Stretti tra Popper e Voltaire – un mio contributo per Rizomatica

Per il nuovo numero di Rizomatica, uscito il 12 febbraio, avevo scritto alcune riflessioni su piattaforme e democrazia partendo dalla vicenda del ban a Trump a ridosso degli eventi di Capitol Hill. Il tema resta di stretta attualità e lo dimostra anche ciò che sta accadendo in questi giorni tra governo australiano e piattaforme digitali, e credo che ne scriverò ancora appena possibile. Intanto condivido volentieri anche qui l’articolo pubblicato su Rizomatica. Qui il link all’articolo. Il numero è anche interamente scaricabile dal blog.

I sostenitori del ban a Trump saranno in qualche modo consapevoli del paradosso della tolleranza: teorizzata da Karl Popper, tale situazione apparentemente senza via d’uscita è data dal fatto che una società tollerante è destinata ad essere travolta dagli intolleranti al suo interno, per cui è necessario che si dimostri intollerante nei loro riguardi. Una posizione un po’ più complessa è forse quella del filosofo Rawls, per il quale la società giusta deve tollerare gli intolleranti e limitarli solo nella misura in cui i tolleranti temono per la sicurezza loro e del sistema nel suo complesso.Dall’altra parte ci sono i voltairiani della domenica, che spesso citano il filosofo illuminista a sproposito perché la ormai celebre frase “non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo” è apocrifa, in quanto se ne trova traccia solo nella biografia redatta da Evelyne Beatrice Hall sotto pseudonimo, che la mise tra virgolette per errore. Tale posizione comunque implica che non si possa limitare l’espressione altrui, qualunque siano le conseguenze.Tra questi due estremi spesso si naviga a vista, e il soggetto coinvolto e le circostanze specifiche hanno un ruolo non trascurabile nel determinare i termini della questione. Nel frattempo, con l’avvento di internet sembra che la libertà di espressione possa raggiungere nuove vette, e contemporaneamente si avverte la necessità di mettere dei paletti affinché il diritto di tutti ad esprimersi liberamente non leda altri diritti. Internet va regolamentato? Di certo il tecnoentusiasmo secondo cui la rete, democratica ed immensamente libera, ci avrebbe a sua volta liberato si è dimostrata un’ingenua utopia. Internet non sfugge ai rapporti di forza, è soggetto anch’esso a relazioni di potere e ad esempio la net neutrality è più una chimera che altro. L’espressione net neutrality è stata coniata dal professore Tim Wu della facoltà di legge della Columbia University in un paper del 2003 sulla discriminazione online. Il problema si pose all’epoca nella misura in cui i provider potevano escludere dall’accesso alla rete alcuni utenti. Negli USA nel 2005 venne vietato agli ISP (Internet Service Provider) di bloccare contenuti o limitare l’accesso agli utenti, ma questo orientamento venne messo in discussione nel 2017 e ancora oggi non esiste una legislazione univoca neanche tra gli stati federati. Se non ci sono regole chiare riguardo i provider di rete, cioè a monte, figurarsi cosa accade nel momento in cui le piattaforme da aziende private – non assimilate a fornitori di “servizi pubblici” – seguono delle regole arbitrarie a cui gli utenti si devono conformare, e queste regole possono essere modificate unilateralmente dalle stesse.Il tema della libertà di espressione è ben più vecchio della rete e ancora non ha trovato una risposta definitiva; questo è un bene, dice il giurista Blengino, perché se ci fosse una distinzione netta tra dicibile e indicibile la società non sarebbe affatto libera, a prescindere dal fatto che la decisione dipenda da una legge o un algoritmo.

Deplatforming e liberalismo

Per parlare dei rapporti tra la rete e la democrazia, è opportuno mettere in chiaro subito alcuni presupposti, e partirei da Shoshana Zuboff, che scrive: “le tecnologie sono sempre dei mezzi al servizio dell’economia, e non dei fini: nell’epoca moderna, il dna della tecnologia è segnato in partenza da quello che il sociologo Max Weber chiama “orientamento economico”. (Zuboff, 2019, pos. 382)
Anche se l’analisi compiuta dalla Zuboff ha determinati bias teorici – il funzionalismo parsonsiano su tutti – che ne inficiano buona parte delle conclusioni, è evidentemente corretto che contestare le Big Tech per le violazioni della privacy ha fatto perdere di vista la portata delle trasformazioni in atto, come rileva Morozov nella sua lunga critica alle tesi della studiosa intitolata I nuovi abiti del capitalismo. Quello che manca alla base delle analisi cosiddette del surveillance capitalism è il riconoscimento delle strutture di potere, sempre presenti anche nel mondo digitale. Questo è ciò che dovremmo tenere presente in primis quando ragioniamo del rapporto tra le piattaforme e la democrazia.Dopo l’assalto a Capitol Hill, prima Twitter e a seguire Facebook e Instagram hanno sospeso e poi bannato Trump, aprendo un dibattito a volte banale, spesso inutilmente dicotomico, tra trionfalisti soddisfatti della presa di posizione e scandalizzati che gridavano alla censura inaccettabile. La prima cosa che si deve dire è che abbiamo un problema, lo dovremmo già sapere, però questi avvenimenti ce lo mettono di fronte in maniera molto chiara e netta: queste piattaforme possono essere considerate piazze pubbliche ma sono, e sono gestite, come spazi privati, ed hanno comunque un potere enorme. La posizione dei trionfalisti è di base viziata dal fatto che, volenti o nolenti, ignorano che per anni questi ritrovati paladini della giustizia online sono stati il balcone da cui si è affacciato Trump e anche la piazza dove si sono espressi, incontrati e organizzati, suprematisti bianchi e altri estremisti tra cui i seguaci del Donald. Nel momento in cui il presidente uscente era al tramonto, e solo dopo che si è dimostrato abbastanza chiaramente che la bilancia dell’equilibrio politico era contro di lui, si è chiesta a gran voce la sua esclusione da tutte le piattaforme, come forma estrema di “difesa della democrazia”. Il deplatforming è una questione complessa per la quale il paradosso di Popper non è certamente sufficiente. Tra le giustificazioni alla propria posizione c’è quella che le regole debbano essere uguali per tutti. Punto che avrebbe anche senso se non fosse che per quattro anni qualcuno si è dimostrato sicuramente più uguale degli altri. Se ad un cittadino sono vietati determinati comportamenti online, ciò deve valere anche per “l’uomo più potente del mondo”. Ma il problema è a monte, perché chi decide quali comportamenti vietare sono sempre loro, le piattaforme. E in caso di movimento di massa che spinga per un rovesciamento del sistema, la censura sarebbe la stessa, perché l’obiettivo, anche delle piattaforme, è mantenere lo status quo e conservare il potere, certamente non marginale, che hanno.Alcune posizioni si possono non condividere e ovviamente si ha il diritto di esprimere il proprio pensiero, ma negare la problematicità della questione come fa Arianna Ciccone di Valigia Blu dichiarando che la scelta delle piattaforme è lineare (e magari dalla parte della giustizia interstellare) mi sembra pericoloso, oltre che superficiale. Si scrive addirittura che le piattaforme hanno il merito di aver ampliato l’accesso e la partecipazione al dibattito pubblico. Bisogna pure ringraziarli per l’esistenza di Black Lives Matter e del movimento del #metoo, come se senza la rete nei secoli precedenti non fossero nati movimenti e non si fossero anche fatte rivoluzioni, come se la forza non venisse dalle persone ma dalle tecnologie. Nel corso della storia umana, non è stata certamente la tecnologia il primo e l’unico motore della trasformazione sociale. Si rifletta un attimo sulla primavera araba, di cui ora ricorre il decennale: la miope visione occidentale è che le rivoluzioni, poi fallite, sono comunque originate dai e grazie ai social media, attraverso cui molti giovani si sono potuti organizzare dando origine ad una serie di sollevazioni popolari che hanno scosso il Nord Africa e in generale il Medio Oriente. Come sostiene Haythem Guesmi, quello sul ruolo dei social media è un mito, infatti diversi scienziati sociali lo hanno messo in discussione sostenendo che sono stati uno degli strumenti utilizzati dai manifestanti per fare rete e nulla più. Nel frattempo le Big Tech grazie a questa narrativa hanno ulteriormente incrementato i loro numeri ed anche aggirato le richieste da parte di diverse organizzazioni che si occupano non solo di tutela della privacy ma anche di diritti umani: “despite posing as a force for progress and development, Big Tech was collaborating with repressive governments in the Middle East and North Africa even before the Arab Spring started”. Dopo lo scoppio della primavera araba, continua Guesmi, “instead of protecting free speech against government censorship efforts, social media platforms suspended and removed thousands of accounts of political dissidents in Tunisia, Palestine, Egypt, Syria and elsewhere”. Questa è una forma di deplatforming che già avviene senza clamore generale. Sicuramente i sostenitori della democrazia borghese si trovano a loro agio a difendere il ban di Trump, ammettendo spesso candidamente di essere i difensori prima di tutto del liberalismo, per cui The Donald avrebbe potuto dire quel che voleva finché fosse rimasto il presidente eletto. Inoltre, contraddicendosi, pensano che visto che fino ad ora l’unico strumento politico per depotenziarlo, l’impeachment, non ha funzionato, il ban dai social gli potrà impedire un eventuale successo alle elezioni del 2024.

