Sacrificabili sull’altare del capitale

Il coronavirus è certamente un evento straordinario, ma non imprevedibile. È il quinto virus aggressivo negli ultimi 17 anni, un’eventualità a cui il sistema sanitario dovrebbe essere pronto a rispondere. Non dovrebbe riguardare la “medicina delle catastrofi”, ma una normale pianificazione. Qui la catastrofe è stata generata da scelte economiche e politiche in nome dell’austerità pubblica e della garanzia di profitto privato in un settore in cui è direttamente in gioco la vita delle persone. La catastrofe si chiama capitalismo, e chi ha approvato queste misure e fatto profitti con la privatizzazione della sanità ha la diretta responsabilità delle morti evitabili di queste settimane. (Qui)

Le zone rosse, ristrette pare per salvaguardare il corridoio industriale-logistico Milano – Piacenza, le zone arancioni, in tutta Italia, chiudiamo tutto, ché neanche Duccio di Boris, perché “a noi la qualità ci ha rotto er cazzo”. Gli annunci, gli accordi tra la regione Lombardia e la Confindustria lombarda per garantire la produzione, le lamentele di Coldiretti, che chiede di poter sfruttare studenti e pensionati visto che quella che ormai è pandemia ha chiuso le frontiere ai soliti schiavi sacrificabili. FCA di Pomigliano chiude ma ovviamente non è il padrone saggio, quanto la spinta dal basso, gli scioperi spontanei degli operai che si chiedono quanto siano essenziali le loro attività quando in Italia sta chiudendo (quasi) tutto. E gli scioperi si estendono a macchia d’olio, e seguono da vicino le rivolte nelle carceri dei giorni scorsi, che hanno per un attimo sollevato il velo su parte degli invisibili di questa società al punto da far intervenire le Camere Penali di Modena con un comunicato in cui tra l’altro si legge:

Le uniche informazioni che abbiamo ottenuto su quei fatti sono quelle fornite dalla Polizia Penitenziaria, giacché l’Autorità Giudiziaria (requirente e di Sorveglianza) non ha inteso divulgare notizie di dettaglio sullo svolgersi degli accertamenti.

I morti nelle rivolte del carcere di Modena sono saliti a 9, un numero enorme che lascia sgomenti, ancor di più per il fatto che risulta difficile comprendere come molti di loro siano deceduti nel corso della traduzione o presso l’istituto di destinazione.

La retorica dominante per sconfiggere il virus è diventata #tuttiacasa #iorestoacasa, peccato che non tutti i lavoratori possano restare a casa o lavorare da casa. Al solito restano col cerino in mano i meno garantiti, dagli operai ai precari, sempre i più deboli insomma. Dopo Pomigliano, gli scioperi e le proteste sono stati segnalati un po’ in tutta Italia, da Terni a Marghera, nel bresciano, a Mantova, dal Piemonte a Bologna, dal Varesotto fino a Taranto. A Bologna arriva anche l’invito ai ciclofattorini di astenersi dal lavoro da parte della Riders Union, che dichiarano:

pensiamo al necessario, alla nostra salute, alla nostra vita e a chi sembra non abbia il diritto di poter restare a casa. Chiediamo l’accesso agli ammortizzatori sociali e il diritto di prendere continuità di reddito, perché dobbiamo poter continuare a vivere restando a casa. Chiediamo che il governo metta restrizioni su tutto il territorio nazionale alle consegne a domicilio, prendendo esempio dalle disposizioni della Regione Campania che individuano nel food delivery un possibile veicolo di contagio. Il governo mobiliti inoltre l’Agenzia delle Entrate per provvedere alla restituzione immediata delle ritenute d’acconto per i prestatori occasionali che negli anni 2018 e 2019 sono rimasti al di sotto della soglia dei 5000 euro.

