I nuovi abiti del capitalismo

morozov

Il tema del capitalismo della sorveglianza è più attuale che mai nel mutato contesto in cui ci troviamo. Rispetto a febbraio, mese in cui ne scrivevo dopo aver letto il libro di Shoshana Zuboff, la situazione è se possibile più ghiotta per questo nuovo abito del capitalismo e trova noi più indifesi e proni nell’accettare le sue forme. Con l’imposizione della DAD ma non solo, emerge ancor più di prima la necessità di una nuova consapevolezza digitale e di strumenti alternativi allo strapotere dei GAFAM (Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft).

In questo contesto è opportuno ritornare sul frame teorico e riconoscere, dopo aver letto la lunghissima recensione critica di Evgeny Morozov (qui in italiano) che mi dev’essere sfuggito qualcosa, e non si tratta di dettagli. Come dice @kappazeta nel segnalarmi il testo, anche io devo essermi concentrata sugli aspetti di denuncia senza riflettere  troppo sul quadro teorico, probabilmente perché ho dato per scontata la critica al sistema nel suo complesso. In realtà io ho fatto anche qualche accenno (entusiasta!) ai riferimenti teorici ignorando totalmente il quadro d’insieme, per cui è particolarmente illuminante il testo di Morozov. Banalmente mi sono esaltata per aver letto riferimenti a sociologi che apprezzo abbastanza o molto (Braudel, Weber, Polanyi, Bauman) non rendendomi conto dell’impostazione complessivamente fuori fuoco del libro.

Morozov inizia la sua analisi dicendo che la Zuboff afferma in maniera corretta che criticare le Big Tech per le violazioni della privacy “ha fatto perdere di vista la portata della trasformazione”, per proseguire risalendo alle origini del lavoro della Zuboff, una figura comunque lontana da circoli anticapitalisti (professoressa di Harvard, ha lavorato per Business Week, in Italia il suo libro è stato ad esempio pubblicato dalla LUISS, cosa che aveva lasciato perplessa anche me). Ha lavorato sull’impatto dell’Information Technology (IT) sul posto di lavoro per quarant’anni, e, nelle parole di Morozov:

il disallineamento tra il possibile e il reale ha inquadrato il contesto intellettuale in cui, precedentemente cautamente ottimista sia sul capitalismo che sulla tecnologia, ha costruito la sua teoria del capitalismo della sorveglianza, lo strumento più oscuro e distopico del suo arsenale intellettuale fino ad oggi.

Morozov osserva che in precedenti scritti, comunque critici, era completametne assente la parola capitalismo mentre “la proprietà privata, la classe, la proprietà dei mezzi di produzione – la materia dei precedenti conflitti legati al lavoro – erano per lo più esclusi dal suo quadro”. Nel percorso di Shoshana Zuboff ha influito molto, ed è essenziale per comprenderne l’approccio, il suo professore di Harvard Alfred Chandler, “bardo del capitalismo manageriale”, il quale aveva affermato che la mano invisibile di Adam Smith era stata sostituita dalla mano visibile dei manager. Chandler era stato uno studente di Talcott Parsons, padre del funzionalismo, e la storia aziendale che insegnava assomiglia più ad una sociologia funzionalista sotto mentite spoglie “ed è di tipo piuttosto volgare”, chiosa Morozov. Attraverso l’approccio chandleriano scompaiono le relazioni di potere, e la Zuboff adotta lo stesso sistema: elabora un metodo analitico portando gli esempi a conferma piuttosto che mettere a confronto diversi modelli per verificare quale possa risultare migliore. L’autrice si appoggia poi a Schumpeter, altro mentore di Chandler, nel mettere il consumatore al centro del cambiamento storico. All’interno del quadro chandleriano si configurano tre regimi rappresentati da imprese che ne sintetizzano i valori: la General Motors e la Ford e il capitalismo manageriale così come descritto da Chandler; Google e Facebook e il capitalismo della sorveglianza descritto nel suo dispiegarsi da Zuboff; Apple e Amazon (prima di Alexa, specifica) e il capitalismo della promozione dei diritti così come vagheggiato dalla stessa Zuboff.

Un grosso problema delle spiegazioni funzionaliste è che non ammettono l’esistenza di narrazioni alternative. Ad esempio nel corso del libro non c’è alcun riferimento ai concetti di capitalismo delle piattaforme o cognitivo, o neanche biocapitalismo, categorie che permetterebbero di approfondire diverse sfaccettature e allargare lo sguardo dell’analisi.

La struttura Chandleriana, nonostante tutte le sue intuizioni analitiche, è cronicamente cieca alle relazioni di potere, il risultato della sua innata mancanza di curiosità verso le spiegazioni non funzionaliste.

Morozov si lancia poi in un parallelo a prima vista “straniante” tra Shoshana Zuboff e Toni Negri, e più ampiamente il marxismo autonomo italiano. Questi ultimi avevano visto l’IT come forza potenzialmente liberatrice, considerano l’estrazione di valore della fabbrica sociale mentre i capitalisti diventano solo percettori di rendita e la moltitudine si emancipa, e da qui discende la richiesta di un reddito di base universale. È evidente che i percorsi non sono sovrapponibili ma il presupposto della teoria degli autonomi “era un’ipotesi funzionalista”: la capacità del lavoro di essere sempre un passo avanti al capitale. Per chiudere il discorso sugli autonomi italiani, la premessa chiave della loro teoria, dice Morozov, “che il capitale stava diventando esterno al lavoro, consentendo ai lavoratori cognitivi abilitati, ora sparsi attraverso la fabbrica sociale, di autovalorizzarsi, sembra sempre più discutibile”. Resta comunque una differenza fondamentale: mentre il concetto di moltitudine “per quanto ambiguo e fuorviante”, rievoca un soggetto collettivo, per la Zuboff c’è solo il singolo consumatore sovrano.

