel raccontare questa storia è quanto delle nostre vite sia in mano a società terze, che all’interno del capitalismo della sorveglianza possono decidere dall’oggi al domani di cambiare le regole, cedere quel che di nostro hanno o semplicemente chiudere. Per giunta, Canon ha acquistato Lifecake quand’era una startup, l’ha masticata succhiandone i profitti e non l’ha neanche buttata via quando ha deciso che non era più profittevole, l’ha proprio uccisa. Riecheggiando Marx, noi abbiamo formalmente la scelta di decidere di quale app servirci, ma in realtà non siamo liberi di uscire da questo sistema che è ovunque uguale, un’app vale l’altra fintanto che all’interno del capitalismo tutte queste società hanno come unico obiettivo i profitti e noi siamo solo carne e dati da sfruttare per i loro interessi:

dimenticatevi il cliché secondo il quale “se qualcosa è gratis, il prodotto sei tu”: noi non siamo il prodotto, siamo le carcasse abbandonate. Il prodotto deriva dal surplus strappato alle nostre vite. (S. Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza)

All’obiezione che si può porre, che la tecnologia funziona intrinsecamente in questo modo, si può rispondere con un’altra citazione della Zuboff messa nel già citato post sul capitalismo della sorveglianza:

il digitale può assumere molte forme, a seconda delle logiche sociali ed economiche che lo animano. È il capitalismo che impone un prezzo fatto di sottomissione e impotenza, non la tecnologia. È vitale ricordare che il capitalismo della sorveglianza è una logica in azione, non una tecnologia, perché i capitalisti vogliono farti credere che le loro pratiche siano insite nelle tecnologie che utilizzano. (…) Le tecnologie sono sempre dei mezzi al servizio dell’economia, e non dei fini: nell’epoca moderna, il Dna della tecnologia è segnato in partenza da quello che il sociologo Max Weber chiama “orientamento economico”.

Quello che occorre fare è resistere al realismo capitalista, nelle parole di Mark Fisher “la sensazione diffusa che non solo il capitalismo sia l’unico sistema politico ed economico oggi percorribile, ma che sia impossibile anche solo immaginarne un’alternativa coerente”. Per fortuna, anzi per inevitabili e contingenti ragioni storiche, sociali ed economiche, questa narrazione scricchiola ogni giorno di più e la consapevolezza cresce e si diffonde, come un contagio, e viene denunciato che il capitalismo è il vero virus.

Immuni ma non alla sorveglianza

Leggo per quanto riguarda la fantomatica app Immuni che dovrebbe tracciare la popolazione e segnalare se si hanno avuto contatti con soggetti contagiati, annunciata in maniera roboante come strategia “volontaria”, che si ipotizzano ulteriori limiti alla mobilità per chi decida di non utilizzarla. Ulteriori perché anche utilizzando l’app (o in alternativa un braccialetto!) saranno previste delle restrizioni alla mobilità. Chi si oppone tra le altre cose parla dell’obbligo di uso dello smartphone (o del credito per le connessioni mobili, ché in Italia le numerose offerte sono tutt’altro che economiche) ma ancora prima io chiederei quali altri strumenti si pensa di affiancare all’app, perché da sola non potrebbe mai essere efficace. I tamponi? Riusciremo a farli in maniera estesa? Saremo in grado di potenziare la sanità pubblica nel frattempo?

Stefania Maurizi (@SMaurizi su Twitter), giornalista investigativa da poco “scappata” da Repubblica, che ha lavorato sui Wikileaks e sui file di Snowden e che quindi ha una conoscenza professionale e approfondita sulle questioni della sorveglianza digitale, non smette di lanciare l’allarme sul tema chiedendo che se ne discuta pubblicamente. Neanche dopo l’11 settembre, afferma, si è arrivati ad uno scenario simile, una sorveglianza di massa che integra i dati sulla salute, da decenni ormai definiti dati sensibili e quindi maggiormente tutelati e dati di localizzazione. Ci sono ovviamente enormi interessi economici e di intelligence intorno a questo settore. Il dibattito pubblico sul tema invece è tanto necessario quanto assente, soprattutto in Italia direi, dove temo che una discreta maggioranza non veda l’ora di scaricare sul proprio telefono un’app di tracciamento sul cui funzionamento e sulle cui garanzie di sicurezza nessuno saprebbe dare risposte certe.

