Immuni ma non alla sorveglianza

Leggo per quanto riguarda la fantomatica app Immuni che dovrebbe tracciare la popolazione e segnalare se si hanno avuto contatti con soggetti contagiati, annunciata in maniera roboante come strategia “volontaria”, che si ipotizzano ulteriori limiti alla mobilità per chi decida di non utilizzarla. Ulteriori perché anche utilizzando l’app (o in alternativa un braccialetto!) saranno previste delle restrizioni alla mobilità. Chi si oppone tra le altre cose parla dell’obbligo di uso dello smartphone (o del credito per le connessioni mobili, ché in Italia le numerose offerte sono tutt’altro che economiche) ma ancora prima io chiederei quali altri strumenti si pensa di affiancare all’app, perché da sola non potrebbe mai essere efficace. I tamponi? Riusciremo a farli in maniera estesa? Saremo in grado di potenziare la sanità pubblica nel frattempo?

Stefania Maurizi (@SMaurizi su Twitter), giornalista investigativa da poco “scappata” da Repubblica, che ha lavorato sui Wikileaks e sui file di Snowden e che quindi ha una conoscenza professionale e approfondita sulle questioni della sorveglianza digitale, non smette di lanciare l’allarme sul tema chiedendo che se ne discuta pubblicamente. Neanche dopo l’11 settembre, afferma, si è arrivati ad uno scenario simile, una sorveglianza di massa che integra i dati sulla salute, da decenni ormai definiti dati sensibili e quindi maggiormente tutelati e dati di localizzazione. Ci sono ovviamente enormi interessi economici e di intelligence intorno a questo settore. Il dibattito pubblico sul tema invece è tanto necessario quanto assente, soprattutto in Italia direi, dove temo che una discreta maggioranza non veda l’ora di scaricare sul proprio telefono un’app di tracciamento sul cui funzionamento e sulle cui garanzie di sicurezza nessuno saprebbe dare risposte certe.

Maurizi

Il problema è dunque a monte, ed è connesso all’assenza generale di un dibattito sul capitalismo della sorveglianza e sull’entusiastico ed incosciente utilizzo dei social media e delle piattaforme digitali in assenza di una minima alfabetizzazione informatica che andrebbe invece garantita a tutti. Nessuno nega che la questione del Covid-19 sia grave ed urgente, mentre leggo che si fanno pericolosi paralleli coi No Vax (really?) chiamando No Trax chi si permette di fare domande o mettere in discussione il percorso che si va tracciando (mi perdonerete il gioco di parole). Semplicemente non tutte le soluzioni sono uguali, e se una non vale l’altra, allora occorre valutare tempestivamente e a tutto tondo le conseguenze di medio e lungo termine delle scelte che si vogliono effettuare. Dire che non è questo il momento di far polemica sembra la mossa dello struzzo, perché un dopo, se e quando arriverà sarà tardi per tornare indietro sui passi fatti.

Un esempio calzante e che riguarda da vicino quasi tutte le famiglie (basta avere un figlio in età scolare e/o essere docenti) è quello della didattica a distanza, promossa in fretta e furia, senza la preparazione tecnica, umana, professionale, e ancor meno strutturale necessaria, e quindi improvvisata e lasciata alla buona volontà e, occorre dirlo, a tantissimo lavoro supplementare di un comparto, quello educativo, ormai storicamente bistrattato. I risultati parziali sono sotto gli occhi dei molti che vedono e vogliono vedere e riflettono innanzitutto le enormi differenze di classe. In tutto ciò, tranne poche voci fuori dal coro, la retorica dominante elogia la novità e ne auspica il mantenimento, tacendo evidentemente delle enormi difficoltà cui si sta andando incontro e che si rifletteranno in maniera pesante a settembre, sempre che si torni davvero sui banchi di scuola. Questo avviene inoltre facendo affidamento esclusivo a piattaforme digitali che sono i principali colossi della rete, che hanno poco a cuore la tutela della privacy e della sicurezza personale e in più, acquisiscono tramite la scuola per la stragrande maggioranza dati di minori, che andrebbero particolarmente tutelati:

Sono un docente ingenuo, non so come fare DAD, didattica a distanza. Vado sul sito del ministero dell’istruzione e vedo il link: «Didattica a distanza». Clicco. Ci sono due menù: il primo è «Esperienze per la didattica a distanza», l’altro «piattaforme».

Sotto questo secondo punto sono elencate tre piattaforme: Google, Microsoft, Amazon. Tre enti privati tra i più potenti al mondo schiaffati in bella mostra (da Giap, Brodo di DAD. Appunti per non farsi bollire a scuola durante e dopo l’emergenza coronavirus).

Infine, per essere chiari, quando parliamo di sicurezza in ambiente digitale ed in particolare nel contesto di applicazioni che gestiscono dati personali e sensibili, temiamo esattamente questo:

Proposed government coronavirus tracking app falls at the first hurdle due to data breach

The source code of a proposed app for tracing COVID-19 exposed user data after being published online.

A mobile application proposed to the government of the Netherlands as a means to track COVID-19 has already fallen short of acceptable security standards by leaking user data.