A metà del testo Morozov si riferisce al proprio preludio “piuttosto lungo di 8 capitoli” e dichiara “questa recensione aspira a competere con il libro nella prolissità”, prima di analizzare nel dettaglio il quadro teorico de Il capitalismo della sorveglianza. Nel libro invece di chiedersi il perché Amazon, Apple e Google siano a caccia di surplus comportamentale, la caccia di surplus comportamentale diventa la causa; una teoria più semplice, afferma, sarebbe la seguente: “le aziende tecnologiche, come tutte le aziende, sono guidate dalla necessità di assicurare una redditività  a lungo termine”. E quindi:

 In effetti, il regime è solo uno – il capitalismo – e usarlo come una categoria analitica aiuta a rimediare a numerose carenze nei confronti del capitalismo manageriale e del capitalismo della sorveglianza.

La centralità della categoria del consumo inficia tutta l’analisi: nel momento in cui non c’è consumo non esiste capitalismo della sorveglianza, così come senza lavoro non c’è capitalismo per Marx: “Pertanto, un hedge fund che impiega satelliti per rilevare il movimento di veicoli vicino a supermercati o magazzini – una pratica comune per misurare il livello dell’attività commerciale di una sede – si trova al di fuori del capitalismo della sorveglianza, rigorosamente interpretato”. A quanto pare per la Zuboff la vera preoccupazione non è la sorveglianza ma la manipolazione del comportamento che ne consegue.

Un’altra critica di Morozov riguarda l’utilizzo improprio dei concetti di ‘spoliazione’ e ‘accumulazione primitiva’ impiegati ignorando la mercificazione: in genere la Zuboff definisce coi primi situazioni che andrebbero definite con quest’ultima espressione. Una delle principali conseguenze denunciate da Morozov è quindi presto spiegata:

Il concetto di capitalismo della sorveglianza sposta il luogo dell’inchiesta e le lotte che informa, dalla giustizia dei rapporti di produzione e distribuzione all’interno della fabbrica sociale digitalizzata all’etica dello scambio tra le aziende e i loro utenti. Per rendere il surplus comportamentale degli utenti (…) così cruciale per la teoria occorre concludere che l’estrazione del surplus da tutte le altre parti non ha importanza, o forse non esiste.

Questo comporta un “passo indietro nella nostra comprensione della dinamica dell’economia digitale” però non tutto è perduto: “anche quadri analitici errati possono produrre effetti sociali benefici”. Che si definisca tale o meno, il capitalismo della sorveglianza ha effetti concreti nel nostro presente e ne siamo tutti in qualche modo investiti, mentre la liberazione invocata anche dagli autonomi. oltre che dai tecnoentusiasti della prima ora, non ha affatto avuto luogo: “Steve Jobs ci ha promesso i computer come ‘biciclette per la mente’; ciò che abbiamo ottenuto sono invece le catene di montaggio per lo spirito”.

Il meccanismo suggerito da Morozov, per cui si può accettare l’utilità politica mentre si respinge la validità analitica del testo è delicato e pericoloso, ma sicuramente ha senso, dato il successo che ha investito il libro e la concreta possibilità che questo aiuti ad aumentare la nostra consapevolezza digitale: “rivisto come un avvertimento contro il sistema dei dati della sorveglianza, il libro regge abbastanza bene”. Dopo aver letto la lunga recensione di Morozov ho riflettuto sulle fallacie di un testo che mi ha in qualche modo travolta e che ritengo fondamentale oggi. Nonostante sia evidentemente flawed, e ringrazio Evgeny Morozov per aver spiegato in maniera accurata il frame teorico in cui si situa, Il capitalismo della sorveglianza, con i dovuti accorgimenti, resta un libro imprescindibile per il nostro presente.

 

 

 

 

Realismo capitalista

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Tra l’1 e il 2 novembre 2018 lessi Realismo capitalista e ricordo che mi colpì molto. Non sono molti i libri che ho voluto rileggere, ma sicuramente questo rientra tra i pochi fortunati. Curiosamente, dopo che pochi giorni fa ho sentito l’esigenza di rileggerlo ho visto nella timeline di twitter un articolo del bibliopatologo di Internazionale su Dove vanno a finire i libri che abbiamo letto? del quale condivido le conclusioni: “Non si può leggere due volte lo stesso libro, non più di quanto si possa immergersi due volte nello stesso fiume. Lo specchietto a conchiglia in cui ti guardasti ragazzina è uguale oggi a com’era allora, ma ogni volta che tornerai ad aprirlo rifletterà un’immagine diversa”. Ed effettivamente ho riletto il testo di Mark Fisher con uguale voracità eppure ne ho colto spunti nuovi e diversi. Ricordo che all’epoca mi lasciò una strana sensazione di ottimismo, poco spiegabile considerato lo smarrimento politico in cui mi trovavo, praticamente da sempre. Ad oggi quello stesso spirito positivo è forse meno entusiastico e più razionale, oserei dire reale.