Maurizi

Il problema è dunque a monte, ed è connesso all’assenza generale di un dibattito sul capitalismo della sorveglianza e sull’entusiastico ed incosciente utilizzo dei social media e delle piattaforme digitali in assenza di una minima alfabetizzazione informatica che andrebbe invece garantita a tutti. Nessuno nega che la questione del Covid-19 sia grave ed urgente, mentre leggo che si fanno pericolosi paralleli coi No Vax (really?) chiamando No Trax chi si permette di fare domande o mettere in discussione il percorso che si va tracciando (mi perdonerete il gioco di parole). Semplicemente non tutte le soluzioni sono uguali, e se una non vale l’altra, allora occorre valutare tempestivamente e a tutto tondo le conseguenze di medio e lungo termine delle scelte che si vogliono effettuare. Dire che non è questo il momento di far polemica sembra la mossa dello struzzo, perché un dopo, se e quando arriverà sarà tardi per tornare indietro sui passi fatti.

Un esempio calzante e che riguarda da vicino quasi tutte le famiglie (basta avere un figlio in età scolare e/o essere docenti) è quello della didattica a distanza, promossa in fretta e furia, senza la preparazione tecnica, umana, professionale, e ancor meno strutturale necessaria, e quindi improvvisata e lasciata alla buona volontà e, occorre dirlo, a tantissimo lavoro supplementare di un comparto, quello educativo, ormai storicamente bistrattato. I risultati parziali sono sotto gli occhi dei molti che vedono e vogliono vedere e riflettono innanzitutto le enormi differenze di classe. In tutto ciò, tranne poche voci fuori dal coro, la retorica dominante elogia la novità e ne auspica il mantenimento, tacendo evidentemente delle enormi difficoltà cui si sta andando incontro e che si rifletteranno in maniera pesante a settembre, sempre che si torni davvero sui banchi di scuola. Questo avviene inoltre facendo affidamento esclusivo a piattaforme digitali che sono i principali colossi della rete, che hanno poco a cuore la tutela della privacy e della sicurezza personale e in più, acquisiscono tramite la scuola per la stragrande maggioranza dati di minori, che andrebbero particolarmente tutelati:

Sono un docente ingenuo, non so come fare DAD, didattica a distanza. Vado sul sito del ministero dell’istruzione e vedo il link: «Didattica a distanza». Clicco. Ci sono due menù: il primo è «Esperienze per la didattica a distanza», l’altro «piattaforme».

Sotto questo secondo punto sono elencate tre piattaforme: Google, Microsoft, Amazon. Tre enti privati tra i più potenti al mondo schiaffati in bella mostra (da Giap, Brodo di DAD. Appunti per non farsi bollire a scuola durante e dopo l’emergenza coronavirus).

Infine, per essere chiari, quando parliamo di sicurezza in ambiente digitale ed in particolare nel contesto di applicazioni che gestiscono dati personali e sensibili, temiamo esattamente questo:

Proposed government coronavirus tracking app falls at the first hurdle due to data breach

The source code of a proposed app for tracing COVID-19 exposed user data after being published online.

A mobile application proposed to the government of the Netherlands as a means to track COVID-19 has already fallen short of acceptable security standards by leaking user data.

The app, Covid19 Alert, was one of seven applications presented to the Ministry of Health, Welfare, and Sport, as reported by RTL Nieuws.

The shortlisted mobile app’s source code was published online over the weekend for scrutiny as the government decides which solution to back. It was not long before developers realized that the source files contained user data — originating from another application.

According to the publication, the app contained close to 200 full names, email addresses, and hashed user passwords stored in a database from another project linked to an Immotef developer.

The source code was quickly pulled, but the damage was already done, with one developer criticizing the leak as “amateurish.” (continua qui).

