Abbiamo ragione da vent’anni

Genova non è finita, dicevo, dico, diciamo in tanti, e non è uno slogan. Continuo la mia estate di letture dedicate con un’insolita lentezza, con qualche incidente di percorso (stavo terminando Zona rossa, il numero 54 di Zapruder e puff! Devo capire che fine ha fatto spostandomi da una città all’altra). Intanto ho letto Abbiamo ragione da vent’anni, di biani gubiMauro Biani e Carlo Gubitosa, a cui devo dire grazie perché hanno messo in fila la serie di ragioni che sappiamo di avere, a volte solo intuitivamente o senza ragionarci abbastanza su, con una disamina puntuale, e sapendole mettere in prospettiva con le lotte sociali di oggi. Abbiamo ragione dunque, una ragione che non ci dà conforto, né tregua: perché sarebbe stato meglio per tutti avere avuto torto, oppure essere ascoltati vent’anni fa. Abbiamo, tutti, “perso” vent’anni – al netto della disillusione e del riflusso anche in parte fisiologico sappiamo che non è del tutto così, molti di noi hanno continuato, in mille forme diverse, le battaglie di allora – e avremmo potuto affrontare anche l’emergenza Covid in maniera sicuramente più efficace:

I big data e le statistiche mondiali non ci permettono più di ignorare un’evidenza che era già chiara a chi ha manifestato nel 2001 per far cambiare rotta agli otto governi più potenti del mondo: la scienza è inutile senza giustizia sociale; la medicina non funziona senza un sistema sanitario pubblico che garantisca le cure essenziali; le innovazioni scientifiche rimangono un privilegio per le élite se non vanno incontro agli strati più deboli delle popolazioni.

Questo libro mi aiuta a riflettere sul fatto che non basta la memoria, e non bastano le nostre ragioni di allora; per questo credo sia coniugato al presente, non avevamo solo ragione, no, noi abbiamo ragione da vent’anni, e su tutti i fronti.

Sulle migrazioni, basta ricordare che a Genova le manifestazioni si aprirono il 19 con il coloratissimo corteo dei migranti, un colpo d’occhio che riempiva i cuori e non poteva certo lasciare presagire quel che sarebbero stati i giorni successivi. E poi sull’economia:

Abbiamo ragione da vent’anni: un sistema economico che consente queste truffe legalizzate, e permette a multinazionali di saccheggiare interi continenti, non è più tollerabile, né sostenibile. Non lo era ieri quando il continente saccheggiato era l’Africa, non lo è oggi quando l’economia predatoria svuota di ricchezza anche l’Europa, e il peso del carico fiscale è scaricato sulle spalle delle piccole imprese locali.

L’Afghanistan, improvvisamente ritornato all’attenzione mediatica per il frettoloso ritiro statunitense che ha riconsegnato, previo accordo, il paese ai talebani, oggi ci conferma, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che

Avevamo ragione anche sulle guerre che ci hanno tappato la bocca a pochi giorni di distanza dalla nostra protesta, usando come pretesto gli attentati dell’11 settembre 2001 per cancellare dal dibattito politico le ragioni dei movimenti per la globalizzazione dei diritti.

E cosa dire dei cambiamenti climatici? La lunga ondata di caldo nel Mediterraneo, intervallata nelle zone europee centrali e nel Nord Italia da fenomeni estremi sempre più frequenti, dovrebbe dirci qualcosa. E il caldo anomalo che sta iniziando ad investire il Sud America, dove ricordiamo sarebbero ancora nella stagione invernale? “Abbiamo ragione da vent’anni a dire che gli otto governi più potenti del mondo hanno messo a rischio la sopravvivenza del pianeta”. E vent’anni fa non riuscivano a mettersi d’accordo neanche sul Protocollo di Kyoto, mentre oggi sappiamo che molto di più audace sarebbe necessario solo per limitare i danni.

Avevamo ragione anche sulla repressione delle proteste, molto di più di quanto pensassimo, e l’impegno di chi in questi anni è stato a fianco di chi ha pagato per conto di tutti ci ha aiutato ad avere la misura di quanta amara ragione avessimo.