Le piattaforme e l’approccio community based, aspettando il sol dell’avvenire

Il ruolo delle piattaforme, il contesto in cui agiscono e la loro natura necessiterebbero un dibattito pubblico a monte che però non si è mai svolto: queste piattaforme si sono imposte nei fatti in un sistema deregolato, con le legislazioni nazionali e sovranazionali a rincorrere l’implementazione sempre più rapida di nuove tecnologie a livello globale. Oltre la disparità di atteggiamento nel Nord e nel Sud del mondo, il contesto sta ulteriormente mutando e da più parti si richiede una regolamentazione, più o meno rigida, se non lo scorporamento di colossi troppo grandi per essere agevolmente sottoposti a vincoli statali. Nella storia USA ad esempio questo è accaduto per rompere alcuni monopoli, considerati nocivi per l’ideologia del libero mercato. Ma quando si parla di comunicazioni non è solo una questione di monopolio versus concorrenza, c’è invece un superiore interesse pubblico che va tutelato. La pluralità dei media è un primo tassello per una informazione libera ma non è sufficiente. Come sostiene Nick Srnicek, se non emergono proposte di sinistra il dibattito sarà dominato da una parte dalla tutela della concorrenza di matrice europea e dall’altra da una blanda regolamentazione del monopolio negli Stati Uniti. Ci sono, ancora una volta, rapporti di potere che condizionano le diverse fonti, ed è appena il caso di citare la questione della diffusione di fake news. Accusati come principali artefici i social media, è opportuno ricordare che ancora buona parte delle notizie circola tramite i media tradizionali o dagli stessi è veicolato online. D’altra parte gli stessi social hanno iniziato a attrezzarsi dimostrando di essere interessati a combattere il fenomeno, almeno apparentemente. È proprio questo il primo strumento usato da Facebook o Twitter di fronte all’abnorme mole di contenuti borderline o proprio falsi condivisi spesso anche da Trump, quando era ancora presidente. “Questa notizia è controversa”, “questo fatto non è accertato” comparivano sotto diversi post condivisi. È successo recentemente anche mentre cercava di contestare il voto continuando a denunciare frodi e brogli elettorali, non comprovati da alcunché. Il fact checking, come viene chiamato, è un processo a volte complicato, che un tempo era parte del lavoro dei giornalisti, i quali ormai forse hanno dimenticato cosa significhi (o magari alcuni non lo hanno mai saputo); oggi, data la mole di informazioni che chiunque può collezionare da miriadi di fonti diverse, potrebbe essere organizzato dal basso. L’alternativa ci riporta al problema delle piattaforme che mantengono in sé un potere sproporzionato e soprattutto non controllato, in un ambito in cui l’interesse pubblico deve prevalere. Sembra essere diversa invece l’idea di Twitter, che ha annunciato recentemente la sperimentazione di Birdwatch, un approccio basato sulla comunità per combattere la disinformazione. Lo stesso account ufficiale @birdwatch dichiara che ricerche accademiche (come quella di Hyunuk Kim e Dylan Walker da loro citata) sembrerebbero provare che approcci di questo tipo risultino più efficaci rispetto ad altri gestiti in chiave centralistica. I primi test, dichiara ancora la piattaforma, stanno dando segnali incoraggianti, e così hanno deciso di iniziare la sperimentazione su larga scala a partire dall’utenza che risiede negli Stati Uniti. Se ci si riflette, Wikipedia è un esempio di successo che dimostra che l’approccio cooperativo è efficace e nel tempo dà ottimi risultati. Fintantoché le piattaforme saranno parte integrante di un contesto capitalistico, questa soluzione parziale potrebbe essere un’alternativa alla censura che comunque è sempre rischiosa. Come spiegava Trotskij, “sia l’esperienza storica che quella teorica dimostrano che qualsiasi restrizione della democrazia nella società borghese è, in ultima analisi, invariabilmente diretta contro il proletariato”. In un testo in cui attacca i “compagni” messicani, seguaci della linea stalinista, che propagandavano la censura della stampa reazionaria, Trotskij fa delle riflessioni che sono ancora oggi attuali e che possono essere benissimo traslate dalla stampa alle nuove tecnologie: “è essenziale condurre una lotta instancabile contro la stampa reazionaria. Ma i lavoratori non possono permettere al pugno repressivo dello stato borghese di sostituirli in questo compito (…), qualsiasi legislazione restrittiva esistente verrà utilizzata contro i lavoratori”. Forse non è necessario scegliere se stare dalla parte di uno stato che è comunque a tutela degli interessi dei pochi o dalla parte dei colossi privati, dialetticamente, tra le due opzioni, occorre trovare una sintesi che risponda alle esigenze dei molti.