Se l’obiezione è “tanto siamo tutti già tracciati” è sbagliata dal principio. Primo perché lo siamo ad un livello di scala ampio ma differente, molto ridotto rispetto a quello che ci aspetta. Secondo perché formalmente siamo liberi di non farci tracciare, se ciò accade è perché lo vogliamo o perché non ci rendiamo conto delle implicazioni che comporta e se ne fossimo a conoscenza interromperemmo questo processo. In ogni caso, è necessario conoscere bene come funzionano i dispositivi che utilizziamo e scegliere consapevolmente se continuare a farlo o cercare alternative. Per alcune cose probabilmente niente è meglio di qualcos’altro; in particolare se questi si basano su gamification e inducono FOMO, questo è un segnale che ne indica la pericolosità intrinseca. Se non conoscete bene queste tematiche e vorreste approfondire, in primo luogo suggerirei di leggere il libro di Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, di cui parlo qui e di vedere la puntata di Presa diretta sull’argomento per farsi un’idea.

Il buco (El hoyo)

IL-BUCO-NETFLIX

Un film claustrofobico forse non è l’ideale in questo tempo sospeso, o forse è proprio quel che ci vuole. Fatto sta che su Netflix spopola e incuriositi dal trailer abbiamo deciso di guardarlo.

Il buco ha un’idea semplice alla base e una scenografia minimalista, perfettamente adeguata per la trama. Tutto si svolge in una prigione molto peculiare. È costruita in verticale e suddivisa in livelli, non si vede mai l’esterno. Ad ogni livello ci sono due persone e tutto si ripete uguale per supposti 200 livelli. Il protagonista sceglie di entrare volontariamente (ma non sembra questa la norma) per un periodo di sei mesi e al colloquio che determinerà la sua ammissione gli viene chiesto il suo piatto preferito. Chi entra sceglie anche un solo oggetto da portare con sé, e sembra quasi uno di quei test sull’isola deserta: il protagonista pare essere l’unico ad avere mai scelto un libro, c’è chi sceglier armi le più disparate, indovinate perché, ho visto anche una tavola da surf e una piccola piscina gonfiabile! La peculiarità della prigione è che ogni stanza è un ambiente unico, con due letti contrapposti, un unico bagno e al centro un grande buco, la fossa, attraverso cui passa quotidianamente una singola piattaforma per distribuire il cibo a tutti, e ci dovrebbe essere per ognuno la portata scelta; ma essendo la cucina al piano 0 in cima, tutto quel cibo viene consumato dai primi livelli, le briciole arrivano fino al centesimo circa, e chi si trova più giù non ha molte alternative se vuole sopravvivere… 30 giorni. Certo, perché ogni mese gli ospiti vengono addormentati con un gas e quando si risvegliano si ritrovano su un altro livello, superiore o inferiore apparentemente senza nessuna correlazione col comportamento tenuto nel mese precedente.

Quello che sicuramente si vuole dire, e infatti è anche detto esplicitamente, è che un sistema del genere funzionerebbe, e il cibo basterebbe per tutti, se ognuno prendesse la sua piccola parte e avesse rispetto per quella degli altri. Quello che accade è molto diverso. Credo sia doveroso notare come questo sistema sia costruito artificialmente: non è affatto naturale. Sul significato del film e del finale in particolare, si può discutere ma penso sia chiaro l’intento allegorico. Molti hanno visto una spietata critica del capitalismo e anche EVO3ZzJVAAAK9EQio non penso che la pellicola voglia sottolineare la naturale avidità e l’innato egoismo umano (che da più parti sono stati dimostrati infondati), quanto piuttosto denunciare un sistema che spinge gli uni contro gli altri, li isola e li induce a credere che per sopravvivere sia meglio sopraffarli piuttosto che collaborare per cambiare il sistema. Mi sembra che ciò sia più che mai attuale oggi (e lo è sempre stato!): il divide et impera è un vecchio trucco del capitale che ha dimostrato di funzionare tante, troppe volte. I lavoratori che in questi giorni non possono uscire “a prendere aria” ma devono andare a lavorare hanno un’ottima occasione per capire che loro sì, sono tutti sulla stessa barca, e sarebbe necessario lottare uniti perché mai come ora è stato chiaro a tutti che la salute non si baratta col lavoro e tutti insieme bisogna sostenere i lavoratori dei servizi essenziali, in primis nel settore sanitario, perché sia garantita la loro salute, per se stessi e per le persone che curano. Come dice bene il compagno Mauro su Giap, “l’ossessione sui comportamenti individuali è un dispositivo che fa comodo a chi detiene il potere“. Non sono i singoli che possono cambiare il sistema o combatterlo; e nel film il protagonista riceve l’aiuto di più di una persona, per sopravvivere prima e per mandare il messaggio che il sistema non funziona poi; come un bellissimo e concreto slogan della lotta No Tav ci insegna, si parte e si torna insieme.