Dal 2001 a oggi abbiamo avuto ragione anche su Piazza Alimonda, Diaz, Bolzaneto e la repressione militare del dissenso. Si possono negare o ridicolizzare quelle ragioni, ma di fronte alle storie, alla cronaca, ai dati di realtà e alle conseguenze devastanti delle politiche che abbiamo cercato di combattere, chi protestava a Genova era nel giusto, e aveva torto chi ha represso nel sangue quella protesta.

Come molto di quello che è stato prodotto intorno al ventennale di Genova, non si tratta solo di memoria, di ricordo. Questo libro manca di autocommiserazione ed è pieno di speranza, questa è la sua forza. Perché anche se sappiamo che è dura, sappiamo ancora oggi che un altro mondo è possibile.

Il mondo è pieno di “cause perse” da sostenere contro forze soverchianti, per affermare un’idea di futuro o un ideale di giustizia. Ma ogni tanto, ed è questo il bello quando non ti arrendi mai alle ingiustizie, capita che una di queste cause perse diventi un passo avanti nel progresso umano e sociale; capita che una lotta sociale di alcuni diventi conquista civile per tutti; capita che le formiche delle piazze riescano a smuovere le montagne della politica.

Teoria della classe disagiata

Se mi chiedono quali speranze ci restano, io risponderò con Kafka: c’è molta speranza, ma nessuna per noi.

Se questo è il migliore dei mondi possibili, figuriamoci gli altri.

ravDa aspirante disagiata, tenevo da un po’ in coda di lettura l’esordio saggistico di Raffaele Alberto Ventura, sul quale avevo visto molti rimandi e citazioni. Tocca leggerlo, mi dissi e finalmente l’ho fatto. Come mi ha detto Pietro ha molti spunti interessanti. Da sociologa mancata (a proposito di disagio) apprezzo molto i continui richiami teorici, sin dal titolo che evidentemente cita il classico di Veblen, così come gli innumerevoli rimandi letterari. L’autore ci parla invece del rischio concreto, nel senso che è già realtà in non pochi casi, del declassamento del ceto medio occidentale.

Siamo praticamente coetanei e la percezione del disagio è una condizione comune della nostra generazione, educata ad avere grandi aspirazioni in un contesto in cui il boom economico è un ricordo irripetibile e il capitalismo è in una fase di declino “vistoso”. Sembra passato un secolo dagli anni Novanta:

Una generazione che si è impegnata ad accumulare titoli, “capitale posizionale” per poi scoprire che non c’è posto per tutti: “I più pragmatici tra di noi sceglieranno un compromesso con la realtà, ovvero la condanna a una vita quotidiana fatta di fatica, noia, umiliazione e risentimento, insomma il cosiddetto successo.”

La critica del sistema economico è necessaria, Ventura coglie il punto col riferimento alla caduta tendenziale del saggio di profitto, riconoscendo la crisi strutturale del capitalismo. Però ammette che questa non è universalmente riconosciuta e ne dà una spiegazione forse un po’ prosaica: “c’è innanzitutto una ragione culturale: una grande maggioranza della popolazione oggi vivente è nata dopo gli anni Trenta e non conosce nient’altro che la società del benessere”.

È interessante tra l’altro tutto il discorso intorno ai livelli di istruzione in rapporto alla crescita economica, una correlazione che non è affatto dimostrata:

Se un’ipotetica società ripartisce la ricchezza in funzione dei risultati a una corsa, il più veloce avrà un guadagno superiore a quello del più lento. Ma questo non implica che correndo si sia creata della ricchezza, né che correndo tutti più veloce si possa influire sulla ricchezza complessiva. Al contrario, saremo soltanto tutti più stanchi.

Sarebbe plausibile al contrario una relazione inversa, per cui all’aumentare della ricchezza aumentano anche le possibilità educative e quindi i livelli di istruzione.

Del resto il sistema educativo, fondato sulla carta sul diritto all’istruzione di tutti, è concepito e modellato per garantire forza lavoro “utile” e adattabile al sistema produttivo, e questo mi pare sfugga all’autore. Guardandoci intorno non sembrano tanto campate in aria, anzi piuttosto profetiche, le parole di Ivan Illich così parafrasate: “il sistema educativo rappresenta innanzitutto un costo privato per coloro che inseguono la promessa di un’improbabile ascesa sociale” e “un costo pubblico poiché si chiede allo Stato di finanziare una crescente domanda di educazione drogata dalla competizione per l’accesso al mondo del lavoro.”