Note

  1. Il futuro delle piattaforme tra pandemia e democrazia, Intervista a Nick Srnicek, Dinamo Print, anno 1 n. 02, dicembre 2020.

Bibliositografia

Carlo Blengino, Il paradosso dei social, parte 1https://www.ilpost.it/carloblengino/2021/01/18/il-paradosso-dei-social-parte-i/

Fabio Chiusi, Il dilemma non sono i socialhttps://www.valigiablu.it/social-media-dilemma-societa/

Arianna Ciccone, “Deplatforming” Trump: la giusta decisione di Facebook e Twitter di bloccare gli account del presidente uscentehttps://www.valigiablu.it/deplatforming-trump-facebook-twitter/

Arianna Ciccone, Trump, la libertà di espressione e l’ipocrisia di giornalisti e politici,https://www.valigiablu.it/trump-social-media-regole-ban/

Alberto De Nicola e Tania Rispoli, Il futuro delle piattaforme tra pandemia e democrazia, Intervista a Nick Srnicek, Dinamo Print, anno 1 n. 02, dicembre 2020.

Haythem Guesmi, The social media myth about the Arab Springhttps://www.aljazeera.com/opinions/2021/1/27/the-social-media-myth-about-the-arab-spring

Jeff Jarvis, The case of Trump v. Facebookhttps://medium.com/whither-news/the-case-of-trump-v-facebook-1d82cc7dc193

Hyunuk Kim e Dylan Walker, Leveraging volunteer fact checking to identify misinformation about COVID-19 in social media, HKS Misinformation Review https://misinforeview.h*ks.harvard.edu/article/leveraging-volunteer-fact-checking-to-identify-misinformation-about-covid-19-in-social-media/

Evgeny Morozov, Capitalism’s new clotheshttps://thebaffler.com/latest/capitalisms-new-clothes-morozov

Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici, 2vv, Armando, Roma, 1973-74.

John Rawls, Una teoria della giustizia, Feltrinelli, Milano, 2008.

S. G. Tallentyre, The friends of Voltaire, Open library, https://archive.org/stream/friendsofvoltair00hallrich#page/n11/mode/2up

Lev Trotskij, Libertà di stampa e classe operaiahttps://www.rivoluzione.red/liberta-di-stampa-e-classe-operaia-di-l-trotskij/

Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, Luiss University Press, Roma, 2019.

Facebook, Whatsapp, gli USA e noi

waA rigor di logica non dovrei né vorrei occuparmi di nuovo di Facebook, dopo aver appena festeggiato un anno senza, ma anche se io me ne volessi disinteressare sembra che Facebook non si disinteressi a me. Tra la nuova policy di Whatsapp che ti impone di condividere le informazioni dell’account con Facebook, che non sarebbe applicabile in Unione Europea vista la vigenza del GDPR (però anche Facebook stesso c’è nonostante il GDPR quindi…), e la relazione tra politica e piattaforme a livello sia locale che mondiale, tocca parlarne ancora. A livello locale l’esempio mi viene con il continuo utilizzo da parte delle istituzioni di comunicazioni poco istituzionali come le dirette Facebook per informare la cittadinanza alla faccia di chi non ha e non vuole aderire ad una piattaforma privata. La stessa piattaforma che ha fatto da cassa da risonanza ai deliri del presidente uscente degli Stati Uniti e dato spazio a gruppi e persone che nel modo più soft possono essere definiti suprematisti bianchi, oltre a feccia varia, per poi decidere in autonomia che ora basta, gli si toglie il palcoscenico. In base a cosa? Come dice bene Loredana Lipperini nel post di oggi:

Ma chi vigila sulla democrazia, certamente messa in pericolo ANCHE da un delirante quasi-ex-presidente degli Stati Uniti?
Perché se la difesa della democrazia viene delegata a un impero digitale non mi sembra il caso di essere così tranquilli. Come giustamente ha scritto uno dei non molti commentatori che aveva compreso il punto, siamo di fronte a “un soggetto privato che autonomamente sceglie se e quanto permettere al rappresentante in capo di uno stato di esprimersi”. E’ un cambio di paradigma incredibile (…)

E così torno a pensare, e a scrivere di queste cose. Il percorso di riflessione iniziato con la disamina del testo Il capitalismo della sorveglianza di Shoshana Zuboff, proseguito con l’analisi della necessaria, puntuale, nonché lunghissima critica di Evgeny Morozov allo stesso testo si arricchisce ancora con un’inaspettata quanto opportuna critica alle trappole pseudomarxiane delle categorie del surveillance capitalism fatta su questo blog, che incrocia anche una critica del fediverso che mi trova molto interessata e che sentenzia, non senza ragione: “Non bisogna credere che per liberarsi dei social commerciali basti crearne una versione priva di tracciamento dei dati”. L’occasione è ottima per continuare a riflettere sul potere delle piattaforme, un potere che ha diverse declinazioni, una delle quali è sulla nostra perdita della capacità di scrivere. Questa è una battaglia che ho deciso di combattere imponendomi nuovamente la scrittura, ed è uno dei numerosi motivi per cui ho abbandonato Facebook.

