Il femminismo serve anche agli uomini, l’intersezionalità a nessuno

femminismo uomini

Tempo fa ho preso il libro Perché il femminismo serve anche agli uomini?, un agile libretto della collana bookbloc della case editrice Eris, dopo aver sentito la piacevole chiacchierata che ha avuto con l’autore la compagna @Filosottile, che è possibile ascoltare sul suo blog. Essendo che la mia coda di lettura si è allungata a dismisura in questa prima metà del 2021 (e spero di sbloccarmi, meglio prima che poi), sono riuscita a leggerlo solo ora, e oltre al titolo e al tema di fondo, direi necessario, purtroppo trovo poco condivisibile il frame in cui è scritto e diverse affermazioni al suo interno contenute. Non dovrebbe stupirmi, perché l’impostazione intersezionalista è il problema principale alla base delle critiche che muoverò e toccherà spiegare in breve il perché. L’intersezionalismo si basa sul principio – che direi anche sacrosanto – per cui le lotte vanno unificate. All’atto pratico però accade che molti di coloro che si ritrovano in questa impostazione tendono in realtà a frammentarle, a farne segmenti separati e in qualche modo slegati tra loro. Quello che per esempio ho sempre visto nelle parole della compagna @Filosottile ma che manca in molte analisi intersezionaliste è la lotta anticapitalista. Ovviamente non si può negare che il patriarcato sia un male più antico del capitalismo, ma è pur vero che senza abbattere quest’ultimo, che proprio del patriarcato ha fatto uno dei suoi cardini e con il quale è intrecciato inestricabilmente, sarà impossibile sconfiggere il primo. Per approfondire la critica marxista all’intersezionalismo consiglio quest’ottimo articolo su marxismo.net.

Gasparrini definisce il patriarcato “un sistema di potere che manifesta e fissa un sistema “maschile” eterosessuale di oppressione verso altri generi che hanno difficile accesso a posizioni di potere”. Sottolinea però anche che tale sistema “crea ruoli di potere che possono essere agiti da chiunque”. Potrebbe sembrare una banalità ma nel paese in cui si spacciano per posizioni avanzate quelle sulle quote rosa, e si esulta per ogni donna eletta in posizioni di vertice, come se ci fossero esistite le Thatcher (l’ho già detto quant’è bello parlarne al passato, vero?) tanto per dirne una, è importante sottolineare queste ovvietà. Il fatto che l’universo maschile debba essere coinvolto nelle lotte femministe è sacrosanto, come è bene ricordare che anche il genere maschile si trova ristretto e imbrigliato dentro i rigidi costrutti culturali del patriarcato. Possiamo dire con l’autore che in realtà “esistono tanti modi di essere uomini, tutti migliori di quello patriarcale, di quella maschilità “tradizionale””.

C’è però da dire che queste osservazioni dovrebbero essere state introiettate dalla teoria marxista, mentre le conseguenze di un’impostazione esclusivamente di genere lasciano fuori la lotta di classe e l’anticapitalismo, e questo libro ne è la dimostrazione. “Tutti i problemi sociali hanno bisogno di essere analizzati e discussi secondo un’ottica di genere”. Davvero?

La confusione teorica è limitante, come si vede quando si parla di “sovrastrutture economiche” (sic!) per sottomertterle al più antico potere patriarcale, o quando si nasconde nuovamente il capitalismo dietro il patriarcato: “ragionare in termini di vantaggi e guadagni significa replicare il modello patriarcale di comportamento”.

D’altra parte condivido l’attenzione al linguaggio, perché è uno strumento che ci aiuta a definire e quindi modellare la realtà in cui viviamo, e probabilmente faccio parte di una frazione ultraminoritaria

perché non mi oppongo a chi tenta nuove strade e credo che la lingua si adatterà grazie alle scelte delle persone; insomma ben venga un linguaggio più inclusivo.