Le osservazioni e i ragionamenti lungo il testo sono stimolanti, come quando riflette sul fatto che gli economisti ortodossi non avrebbero mai potuto prevedere la crisi del 2008 essendo immersi nei loro modelli, fallati alla base, o quando denuncia il carattere distruttivo del modello competitivo, cardine del sistema. La perla finale è la riproduzione del tema scritto da Marx per la licenza liceale, il suo primo scritto conosciuto, del 1835. Resta comunque la contraddizione insanabile di essere uno che è “riuscito”, che è emerso dalla massa della classe disagiata, e parlando personalmente, a me è rimasto un po’ di amaro in bocca una volta finito di leggerlo. Diversi spunti validi ma il quadro mi sembra alla fine confuso. Sarà pure un libro da leggere però continuo ad avere le mie perplessità… potrebbe anche darsi che non riesca a perdonargli di sentirsi superiore a Walter White, e forse a tutti noi. Cercando di capire cosa non mi convince di questo testo sono andata a caccia di recensioni, fino a trovare quella su commonware relativa in realtà alla “trilogia” risultante dai tre libri ormai pubblicati da Raffaele Alberto Ventura. Leggendola mi sono resa conto che l’uso strumentale del termine ‘classe‘ è probabilmente il principale elemento che mi disturba. Dice infatti Roggero nell’articolo:

La classe per noi resta al contrario una definizione politica, la posta in palio di un processo di lotta. Non è una banale questione terminologica bensì di sostanza, di postura e prospettiva politica. L’autore legge il declassamento degli ex agiati come una «tragedia della borghesia». Cosa succede, però, quando cambia la collocazione materiale di queste stesse figure, quando le promesse si infrangono, quando il ceto medio non può più continuare a vivere come prima? Questi soggetti non sono oppressi ma mancati oppressori, ci dice: la seconda parte è probabilmente vera ma ciò non significa che sia vera la prima. Anche gli operai possono essere mancati capitalisti, ma ciò non significa che non siano operai. Ci sembra che l’autore resti fermo su una fotografia dell’esistente, una fotografia molto nitida e ottimamente scattata, che tuttavia non riesce a cogliere le possibili tendenze, i punti di tensione, le faglie potenziali. La sua analisi corre cioè il rischio di essere statica, di non presupporre il movimento, di guardare indietro e non avanti. Pur criticando l’ideologia, Ventura ne resta parzialmente impigliato, perdendo di vista la materialità dei rapporti sociali, dunque la talora rapida tumultuosità dei processi e la possibilità della loro rottura e sovversione.

La classe disagiata nei fatti è la classe lavoratrice, che non coincide con gli operai di fabbrica – che non definivano la totalità della classe neanche nell’Ottocento, è bene ricordarlo – ma con tutti coloro che vivono del loro lavoro. E siamo la stragrande maggioranza: l’illusione di essere ceto medio era appunto solo un’illusione, e il boom economico del dopoguerra è stato l’eccezione che ha forse confuso e spiazzato la percezione del nostro collocamento di classe. Il mio timore è che un lavoro come quello di Raffaele Alberto Ventura allontani questa consapevolezza, il risveglio della coscienza di classe che è oggi più necessario che mai, per non soccombere allo stato di cose presente.

Edit: un doveroso aggiornamento dopo la segnalazione ricevuta di due articoli importanti sul libro:

Il disagio della classe disagiata

33780 battute contro la teoria della classe disagiata

Innovation zones, futuro e distopie possibili

Una storia come quella della Superlega è esplosa sui social e da ventiquattr’ore tiene banco lì e suppongo anche sui media tradizionali con tante discussioni sull’appropriazione da parte dei ricchi di uno sport popolare anche se non è proprio così

 

e mancando spesso il punto.