A questo proposito, cos’è il realismo capitalista? Nella definizione dell’autore “la sensazione diffusa che non solo il capitalismo sia l’unico sistema politico ed economico oggi percorribile, ma che sia impossibile anche solo immaginarne un’alternativa coerente”. E ancora: “Per come lo concepisco, il realismo capitalista non può restare confinato alle arti o ai meccanismi semipropagandistici della pubblicità. È più un’atmosfera che pervade e condiziona non solo la produzione culturale ma anche il modo in cui vengono regolati il lavoro e l’educazione, e che agisce come una specie di barriera invisibile che limita tanto il pensiero quanto l’azione”. L’espressione realismo capitalista ed il suo senso aiutano a spiegare l’impotenza e l’assenza di qualsiasi opposizione al capitalismo durata decenni. Non finisce qui perché attraverso tutto il testo Fisher descrive il capitalismo con la giusta crudezza: “ogni attività è talmente concentrata sulla produzione del profitto da non essere nemmeno più in grado di venderti niente”; con onestà, parlando dei call center come emblema del capitalismo “È nell’esperienza di un sistema tanto impersonale, indifferente, astratto, frammentario e senza centro, che più ci avviciniamo a guardare negli occhi tutta la stupidità artificiale del Capitale”; con lucidità “Il genio supremo di Kafka sta nell’aver esplorato quella specie di ateologia negativa propria del Capitale: il centro non c’è, ma non possiamo smettere di cercarlo né di ipotizzarlo. Non è che però non ci sia proprio niente: è che quello che c’è non è in grado di esercitare le proprie responsabilità”; e ancora “non è che aziende e compagnie siano gli agenti occulti che tutto manovrano; sono esse stesse espressioni e prodotto della massima causa che un soggetto non è: il Capitale”. Queste ultime due citazioni mi riportano ad un tema ultimamente spesso discusso, in particolare con coloro che sostengono come l’attuale pandemia danneggiando alcuni capitalisti dimostri in qualche imprecisato modo l’impotenza del Capitale in sé, o che comunque il capitalismo non riesca a guadagnare dall’attuale impasse. Questi ragionamenti sono fallaci nella misura in cui vedono il capitalismo come un blocco a se stante, una sorta di Moloch che agisce come un corpo unico per il proprio interesse, mentre la storia del capitalismo si erge davanti a noi a dimostrazione del contrario: un sistema fondamentalmente anarchico in cui soprattutto nei momenti di crisi ci sono vincitori e perdenti anche tra i capitalisti, ed è quello che avviene anche in questa fase dove alcuni colossi effettivamente stanno guadagnando dalla messa in “quarantena” delle nostre vite, vedi Amazon, ma non solo, anche la GDO ad esempio, mentre altri piccoli o grandi attori arrancano e molti ne usciranno sconfitti. Lo stesso è accaduto nelle precedenti crisi, ultima quella del 2008, e così andando a ritroso, confermando quello che già Marx aveva intuito con la sua risaputa lungimiranza quando scriveva ne Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte: “(…) per il volgare egoismo per cui il borghese ordinario è sempre disposto a sacrificare l’interesse generale della sua classe a questo o a quel motivo privato”.

Tornando a Realismo capitalista, il secondo capitolo si intitola “Che succederebbe se organizzassi una protesta e venissero tutti?” e tratta ancora del capitale e in particolare della sua incredibile capacità di sussumere tutto, pure ciò che nominalmente gli si oppone, per metterlo a profitto.

Dopo tutto, come Žižek ha provocatoriamente fatto notare, l’anticapitalismo è ampiamente diffuso tra le pieghe del capitalismo stesso: quante volte nei film di Hollywood il cattivo di turno altri non è che qualche cattivissima corporation? È un anticapitalismo gestuale che, anziché indebolire il realismo capitalista, finisce per rinforzarlo.

Di seguito Fisher fa l’esempio del film Wall-E e afferma “il film inscena il nostro anticapitalismo per noi stessi, dandoci al contempo la possibilità di continuare a consumare impunemente”. Un po’ come dire che il capitalismo sta su grazie a noi più che nonostante noi: “Quello che dobbiamo tenere a mente, è sia che il capitalismo è una struttura impersonale e iperastratta, sia che questa struttura non esisterebbe senza la nostra cooperazione”.

Un aspetto che rende particolarmente scorrevole e piacevole da leggere il testo è secondo me il sapiente uso di una serie di citazioni, soprattutto cinematografiche, televisive e di testi scritti, di cui vorrei elencare in maniera forse non esaustiva, film e libri per darne un’idea:

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Vorrei fare anche un accenno all’argomento internet. Fisher cita un’intervista al documentarista Curtis che attacca i nuovi media perché creano reti interpassive e bolle in cui ci si ritrova tra individui simili in cui si ripete il bias di conferma, creando ed alimentando continuamente circuiti chiusi. Nel riconoscere la sensatezza di tale analisi Fisher risponde però distinguendo: “un fenomeno come i blog è stato ad esempio capace di generare un discorso nuovo e articolato in una rete che non ha corrispettivi nel campo sociale esterno al cyberspazio. Nel momento in cui i vecchi media vengono sempre più assorbita dalla logica delle public relations e in cui al saggio critico si preferisce la relazione sui consumi, alcune aree del cyberspazio hanno offerto una resistenza a quella compressione critica che altrove è diventata dominante”. Le osservazioni di Fisher si riferiscono ad un periodo che potremmo considerare d’oro per i blog, e Fisher stesso dal 2003 curò un blog, K-punk, che divenne un punto di riferimento di una certa area. Ad oggi i blog hanno avuto sicuramente un arretramento con l’esplosione dei nuovi social media e della loro pervasività. C’è però la speranza e da alcune parti la voglia di restituire centralità ai blog perché il loro potenziale non è affatto esaurito. Come dicevano i Wu Ming in un bellissimo post a fine 2019 annunciando l’abbandono di Twitter:

A chi per ora non se la sente di chiudere gli account sui social commerciali, chiediamo di dare comunque una mano a riattivare voci e canali indipendenti, macchine di comunicazione non gamificate. Chi ha un blog e in questi anni lo ha negletto, torni a scriverci sopra e a promuoverlo, lo rivitalizzi e ne faccia l’epicentro della sua comunicazione quando ha qualcosa da dire. I social, soltanto come rimbalzo. Per le situazioni militanti, come scritto nella prima puntata, questa è una necessità vitale, ma in fondo lo è anche per il singolo individuo. Non è più tempo di essere ex-blogger.

Uno dei temi che attraversa il testo ed è chiaramente presente per la conoscenza che ne ha l’autore è quello della salute mentale: “il realismo capitalista insiste a trattare la salute mentale come se fosse un fatto naturale alla stregua del clima”. Sempre più relegato a problema individuale, è evidente che andrebbe socializzato, poiché le cause sistemiche dell’aumento dei disturbi e delle malattie mentali appaiono in realtà lampanti. Per questo “ripoliticizzare la malattia mentale è un compito urgente per qualsiasi sinistra che voglia lanciare una sfida al realismo capitalista”. Nell’ultimo capitolo del libro Fisher dichiara:

Dobbiamo prendere i problemi di salute mentale oggi così diffusi e convertirli da una condizione di medicalizzazione a un antagonismo reale; i disordini affettivi sono forme di scontento acquisito, e questa disaffezione può e deve essere indirizzata altrove, verso fuori, verso la sua vera causa: il Capitale.

L’estrema individualizzazione che tende a colpevolizzare i singoli si ripete in altri ambiti, come ad esempio quello del cambiamento climatico, e a proposito della citazione che sopra si riferisce anche al clima, in un inciso Fisher afferma che neanche quello è un fatto naturale quanto un effetto politico-economico. Più avanti afferma: “La causa della catastrofe ecologica è una struttura impersonale che, nonostante sia capace di produrre effetti di tutti i tipi, non è un soggetto capace di esercitare responsabilità. Il soggetto che servirebbe – un soggetto collettivo – non esiste: ma la crisi ambientale, così come tutte le altre crisi globali che stiamo affrontando, richiede che venga costruito. E però l’appello all’intervento etico immediato (…) rinvia continuamente l’emergere di un tale soggetto”.

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I figli degli uomini (2006)

Come sempre la situazione contingente interagisce con la lettura, spingendomi a sottolineare passaggi come il seguente: “La cosiddetta guerra al terrore ci ha già preparato a simili sviluppi; la normalizzazione della crisi ha prodotto una situazione nella quale la fine delle misure d’emergenza è diventata un’eventualità semplicemente impensabile: quand’è che la guerra potrà davvero dirsi conclusa?” Suona terribilmente attuale vero? E non è il primo autore in cui risuona il paragone con la guerra al terrore iniziata dopo l’11 settembre, altri ancora viventi l’hanno potuto cogliere esplicitamente. Parlando del film I figli degli uomini, “(…) lo spazio pubblico è abbandonato, popolato da null’altro che immondizia e animali in libertà (una scena particolarmente suggestiva è ambientata in una scuola ormai a pezzi dentro la quale troviamo una renna che corre). I neoliberali, ovvero i reali capitalisti per eccellenza, hanno più volte celebrato la distruzione dello spazio pubblico: ma contrariamente alle loro aspirazioni ufficiali, (…) non assistiamo a nessun arretramento dello Stato, quanto semmai un ritorno dello Stato alle sue originarie funzioni di stampo militare e poliziesco”. Se non sembra scritto oggi, potrebbe benissimo essere scritto in un domani non troppo remoto, e terribilmente plausibile.

E per quanto riguarda il neoliberismo o neoliberalismo, Fisher non si lasciata affatto ingannare dalla definizione che potrebbe sfociare nel considerare questo cattivo e il capitalismo in sé buono, e mette le cose nella giusta prospettiva:

dopo il salvataggio delle banche, il neoliberismo si è ritrovato – in ogni senso possibile – screditato. Questo non vuol dire che il neoliberismo sia da un giorno all’altro scomparso: al contrario, i suoi presupposti continuano a dominare la politica economica; ma non lo fanno più come ingrediente di un progetto ideologico mosso dalla fiducia per le proprie prospettive future, quando come una specie di ripiego inerziale, di morto che cammina. Quello che oggi appare chiaro è che se il neoliberismo non poteva che essere realista capitalista, il realismo capitalista non ha invece alcun bisogno di essere neoliberale. Anzi: ai fini della propria salvaguardia il capitalismo potrebbe benissimo riconvertirsi al vecchio modello socialdemocratico, oppure a un autoritarismo in stile I figli degli uomini. Senza un’alternativa coerente e credibile al capitalismo, il realismo capitalista continuerà a dominare l’incoscio politico-economico.