Vorrei però ulteriormente sottolineare come il ricorso all’intersezionalismo porti a rifiutare il conflitto (“come tanti femminismi insegnano, con le loro pratiche di libertà diverse per connotati storici, geografici e culturali, l’impegno nella gestione delle tante differenze in gioco è l’unica possibile soluzione non conflittuale per la totalità dei problemi sociali”). Il conflitto è un carattere necessario della società divisa in classi, e anche per superare questa divisione è necessario agire il conflitto.

Dal rifiuto del binarismo di genere si passa inoltre, e non capisco perché, a criticare un più generale modello dualista che “non funziona più: servo padrone, proletario/capitalista”. L’idealismo porta a dire persino che solo i femminismi possono sconfiggere i fascismi! Si arriva anche a criticare la violenza della rivoluzione, come se questa potesse essere un pranzo di gala. Appare evidente che l’approccio idealista, al contrario di quello materialista, depotenzia l’analisi e alla fine lascia l’amaro in bocca.

La mostruositrans

FiloA Filo voglio bene per tanti motivi, dopo aver letto La mostruositrans gliene voglio ancora di più se possibile, perché mi aiuta a capire quello che la mia condizione di privilegio – anche se donna, sempre cis, bianca – mi rende opaco e incomprensibile, e invece abbiamo bisogno anche noi di maggiore consapevolezza. Ho letto il pamphlet d’un fiato, grazie alla sua bellezza sia di forma che di contenuto. Ho adorato i numerosi riferimenti letterari che, a partire da Esiodo e fino ad It, mi hanno accompagnata, intervallati da esperienze quotidiane, lungo un percorso necessario, diventando alla fine un manifesto transfemminista che dovremmo sposare. La denuncia della norma, lo scoperchiamento del vaso di Pandora, è il punto di partenza:

chi si mette nella sua tradizione ha la piena coscienza di essere costruita e rifiuta qualsiasi pretesa di naturalità. Ha imparato, come scrive Monique Wittig in Non si nasce donna, che sono le contingenze storiche, sociali, politiche e i rapporti di potere a plasmare i nostri corpi, i nostri desideri, i nostri comportamenti. Chi sceglie la parte di Pandora va oltre: dichiara orgogliosamente di appartenere al regno delle creature mostre, quelle fuori norma, quelle in grado di suscitare spavento, sconcerto, ribrezzo, disgusto. Siamo qui a turbare l’armonia sociale, la pubblica quiete e la concordia fra gli uomini.

Il ribaltamento del concetto di mostruosità, dall’essere reietti al rivendicare la propria differenza e unicità, anche imperfezione, che si sa poi la perfezione non è di questo mondo, mi sembra un momento chiave del processo di liberazione personale e auspicabilmente collettivo dalle catene dell’eteronormatività. Il rifiuto di essere integrati all’interno della norma è un punto fondamentale. Questo perché la norma è “l’orrore di questa società. È feroce, assai più terribile di noi, più violenta, apparentemente più forte”.