Intanto le notizie su tech e media e soprattutto le analisi sul loro impatto nella nostra vita, superata la fase di hype sono tornate a mimetizzarsi nel flusso informativo, costante quanto ipertrofico, in cui siamo immersi. Dopo l’esplosione del caso Facebook vs Australia e il dibattito che ne è seguito, poco concludente a dire il vero, non fa più tanto clamore il proseguimento da parte di diversi stati dei tentativi di regolamentare l’ambiente online. Con tutti i suoi limiti è importante ad esempio richiamare l’ennesimo appello di Shoshana Zuboff sul rischio che stiamo correndo. Ha attirato ancor meno l’attenzione, almeno in Italia, la notizia sulla possibile prossima creazione di zone extraterritoriali all’interno degli stati. Dopo la nascita dello stato moderno praticamente ogni superficie del globo è stata regolamentata e affidata alla giurisdizione di una qualche entità statale. E nonostante la retorica sulla fine della centralità degli stati, né le organizzazioni internazionali o regionali né altre entità si sono dimostrate in grado di soppiantare il ruolo dello stato moderno. Eppure ci sono oggi entità extraterritoriali ben più potenti di tanti stati, e che si possono permettere, perché glielo permettono, è bene sottolinearlo, di agire al di là delle norme imposte a tutti coloro che risiedono all’interno di un territorio. Ciò si ricollega a quel che dicevamo sulla mancata regolazione delle aziende tech le quali hanno una dimensione, una pervasività e una trasversalità territoriale tali da poter dettare le condizioni, anche quando agiscono anche molto materialmente sui singoli territori.

Il vuoto normativo, il ritardo nell’implementare leggi che ricomprendessero realtà nel frattempo autoimpostesi, si accompagnano ovviamente ad un’ideologia che ha reso normale lo strapotere indiscriminato delle big tech. Quell’ideologia è il capitalismo, all’alba del XXI secolo apparentemente unico baluardo rimasto a dominare incontrastato, nonostante i suoi continui fallimenti: la crisi del 2008 è solo il penultimo tra questi, mentre la pandemia iniziata nel 2020 lo è sia nella sua origine che nella successiva gestione e ne paghiamo le conseguenze quotidianamente e in maniera drammatica. Un mondo nuovissimo, dominato da tecnologie che solo cinquant’anni fa avremmo considerato fantascientifiche, eppure tutto si organizza e si regge ancora su una teoria economica vecchia di secoli e basata su presupposti falsi o del tutto fittizi come la concorrenza perfetta e l’equilibrio di mercato. È per questo forse che non desta particolare scalpore la proposta di creare zone semi-autonome gestite da imprese tech tramite strumenti innovativi come le blockchain.  Un passo ulteriore nel concetto di smart city perché così si svincola totalmente dal potere statale.

La proposta del governo del Nevada è stata diffusa da The Nevada Independent e poi ripresa anche da altri siti di news come la BBC e riguarda delle particolari zone d’innovazione. La Blockchains LLC, l’azienda su cui è costruita la proposta, semplicemente dichiara che le regole che attualmente governano le comunità sono troppo rigide per i progetti “rivoluzionari” che hanno in mente. L’idea è quindi di creare distretti autonomi con la capacità di riscuotere tasse, gestire l’educazione obbligatoria, il trasporto locale e gli altri servizi normalmente demandati ai governi locali. Per creare una zona un privato deve possedere un’area di almeno 50.000 acri, garantire l’investimento di 1 miliardo di dollari (in dieci anni) e prevedere una tassazione specifica sulla tecnologia innovativa presente nella zona. Si tratta di conurbamenti creati dal nulla: “not have any permanent residents at the time of the application and not be part of any pre-existing city”. Se approvata la zona avrebbe tutti i poteri delle tipiche autorità locali e sarebbe retta da tre supervisori nominati dal governatore, due scelti da una lista di cinque candidati proposti dalla zona, nessuno dei quali con interessi economici diretti. Completato il “passaggio di consegne” con tutti i servizi locali affidati alla zona, questa non sarà più soggetta alle norme della contea. Si tratta di una svolta epocale che fa impallidire la pur inquietante Shitty Tech Adoption Curve che spiega bene Cory Doctorow in una serie di tweet qui raccolti. Ciò che è stato rivelato di questo piano va osservato più da vicino.

Unveiled last year, the plan envisions a city of more than 36,000 residents, 15,000 homes, and 11 million sq ft of commercial space. Blockchain estimates that, eventually, the city will generate $4.6bn in output annually.

For this to happen, Mr Berns says a new model of local government is needed in Nevada. This government would have powers to raise taxes, enforce the law, and administer public services such as schools, utilities and transport.