L’idea di abbandonare Whatsapp lo ha avuta pure ma è più complicato in base all’uso che ne faccio: principalmente ragioni di lavoro e di scuola della prole mi hanno impedito fino ad ora di farlo. Forse mi illudo che con questa nuova policy qualcosa possa cambiare a livelli significativi, perché leggo di picchi di iscrizioni ad alternative tipo Signal, anche se sulla bontà delle alternative bisognerebbe pure discutere: Signal, Telegram, what else? Su Mastodon, a proposito ancora di fediverso, se ne sta discutendo, ad esempio, e ci sono diverse posizioni, tra chi rompe senza problemi con un tot di contatti a chi si trova in difficoltà a farlo per le più varie ragioni.

capitol hill

Paladini del capitalismo nelle loro vesti più credibili

Dubbi, spinte al cambiamento, critiche del sistema dei social, sono tutti segnali importanti che non dobbiamo trascurare, e però hanno bisogno di uno sguardo complessivo. Condivido appieno quanto detto ancora da Loredana in questo caso ieri, in riferimento alla ignominiosa vicenda dell’assalto a Capitol Hill, riguardo al nostro presente: “siamo amabilmente al servizio di un capitalismo persino più feroce del precedente, quello che la rete e i social gestisce”. Questo dovrebbe essere un punto di partenza, che non nega un altro aspetto della questione: quello statunitense è un impero in decadenza, e anche la dimostrazione plastica dell’ennesima, sempre più dirompente crisi di un capitalismo che comunque si piega ma non si spezzerà da solo, senza un movimento reale che sappia agire per il cambiamento.

Mindf*ck

Mindf*ck è un’importante tappa nel percorso di letture e riflessioni che riguardano il mio processo di consapevolezza intorno all’uso e ai rischi mindfuckinsiti nei social media. Leggerlo  a ridosso delle elezioni USA 2020 ha poi un sapore particolarmente agre, perché la conoscenza non sempre “libera” ma in ogni caso aiuta a costruire strumenti di consapevolezza e per quanto possa fare male, è necessario per agire e non solo reagire. Quando inizio a buttar giù queste parole non si sa ancora, siamo nel pomeriggio del 4 novembre, se Trump sarà di nuovo presidente o se sarà sconfitto, nel machiavellico sistema di voto tutto loro, dal decotto sfidante “Sleepy Joe” Biden. (Finisco la revisione del testo definitivo la sera del 7, da poche ore con i risultati della Pennsylvania è stata finalmente ufficializzata la vittoria di quest’ultimo).
Nel XXI secolo la politica è completamente pervasa da ciò che accade nell’infosfera. Nella parte finale del testo Christopher Wylie si dilunga nello spiegare come le piattaforme dovrebbero essere preventivamente valutate se sicure prima di essere rese operative, così come accade ad esempio per gli edifici. Si usano i termini ingegneri ed architetti anche nel settore informatico e non è un caso:

Every connected device and computer is part of an interconnected information architecture – and shapes your experience of the world. The most common job titles in most Silicon Valley companies are engineer and architect, not service manager or client relations. But unlike engineering in other sectors, tech companies do not have to perform safety tests to conform to any building codes before releasing their products. Instead, platforms are allowed to adopt dark pattern designs that deliberately mislead users into continual use and giving up more data. Tech engineers intentionally design confounding mazes on their platforms that keep people moving deeper and deeper into these architectures, without any clear exit. And when people keep clicking their way through their maze, these architects delight in the increase in “engagement”.

Viviamo una parte rilevante della nostra esistenza online e la netta separazione tra la nostra vita online e offline non ha più molto senso. Se ne è reso conto Wylie quando è stato bannato da Facebook e Instagram dopo essersi esposto come whistleblower, ma dovrebbe essere chiaro a tutti noi

Although many users tend to distinguish between what happens online from what happens IRL (in real life), the data that is generated from their use of social media – from posting reactions to the season finale of a show to liking photos from Saturday night out – is generated from life outside the Internet. In other words, Facebook data is IRL data.

Cos’è Cambridge Analytica?

Christopher Wylie è un personaggio particolare; mi è venuto all’attenzione guardando The Great Hack, che sfortunatamente non ho recensito, e non corrisponde affatto allo stereotipo che si potrebbe immaginare trovarsi dietro la storia di Cambridge Analytica. Queer canadese di idee liberal, ha finito per contribuire al successo, ottenuto anche per via illegale, della Brexit e dell’ascesa di Trump al potere, partendo da un progetto di data scientists che forse ingenuamente pensavano all’inizio di identificare e combattere l’estremismo radicale online e hanno finito per alimentarlo, non casualmente ma per un piano predeterminato. E così nasce Cambridge Analytica, che acquisisce tranquillamente un’immensa mole di dati da Facebook, essendo entrambe aziende private. Ma cos’è Cambridge Analytica?

A collection of documents I provided to law enforcement revealed that the Vote Leave campaign had used secret Cambridge Analytica subsidiaries to spend dark money to propagate disinformation on Facebook and Google ad networks. This was determined to be illegal by the U.K.’s Electoral Commission, with the scheme ending up as one of the largest and most consequential breach of campaign finance law in British history.

The story of CA shows how our identities and behavior have become commodities in the high-stakes data trade. The companies that control the flow of information are among the most powerful in the world; the algorithms they’ve designed in secret are shaping minds in the United States and elsewhere in ways previously unimmaginable.

Although Cambridge Analytica was created as a business, I learned later that it was never intended to make money. The firm’s sole purpose was to cannibalize the Republican Party and remold American culture.

Quando gli hanno chiesto cosa fosse Cambridge Analytica Wyilie ha dato la risposta più sintetica ma forse efficace: “it’s Steve Bannon psychological mindfuck tool”.

Occorre anche tenere bene a mente però che la prima campagna politica che ha usato con successo ai fini elettorali i nuovi sistemi di raccolta dati e gli algoritmi è stata quella che ha portato all’elezione di Obama: “BUT BY DIRECTLY COMMUNICATING select messages to select voters, the microtargeting of the Obama campaign had started a journey toward the privatization of public discourse in America. Although direct mail had long been part of American campaigns, data-driven microtargeting allowed campaigns to match a myriad of granular narratives to granular universes of voters – your neighbor might receive a wholly different message than you did, with neither of you being the wiser”. Questo libro è utilissimo anche per comprendere come i polls non riescano ad intercettare minimamente gli “umori” dell’elettorato, e lo ribadisce su Twitter in questi giorni Wylie,Wylie Tweet non si tratta solo dell’inaspettata, per i più, vittoria di Trump di quattro anni fa, anche in queste elezioni la stragrande maggioranza di osservatori e analisti dava per scontata una schiacciante vittoria di Biden, cosa smentita sin dai primi risultati.

What microtargeting did was find extra data sets, such as commercial data about a voter’s mortgage, subscriptions, or car model, to provide more context to each voter. Using this data, along with polling and the statistical techniques, it’s possible to “score” all of the voter records, yielding far more accurate information.
When everyone else is focused on the public persona of the campaign, strategists are focused on deploying and scaling this hidden machinery.