Due concetti mi risultano indispensabili per leggere e tentare di capire almeno in parte il vissuto delle persone mostre. Il primo è il binarismo di genere, ascritto al patriarcato eteronormativo, per cui non ci posso essere alternative ed in ogni caso bisogna essere inquadrati in uno dei due generi “esistenti”: “eppure esistiamo. Solo che non siamo maschio, non siamo femmina e quindi la nostra esistenza scompare dai rilevamenti di ciò che è interamente umano”. Un secondo apparato è uno strumento diffuso che serve a catalogare le persone nel suddetto binarismo; mi riferisco alle griglie di controllo del reale entro le quali vengono scansionati i corpi per essere posti “di qua o di là”. Sembra forse una sciocchezza, ma anche chi affianca professionalmente le persone che intraprendono un percorso di transizione utilizza queste griglie, probabilmente in buona fede. Del resto “viviamo in questo mondo in cui tutto, fin dalla prima infanzia è genderizzato: il nome, la tutina, i bagni pubblici, persino il gelato”. Questa è una realtà comune che percepisco anche io con un po’ di disturbo (che in realtà da cis non impatta negativamente la mia vita). Giusto ieri cercavo dei lupetti rossi per il video che il piccolo farà a scuola al posto della recita in presenza (e la pandemia che ci porta via…) e mi è stato chiesto prontamente “maschio o femmina?” e io perplessa. Comunque non trovando la misura per “maschio” chiedo la differenza coi lupetti per “femmina”: c’era un fiocchetto ricamato in basso a sinistra, perché i bambini in età prescolare devono essere già ben distinti per genere. Peccato mancasse la misura anche di quelli, sennò avrei risolto. Sono cose che personalmente non ho mai capito, per esempio non uso il rosa per gusto personale ma non mi sono mai permessa di dire nulla a mio figlio quando colora e seleziona quel colore anche frequentemente (e invece ne sento di ogni da altre campane). Ultimo aneddoto, mi è stato passato per il piccolo come si usa tra parenti un pigiama intero tipo coniglio rosa accompagnato da imbarazzo e dicendo “in casa lo puoi mettere”, senza considerare che intanto col pigiama di certo non esce, ma anche quando, resta la mia perplessità su quale possa essere il problema in un bambino vestito come un coniglio rosa – dico a parte il mio poco apprezzamento per il colore in sé. Ma ho divagato, mentre volevo sottolineare altri punti chiave che reputo essenziali, e soprattutto la dimensione politica e sociale della questione: “siamo persone costruite, tanto quanto le persone cis, dai rapporti di potere“. E ancora “non cerchiamo soluzione tecnologiche al nostro disagio esistenziale, ma soluzioni politiche“.

Filo si occupa pure della legge sulla omotransfobia, che è in corso di approvazione da parte delle camere, con moltra pragmaticità: “questa legge sanzionerebbe anche l’imprenditore che ci scarta al colloquio di assunzione perché siamo trans? Sanzionerebbe la struttura ospedaliera che ci impedisce di proseguire nel nostro cammino di transizione? E la guardia che durante un controllo ci riserva un interrogatorio particolarmente approfondito per l’incongruenza tra aspetto e carta d’identità? E la preside che a gennaio, a Pisa, ha impedito che una persona trans raccontasse la sua esperienza in un’assemblea studentesca perché “mancava il contraddittorio”?” La risposta alla domanda sull’utilità e la portata di questa legge è decisamente tranchant: “Noi abbiamo necessità più impellenti”. E io non sono nella posizione di poter obiettare alcunché.

Il transfemminismo mi sembra un buon posizionamento proprio perché “costitutivamente antifascista: orizzontale, composito, meticcio, frammentario e persino conflittuale”. Ho qualche dubbio sull’intersezionalismo nella misura in cui concretamente scompone le lotte che vanno invece unite, ma da quello che ho capito dell’uso che ne fa Filo, non è il suo caso, e la lotta anticapitalista non viene subordinata ad altre lotte, errore che secondo me renderebbe vane queste ultime. Infine ho bisogno di aiuto per la questione lessicale. Non ho seguito il dibattito e per pigrizia e anche perché mi pare che il discorso sulle desinenze resti un po’ fine a se stesso, ho dismesso ogni tentativo di utilizzare forme diverse dal “neutro maschile”. Mi piacerebbe capire la posizione di Filo su questo e sull’uso dei pronomi in genere, perché ho paura di sbagliare dal basso della mia inadeguatezza. Anche per questo ogni intervento è benvenuto.

Epidemie e controllo sociale

miconiIl libro di Andrea Miconi, prima citato en passant e poi recensito dai Wu Ming, è una lettura agile e importante in questo frangente. Scorrendo le pagine infatti si avverte infatti l’urgenza di scrivere in medias res anche se, come dice lo stesso autore, sarà necessario poi (ri)aprire il discorso in un secondo momento, o forse è ancora meglio lasciarlo aperto ed ampliarlo, ed è per questo motivo che cerco qui di trattare alcuni dei nodi principali del testo, che mi sembra importante far riverberare. Il testo è stato scritto prima dell’inizio della seconda ondata, pubblicato a giugno, ma è ancora pienamente attuale. L’autore stesso lo definisce un instant book ma in realtà non ha nulla da invidiare a saggi accademici di mole ben più corposa quanto a densità.

