Cosa cambia

La memoria (…) non è neutra, è un conflitto costante.

cosa cambiaIl libro di Roberto Ferrucci rientra nel mio piano di letture della lunga estate del ventennale, che per una serie di motivi si è protratto fino all’autunno. Fu pubblicato per la prima volta nel 2007 perché l’autore ci mise sei anni per liberarsi “di tutte le scorie intime e dolorose che i giorni di Genova avevano lasciato (…) poi per trovare la chiave narrativa che tenesse in piedi la storia” così nelle righe a chiusura della riedizione di quest’anno per people. Dice Tabucchi nella prefazione al libro che non è né una testimonianza né un romanzo: “è un testo letterario nel senso più potente, e secondo il compito più profondo che possa assumere la letteratura”. Se fosse semplicemente un romanzo sarebbe più semplice, ma sappiamo che purtroppo non si tratta di una storia di fantasia. La scrittura rende bene l’eccezionalità di quei giorni, il paradossale senso di irrealtà, rispetto a quello che sappiamo è accaduto e non immaginato, in cui ci si trovava immersi camminando per le strade di Genova:

Appena spariti riaccesi la videocamera e il film di Genova ripartì, anche se mettere il tasto in posizione on o off, recc o pause non faceva alcuna differenza, si trattava comunque di fiction, dentro o fuori dalla videocamera. Non cambiava niente. Era tutto così assurdo dentro a quella città vuota piena di gente (…).”

Lo straniamento, col senno di poi, si acutizza pensando ai preparativi, a come ci si andava bardando pensando di partecipare ad una rappresentazione del conflitto, piuttosto che ad un conflitto reale e brutale,

l’atmosfera era quella di chi stava andando a fare l’unica cosa possibile, quel giorno. Manifestare. Il finale di una settimana fatta di conferenze, di seminari, di documenti che hanno dimostrato a tutti come un mondo diverso fosse possibile. Adesso mica lo so, anni dopo, se lo è ancora, possibile, quel mondo diverso.

Inchieste, resoconti, fumetti, podcast, solo per fare qualche esempio: nei modi più diversi quest’anno la rielaborazione di cosa è stato Genova 2001, comunque uno spartiacque,  fatta in gran parte in prima persona da chi l’ha vissuta, e spesso a fatica è riuscito ad attraversare la tempesta che ne è scaturita, singolarmente e collettivamente, ha caratterizzato il ventennale. La forma letteraria è sicuramente complessa per sua natura, e riuscire a piegarla per raccontare un vissuto personale e collettivo tanto enorme da pesare come un macigno dopo vent’anni su tanti di noi è un grande merito. Tra le molte cose che ho approfondito quest’anno consiglio sicuramente questa lettura per chi vuole capire un po’ Genova ma non sa da quali materiali partire.

Caparezza e la scrittura

Ascolto Caparezza dai tempi di Verità supposte (2003) e sono tra coloro che lo amano, non tanto per il genere che non è il mio preferito quanto per il suo talento con le parole (anche musicalmente in realtà non è mai banale, ma ripeto, non è il mio genere né sono esperta). I suoi testi sono sempre una scoperta e sono pieni di riferimenti, a volte stranianti, a volte semplicemente fantastici, qualche volta a me ignoti. Trovo sorprendente la sua capacità di scrivere e musicare pezzi come Abiura di me, pieno di citazioni di videogiochi, o più recentemente Canthology che richiama almeno 16 pezzi suoi (almeno quelli che ho riconosciuto io, ma potrebbero certamente essermene sfuggiti). Ultimamente, riascoltandolo dopo un po’ e riscoprendo in particolare i suoi lavori più recenti ho notato che spesso fa riferimento alla scrittura: con essa ha un rapporto viscerale e che mi ispira terribilmente. Per questo ho raccolto i numerosi rimandi al tema presenti nei suoi testi. Ne risulterà un post un po’ lungo ma è un bellissimo viaggio.

Nel primo album pubblicato come Caparezza, ?!, è il brano La fitta sassaiola dell’ingiuria a contenere un primo riferimento: “mi piace sapermi diverso, piacere perverso che riverso in versi su fogli sparsi nei capoversi dei giorni persi nei miei rimorsi”. In Verità supposte è la traccia Jodellavitanonhocapitouncazzo: “io sono vivo ma non vivo perché respiro, mi sento vivo solo se sfilo la stilo e scrivo”. Nel già citato Abiura di me, uno dei singoli de Le dimensioni del mio caos, quarto album in studio uscito nel 2008, sia nella strofa “io devo scrivere perché sennò sclero, non mi interessa che tu condivida il mio pensiero”, che nel ritornello torna l’argomento: “io voglio passare ad un livello successivo, voglio dare vita a ciò che scrivo sono paranoico ed ossessivo fino all’abiura di me”.

Ne Il sogno eretico ci sono due piccoli riferimenti: “Ai sistemi operativi io preferisco la biro” (Ti sorrido mentre affogo); “nel mio romanzo fantasy sono un druido, ecco perché poi quando scrivo vado fluido” (L’ottavo, capitolo).