E ancora, allargando il quadro: “In the years leading up to the first Obama campaign, a new logic of accumation emerged in the boardrooms of Silicon Valley: Tech companies began making money from their ability to map out and organize information. At the core of this model was an essential asymmetry in knowledge – the machines knew a lot about our behavior, but we knew very little about theirs”. Qui entrano in gioco i sistemi studiati dalle piattaforme per incrementare i dati regalati dagli utenti visti i profitti che riuscivano a generare.

Il ruolo di Facebook

Facebook is no longer just a company, I told them. It’s a doorway into the minds of the American people, and Mark Zuckerberg left that door wide open for Cambridge Analytica, the Russians, and who knows how many others. Facebook is a monopoly, but its behavior is more than a regulatory issue – it’s s threat to national security. The concentration of power that Facebook enjoys is a danger to America democracy.

Cambridge Analytica was a company that took large amounts of data and used it to design and deliver targeted content capable of moving public opinion at scale. None of this is possible, though, without access to the psychological profiles of the target population – and this, it turned out, was surprisingly easy to acquire through Facebook, with Facebook’s loosely supervised permissioning procedures.

Facebook did not require express consent for apps to collect data from an app user’s friends, as it viewed being a user of Facebook as enough consent to take their data – even if the friends had no idea the app was harvesting their private data.

A ragionarci superficialmente si potrebbe pensare che si esagera la portata e la capacità predittiva dei dati raccolti da Facebook ma non è proprio così:

In fact, a 2015 study bu Youyou, Kosinski, and Stillwell showed that, using Facebook likes, a computer model reigned supreme in predicting human behavior. With ten likes, the model predicted a person’s behavior more accurately than one of their co-workers. And with 300 likes, the model knew the person better than their own spouse. This is in part because friends, colleagues, spouses, and parents typically see only part of your life, where your behavior is moderated by the context of that relationship.

A Facebook interessa solamente aumentare l’engagement e non è affatto detto che ciò non possa comportare conseguenze pesantissime. È il caso della pulizia etnica dei Rohingya, “in March 2018 the U.N. concluded that Facebook played a “determining role” in the ethnic cleansing of the Rohingya people. Violence was enabled by Facebook’s frictionless architecture, propelling hate speech through a population at a velocity previously unimaginable”.

Rising engagement

For Facebook, rising engagement is the only metric that matters, as more engagement means more screen time to be exposed to advertisements. This is the darker side of Silicon Valley’s much celebrated metric of “user engagement”. By focusing so heavily on greater engagement, social media tends to parasitize our brain’s adaptive mechanisms. As it happens, the most engaging content on social media is often horrible or enraging. (…) Social media platforms also use designs that activate “ludic loops” and “variable reinforcement schedules” in our brains. These are patterns of frequent but irregular rewards that create anticipation, but where the end reward is too unpredictable and fleeting to plan around. This establishes a self-reinforcing cycle of uncertainty, anticipation, and feedback. (…) In gambling, a casino makes money from the number of turns a player takes. on social media, a platform makes money from the number of clicks a user performs. This is why there are infinite scrolls on newsfeeds – there is very little difference between a user endlessy swiping for more content and a gambler pulling the slot machine lever over and over.

Il discorso sulla gamification è importante e andrebbe eviscerato, ma già in questo post sto andando lunga, vista la miniera di spunti che il libro mi dà. In qualche mio post sul tema comunque ne ho già accennato, ad esempio qui o nel post sul libro della Zuboff. Wylie fa un passo oltre, pensando al futuro non tanto remoto:

And tech has caught on to this with its research into “user experience”, “gamification”, “growth hacking”, and “engagement” by activating ludic loops and reinforcement schedules in the same way slot machines do. So far, this gamification has been contained to social media and digital platforms, but what will jhappen as we further integrate our lives with networked information achitectures designed to exploit evolutionary flaws in our cognition? Do we really want to live in a “gamified” environment that engineers our obsessions and plays with our lives as if we are inside its game?

C’è anche il discorso sulla possibilità di scelta, e Wylie dice chiaramente che le piattaforme hanno fatto di tutto per diventare scelta obbligata dei consumatori. Esperienza diretta, la scuola dell’infanzia che frequenta mio figlio, in vista di eventuali chiusure, ci ha richiesto il consenso per attivare a suo nome un account G Suite, mantenendo la libertà formale tanto cara al capitalismo, mentre in pratica se rifiutiamo non ci sono alternative e il bambino si troverebbe tagliato fuori da qualsiasi forma di didattica. A proposito dei cantori della libertà nel capitalismo!

Il modello a cinque fattori, i bias cognitivi e Steve Bannon

Strettamente collegato all’attualità c’è il modello a cinque fattori che può servire a rispondere ad esempio a domande, che troppo pochi si fanno, tipo “per quale motivo Trump ha consensi tra latinos e neri?” come si chiedeva saggiamente Luisa commentando le fatidiche elezioni USA. Questo modello considera la personalità attraverso una serie di punteggi su cinque scale: openness, conscientiousness, extroversion, agreeableness e neuroticism e ci soccorre nel risolvere l’apparente enigma scaturito dai risultati elettorali statunitensi.

The five-factor model helped me understand people in a new way. Pollsters often talk about monolithic groups of voters – women voters, working-class voters, gay voters. Although certainly important factors to people’s identities and experiences, there is no such thing as a woman voter or a Latino voter or any of these other labels. Think about it: if you randomly grab a hundred women off the street, will they all be the same person? What about a hundred African Americans? Are they all the same? Can we really say that these people are clones by virtue of their skin color and vaginas? They all have different experiences, struggles, and dreams.

Wylie racconta i primi esperimenti di successo svolti sulla pelle di popolazioni “irrilevanti” come gli abitanti di Trinidad, definendo queste pratiche come colonialismo digitale.

But we did do it. The Trinidad project was the first time I got sucked into a situation that was grossly unethical, and, frankly, it triggered in me a state of denial. As I watched those livestreams, I didn’t allow myself to actually picture the human prey, people who had no idea that their private behavior was dilighting sinister audiences half a world away. The Trinidad project was my first taste of this new wave of digital colonialism.

A questo punto l’autore racconta il primo incontro con Steve Bannon, all’epoca poco conosciuto ma sicuramente non una persona con cui si pensa potesse avere affinità e invece sappiamo oggi che è andata molto diversamente: “what I didn’t know that day was that Bannon wanted to fight a cultural war, and so he had come to the people who specialized in informational weapons to help him build his arsenal”.