1. Emergenza e diritti

Innanzitutto è importante denunciare il rapporto mutualmente esclusivo tra emergenza e diritti che molti hanno dato per scontato, mentre “un’emergenza tragica, colma di angoscia e dolore, non giustifica la privazione dei diritti, e rende non meno ma più necessario riflettere sul futuro della società di cui siamo parte”. Sul tema Miconi dissente sia dall’uso del concetto di stato di eccezione agambeniano, perché  nel nostro caso, sostiene, il governo non sovrastima ma anzi sottovaluta i pericoli in corso, almeno in una prima fase, per poi tentare di rimediare in maniera draconiana stravolgendo la propria linea e passando da un eccesso a un altro, sia dalla posizione di Dal Lago che parla di privazione “di qualche libertà” piuttosto che “delle libertà” come se questo fosse più tollerabile. Intanto le privazioni che abbiamo subìto non erano certo poche o residuali, e poi, aggiunge, “è questo che fanno i regimi autoritari, privare i cittadini di alcuni diritti, ma mai di tutti”. Dal Lago dice anche che si tratta di una tendenza generale, che non riguarda solo l’Italia, ma secondo Miconi un confronto va fatto coi paesi europei a cui siamo più vicini per una serie di ragioni e certamente non solo per motivi geografici, e tale comparazione sarebbe comunque impietosa: “in gran parte dell’Unione Europea, la chiusura delle attività e dei locali pubblici non si è accompagnata alla misura degli arresti domiciliari e i cittadini hanno mantenuto – e ci mancherebbe altro – la libertà di uscire di casa senza doversi giustificare“. Inoltre, “i paesi che hanno imposto misure più rigide sono quelli che mostrano, contro-intuitivamente, i numeri peggiori e non quelli migliori”. Ciò non significa che non si dovesse fare nulla, ma che “non c’è nessuna relazione dimostrabile” tra la rigidità delle misur adottate e il numero delle vittime. Il modello italiano è stato a lungo sbandierato, per dimostrare in realtà presto di essere tutt’altro che di successo. Uno dei fiori all’occhiello di tale modello è stata di certo l’autocertificazione, di cui paventavo il

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ritorno nel post appena citato. Per fortuna ancora siamo esenti al momento da questo “rituale degradante”, un’assurdità giuridica e logica per cui la pubblica sicurezza poteva contestare arbitrariamente le motivazioni che i cittadini dichiaravano per uscire di casa (!): “se è la pubblica sicurezza a decidere le regole – anziché verificarne la violazione – significa che una soglia pericolosissima è stata varcata. Significa che lo Stato di Diritto, per qualche tempo, è diventato Stato di Polizia”.

2. #iorestoacasa

Lo slogan #iorestoacasa ha iniziato a circolare prima delle chiusure reali, a smentire la retorica degli italiani indisciplinati. Infatti anche i dati di geolocalizzazione confermano un notevole rispetto delle restrizioni imposte: “i dati forniti da Apple e Google (…) hanno misurato in Italia una riduzione degli spostamenti simile, e in certi casi maggiore, rispetto agli altri paesi europei in lockdown“. Il punto comunque non è neanche se fosse necessario o meno restare a casa, quanto la retorica su quanto fosse bello farlo, mentre “restare chiusi in casa per mesi non è né bello né brutto, è orribile“.

È un’agonia continua, per le categorie più esposte, e in termini variabili per tutti gli altri. (…) in un diluvio di pareri di scienziati (…) né il Governo né i media  [hanno] mai consultato chi poteva dire qualcosa, in termini scientifici, sul costo umano della reclusione.