No is not enough

noisnotenough

Nel 2016 l’elezione di Trump è stata vissuta come uno shock da una larga fetta di progressisti, anche se effettivamente non avrebbe dovuto essere così, visto che Trump è esattamente l’apoteosi del sistema in cui viviamo. Con la capacità di analisi che la contraddistingue Naomi Klein è molto chiara su questo punto. In No is not enough. Resisting Trump’s shock politics and winning the world we need, afferma “Trump is the logical culmination of the current neoliberal system” e non si ferma qui, sostenendo anche che “the current neoliberal system is not the only logical culmination of the human story”. Nell’introduzione è già spiegato molto bene:

(…) there is an important way in which Trump is not shocking. He is entirely predictable, indeed clichéd outcome of ubiquitous ideas and trends that should have been stopped long ago. Which is why even if this nighmarish presidency were to end tomorrow, the political conditions that produced it, and which are producing replicas around the world, will remain to be confronted. (…) the world we need won’t be won just by replacing the current occupant of the Oval Office.

Ammettere che Trump sia la logica conseguenza, e non la causa del sistema sembra scontato ma non lo è: lo stesso errore è stato commesso per anni dagli oppositori di Berlusconi in Italia, lasciandolo governare indisturbato per quasi un ventennio. Più avanti comunque la Klein rincara la dose: “Trump didn’t create the problem – he exploited it. And because he understood the conventions of fake reality better than anyone, he took the game to a whole new level”.

La lettura del libro è stata più lenta e sofferta del solito, senza colpa del testo, e non perché ho scelto la versione inglese, cosa che normalmente mi rallenta ma non così tanto, quanto per la situazione assurda ed emergenziale in cui ci troviamo. Questo ha evidentemente condizionato non solo i tempi ma anche la percezione del testo, per cui è inevitabile aver colto alcuni riflessi del presente angoscioso che viviamo:

A large-scale crisis – whether a terrorist attack or a financial crash – would likely provide the pretext to declare some sort of state of exception or emergency, where the usual rules no longer apply. This, in turn, would provide the cover to push through aspects of the Trump agenda that require a further suspension of core democratic norms (…)

Terribilmente vicino a quello che stiamo vivendo è anche il seguente passaggio:

We don’t go into a state of shock when something big and bad happens; it has to be something big and bad that we do not yet understand. A state of shock is what results when a gap opens up between events and our initial ability to explain them. When we find ourselves in that position, without a story, without our moorings, a great many people become vulnerable to authority figures telling us to fear one another and relinquish our rights for the greater good.

Il cambiamento climatico, protagonista di This changes everything e dell’ultimo On fire (prossimamente in lettura), compare spesso anche in questo testo, e direi in modo fisiologico visto la pervasività del tema; un esempio è quando l’autrice riporta che la Exxon Mobil sapeva già nel 1978 le conseguenze del sistema basato sui combustibili fossili e che sarebbero state necessarie di lì a pochi anni misure straordinarie per contrastarle.

Anche se l’analisi della Klein non si può definire marxista, di essa apprezzo la chiarezza sul fatto che il capitalismo non sia riformabile; non è con pochi aggiustamenti che si risolvono le crisi che attanagliano il sistema, che si tratti di quelle puramente economiche o sociali o ambientali. In sintesi è giusta la diagnosi ma carente la cura (vedasi il Green New Deal propugnato dall’autrice con forza).