“There are some really cool things we could develop if we had the area and the flexibility to do it. That’s what this is about,” Mr Berns told the BBC.

Interrogato sulla filosofia dietro il proprio progetto, il fondatore di Blockchains risponde mettendo in campo una finta equidistanza tra stato e mercato e sfoggiando una prevedibile fiducia nel futuro e nella tecnologia:

“I’m not anti-government,” Mr Berns said. “But I do think the government has stuck its nose into our business too much. I think corporate America is worse than the government as far as sticking their nose in our business is concerned. So I’m trying to create a place where they can’t interfere.” For Mr Berns, “they” are an impediment to a future without risk-averse politicians who stifle innovation, or unaccountable tech firms that harvest our data for profit. Blockchain, Mr Berns argues, will help us invent that future.

“I want to create a place where we can rethink things. Where we can democratise democracy,”

Il senso di distopia nel pensare alla creazione di queste innovation zones per quanto mi riguarda è fortissimo. Il precedente è pericoloso, e mi sembra la trama di un film che non può finire che male, molto male.

Pandemia, compagni e supposte inconciliabilità

Continuo a leggere critiche da parte di compagni ai post dei Wu Ming, come se fossero “negazionisti”, anche quando spiegano la strumentalità – e la tossicità – del termine negazionista. Ciò mi porta a riflettere sugli aspetti sociali legati alla pandemia, troppo trascurati. Io a ‘sto giro sono impegnata col tirocinio quindi “non ho tempo” per deprimermi o avere troppa paura, non so in caso contrario se avrei avuto la forza che mi ha sostenuta durante il primo lockdown. Intorno a me vedo paura, più spesso angoscia. Molte persone sono consapevoli di non riuscire a controllare le proprie emozioni; vedo nevrosi, troppo nervosismo, ansia. Siamo tutti sospesi sull’orlo di un baratro. E questa è una delle conseguenze della pandemia, anche se trascurata. Non so se si tratta di un altro effetto, trasversale, dell’ipermedicalizzazione della nostra società. Purtroppo ho sempre rimandato letture come quelle dei libri di Illich che sarebbero estremamente utili in questo momento. Una parola che si ripete, la scrivono in tanti su Giap, è virocentrismo. Non significa che si dovrebbe ignorare la pandemia, impossibile farlo, né s’intende negarne l’esistenza o la gravità, però questa ci ha bloccati al punto che si fatica a parlar d’altro. È la priorità, ma la vita scorre comunque, e ignorarlo, in campo medico ad esempio, comporta non pochi “danni collaterali”, con ritardi gravi nella prevenzione, nel controllo e nella cura di una serie di patologie che non verranno conteggiate nelle stime ufficiali. Ecco, preso questo dato, lo stesso avviene con le dovute proporzioni per i rischi sulla salute psicofisica di tutti noi. Star bene non vuol dire solo essere negativi al tampone, lo sappiamo ma forse ce ne dimentichiamo, presi dalla paranoia. Io per prima che per una sudata in bici (grandissima sensazione di libertà che mi mancava da troppo tempo) ho accusato qualche sintomo influenzale che razionalizzando ho associato all’evento specifico, e che però mi ha provocato non poche ansie – avrei voluto fare testamento, per dirla con una battuta. E ritorno sul punto della salute mentale perché mi sembra prioritaria, e troppo trascurata. Come dicono i Wu Ming, 

I controlli fatti dopo la fine di #iorestoacasa (da maggio in poi) hanno riscontrato un aumento generalizzato di suicidi, violenze domestiche, femminicidi, vendite di psicofarmaci, depressione, ansia e disturbi alimentari tra bambini e adolescenti, azzardopatia, dipendenza da Internet e da video e molti altri disturbi. 

E non bisogna andare lontano, né dimenticarsi che la seconda ondata è peggiore perché è anche sparito quell’orizzonte di stabilità futura che potevamo intravedere a marzo (la vulgata era “qualche settimana, qualche mese al massimo di sacrifici da parte di tutti e si tornerà alla normalità”). Il nostro prossimo orizzonte è un Natale contingentato se non proprio chiuso, e pochi riescono a credere alle rassicurazioni governative su fine pandemia e salvezza da vaccino – un’incognita enorme che ci si ostina a considerare vicinissima a noi. Quotidianamente parlo con colleghi e amici che mi raccontano di ragazzi murati dentro da mesi, oppure della difficoltà personale di sentirsi sicuri uscendo di casa anche solo per andare a lavoro. Se ripenso all’angoscia provocata dall’11 settembre mi sembra che un po’ rimpicciolisca di fronte al nostro presente.