E qui entra un altro tema importante, ovvero il rapporto tra lo Stato ed i cittadini, che in Italia non è dei migliori, visto l’atteggiamento paternalista che purtroppo permea la gran parte delle azioni di governo a tutti i livelli: “Questo è mancato, tra le tante cose, uno Stato capace di trattare i cittadini da adulti“. Sull’essere considerati bambini Miconi aggiunge: “questa è la ferita peggiore che ci porteremo dietro, anche perché – per quel miracolo sociologico che si chiama self-fulfilling prophecy, l’auto-adempimento delle profezie, se i cittadini sono trattati come bambini, alcuni di loro finiranno per comportarsi come tali”. Ed è importante sottolineare che

non si tratta di un problema personale (…) ma di un tema sociale e politico a tutto tondo: l’atteggiamento di uno Stato che tratta i cittadini come bambini – che non sanno limitarsi e a cui è inutile spiegare le cose, perché non capirebbero – se non da potenziali criminali, in base ad una inammissibile presunzione di colpevolezza per cui si assume che le persone, se lasciate libere, farebbero qualcosa di male.

Col decreto del 26 aprile è iniziata invece la surreale discussione sui “congiunti“, a conferma di una visione patriarcale “che sta riportando l’economia morale del paese indietro di decenni”. L’autore nota tra l’altro che la maggior parte di chi è rientrato a lavoro sono uomini, e questo dato è confermato anche dalle statistiche sull’occupazione femminile che dopo il lockdown hanno generato dati se possibile più drammatici rispetto ad una situazione già desolante in partenza.

Miconi suggerisce inoltre che i germi del rabbioso c’è troppa gente in giro fossero inclusi già nello slogan #iorestoacasa. Ed è un tema terribilmente attuale, viste le infinite polemiche sulle persone che affollano le vie dello shopping dopo essere state spinte al consumo da bonus e altre trovate come il cashback, con la solita torsione già vista in primavera per cui si sviano sui cittadini le colpe di una classe dirigente che si dimostra ancora una volta inadeguata e colpevole.

3. Populismo rovesciato e media

Dopo aver discusso questi aspetti, l’autore ci rivolge una domanda tutt’altro che scontata a cui cerca di rispondere in maniera analitica. La premessa è che viviamo in un paese di pochissimi lettori in cui è diventato un bestseller un libro che mette alla gogna la classe politica e in cui la disaffezione verso il ceto dirigente è crescente ormai da diversi decenni. E allora,

Come si spiega che proprio il Paese dell’odio conclamato verso la Casta abbia finito per reggere il gioco alla classe dirigente, liberandola di ogni responsabilità, e scatendando la caccia selvaggia all’indisciplinato del piano di sopra?

Miconi schematizza in quattro punti le caratteristiche che accomunano la retorica classica del populismo alla volontà di colpevolizzazione dell’altro:

  • attenzione all’emotività:
  • messa dei propri pensieri al servizio delll’uomo al comando;
  • necessità di dividere il mondo in due fazioni contrapposte;
  • difficoltà ad accettare le differenze, concepire il popolo come unità.

Questi fattori quindi permettono ad una certa mentalità populista di riversarsi contro il basso, cosa che in effetti è comune a tutti i populismi per i quali i nemici in alto sono sempre astratti, mentre i subalterni sono tremendamente reali come nemici e quindi individuabili e attaccabili.