La (ri)lettura di Realismo capitalista mi ha motivata a ricercare gli altri testi di Mark Fisher che sono in via di pubblicazione anche in lingua italiana, e mi lascia con il dubbio di cosa scriverebbe Fisher dell’attuale sconvolgente situazione se non ci avesse lasciato, forse sarebbe ancora più speranzoso grazie a e nonostante la pandemia. Restano comunque importanti alcuni dei passaggi dell’ultimo capitolo, tradotto in italiano “super-tata marxista”, con i quali vorrei avvicinarmi alla fine di questo post.

Contro l’allergia postmoderna alle grandi narrazioni dobbiamo riaffermare che, anziché trattarsi di problemi contingenti e isolati, sono tutti effetti di un’unica causa sistemica: il Capitale. Dobbiamo insomma cominciare, come se fosse la prima volta, a sviluppare strategie contro un Capitale che si presenta ontologicamente (oltre che geograficamente) ubiquo.

E infine

Anche se è chiaro che la crisi non porterà da sola a nessuna fine del capitalismo, ha avuto comunque l’effetto di sciogliere in parte una certa paralisi mentale. Siamo adesso in un panorama politico disseminato di quelli che Alex Williams ha chiamato “detriti ideologici”; è un nuovo anno zero, e c’è spazio perché emerga un nuovo anticapitalismo non più costretto dai vecchi linguaggi e dalle vecchie tradizioni.

La paralisi mentale di cui parla qui Fisher ha sicuramente subìto un’altra scossa imponente dall’attuale pandemia. Non è mai stato chiaro come oggi alle diverse generazioni che ora si affacciano nel XXI secolo quanto il capitalismo sia un vicolo cieco per sicurezza non solo economica e sociale ma anche per la salute collettiva. Da questi punti fermi, tocca costruire l’alternativa.

No is not enough

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Nel 2016 l’elezione di Trump è stata vissuta come uno shock da una larga fetta di progressisti, anche se effettivamente non avrebbe dovuto essere così, visto che Trump è esattamente l’apoteosi del sistema in cui viviamo. Con la capacità di analisi che la contraddistingue Naomi Klein è molto chiara su questo punto. In No is not enough. Resisting Trump’s shock politics and winning the world we need, afferma “Trump is the logical culmination of the current neoliberal system” e non si ferma qui, sostenendo anche che “the current neoliberal system is not the only logical culmination of the human story”. Nell’introduzione è già spiegato molto bene:

(…) there is an important way in which Trump is not shocking. He is entirely predictable, indeed clichéd outcome of ubiquitous ideas and trends that should have been stopped long ago. Which is why even if this nighmarish presidency were to end tomorrow, the political conditions that produced it, and which are producing replicas around the world, will remain to be confronted. (…) the world we need won’t be won just by replacing the current occupant of the Oval Office.

Ammettere che Trump sia la logica conseguenza, e non la causa del sistema sembra scontato ma non lo è: lo stesso errore è stato commesso per anni dagli oppositori di Berlusconi in Italia, lasciandolo governare indisturbato per quasi un ventennio. Più avanti comunque la Klein rincara la dose: “Trump didn’t create the problem – he exploited it. And because he understood the conventions of fake reality better than anyone, he took the game to a whole new level”.

La lettura del libro è stata più lenta e sofferta del solito, senza colpa del testo, e non perché ho scelto la versione inglese, cosa che normalmente mi rallenta ma non così tanto, quanto per la situazione assurda ed emergenziale in cui ci troviamo. Questo ha evidentemente condizionato non solo i tempi ma anche la percezione del testo, per cui è inevitabile aver colto alcuni riflessi del presente angoscioso che viviamo:

A large-scale crisis – whether a terrorist attack or a financial crash – would likely provide the pretext to declare some sort of state of exception or emergency, where the usual rules no longer apply. This, in turn, would provide the cover to push through aspects of the Trump agenda that require a further suspension of core democratic norms (…)

Terribilmente vicino a quello che stiamo vivendo è anche il seguente passaggio:

We don’t go into a state of shock when something big and bad happens; it has to be something big and bad that we do not yet understand. A state of shock is what results when a gap opens up between events and our initial ability to explain them. When we find ourselves in that position, without a story, without our moorings, a great many people become vulnerable to authority figures telling us to fear one another and relinquish our rights for the greater good.

Il cambiamento climatico, protagonista di This changes everything e dell’ultimo On fire (prossimamente in lettura), compare spesso anche in questo testo, e direi in modo fisiologico visto la pervasività del tema; un esempio è quando l’autrice riporta che la Exxon Mobil sapeva già nel 1978 le conseguenze del sistema basato sui combustibili fossili e che sarebbero state necessarie di lì a pochi anni misure straordinarie per contrastarle.

Anche se l’analisi della Klein non si può definire marxista, di essa apprezzo la chiarezza sul fatto che il capitalismo non sia riformabile; non è con pochi aggiustamenti che si risolvono le crisi che attanagliano il sistema, che si tratti di quelle puramente economiche o sociali o ambientali. In sintesi è giusta la diagnosi ma carente la cura (vedasi il Green New Deal propugnato dall’autrice con forza).