In Prisoner 709 le canzoni sono tre:

Scrivo, va bene, rileggo, non va bene esco, vita breve, tipo “di Adele” senza le scene lesbo, attaccato alla penna come la stampa al cronista, le parole crociate come santa conquista, da stacanovista, “staccanovista” perché stacco spesso e quando scrivo un pezzo qua stappano Crystal. (Prosopagnosia)

Hai la fine, penna e il mic, quindi fila, impenna, vai! (Prisoner 709)

Il rap è psicoterapia, quindi materia mia, block notes, penna a sfera, via!

Scrivo finché faccio fumo denso (Forever Jung)

E nell’ultima fatica, Exuvia, anche questo un album notevole, ben quattro brani hanno riferimenti alla scrittura, come se col passare del tempo la necessità di affermare il legame con essa aumentasse:

Ma che porto d’armi porta una penna che possa confortarmi (Canthology)

Chiuso con l’Amiga e il quattro piste mica con l’amica a farmi quattro piste, in una mattina quattro risme, preso dalla fissa del mio viaggio, Ulisse, rime senza criteri, la voce di ieri la faccia di Keith Haring prima della posse, prima che il rap fosse sulle tracce di Lenin (Campione dei 90)

Scrivo mille lettere, faccio rumore, lotto col silenzio ma ce la farò (La scelta)

Il testo che avrei voluto scrivere non è di certo questo il testo che avrei voluto scrivere non è di certo questo perciò dovrò continuare a scrivere perché di certo riesco prima o poi.

Scrivo tanto soddisfatto mai sono il vanto per i cartolai (Il testo che avrei voluto scrivere)

Ho appositamente saltato il sesto album, Museica, perché contiene un brano che è praticamente una dichiarazione d’amore per la scrittura: è China Town e va letto/ascoltato per intero.

Non è la fede che ha cambiato la mia vita ma l′inchiostro

Che guida le mie dita, la mia mano, il polso

Ancora mi scrivo addosso amore corrisposto

Scoppiato di colpo come quando corri Boston

Non è la droga a darmi la pelle d’oca ma

Pensare a Mozart in mano la penna d′oca là

Sullo scrittoio a disegnare quella nota FA la storia

Senza disco, né video, né social

Valium e Prozac non mi calmano

Datemi un calamo

O qualche penna su cui stampano

Il nome di un farmaco

Solo l’inchiostro cavalca il mio stato d’animo

Chiamalo ipotalamo

Lo immagino magico, tipo Dynamo

Altro che Freud

Ho un foglio bianco

Per volare alto lo macchio

Come l′ala di un Albatro

Per la città della China

Mi metto in viaggio (da bravo)

Pellegrinaggio

Ma non a Santiago

Vado a China Town

Vago dagli Appennini alle Ande

Nello zaino i miei pennini e le carte

Dormo nella tenda come uno scout

Scrivo appunti in un diario senza web layout

(China Town)

Il luogo non è molto distante

L′inchiostro scorre al posto del sangue

Basta una penna e rido come fa un clown

A volte la felicità costa meno di un pound

E’ China Town

Il mio Gange, la mia terra santa, la mia Mecca

Il prodigio che dà voce a chi non parla

A chi balbetta

Una landa lontana

Come un′amico di penna

Dove torniamo bambini

Come in un libro di Pennac

Lì si coltiva la pazienza degli amanuensi

L’inchiostro sa quante frasi nascondono i silenzi

D′un tratto esplode come un crepitio di mortaretti

Come i martelletti

Dell’Olivetti

Di Montanelli

Le canne a punta cariche di nero fumo

Il vizio

Di chi stende il papiro

Come uno scriba egizio

Questo pezzo lo scrivo ma parla chiaro

Nell′inchiostro mi confondo

Tipo caccia al calamaro

Sono Colombo

In pena

Che se la rema

Nell’attesa

Di un attracco

Nell’arena

Salto la cena

Scende la sera

Penna a sfera

Sulla pergamena

Ma non vado per l′America

Sono diretto a China Town

Vago dagli Appennini alle Ande

Nello zaino i miei pennini e le carte

Dormo nella tenda come uno scout

Scrivo appunti in un diario senza web layout

(China Town)

Il luogo non è molto distante

L′inchiostro scorre al posto del sangue

Basta una penna e rido come fa un clown

A volte la felicità costa meno di un pound

È con l’inchiostro

Che ho composto

Ogni mio testo

Ho dato un nuovo volto

A questi capelli da Billy Preston

Il prossimo concerto

Spero che arrivi presto

Entro sudato nel furgone

Osservo il palco spento

Lo lascio lì dov′è

Dal finestrino il film è surreale

Da Luis Buñuel

Arrivo in hotel

La stanza si accende

E’ quasi mattino

C′è sempre una penna sul comodino

China Town

Il luogo non è molto distante

L’inchiostro scorre al posto del sangue

Basta una penna e rido come fa un clown

A volte la felicità costa meno di un pound

Edit del 9 ottobre: quasi a conferma del mio post, ecco cosa posta Caparezza per il suo compleanno: “Per il mio compleanno mi sono regalato una macchina”. La macchina:

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