Continuo ad esplorare le dimensioni del nostro disagio cercando di orientare almeno me stessa, se non chi mi sta intorno. L’angoscia che ci pervade ha anche molto a che vedere con il rapporto malsano che come società abbiamo con la morte; ne parlano ancora una volta i Wu Ming riguardo al divieto di assistere ai funerali, raccontando la tanatofobia e citando un testo che ho in coda di lettura da un po’, Storia della morte in Occidente. L’autore del libro, lo storico Philippe Ariés “constatava che la morte, nelle società capitalistiche, era stata “addomesticata”, burocratizzata, in parte deritualizzata e separata il più possibile dal novero dei vivi, per “evitare (…) alla società il turbamento e l’emozione troppo forte” del morire, e mantenere l’idea che la vita “è sempre felice o deve averne sempre l’aria”.

Durante il lockdown di primavera sono stati svolti in piena clandestinità dei brevi riti funebri, e questo mi sembra esemplare di un legame con la fine della vita che è tipicamente umano e difficile da cancellare, nonostante il capitalismo faccia di tutto per metterlo quanto meno in sordina. Torno a me, non potrei fare altrimenti: i miei cari sono sepolti in un comune diverso da dove vivo e mi pare di capire che non posso andare a “trovarli” essendo la Sicilia in zona arancione perché non è una necessità. Il che poi è molto soggettivo, io magari l’avverto come tale, ma capisco che non fa girare abbastanza denaro, non produce capitalisticamente e quindi non si può fare. Che poi assembramenti nei cimiteri ne ho visti pochi, evitando puntualmente di andare quella volta l’anno in cui è istituzionalizzato il dovere morale di fare visita ai defunti.

La fine della vita è un momento imprescindibile del nostro essere sociale, e non posso non pensare a tutte le morti solitarie che ci vengono imposte a causa della pandemia, quanta ulteriore solitudine stiamo scontando. È qualcosa che ci manca, ci sta mancando, ci è mancato molto anche a causa dell’estrema individualizzazione della nostra società.

Riflettevo giusto ieri sulla necessità di parlarci, oggi particolarmente urgente seppure difficile, tra la nostra generale afasia e la polarizzazione che ci attraversa, con la pandemia che funziona ancora una volta, oltre l’ambito economico, da acceleratore. Per tornare al discorso con cui ho aperto il post, e cioè le incomprensioni e le fratture apparentemente insanabili tra compagni, faccio fatica a comprendere alcune obiezioni che sembrano più prese di posizioni assunte per principio, mentre un tentativo dialogico sarebbe opportuno. Sto provando a confrontarmi su Twitter, un social che riesco ancora ad utilizzare in qualche misura nonostante le evidenti e sempre maggiori distorsioni del mezzo, e fino ad ora non ho trovato muri ma dialogo costruttivo e la convergenza almeno parziale di diverse posizioni e sensibilità, per questo non capisco l’apparente inconciliabilità che sembra la cifra di molta sinistra con se stessa.  Provo a comprendere e vedo che le diverse esperienze personali ci plasmano in maniera forse esagerata, ma credo che sia scontato che accada. Continuo a navigare tra angoscia e polemiche, vedendo sprazzi di dialogo costruttivo, sperando che il dialogo possa servire a rafforzarci, collettivamente, per la solita storia si sa, together we stand divided we fall.

Sull’irrealismo capitalista

Questo breve post solo per segnalare che nel nuovo numero di rizomatica è presente un mio piccolo contributo:

L’irrealismo capitalista dell’individuo senza società

di V. Siracusano Raffa
A guardare superficialmente l’evoluzione dei rapporti tra individuo e società si potrebbe pensare che l’individualismo potrebbe aver vinto su tutta la linea. Il sistema capitalistico infatti accentua proprio… continua qui.

La rivista è scaricabile in formato .epub e .pdf per una lettura agevole, è anche possibile leggere i singoli contributi pubblicati man mano sul blog. Buona lettura!