Sono interessanti e molto istruttive per chi non le conoscesse, le informazioni sui bias cognitivi, ad esempio quello denominato availability heuristic, per cui si confonde la facilità nel reperire determinate notizie con la frequenza o la loro probabilità: ciò avviene per i crimini violenti, attenzionati particolarmente soprattutto da alcuni media, seguendo i quali si può avere la sensazione che tali crimini siano in aumento mentrè sono in calo costante dall’ultimo quarto di secolo. Un altro bias è l’affect heuristic quando si usano scorciatoie mentali, influenzati dalle emozioni: la rabbia spesso impedisce di compiere le scelte più razionali e sicure. Un’altra logica fallace ma molto diffusa è la credenza che il mondo sia un gioco a somma zero, in cui ci sono vincitori e vinti per cui se vengono tutelati determinati gruppi altri pensano di essere trascurati: questo è il motivo per cui molti non sembrano interessati a difendere le minoranze e accade anche che si possa essere restii a difendere diritti sacrosanti perché non ci coinvolgono in prima persona.

Dalla Brexit in poi

The world did not know it yet, but Brexit was a crime scene. Britain was the first victim of an operation Bannon had set in motion years before. The so-called “patriots” of the Brexit movement, with their loud calls to rescue British law and sovereignty from the grips of the faceless European Union, decided to win a vote by mocking those very laws. And to do so, they deployed a web of companies associated with Cambridge Analytica in foreign juriscìdictions, away from the scrutiny of the agencies charged with protecting the integrity of our democracies. Foreshadowing what was to come in America, a clear pattern emerged during the Brexit debacle, where previously unknown foreign entities began exerting influence on domestic elections by deploying large data sets of unexplained origins. And with social media companies not performing any checks on the advertising campaigns spreading throughout their platforms, where was no one standing guard to stop hostile entities seeking to show chaos and disrupt our democracies.

Questa lunga citazione rende l’idea meglio di quello che potrei parafrasare io, per questo ho scelto di riportarla per intero; e aiuta a vedere in prospettiva cosa è accaduto non molto tempo dopo negli Stati Uniti. Una domanda però sorge a questo punto, e riguarda la Russia: “Was Cambridge Analytica involved in Russian disinformation efforts in the United States? No one can say for sure, and there’s no single “smoking gun” proving that Cambridge Analytica was the culprit, aided and abetted by Russia”. Ci sono comunque, ci dice l’autore, molti collegamenti tra Cambridge Analyitica e la Russia. Wylie, contattato dalla giornalista del Guardian Carole Cadwalladr, dopo un primo momento di paura e di diffidenza inizia il suo percorso di whistleblower che coinvolge in breve altre persone e altri media, e in particolare il New York Times e Channel 4. Quasi tutte le attenzioni si sono concentrate sulle attività europee e statunitensi di Cambridge Analytica e solo in qualche raro caso si è avuta la dovuta attenzione verso le numerose responsabilità dell’azienda in Africa (Kenya, Ghana, Nigeria…), praticamente al motto di “Shit happens. It’s Africa, after all”.

Alla fine comunque, né in Gran Bretagna né negli Stati Uniti, le denunce sulle condotte illegali di Cambridge Analytica hanno prodotto conseguenze:

The regulators found that not only did Facebook fail to protect users’ privacy, the company misled the public and journalists by issuing false statements that it had seen no evidence of wrongdoid when  it in fact had.

Qualche conseguenza solo a livello personale, per l’autore stesso:

If anything, it has made me even more radical. I used to believe that the system we have broadly work. I used to think that there was someone waiting with a plan who could solve a problem like Cambridge Analytica. I was wrong. Our system is broken, our laws don’t work, our regulators are weak, our governments don’t understand what’s happening, and our technology is usurping our democracy.

Alla fine del libro, raccontando come sia cambiata la sua quotidianità, l’autore butta giù anche qualche idea su come superare questa fase, per andare oltre il principio del consenso e rendere le piattaforme effettivamente responsabili e gli utenti più liberi. Possono essere misure anche radicali, ma non mettono in questione le vere basi del sistema capitalistico, e d’altronde provengono da un pensiero comunque liberal, per quanto apparentemente relativo. Ci sono comunque anche sul finire intuizioni importanti sulle piattaforme: “And yet, they also implicitly believe that their right to profit from these systems outweighs the social costs others bear”. Ad ogni modo il testo resta una miniera di spunti e informazioni che tutti dovrebbero conoscere *prima* di accedere alle piattaforme e ai social media.

 

No is not enough

noisnotenough

Nel 2016 l’elezione di Trump è stata vissuta come uno shock da una larga fetta di progressisti, anche se effettivamente non avrebbe dovuto essere così, visto che Trump è esattamente l’apoteosi del sistema in cui viviamo. Con la capacità di analisi che la contraddistingue Naomi Klein è molto chiara su questo punto. In No is not enough. Resisting Trump’s shock politics and winning the world we need, afferma “Trump is the logical culmination of the current neoliberal system” e non si ferma qui, sostenendo anche che “the current neoliberal system is not the only logical culmination of the human story”. Nell’introduzione è già spiegato molto bene:

(…) there is an important way in which Trump is not shocking. He is entirely predictable, indeed clichéd outcome of ubiquitous ideas and trends that should have been stopped long ago. Which is why even if this nighmarish presidency were to end tomorrow, the political conditions that produced it, and which are producing replicas around the world, will remain to be confronted. (…) the world we need won’t be won just by replacing the current occupant of the Oval Office.

Ammettere che Trump sia la logica conseguenza, e non la causa del sistema sembra scontato ma non lo è: lo stesso errore è stato commesso per anni dagli oppositori di Berlusconi in Italia, lasciandolo governare indisturbato per quasi un ventennio. Più avanti comunque la Klein rincara la dose: “Trump didn’t create the problem – he exploited it. And because he understood the conventions of fake reality better than anyone, he took the game to a whole new level”.

La lettura del libro è stata più lenta e sofferta del solito, senza colpa del testo, e non perché ho scelto la versione inglese, cosa che normalmente mi rallenta ma non così tanto, quanto per la situazione assurda ed emergenziale in cui ci troviamo. Questo ha evidentemente condizionato non solo i tempi ma anche la percezione del testo, per cui è inevitabile aver colto alcuni riflessi del presente angoscioso che viviamo:

A large-scale crisis – whether a terrorist attack or a financial crash – would likely provide the pretext to declare some sort of state of exception or emergency, where the usual rules no longer apply. This, in turn, would provide the cover to push through aspects of the Trump agenda that require a further suspension of core democratic norms (…)

Terribilmente vicino a quello che stiamo vivendo è anche il seguente passaggio:

We don’t go into a state of shock when something big and bad happens; it has to be something big and bad that we do not yet understand. A state of shock is what results when a gap opens up between events and our initial ability to explain them. When we find ourselves in that position, without a story, without our moorings, a great many people become vulnerable to authority figures telling us to fear one another and relinquish our rights for the greater good.