What mainstream liberals have been saying for decades, by contrast, is that we simply need to tweak the existing system here and everything will be fine. You can have Goldman Sachs capitalism plus solar panel. But the challenge is much more fundamental than that. It requires throwing out the neoliberal rulebook, and confronting the centrality of ever-expanding consumption in how we measure economic progress.

Bellissime le pagine in cui Naomi Klein ricorda il “Powerful Global Movement” quello che alla fine del Novecento e nei primi anni Duemila era veramente forte: “from London to Genoa, to Mumbai, to Buenos Aires, Quebec City and Miami, there could not be a high-level gathering to advance the neoliberal economic agenda without counterdemonstrations”. Il movimento dei movimenti riusciva a mettere insieme istanze diverse e unire tante lotte in un’unica lotta. L’11 settembre ha provocato una frattura insanabile perché l’emergenza terrorismo ha permesso di creare un nuovo frame che recitava né più né meno: “o con noi o coi terroristi” mettendo in crisi le diverse anime del movimento. Il vuoto che si è venuto a creare è stato agevolmente riempito nel corso degli anni da Trump negli Stati Uniti e in generale dai partiti di estrema destra e populisti: “Politics hates a vacuum; if itsn’t filled with hope, someone will fill it with fear“.

Naomi Klein ripercorre anche la lungimirante analisi svolta in Shock Economy, perché resta un elemento importante della poltica contemporanea, oltre che la via maestra attraverso cui è stato imposto il capitalismo neoliberista in diverse parti del mondo: “Virtually any tumultuous situation, if framed with sufficient hysteria by political leaders, could serve this softening-up function”. L’autrice riconosce che nel 2007, all’epoca della pubblicazione del libro, la sua teoria poteva sembrare controversa, contestando la correlazione apparentemente indiscussa tra economia di mercato e democrazia, mentre il passare del tempo ne ha dimostrato l’accuratezza: “the extreme form of capitalism that has been remarking our world in this period (…) very often could advance only in contexts where democracy was suspended and people’s freedoms were sharply curtailed”. È essenziale rimarcare, come fa la Klein, che l’individualismo, la grettezza e il primato degli interessi egoistici non sono il primo impulso degli esseri umani, che tendono invece ad aiutarsi reciprocamente: “the shock doctrine is about overriding these deeply human impulses to help, seeking instead to capitalize on the vulnerability of others in order to maximize wealth and advantage for a select few”.

Una crisi può portare ad una spirale distruttiva oppure essere un’opportunità, in base alle condizioni concrete di chi si trova ad affrontarla (e anche qui, nuovi sinistri echi del presente).

It is true that people can regress during times of crisis. I have seen it many times. In a shocked state, with our understanding of the world badly shaken, a great many of us can become childlike and passive, and overly trusting of people who are only too happy to abuse that trust. But I also know, from my own family’s navigation of a shocking event, that there can be the inverse response as well. We can evolve and grow up in a crisis, and set aside all kinds of bullshit – fast.

Naomi Klein parla a questo proposito dell’11 settembre e di come sia stato uno shock in cui la generalità della popolazione non è riuscita a reagire. Questo perché eventi traumatici del passato erano stati vissuti ed elaborati da alcune comunità, ma non in maniera più ampia e collettiva. Non c’è una narrativa condivisa insomma, e mi pare sia avvenuto lo stesso in Italia, dove al di là di alcune retoriche patriottarde la Resistenza al fascismo come momento fondativo della Repubblica non è mai entrato nel discorso dominante, permettendo sia tentativi anche grotteschi, che sarebbero comici se non fossero tragici, di emergere, sia ai partiti neofascisti di autolegittimarsi in una democrazia che dovrebbe di diritto escluderli.

Al netto della vaghezza delle soluzioni proposte, le analisi di Naomi Klein sono molto stimolanti e puntuali. Il testo si chiude con il Leap Manifesto, che tenta di unire diversi piani di lotta, dai diritti dei popoli indigeni, alla tutela dell’ambiente. Si tratta di un documento politico interessante anche se dal punto di vista marxista evidentemente insufficiente. Particolarmente interessante infine la condanna dell’austerity, una politica che è bene attenzionare perché non è detto che non ci venga riproposta come necessaria alla fine della fase emergenziale per fare pagare ai soliti (a noi) i costi della crisi:

We declare that “austerity” -which has systematically attacked low-carbon sectors like education and healthcare, while starving public transit and forcing reckless energy privatizations – is a fossilized form of thinkinf that has become a threat to life on earth.

Cuori allo schermo

Cuori allo schermo.jpgL’antropologia è una disciplina che mi affascina e che purtroppo  ho solo sfiorato durante il mio percorso di studi. Tra gli autori sicuramente fondamentali c’è Marc Augé, per cui appena avuta la possibilità e l’occasione ho preso il testo Cuori allo schermo. Vincere la solitudine dell’uomo digitale. Si tratta di una lunga chiacchierata tra l’etnologo e Raphaël Bessis dalla quale si possono cogliere molti spunti interessanti. Il testo è denso, e probabilmente la mia poca conoscenza della materia mi ha spinto ad annotare davvero parecchie cose, per cui il post risulterà lungo.