The app, Covid19 Alert, was one of seven applications presented to the Ministry of Health, Welfare, and Sport, as reported by RTL Nieuws.

The shortlisted mobile app’s source code was published online over the weekend for scrutiny as the government decides which solution to back. It was not long before developers realized that the source files contained user data — originating from another application.

According to the publication, the app contained close to 200 full names, email addresses, and hashed user passwords stored in a database from another project linked to an Immotef developer.

The source code was quickly pulled, but the damage was already done, with one developer criticizing the leak as “amateurish.” (continua qui).

Se l’obiezione è “tanto siamo tutti già tracciati” è sbagliata dal principio. Primo perché lo siamo ad un livello di scala ampio ma differente, molto ridotto rispetto a quello che ci aspetta. Secondo perché formalmente siamo liberi di non farci tracciare, se ciò accade è perché lo vogliamo o perché non ci rendiamo conto delle implicazioni che comporta e se ne fossimo a conoscenza interromperemmo questo processo. In ogni caso, è necessario conoscere bene come funzionano i dispositivi che utilizziamo e scegliere consapevolmente se continuare a farlo o cercare alternative. Per alcune cose probabilmente niente è meglio di qualcos’altro; in particolare se questi si basano su gamification e inducono FOMO, questo è un segnale che ne indica la pericolosità intrinseca. Se non conoscete bene queste tematiche e vorreste approfondire, in primo luogo suggerirei di leggere il libro di Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, di cui parlo qui e di vedere la puntata di Presa diretta sull’argomento per farsi un’idea.

Avevamo ragione noi

I’m breaking in, shaping up, then checking out on the prison bus
This is it, the apocalypse
Whoa oh

I’m waking up, I feel it in my bones
Enough to make my system blow
Welcome to the new age, to the new age
Welcome to the new age, to the new age

(Radioactive, Imagine Dragons)

Dopo la sovraesposizione dei giorni scorsi, sono arrivata alla fase di riflusso. Mi riferisco all’immersione quasi costante nella lettura di approfondimenti, analisi e narrazioni delle conseguenze sociali, economiche e politiche dell’attuale emergenza. Ho accuratamente evitato il frame dominante, la conta dei morti, la retorica mainstream dell’#andràtuttobene e del #iorestoacasa, per la mia salute mentale, e mi ha fatto bene concentrarmi sul resto. Però sono arrivata ad un punto critico. Le giornate passano, l’emergenza resta e ho bisogno di spostare il focus perché la routine quotidiana non può proseguire a questi ritmi. Ho intenzione di proseguire la lettura quotidiana dei blog tramite Feedly, che è già un bell’impegno, rallentare le incursioni su Twitter e usare Mastodon in maniera parsimoniosa, e possibilmente eludendo l’argomento unico. Voglio riprendere a leggere con costanza altro, libri che parlino d’altro (anche se è difficile, nel libro della Klein del 2017 che sto leggendo ho trovato diversi riferimenti all’oggi, ma è fisiologico in certa saggistica). Più narrativa allora, e più attività fisica: ho già iniziato un programma di trenta minuti al giorno, e mi fa stare meglio. Appena finisce il colpo di coda dell’inverno devo dedicarmi alle piante, quelle che stanno fiorendo, le grasse che riprendono la crescita, le piante verdi che sono state pure un po’ trascurate. L’altro giorno pensavo che è un peccato non poter andare per vivai a cercare nuove inquiline, pazienza, non sono necessità. È necessità sicuramente occuparmi del nano, ancora è in una fase per cui non gli manca la routine scolastica, ma gli manca sicuramente uscire, cavoli gli manca la nonna che abita sotto e che vede solo tramite video. L’altro giorno al mio ennesimo diniego mi ha risposto “ma io non ho il virus”. Ecco che forse ha ragione chi dice che saranno loro a socializzare la nostra rabbia, anche se spero che siamo noi stessi perché tempo non ne abbiamo più e non sarebbe neanche giusto. Nell’attesa di capire come e in che forma dargli l’ora d’aria voglio organizzare delle attività un minimo strutturate durante le lunghe giornate. E vorrei prendere anche quaderni e colori anche se non ho capito se è possibile trovarli/acquistarli. Il grande rimosso dei bambini, dimenticati dalla legge e dagli uomini, è davvero uno dei punti focali di questa follia chiamata emergenza.

Per fortuna ho la compagnia in casa e qualche hobby che mi torna utile, penso però che c’è gente meno fortunata di me e vorrei poter fare qualcosa. Sicuramente continuo la militanza, il momento è cruciale e si sta dimostrando quello che già sapevo (avevamo ragione noi?) mentre si festeggiano i rialzi in borsa dopo alcune misure prese dalla Fed, e mentre il governo fa l’ennesimo decreto spostando ancora il focus dall’emergenza dei lavoratori, quegli irresponsabili che vorrebbero scioperare per dire semplicemente che non sono carne da macello, che la loro vita vale più del profitto. Stolti!