Il cambiamento climatico, protagonista di This changes everything e dell’ultimo On fire (prossimamente in lettura), compare spesso anche in questo testo, e direi in modo fisiologico visto la pervasività del tema; un esempio è quando l’autrice riporta che la Exxon Mobil sapeva già nel 1978 le conseguenze del sistema basato sui combustibili fossili e che sarebbero state necessarie di lì a pochi anni misure straordinarie per contrastarle.

Anche se l’analisi della Klein non si può definire marxista, di essa apprezzo la chiarezza sul fatto che il capitalismo non sia riformabile; non è con pochi aggiustamenti che si risolvono le crisi che attanagliano il sistema, che si tratti di quelle puramente economiche o sociali o ambientali. In sintesi è giusta la diagnosi ma carente la cura (vedasi il Green New Deal propugnato dall’autrice con forza).

What mainstream liberals have been saying for decades, by contrast, is that we simply need to tweak the existing system here and everything will be fine. You can have Goldman Sachs capitalism plus solar panel. But the challenge is much more fundamental than that. It requires throwing out the neoliberal rulebook, and confronting the centrality of ever-expanding consumption in how we measure economic progress.

Bellissime le pagine in cui Naomi Klein ricorda il “Powerful Global Movement” quello che alla fine del Novecento e nei primi anni Duemila era veramente forte: “from London to Genoa, to Mumbai, to Buenos Aires, Quebec City and Miami, there could not be a high-level gathering to advance the neoliberal economic agenda without counterdemonstrations”. Il movimento dei movimenti riusciva a mettere insieme istanze diverse e unire tante lotte in un’unica lotta. L’11 settembre ha provocato una frattura insanabile perché l’emergenza terrorismo ha permesso di creare un nuovo frame che recitava né più né meno: “o con noi o coi terroristi” mettendo in crisi le diverse anime del movimento. Il vuoto che si è venuto a creare è stato agevolmente riempito nel corso degli anni da Trump negli Stati Uniti e in generale dai partiti di estrema destra e populisti: “Politics hates a vacuum; if itsn’t filled with hope, someone will fill it with fear“.

Naomi Klein ripercorre anche la lungimirante analisi svolta in Shock Economy, perché resta un elemento importante della poltica contemporanea, oltre che la via maestra attraverso cui è stato imposto il capitalismo neoliberista in diverse parti del mondo: “Virtually any tumultuous situation, if framed with sufficient hysteria by political leaders, could serve this softening-up function”. L’autrice riconosce che nel 2007, all’epoca della pubblicazione del libro, la sua teoria poteva sembrare controversa, contestando la correlazione apparentemente indiscussa tra economia di mercato e democrazia, mentre il passare del tempo ne ha dimostrato l’accuratezza: “the extreme form of capitalism that has been remarking our world in this period (…) very often could advance only in contexts where democracy was suspended and people’s freedoms were sharply curtailed”. È essenziale rimarcare, come fa la Klein, che l’individualismo, la grettezza e il primato degli interessi egoistici non sono il primo impulso degli esseri umani, che tendono invece ad aiutarsi reciprocamente: “the shock doctrine is about overriding these deeply human impulses to help, seeking instead to capitalize on the vulnerability of others in order to maximize wealth and advantage for a select few”.

Una crisi può portare ad una spirale distruttiva oppure essere un’opportunità, in base alle condizioni concrete di chi si trova ad affrontarla (e anche qui, nuovi sinistri echi del presente).

It is true that people can regress during times of crisis. I have seen it many times. In a shocked state, with our understanding of the world badly shaken, a great many of us can become childlike and passive, and overly trusting of people who are only too happy to abuse that trust. But I also know, from my own family’s navigation of a shocking event, that there can be the inverse response as well. We can evolve and grow up in a crisis, and set aside all kinds of bullshit – fast.

Naomi Klein parla a questo proposito dell’11 settembre e di come sia stato uno shock in cui la generalità della popolazione non è riuscita a reagire. Questo perché eventi traumatici del passato erano stati vissuti ed elaborati da alcune comunità, ma non in maniera più ampia e collettiva. Non c’è una narrativa condivisa insomma, e mi pare sia avvenuto lo stesso in Italia, dove al di là di alcune retoriche patriottarde la Resistenza al fascismo come momento fondativo della Repubblica non è mai entrato nel discorso dominante, permettendo sia tentativi anche grotteschi, che sarebbero comici se non fossero tragici, di emergere, sia ai partiti neofascisti di autolegittimarsi in una democrazia che dovrebbe di diritto escluderli.

Al netto della vaghezza delle soluzioni proposte, le analisi di Naomi Klein sono molto stimolanti e puntuali. Il testo si chiude con il Leap Manifesto, che tenta di unire diversi piani di lotta, dai diritti dei popoli indigeni, alla tutela dell’ambiente. Si tratta di un documento politico interessante anche se dal punto di vista marxista evidentemente insufficiente. Particolarmente interessante infine la condanna dell’austerity, una politica che è bene attenzionare perché non è detto che non ci venga riproposta come necessaria alla fine della fase emergenziale per fare pagare ai soliti (a noi) i costi della crisi:

We declare that “austerity” -which has systematically attacked low-carbon sectors like education and healthcare, while starving public transit and forcing reckless energy privatizations – is a fossilized form of thinkinf that has become a threat to life on earth.

Non pensare all’elefante!

Chiunque abbia letto Non pensare all’elefante! prima delle elezioni statunitensi del 2016 ha sicuramente messo in conto la probabile vittoria di Donald Trump. Il testo infatti ha tra i suoi pregi quello di comprendere e spiegare in maniera egregia il pensiero conservatore e i suoi meccanismi, permettendo in tal modo di rispondere alla domanda che molti si sono posti all’indomani dell’elezione di Trump: come è potuto accadere? 