What mainstream liberals have been saying for decades, by contrast, is that we simply need to tweak the existing system here and everything will be fine. You can have Goldman Sachs capitalism plus solar panel. But the challenge is much more fundamental than that. It requires throwing out the neoliberal rulebook, and confronting the centrality of ever-expanding consumption in how we measure economic progress.

Bellissime le pagine in cui Naomi Klein ricorda il “Powerful Global Movement” quello che alla fine del Novecento e nei primi anni Duemila era veramente forte: “from London to Genoa, to Mumbai, to Buenos Aires, Quebec City and Miami, there could not be a high-level gathering to advance the neoliberal economic agenda without counterdemonstrations”. Il movimento dei movimenti riusciva a mettere insieme istanze diverse e unire tante lotte in un’unica lotta. L’11 settembre ha provocato una frattura insanabile perché l’emergenza terrorismo ha permesso di creare un nuovo frame che recitava né più né meno: “o con noi o coi terroristi” mettendo in crisi le diverse anime del movimento. Il vuoto che si è venuto a creare è stato agevolmente riempito nel corso degli anni da Trump negli Stati Uniti e in generale dai partiti di estrema destra e populisti: “Politics hates a vacuum; if itsn’t filled with hope, someone will fill it with fear“.

Naomi Klein ripercorre anche la lungimirante analisi svolta in Shock Economy, perché resta un elemento importante della poltica contemporanea, oltre che la via maestra attraverso cui è stato imposto il capitalismo neoliberista in diverse parti del mondo: “Virtually any tumultuous situation, if framed with sufficient hysteria by political leaders, could serve this softening-up function”. L’autrice riconosce che nel 2007, all’epoca della pubblicazione del libro, la sua teoria poteva sembrare controversa, contestando la correlazione apparentemente indiscussa tra economia di mercato e democrazia, mentre il passare del tempo ne ha dimostrato l’accuratezza: “the extreme form of capitalism that has been remarking our world in this period (…) very often could advance only in contexts where democracy was suspended and people’s freedoms were sharply curtailed”. È essenziale rimarcare, come fa la Klein, che l’individualismo, la grettezza e il primato degli interessi egoistici non sono il primo impulso degli esseri umani, che tendono invece ad aiutarsi reciprocamente: “the shock doctrine is about overriding these deeply human impulses to help, seeking instead to capitalize on the vulnerability of others in order to maximize wealth and advantage for a select few”.

Una crisi può portare ad una spirale distruttiva oppure essere un’opportunità, in base alle condizioni concrete di chi si trova ad affrontarla (e anche qui, nuovi sinistri echi del presente).

It is true that people can regress during times of crisis. I have seen it many times. In a shocked state, with our understanding of the world badly shaken, a great many of us can become childlike and passive, and overly trusting of people who are only too happy to abuse that trust. But I also know, from my own family’s navigation of a shocking event, that there can be the inverse response as well. We can evolve and grow up in a crisis, and set aside all kinds of bullshit – fast.

Naomi Klein parla a questo proposito dell’11 settembre e di come sia stato uno shock in cui la generalità della popolazione non è riuscita a reagire. Questo perché eventi traumatici del passato erano stati vissuti ed elaborati da alcune comunità, ma non in maniera più ampia e collettiva. Non c’è una narrativa condivisa insomma, e mi pare sia avvenuto lo stesso in Italia, dove al di là di alcune retoriche patriottarde la Resistenza al fascismo come momento fondativo della Repubblica non è mai entrato nel discorso dominante, permettendo sia tentativi anche grotteschi, che sarebbero comici se non fossero tragici, di emergere, sia ai partiti neofascisti di autolegittimarsi in una democrazia che dovrebbe di diritto escluderli.

Al netto della vaghezza delle soluzioni proposte, le analisi di Naomi Klein sono molto stimolanti e puntuali. Il testo si chiude con il Leap Manifesto, che tenta di unire diversi piani di lotta, dai diritti dei popoli indigeni, alla tutela dell’ambiente. Si tratta di un documento politico interessante anche se dal punto di vista marxista evidentemente insufficiente. Particolarmente interessante infine la condanna dell’austerity, una politica che è bene attenzionare perché non è detto che non ci venga riproposta come necessaria alla fine della fase emergenziale per fare pagare ai soliti (a noi) i costi della crisi:

We declare that “austerity” -which has systematically attacked low-carbon sectors like education and healthcare, while starving public transit and forcing reckless energy privatizations – is a fossilized form of thinkinf that has become a threat to life on earth.