Si parte dall’apparente analogia tra l’etnologo e l’homo cyber sul trovarsi contemporaneamente dentro e fuori, quindi in uno spazio liminale, tesi comunque non incoraggiata da Augé il quale sostiene che l’esperienza dell’etnologo può essere simile per alcuni versi ma nella sostanza è decisamente più intensa. Molto interessante è la definizione di antropologia: la centralità data alla relazione e la conseguente importanza dell’esperienza dell’alterità. Per Augé la questione del senso corrisponde al senso sociale; si tratta del simbolico, ovvero la relazione rappresentata ad altri. L’antropologia cambia faccia una volta terminato il sistema coloniale, ma in realtà allarga il suo orizzonte fino a ricomprendere il mondo intero, poiché “la colonizzazione prefigurava le forme attuali di mondializzazione. Oggi siamo nell’era della postcolonizzazione, in cui a operare è il sistema nella sua relazione con ciò che è fuori da quello stesso sistema, e dove esiste una nuova frontiera, un nuovo limite, una nuova esteriorità che del resto, nel linguaggio del turismo e del tempo libero, può mascherarsi da esotismo da quattro soldi”.

Nell’immaginario globalizzato spicca l’assenza di pensiero sul futuro, da cui anche un proliferare di sette e piccoli movimenti, come già in Africa o in America Latina. Sull’assenza di futuro: “sono convinto, senza nessuna ironia, che le scommesse, le  corse e il campionato di calcio migliorino la vita di molte persone; proprio perché aperti sull’avvenire, anche se a brevissimo termine, e perché alimentano il senso di un’attesa”. Forse il concetto per cui Augé è più noto è quello di nonluogo. Nel testo si chiarisce come uno spazio non sia luogo o nonluogo una volta per tutte, ma possa diventare uno o l’altro in base alla situazione particolare e al soggetto coinvolto. Ad ogni modo c’è una tendenza alla moltiplicazione dei nonluoghi, ovvero spazi di comunicazione, di circolazione e di consumo. I nonluoghi in generale si caratterizzano per essere spazi sociali in cui sono assenti identità, relazione e storia.

Il dialogo prosegue sull’onnipresenza delle immagini (nella definizione dell’autore sono sostituti delle persone) e su come queste influenzino o addirittura determinino la realtà: “da una parte eventi di importanza diversa sono considerati allo stesso livello, dall’altra sperimentiamo una specie di attenuazione, quasi un annullamento, della distinzione tra realtà e finzione”. A questo proposito è opportuno citare la definizione di finzionalizzazione: “Il mondo (…) ogni giorno viene disposto meglio per essere visitato, ma ancor più filmato e alla fine proiettato su uno schermo. (…) la finzione invade tutto e l’autore scompare. Il mondo è penetrato da una finzione senza autore”. Augé elabora inoltre l’importante concetto di stadio dello schermo, traslando lo stadio dello specchio che caratterizza una fase della crescita dei bambini, quella in cui riconoscono che l’Io che vedono riflesso è l’Altro. Nello stadio dello schermo accade l’inverso, per cui riconosco che colui che vedo allo schermo, l’Altro, sono io.

Ciò che caratterizza la contemporaneità è la consapevolezza di appartenere allo stesso pianeta: “forse per la prima volta l’umanità è coinvolta nella stessa storia”. L’individualità invece in diverse forme è sempre esistita però “se non c’è più alterità non c’è più individualità”. L’individualismo contemporaneo è costituito da passività e consumo, mentre “la relazione è in crisi, in particolare da quando le sue forme principali sono veicolate dall’immagine”.

Prima di chiudere vorrei condividere alcune definizioni scelte tra quelle riportate alla fine del volume, che mi sembra debbano di diritto stare nella cassetta degli attrezzi di chi si occupa del mondo contemporaneo.

Mondializzazione: termine generale che si riferisce al cambiamento di scala e di riferimento.

Globalizzazione: si riferisce in particolare agli ambiti economico e tecnologico.

Planetarizzazione: si utilizza nelle accezioni ecologiche ed etiche.

Surmodernità: “con questo termine vorrei indicare gli effetti di accelerazione, esuberanza ed eccesso che, lungi dall’abolire o superare la modernità com’era concepita nel XIX secolo, la sovradeterminano e allo stesso tempo la rendono meno leggibile e più problematica”.

 

Contro la meritocrazia

“Il sistema dovrebbe essere meritocratico”. Sono abbastanza sicura che quasi tutti sottoscriverebbero un’affermazione del genere senza rifletterci, pensando di essere nel giusto. Un sistema democratico e aperto a tutti: ma siamo sicuri che la meritocrazia sia proprio questo?

Di certo non lo credeva chi ha coniato la parola: Michael Young, ci ricorda Davide Villani nel terzo numero di Jacobin Italia, è il sociologo che ha immaginato una distopia basata proprio sul potere meritocratico (un articolo approfondito sulla figura di Young si trova sul Guardian), un sistema che legittima lo status quo, che “permette di giustificare le disuguaglianze più estreme: non più sulla base della discendenza e sul binomio popolo vs aristocrazia, ma in base al merito“. Infatti come si legge sul sito inglese: “A system of class filtered by meritocracy would, in his view, still be a system of class”. Young metteva in guardia su un siffatto tipo di società e sicuramente non auspicava venisse celebrato come ideale cui giungere.