LakoffAl netto dell’esaltazione per i genuini valori americani (ovviamente borghesi e capitalistici) il libro fornisce un quadro esauriente della dicotomia tra progressisti e conservatori, ma soprattutto è importante la spiegazione del ruolo fondamentale delle metafore e dei frame nel pensiero umano in generale ed in quello politico in particolare. È un discorso imprescindibile per controbattere l’ondata montante di razzismo, che ha raggiunto livelli imbarazzanti ad esempio in Italia. Di fronte allo sconforto che prende chi, come me, non riesce a farsi una ragione per quel che accade tutto intorno, quotidianamente, questo libro incoraggia una resistenza linguistica, di pensiero e di azione.

“La verità – da sola – non ci renderà liberi. Dire la verità sul potere non basta“, questo è l’insegnamento basilare secondo Carofiglio, autore della prefazione italiana al testo. Partendo dal presupposto che dietro ogni pensiero c’è un frame, una cornice più ampia in cui questo si inserisce e da cui trae senso, bisogna rendersi conto che

la negazione di un frame non solo attiva quel medesimo frame, ma lo rafforza tanto più quanto si continua ad attivarlo. Cosa questo implichi nel discorso politico è evidente: quando discutiamo con qualcuno dello schieramento opposto al nostro utilizzandone il linguaggio, attiviamo i frame di quello schieramento, rafforzandoli in chi ci ascolta a scapito dei nostri. Alla luce di ciò i progressisti, ad esempio, dovrebbero evitare di usare il linguaggio dei conservatori e i relativi frame che quel linguaggio attiva, ed esprimere invece le loro convinzioni utilizzando il proprio linguaggio al posto di quello degli avversari.

Vorrei vedere queste frasi stampate in ogni circolo, stanza, ufficio, casa, di chiunque non si riconosca nell’apparente maggioranza molto poco silenziosa che sembra dominare il discorso pubblico attuale. Speranza vana? Nel nostro piccolo ognuno di noi dovrebbe seguire i suggerimenti di Lakoff, perché se è vero che “i candidati progressisti e democratici tendono a seguire i sondaggi per decidere se diventare più “centristi”, se spostarsi più a destra. I conservatori, invece, non si spostano mai a sinistra, eppure vincono”, dovremmo cambiare radicalmente approccio. Ancora Lakoff: “non spostiamoci a destra. Lo spostamento a destra è pericolo per due motivi: allontana la base progressista e aiuta i conservatori ad attivare il loro modello negli elettori biconcettuali*”. (Siete autorizzati a lanciare una copia del libro a qualsiasi elettore/simpatizzante/esponente del PD, chissà che per osmosi non funzioni). La scienza ci spiega come sia possibile che persone comuni, magari appartenenti alle classi medio-basse, possano sostenere posizioni razziste e classiste fino a votare contro i propri interessi:

Uno dei principali risultati della scienza cognitiva è la scoperta che le persone pensano in termini di metafore e frame, (…). I frame si trovano nelle sinapsi del nostro cervello, fisicamente presenti sotto forma di circuiti neuronali. Quando i fatti non corrispondono ai frame, i frame restano lì, fermi e immutati nel nostro cervello, mentre i fatti vengono ignorati e scivolano via.

Non vuol dire per questo che non si possa contrastare la tendenza in atto. Occorre però tempo e impegno costante e concreto per creare e diffondere frame opposti a quelli ora dominanti. Vorrei chiudere facendo un esempio, citando nuovamente il libro in una delle pagine più di sinistra che contiene:

Ai conservatori piace parlare di imprenditori e investitori benestanti come di “creatori di lavoro”, o di persone che “donano” un lavoro alla gente, come se il lavoro fosse un regalo che si offre alle persone disoccupate. Che assurdità. La verità è che i lavoratori sono creatori di profitto, e che nessuno sarebbe assunto se non contribuisse al profitto di imprenditori e investitori. Questa è una verità fondamentale: i lavoratori producono profitto. Ma qualcuno lo dice? Quante volte, se mai vi è successo, avete sentito pronunciare questa verità? Eppure è una verità importante perché rinquadra la questione del lavoro dalla prospettiva del contributo fornito dai lavoratori.

 

* sono biconcettuali quelle persone, suppongo la maggioranza in realtà, che condividono sia posizioni progressiste che conservatrici, a seconda degli argomenti o dei contesti.

Venti di guerra

Soffiano minacciosi questi venti. Parlano di una guerra più pericolosa di quelle a cui i nostri tempi ci hanno abituato, perché su larga scala, diretta tra le superpotenze. Chi vuole sa che non sono mai mancate le guerre, ci sono decine di conflitti in giro per il mondo ma apparentemente non ci riguardano, sembrano tanti casi isolati e restando nella nostra bolla ci convinciamo che dal ’45 le Nazioni Unite e poi il progetto europeo ci hanno liberato dal conflitto. Non è così, ovviamente, ma i venti che spirano in questi giorni sono particolarmente preoccupanti, perché il rischio è uno scontro diretto tra USA e Russia, con il casus belli siriano pronto alla bisogna. Ciò non è dovuto tanto o  solo alla presenza di soggetti come Trump, che rendono più simile ad un degno statista persino un Bush, c’è uno scenario internazionale, politico ed economico, con ampi rimandi agli anni Trenta del Novecento. La crisi del ’29 fu terribile e niente riuscì a domarla, fino a quando una guerra, devastante come mai fino ad allora, “salvò” il sistema. Pagammo un prezzo altissimo e già ce ne dimentichiamo. Molti paragona(va)no la crisi del 2008, per la sua portata e pervasività, a quella del 1929. Lentamente, col passare degli anni, si è tornati a dire invece che la crisi ce l’abbiamo alle spalle. Sono passati dieci anni, ma non è davvero finita, la ripresa se c’è stata è risultata molto debole. (Michael Roberts da anni parla di long depression)

SyriaIl capitale freme, è impaziente: l’industria bellica, in primis quella statunitense, non si accontenta più delle briciole dei tanti conflitti locali. Trump ha provato a darle risposte giocando alla guerra con Ping Pong (cit.) e per fortuna da quella parte il pericolo è rientrato. Nel frattempo gioca a fare le guerre commerciali istituendo dazi, complicando ancora di più lo stato della cosiddetta globalizzazione, che per chi non lo sapesse arranca già da un po’ (qui e qui per fare due esempi).

Intanto con la scusa delle armi chimiche la situazione in Siria rischia di precipitare, e non si tratterebbe di un nuovo Iraq, c’è in gioco molto, molto di più. Su Internazionale una sintesi, proprio in pillole, del conflitto siriano. Mi riprometto da un po’ invece, e DEVO farlo, di leggere il libro di chi è andato in Siria, a combattere l’Isis, e ci ha fatto dono della sua esperienza.