Essendo sociologo dei media, l’autore si concentra inoltre sul ruolo e sulle colpe di questi ultimi, che spesso hanno fatto da megafono e hanno spettacolarizzato la presunta indisciplina degli italiani, riprendendo inseguimenti con gli elicotteri, con la quanto meno censurabile complicità delle forze dell’ordine, o rammaricandosi in diretta di non trovare assembramenti da documentare, come in un’ormai celebre esternazione di un’inviata che non credo di dover definire gaffe, quanto invece una cristallina dichiarazione d’intenti del giornalismo nostrano: “lo scopo dei media è stato quello di dimostrare l’inciviltà dei cittadini”. Stesso obiettivo raggiunto dalle fotografie di strade apparentemente affollate a causa di inquadratura studiate ad arte per schiacciare la prospettiva e non rendere la distanza reale tra le persone. E se non fosse evidente, questa non è storia passata ma la viviamo tutti i giorni nuovamente ora che a ridosso delle festività, essendo state insufficienti le misure prese dal governo, si prevede una nuova stretta e ancora una volta i media faranno il loro lavoro di colpevolizzare i cittadini per giustificare le nuove disposizioni, senza minimamente mettere in discussione i manovratori.

4. L’App Immuni

Alcuni dei temi analizzati preventivamente dallo scrittore possono essere sottoposti col senno di poi a verifica: è questo il caso dell’App Immuni, sulla quale si ribadiscono una serie di problematiche, a partire dalla considerazione che il tracciamento da solo, senza adeguati servizi territoriali di screening, sarebbe comunque stato insufficiente, per non dire poi che se l’App non è in possesso di una massa critica individuata nel 60% della popolazione, non serve a nulla. Ad ogni modo il tracciamento resterà come precedente e ancora più grave è un’altra funzione di Immuni, cioè quella di creare una cartella clinica elettronica, ovvero una banca-dati delicatissima per la qualità e la quantità di dati sensibili che raccoglie, che ovviamente non ha alcuna rilevanza rispetto al contenimento della pandemia, e ci sarebbe da fare diverse domande in proposito. Ma in conclusione oggi, a dicembre, a che punto siamo? Un articolo di Fanpage del 12 dicembre ci informa che siamo arrivati a 10 milioni di download, una soglia simbolica quanto inutile, visto che mancano all’appello ancora 26 milioni di persone per raggiungere la massa critica indispensabile a rendere efficace l’App e infatti per queste ed altre ragioni, tra cui la mancanza di un’adeguata rete territoriale, il tracciamento è saltato da un pezzo.

5. Qualche considerazione finale

Il testo di Miconi è come ho detto breve ma davvero ricco di elementi importanti e attuali perché analizza alcune questioni strutturali di cui bisogna tenere conto se si vuole comprendere e anche resistere alla presente temperie. Forse la luna di miele tra governo e opinione pubblica è finita e qualche sintomo si avverte captando casualmente le conversazioni, come ieri sul treno quando ho registrato queste testuali parole in polemica coi rumors sulle nuove chiusure per le festività: “non puoi dire alle persone ‘stai in casa perché io sono un coglione’!” Nella narrazione mainstream intanto c’è un enorme rimosso che riguarda il diverso trattamento riservato alle aziende rispetto ai cittadini: “i primi chiusi in casa e trattati da criminali; i secondi, beneficiari di tutte le deroghe del mondo, inclusa l’apertura di 155.000 fabbriche lombarde – centocinquantacinquemila – durante il picco epidemico”. Del resto i primi lavoratori mandati al macello, allo sbaraglio senza protezione adeguata sono stati gli operatori sanitari, mentre venivano vacuamente acclamati come eroi:

Mentre la classe dirigente ne combinava di tutti i colori, il Paese è stato tenuto in vita dalla sua base di lavoratori malpagati e dimenticati. Infermiere, medici precari, specializzandi, rider, commessi, trasportatori, autisti, personale di pulizia mandato nei reparti Covid per sette euro l’ora: se davvero l’emergenza ci ha insegnato qualcosa, lo capiremo, molto rapidamente, dal modo in cui verranno trattate queste categorie, incluso chi si è impoverito o ha perso il lavoro.

In chiusura vorrei sottolineare che Miconi per due volte ribadisce un dato tanto vero quanto rimosso sul rapporto – alquanto debole, di sicuro non necessario – tra capitalismo e libertà:

Non c’è dubbio che l’emergenza abbia anche portato alla luce problemi strutturali del nostro modello di sviluppo, e mostrato la faccia feroce della società in cui viviamo (…) perché il capitalismo, a dispetto di alcune interpretazioni letterarie, può prosperare facendo a meno delle libertà individuali.