Mentre si avverte un crescente isolamento sociale e politico, dovuto più che al virus alla narrazione intorno ad esso e al rinnovato clima di unità nazionale per cui appare sacrilego criticare il merito delle misure prese, in ogni caso, io continuo a sentire la necessità di guardare oltre l’immediato, verso un futuro non so quanto prossimo ma che si preannuncia terribile, se non si riflette ora e si agisce al più presto per contrastare questo pauroso arretramento collettivo. A proposito di isolamento, mi ha colpito la mole di ringraziamenti e “sospiri di sollievo” letti in calce alla terza parte del diario virale dei Wu Ming, sintomo di un malessere purtroppo molto diffuso. E intanto l’Avvenire si dimostra ancora quotidiano con ottime firme, sorpassando ormai a ripetizione a sinistra qualunque cosa si dichiari di sinistra o progressista in questo paese, mettendo bene a fuoco quanto questa eccezionalità e urgenza sia pericolosa:

questi decreti hanno messo in campo la più intensa limitazione dei diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione dal momento in cui questa è in vigore, cioè da 72 anni a questa parte: non è solo limitata la libertà di circolazione, ma anche quella di riunione, così come il diritto all’istruzione, il diritto al lavoro e la libertà di iniziativa economica, nonché, almeno in parte la libertà di manifestazione del pensiero, la libertà religiosa e la stessa libertà personale, pur con una serie di meccanismi di flessibilizzazione dei divieti e delle prescrizioni che in taluni casi li riducono a mere raccomandazioni.

Oltre la bieca retorica dell’italiano allergico alle regole, io penso che il conformismo sia particolarmente diffuso ai nostri giorni, e in una situazione eccezionale e alienante come quella che stiamo vivendo alle porte delle idi di marzo credo che possa solamente aumentare. Non dico che dovremmo ignorare le indicazioni generali per evitare o comunque rallentare i contagi, non mi sognerei mai, ho paura anche io e ho difficoltà a dormire come non accadeva da tempo, però la soluzione non può essere solo calare la testa e aspettare, perché un giorno questa emergenza sarà rientrata, e quel che avremo fatto nel frattempo sarà importante per determinare cosa saremo dopo.

 

I dati Oxfam e il migliore dei mondi possibili

Time to care – Aver cura di noi” è il nuovo rapporto sulle diseguaglianze sociali ed economiche pubblicato due giorni fa da Oxfam, alla vigilia del Forum economico mondiale di Davos iniziato ieri. La notizia è che le disuguaglianze crescono, e non dovrebbe stupire, Come riporta il Sole 24 ore:

A livello mondiale, la ricchezza globale, in crescita tra giugno 2018 e giugno 2019, resta fortemente concentrata al vertice della piramide distributiva: l’1% più ricco, sotto il profilo patrimoniale, deteneva a metà 2019 più del doppio della ricchezza netta posseduta da 6,9 miliardi di persone, afferma il rapporto «Time to care» di Oxfam.
Ribaltando la prospettiva, la quota di ricchezza della metà più povera dell’umanità – circa 3,8 miliardi di persone – non sfiorava nemmeno l’1%. Nel mondo 2.153 miliardari detenevano più ricchezza di 4,6 miliardi di persone, circa il 60% della popolazione globale. Il patrimonio delle 22 persone più facoltose era superiore alla ricchezza di tutte le donne africane.

Il rapporto quest’anno si concentra sul lavoro domestico e di cura, sottopagato o non retribuito, che grava soprattutto sulle donne:

A livello globale le donne impiegano 12,5 miliardi di ore in lavoro di cura non retribuito ogni giorno, un contributo all’economia globale che vale almeno 10,8 trilioni di dollari all’anno, tre volte il valore del mercato globale di beni e servizi tecnologici. Nel mondo – sottolinea ancora il rapporto Oxfam – il 42% delle donne di fatto non può lavorare perché deve farsi carico della cura di familiari come anziani, bambini, disabili; solo il 6% degli uomini si trova nella medesima situazione.