Avevamo ragione noi

I’m breaking in, shaping up, then checking out on the prison bus
This is it, the apocalypse
Whoa oh

I’m waking up, I feel it in my bones
Enough to make my system blow
Welcome to the new age, to the new age
Welcome to the new age, to the new age

(Radioactive, Imagine Dragons)

Dopo la sovraesposizione dei giorni scorsi, sono arrivata alla fase di riflusso. Mi riferisco all’immersione quasi costante nella lettura di approfondimenti, analisi e narrazioni delle conseguenze sociali, economiche e politiche dell’attuale emergenza. Ho accuratamente evitato il frame dominante, la conta dei morti, la retorica mainstream dell’#andràtuttobene e del #iorestoacasa, per la mia salute mentale, e mi ha fatto bene concentrarmi sul resto. Però sono arrivata ad un punto critico. Le giornate passano, l’emergenza resta e ho bisogno di spostare il focus perché la routine quotidiana non può proseguire a questi ritmi. Ho intenzione di proseguire la lettura quotidiana dei blog tramite Feedly, che è già un bell’impegno, rallentare le incursioni su Twitter e usare Mastodon in maniera parsimoniosa, e possibilmente eludendo l’argomento unico. Voglio riprendere a leggere con costanza altro, libri che parlino d’altro (anche se è difficile, nel libro della Klein del 2017 che sto leggendo ho trovato diversi riferimenti all’oggi, ma è fisiologico in certa saggistica). Più narrativa allora, e più attività fisica: ho già iniziato un programma di trenta minuti al giorno, e mi fa stare meglio. Appena finisce il colpo di coda dell’inverno devo dedicarmi alle piante, quelle che stanno fiorendo, le grasse che riprendono la crescita, le piante verdi che sono state pure un po’ trascurate. L’altro giorno pensavo che è un peccato non poter andare per vivai a cercare nuove inquiline, pazienza, non sono necessità. È necessità sicuramente occuparmi del nano, ancora è in una fase per cui non gli manca la routine scolastica, ma gli manca sicuramente uscire, cavoli gli manca la nonna che abita sotto e che vede solo tramite video. L’altro giorno al mio ennesimo diniego mi ha risposto “ma io non ho il virus”. Ecco che forse ha ragione chi dice che saranno loro a socializzare la nostra rabbia, anche se spero che siamo noi stessi perché tempo non ne abbiamo più e non sarebbe neanche giusto. Nell’attesa di capire come e in che forma dargli l’ora d’aria voglio organizzare delle attività un minimo strutturate durante le lunghe giornate. E vorrei prendere anche quaderni e colori anche se non ho capito se è possibile trovarli/acquistarli. Il grande rimosso dei bambini, dimenticati dalla legge e dagli uomini, è davvero uno dei punti focali di questa follia chiamata emergenza.

Per fortuna ho la compagnia in casa e qualche hobby che mi torna utile, penso però che c’è gente meno fortunata di me e vorrei poter fare qualcosa. Sicuramente continuo la militanza, il momento è cruciale e si sta dimostrando quello che già sapevo (avevamo ragione noi?) mentre si festeggiano i rialzi in borsa dopo alcune misure prese dalla Fed, e mentre il governo fa l’ennesimo decreto spostando ancora il focus dall’emergenza dei lavoratori, quegli irresponsabili che vorrebbero scioperare per dire semplicemente che non sono carne da macello, che la loro vita vale più del profitto. Stolti!

Avevate ragione voi

Dietro le maschere antigas

Voi

Dietro le vostre barricate

Voi che già allora sapevate che oggi

Avreste avuto ragione voi

Mentre correvate indietro

Noi tutti quanti con le mani verso il cielo

Cercavamo solamente verità

Avevamo ragione noi

(Avevate ragione voi, Linea 77)