Nelle conclusioni torna proprio su questo punto mentre fa notare che se non fosse per la necessità (del sistema) del consumo nessuno si sarebbe preoccupato di tirarci fuori di casa:

Assistiamo così ad un perverso incontro tra due logiche di dominio, quella economica del profitto e quella muscolare dello stato. Una sorta di duplice sovranità (…) un assemblaggio tra due strutture, per usare un termine di Saskia Sassen, che forse sono meno nemiche di quanto si creda. Specie se ammettiamo che il capitalismo, con buona pace della retorica egemone, non ha affatto bisogno delle libertà individuali per evolvere e prosperare.

La casa de papel

PREMESSA

Soprattutto ultimamente scrivo dei libri che leggo, per fermare su carta, e poi in versione digitale quel che mi viene in mente, condividere qualche spunto e chiarire prima di tutto con me stessa cosa ne penso. Non l’ho mai fatto per le serie TV anche se ne ho viste molte negli anni, e di recente ad un discreto ritmo, complici la tecnologia e la comune passione del consorte. Eppure scriverne sarebbe un buon esercizio per fermare impressioni, emozioni ed in generale idee che dalla loro visione arrivano non meno che dai libri. Comincio allora con La casa di carta, di cui ho appena terminato la terza stagione.

ALERT: Cercherò di fare considerazioni generali perché mi interessano di più la cornice e le tematiche trattate rispetto ai singoli momenti che caratterizzano gli episodi, quindi spero di non spoilerare nulla. Nondimeno mi soffermo forse in particolare sulla terza stagione, quindi chi non l’ha ancora vista è avvisato.

De La casa di carta mi colpiscono alcune cose, altre mi piacciono meno, ma facendo una valutazione generale la trovo molto buona. Ciò che proprio non mi entusiasma sono alcuni aspetti delle relazioni interpersonali tra i personaggi che a volte rievocano i cliché delle soap opera. Nonostante ciò alcune tematiche si affacciano ed è bene che se ne parli perché sarebbero quanto meno URGENTI. Mi riferisco al patriarcato ad esempio, un argomento che nella nostra società è sottaciuto o considerato insignificante, secondario. Quando nella seconda stagione Nairobi inaugura il matriarcato è un momento di puro orgoglio, anche se lo so, è fiction, e per di più dura una sola puntata.

Matriarcato

Il tema sottotraccia resta in tutta la serie e nella terza è nel rapporto tra Denver e Stoccolma che emerge a sprazzi. Detto per inciso, Nairobi sa sempre il fatto suo. Solo un appunto sul tema omosessualità: mi sembra narrata con la giusta naturalezza, è un fatto e come tale rientra nella “norma”. 10+.

All’interno delle prime due parti il tema della carta, cioè delle banconote, è centrale. “È solo carta”, dice il Professore a Raquel e condensa in poche battute una grossa verità che non dovremmo mai dimenticare. È soprattutto nella terza stagione però che viene sviluppato il tema fondamentale della natura dello Stato. Noi italiani dovremmo saperlo bene, specialmente nelle giornate di luglio (di un caldo torrido, di Africa nera…) che non ci sono poteri buoni, eppure è tutto un cianciare di “sempre dalla parte della polizia”, per dirne una. Il tema scottante della tortura non è affatto mainstream nonostante casi come quello di Cucchi, purtroppo avvenuti, siano riusciti a “bucare lo schermo“. Che una serie popolare possa instillare qualche dubbio nelle menti dei più mi sembra per lo meno meritorio, al di là dei giudizi personali soggettivi sulla qualità della stessa.

Credits: questo post non sarebbe stato possibile senza le belle chiacchierate con SantaLù. T’aspetto in zona 🙂