Nel rapporto si legge che questo capitalismo è “sessista e sfruttatore“, come sottolinea Roberto Ciccarelli sul manifesto: “il dominio di classe e quello patriarcale sono fondati sullo sfruttamento del lavoro di cura non retribuito delle donne”. E ancora: ” La situazione può essere descritta in termini marxiani, oggi diffusi anche nelle analisi del lavoro di cura: il lavoro di cura è essenziale alla creazione del valore, ma la forza lavoro che lo produce è invisibile. Inoltre le vite e gli stili di vita dei super-ricchi dipendono dalla sua attività”.

La critica del sistema di produzione è evidente e sottolineata da Ciccarelli nella conclusione del suo articolo:

«UN MILIARDARIO è un fallimento politico». Costruire una società più giusta, libera dalla povertà estrema, richiede la fine della ricchezza estrema, precisa Oxfam. Dal punto di vista di una critica dell’economia politica, il fallimento per una società coincide con il successo del Capitale. Restiamo nell’esigente attesa del tempo in cui «la parte di redentrice delle generazioni future», di cui parlava Walter Benjamin nelle sue tesi sulla filosofia della storia, sarà di nuovo interpretata dagli sfruttati e dagli oppressi. E sarà più facile immaginare la fine del capitalismo, e non quella del pianeta.

L’articolo del Sole 24 ore ovviamente non dice nulla su questo punto, ma quanto meno riconosce l’esistenza e l’inasprimento delle disuguaglianze economiche, cosa che non fanno Luciano Capone e Carlo Stagnaro che sul Foglio smentiscono l’analisi di Oxfam criticandone la metodologia e arrivando a dichiarare che il trend è esattamente opposto; insomma, non siamo stati mai meglio di così ed è merito del capitale. Non stupisce che l’articolo sia rilanciato sul sito dell’Istituto Bruno Leoni, il cui slogan è “idee per il libero mercato”. Ma vediamo nel dettaglio cosa dicono gli autori:

Per capire quanto sia infondato l’approccio scandalistico di questa associazione che ogni anno conquista i titoli dei principali media del mondo come una specie di Codacons globale, basterebbe riprendere gli slogan delle edizioni passate: nel 2017 si denunciava che solo 8 miliardari possedevano la stessa ricchezza di mezzo mondo (3,6 miliardi di persone); nel 2018, per pareggiare la ricchezza della metà più povera, di miliardari ce ne volevano 42; l’anno scorso 26. Quest’anno circa 2 mila. Quindi, secondo lo standard di Oxfam, le cose dovrebbero essere nettamente migliorate. Nonostante il “sistema economico difettoso e sessista”, le distanze tra i fortunati e i più miseri sembrano essersi accorciate: la ricchezza in mano ai miliardari è scesa da 9,2 mila miliardi di dollari nel 2018 a 8,7 nel 2019 (-6 per cento). Questo dato non viene enfatizzato, al contrario di quanto fatto in passato di fronte a cambiamenti di segno opposto.

Agli autori non passa proprio per la testa che se anche la ricchezza dei miliardari diminuisce (ma poveretti!) è sintomo che il capitalismo non riesce a contrastare ad esempio la caduta tendenziale del saggio di profitto, un dato scoperto da Karl Marx nel XIX secolo e ancora impossibile da smentire oggi. Tra l’altro a parte quel riferimento en passant al sessismo, ignora completamente l’approfondimento sul lavoro domestico e di cura. L’articolo si occupa inoltre di riprendere alcuni dati del Credit Suisse, fonte usata dalla stessa Oxfam, per dimostrare che le disuguaglianze globali sono in diminuzione e che l’argomento è serio e importante per cui va trattato seriamente, senza citare un economista che si occupi del tema. Anche se non ne condivido le soluzioni, basterebbe Piketty con l’immensa mole di dati che ha raccolto per smontare queste affermazioni. Ma soprattutto gli autori si prodigano nella difesa dell’esistente, uno sport diffuso e che garantisce l’assenza di analisi critica (enfasi mia, in questa citazione e nella prossima):