Oggi molti sono convinti di vivere in un sistema meritocratico, nel Regno Unito e negli USA ma anche in altri paesi, seppure in misura minore. Come ci spiega Clifton Mark su The Vision quest’idea è falsa; che siano più determinanti le capacità personali della fortuna è infatti infondato, così come è fallace credere che il sistema dia le stesse opportunità a tutti. Non si tratta però di un inganno innocuo, perché credere nella meritocrazia tende invece a rinforzare le disuguaglianze: “un numero sempre più ricco di ricerche di psicologia e neuroscienze suggerisce che credere nella meritocrazia non solo sia fallace, ma renda le persone più egoiste, meno autocritiche e più inclini ad atteggiamenti discriminatori”.

Soffermarsi sulla meritocrazia incoraggia le discriminazioni che dovrebbe eliminare, hanno scoperto alcuni studiosi che

suggeriscono che questo “paradosso della meritocrazia” avvenga perché adottandola esplicitamente come un valore, convince i soggetti della legittimità della propria morale. Convinti di essere nel giusto, diventano meno inclini a cercare nel loro comportamento i segnali del pregiudizio.

Queste riflessioni dovrebbero mettere in guardia dall’idolatria che oggi circonda certi concetti, presi per buoni senza alcuna preliminare né tanto meno approfondita discussione, col concreto rischio di sparare grosse stupidaggini come una ministra ha recentemente fatto:

Terranova Meritocrazia

Espulsioni, ovvero comprendere la brutalità del presente

Espulsioni è un testo fondamentale per provare a capire come sta evolvendo il sistema capitalistico. Attraverso un’eccellente bibliografia il libro costruisce una solida ipotesi servendo di una “cassetta degli attrezzi” decisamente utile a chi è interessato ad indagare le recentsassencoveri evoluzioni dell’economia globale. Poiché le parole sono importanti, la ricerca di termini che possano dare significato ai mutamenti socioeconomici in atto, è in realtà difficoltosa e spesso insufficiente, e Saskia Sassen ha il merito di saper trovare le parole “giuste” che anticipa già dal titolo: espulsioni avvengono nelle più disparate sfere della società ad opera di formazioni predatorie che generano una “forma di accumulazione sempre più primitiva”. La brutalità di tale meccanismo socioeconomico genera esclusione, rappresentando la più vistosa differenza con il capitalismo novecentesco, eppure “la complessità concorre a determinare l’invisibilità”: si tratta di forze concettualmente sotterranee.

Saskia Sassen per rendere visibili tali movimenti indaga il margine sistemico, “il luogo in cui si estrinseca la dinamica chiave dell’espulsione dai diversi sistemi in gioco: l’economia, la biosfera, il sociale”. C’è un sottile file rosso che lega questioni apparentemente lontane, che vanno dalle foreclosures seguite alla crisi dei subprime e dei CDS (credit default swaps) allo scioglimento del permafrost, dal frackling ai contadini che vengono allontanati dalle loro terre per fare posto a piantagioni di palme da olio, dai profughi alle carcerazioni.

In riferimento alle carcerazioni, si fa un inquietante collegamento con quelle perpetrate dai regimi dittatoriali e si sostiene inoltre che le popolazioni carcerarie, in particolare negli Stati Uniti e nel Regno Unito, dove si va diffondendo la loro gestione privata, sono “sempre più simili alla versione attuale della manodopera eccedente che caratterizzò i brutali albori del capitalismo moderno”.

In questo contesto nord e sud globale subiscono, seppure in forme spesso diverse, le stesse brutalità. Nel nord si chiama austerity mentre nel sud “programmi di aggiustamento strutturale” ma il risultato è la stessa contrazione dello spazio dell’economia di un paese, che allo stesso tempo non intacca la redditività delle imprese. Inoltre tali programmi sono correttamente definiti “regimi destinati a imporre disciplina“. Illuminante al riguardo il riferimento al caso greco:

la Grecia è soltanto un caso particolarmente semplice e accelerato di tale ristrutturazione, che in altri paesi è semplicemente più mediata e quindi più lenta.

Ciò che avviene è una sorta di “pulizia economica” per cui sistematicamente, sempre più frequentemente e in diversi punti del globo viene espulso ciò che è considerato molesto. Sassen si spinge al punto di riconoscere che non si tratta di anomalia o di una qualche crisi ma esattamente “l’attuale approfondimento sistemico dei rapporti capitalistici“.

Tra le conclusioni degne di nota emerge anche la chiamata alla correità degli stati nazione, sì in crisi d’identità ma non semplici vittime della globalizzazione, in quanto “è di fatto il ramo esecutivo del governo che si allinea sostanzialmente al capitale delle società multinazionali”.

Saskia Sassen comunque non mitizza la fase keynesiana del capitalismo, anzi la pone correttamente in prospettiva: si è trattato di un periodo in cui l’inclusione era conveniente e dunque necessaria per lo sviluppo economico.

Proprio da questi assunti nasce uno dei quesiti che restano al termine della lettura: se il periodo migliore del capitalismo è stato tale per una pura logica economica, se la sua configurazione attuale non è un’anomalia né una semplice crisi, perché non mettere in discussione il capitalismo in sé? Il secondo quesito è posto tra le righe dalla stessa autrice quando afferma la necessità di concettualizzare lo spazio degli espulsi, perché è lì che sarà possibile agire. Un compito ancora enorme anche se agevolato sicuramente da questo testo. In realtà ritengo che i due quesiti siano collegati e le risposte potrebbero essere trovate più facilmente con il soccorso di qualcuno da Treviri.