Questo non significa che povertà e diseguaglianze non siano questioni drammatiche – lo sono eccome. Ma se grazie alla globalizzazione e al capitalismo le cose sono migliorate, dovremmo interrogarci su come progredire ulteriormente rispetto ai trend in atto, anziché rottamarli negandone i risultati. Il risultato più eclatante di questi decenni – e forse della storia – è che la povertà globale si è ridotta drasticamente e con essa anche la diseguaglianza mondiale dei redditi e della ricchezza: e tutto questo mentre la popolazione mondiale cresceva, soprattutto nei paesi più poveri.

Vorrei anche capire se l’economia va bene o meno dal loro punto di vista, perché dicono che stiamo meglio, che i ricchi diminuiscono, le distanze pure, ma se i miliardari diminuiscono dovrebbe essere un nostro cruccio:

La sezione italiana di Oxfam dedica anche uno speciale alla diseguaglianza nel nostro paese. Per cominciare, si vede che anche in Italia da alcuni anni la quota della ricchezza del top 10 per cento è in continua riduzione: dal picco del 56 per cento nel 2016 siamo scesi al 53,6 per cento nel 2019. Oltretutto, si è perfino ridotto il numero di milionari, sceso da 1.516 del 2018 a 1.496 del 2019: forse una buona notizia per Oxfam, ma un pessimo segnale per chiunque abbia l’accortezza di rintracciarvi l’ennesimo indizio di un’economia stagnante.

Si dimenticano anche che è proprio la tendenza del capitalismo quella di concentrare la ricchezza nelle mani di sempre meno persone: il capitalismo sta bene, nonostante tutto, siamo noi a stare male. In conclusione secondo Capone e Stagnaro quella di Oxfam è un’operazione dai toni allarmistici, che ha successo mediatico perché alimenta paure e crea “l’impressione di un’emergenza”, quando invece viviamo nel migliore dei mondi possibili. Dev’essere vero, almeno per chi sta al vertice della piramide, mentre la base, composta da 3,8 miliardi di persone poverissime, con un reddito che non supera l’1% della ricchezza planetaria (sempre Roberto Ciccarelli sul Manifesto) potrebbe pensarla diversamente, ma guai a creare allarmi, rischiamo una rivoluzione!

Rischiare grosso

Ricordate un consiglio di Tony Ciccione: cercate sempre di fare, più che di parlare. E soprattutto di fare, prima di parlare. Fare senza parlare è superiore a parlare senza fare: è una verità che sarà sempre valida.

Rischiare-grosso

Il volume è considerato parte della più ampia indagine Incerto, composta anche, oltre che dal testo citato all’inizio del post, dal bellissimo Il cigno nero (con l’addendum Robustezza e fragilità), Antifragile e Il letto di Procuste – quest’ultimo, composto di aforismi filosofici, è l’unico che non ho. 

Leggo Nassim Nicholas Taleb da una decina d’anni almeno, da quando incrociai il suo Giocati dal caso, Fooled by Randomness, e restai folgorata dalla scrittura coinvolgente e mai banale e dalla capacità dell’autore di spiegare la complessità attraverso aneddoti senza disdegnare stoccate, da subito amate, ad economisti in particolare e agli accademici in generale. Il suo essere trader con un background tra filosofia e matematica gli permette di essere contemporaneamente scanzonato e rigoroso, una miscela a tratti esplosiva. Pur non condividendo alcuni suoi assunti sulla bontà del libero mercato e sulla necessità di imprenditori (del resto è un fan di Hayek), trovo i suoi scritti e anche l’ultimo, Rischiare grosso, illuminanti e necessari. Quel che manca sicuramente è la visione di classe, una lacuna che non si può colmare ma che si deve accettare per cogliere una serie di argomenti interessanti.  Tra quelli sicuramente condivisibili la preferenza per i “sistemi politici che partono dal basso, dalla dimensione municipale (…), anziché seguire il percorso inverso (cosa che non funziona, come hanno dimostrato i grandi stati). Una certa dose di tribalismo non è necessariamente una brutta cosa; e anziché fondere tutte le tribù in un unico, grande calderone, dobbiamo adottare un approccio frattale in un quadro di armoniose relazioni organizzate tra tribù” (p. 80). Interessante, anche dal punto di vista politico, l’esposizione sul potere delle minoranze e l’«effetto veto»: “per orientare le scelte di un gruppo basta anche una sola persona”. Il passaggio dalla regola di minoranza al paradosso di Karl Popper è presto fatto:

La regola di minoranza ci consente di dare risposta a queste domande. Sì, una minoranza intollerante può effettivamente assumere il controllo della democrazia e distruggerla, e se può farlo lo farà: distruggerà tutto il nostro mondo.

Quindi, con certe minoranze intolleranti è assolutamente necessario essere intolleranti.  (p. 111)

Non posso non citare poi la descrizione del lavoro dipendente come schiavitù moderna: perfettamente marxista se non nelle intenzioni nel risultato: “qualsiasi organizzazione aspira a togliere la libertà a colo che vi lavorano, a impadronirsi di loro”. Taleb spiega così perché la fornitura di servizi non potrà sostituire completamente il rapporto di lavoro subordinato e ci dice di più:

L’uomo d’azienda è più o meno finito, è stato soppiantato dall’uomo delle aziende. Le persone non sono più soggette a un’azienda, ma a qualcosa di peggio: all’imperativo dell’occupabilità. Un lavoratore occupabile non appartiene a un’azienda ma a un’industria, vive nel timore di contrariare non solo il proprio datore di lavoro, ma anche gli altri potenziali datori di lavoro.

La parte che mi diverte forse di più nei libri di Taleb è quella in cui descrive gli economisti, probabilmente perché rivivo l’epifania che mi colse quando, studiando la sociologia economica, trovai conferma che non ero io quella sbagliata quando studiavo le teorie economiche. Purtroppo non è tenero neanche coi sociologi, e ora scopro la sua avversione per gli studi di genere e postcoloniali, qualcosa che necessiterebbe un’articolata spiegazione. Ma torniamo alla parte divertente, gli economisti:

Uno dei problemi degli economisti (soprattutto di quelli che non hanno mai rischiato) è che hanno evidenti difficoltà di ragionamento con le cose che si muovono e non riescono a capire che esse hanno attributi diversi dalle cose che restano ferme. È per questo che la maggior parte di loro non ha alcuna familiarità con la teoria della complessità e con le code larghe (…); inoltre, molti di loro hanno (serie) difficoltà a cogliere le idee matematiche e concettuali necessarie per comprendere a fondo la teoria della probabilità.

E a proposito di economisti non manca di citare Piketty, sul quale ha pubblicato articoli di confutazione con tanto di teoremi, ma dice di essere stato ignorato. Il punto che a me interessa è però il seguente: “ci siamo soffermati ampiamente su Piketty perché l’ondata di entusiasmo suscitata dal suo libro è tipica di quel genere di persone che adorano teorizzare ed esprimere falsa solidarietà agli oppressi mentre consolidano i propri privilegi”. La grande mole di dati del lavoro dell’economista francese è un’altro elemento che secondo Taleb volge a suo sfavore: “quando hai ragione ti bastano pochi dati significativi”.

Un’ultima cosa che vorrei segnalare è la convinta adesione al principio di precauzione, che lo ha portato anche a combattere gli OGM: “io sono rinnovabile; l’umanità e l’ecosistema no”. Concetti fondamentali ancora di più oggi, che inizia la settimana di scioperi globali per il clima.

 

Ps. Se interessa “assaggiare” il pensiero di Taleb è possibile leggerlo su Medium.