Avevate ragione voi

Dietro le maschere antigas

Voi

Dietro le vostre barricate

Voi che già allora sapevate che oggi

Avreste avuto ragione voi

Mentre correvate indietro

Noi tutti quanti con le mani verso il cielo

Cercavamo solamente verità

Avevamo ragione noi

(Avevate ragione voi, Linea 77)

Sacrificabili sull’altare del capitale

Il coronavirus è certamente un evento straordinario, ma non imprevedibile. È il quinto virus aggressivo negli ultimi 17 anni, un’eventualità a cui il sistema sanitario dovrebbe essere pronto a rispondere. Non dovrebbe riguardare la “medicina delle catastrofi”, ma una normale pianificazione. Qui la catastrofe è stata generata da scelte economiche e politiche in nome dell’austerità pubblica e della garanzia di profitto privato in un settore in cui è direttamente in gioco la vita delle persone. La catastrofe si chiama capitalismo, e chi ha approvato queste misure e fatto profitti con la privatizzazione della sanità ha la diretta responsabilità delle morti evitabili di queste settimane. (Qui)

Le zone rosse, ristrette pare per salvaguardare il corridoio industriale-logistico Milano – Piacenza, le zone arancioni, in tutta Italia, chiudiamo tutto, ché neanche Duccio di Boris, perché “a noi la qualità ci ha rotto er cazzo”. Gli annunci, gli accordi tra la regione Lombardia e la Confindustria lombarda per garantire la produzione, le lamentele di Coldiretti, che chiede di poter sfruttare studenti e pensionati visto che quella che ormai è pandemia ha chiuso le frontiere ai soliti schiavi sacrificabili. FCA di Pomigliano chiude ma ovviamente non è il padrone saggio, quanto la spinta dal basso, gli scioperi spontanei degli operai che si chiedono quanto siano essenziali le loro attività quando in Italia sta chiudendo (quasi) tutto. E gli scioperi si estendono a macchia d’olio, e seguono da vicino le rivolte nelle carceri dei giorni scorsi, che hanno per un attimo sollevato il velo su parte degli invisibili di questa società al punto da far intervenire le Camere Penali di Modena con un comunicato in cui tra l’altro si legge:

Le uniche informazioni che abbiamo ottenuto su quei fatti sono quelle fornite dalla Polizia Penitenziaria, giacché l’Autorità Giudiziaria (requirente e di Sorveglianza) non ha inteso divulgare notizie di dettaglio sullo svolgersi degli accertamenti.

I morti nelle rivolte del carcere di Modena sono saliti a 9, un numero enorme che lascia sgomenti, ancor di più per il fatto che risulta difficile comprendere come molti di loro siano deceduti nel corso della traduzione o presso l’istituto di destinazione.

La retorica dominante per sconfiggere il virus è diventata #tuttiacasa #iorestoacasa, peccato che non tutti i lavoratori possano restare a casa o lavorare da casa. Al solito restano col cerino in mano i meno garantiti, dagli operai ai precari, sempre i più deboli insomma. Dopo Pomigliano, gli scioperi e le proteste sono stati segnalati un po’ in tutta Italia, da Terni a Marghera, nel bresciano, a Mantova, dal Piemonte a Bologna, dal Varesotto fino a Taranto. A Bologna arriva anche l’invito ai ciclofattorini di astenersi dal lavoro da parte della Riders Union, che dichiarano:

pensiamo al necessario, alla nostra salute, alla nostra vita e a chi sembra non abbia il diritto di poter restare a casa. Chiediamo l’accesso agli ammortizzatori sociali e il diritto di prendere continuità di reddito, perché dobbiamo poter continuare a vivere restando a casa. Chiediamo che il governo metta restrizioni su tutto il territorio nazionale alle consegne a domicilio, prendendo esempio dalle disposizioni della Regione Campania che individuano nel food delivery un possibile veicolo di contagio. Il governo mobiliti inoltre l’Agenzia delle Entrate per provvedere alla restituzione immediata delle ritenute d’acconto per i prestatori occasionali che negli anni 2018 e 2019 sono rimasti al di sotto della soglia dei 5000 euro.

Mentre si avverte un crescente isolamento sociale e politico, dovuto più che al virus alla narrazione intorno ad esso e al rinnovato clima di unità nazionale per cui appare sacrilego criticare il merito delle misure prese, in ogni caso, io continuo a sentire la necessità di guardare oltre l’immediato, verso un futuro non so quanto prossimo ma che si preannuncia terribile, se non si riflette ora e si agisce al più presto per contrastare questo pauroso arretramento collettivo. A proposito di isolamento, mi ha colpito la mole di ringraziamenti e “sospiri di sollievo” letti in calce alla terza parte del diario virale dei Wu Ming, sintomo di un malessere purtroppo molto diffuso. E intanto l’Avvenire si dimostra ancora quotidiano con ottime firme, sorpassando ormai a ripetizione a sinistra qualunque cosa si dichiari di sinistra o progressista in questo paese, mettendo bene a fuoco quanto questa eccezionalità e urgenza sia pericolosa:

questi decreti hanno messo in campo la più intensa limitazione dei diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione dal momento in cui questa è in vigore, cioè da 72 anni a questa parte: non è solo limitata la libertà di circolazione, ma anche quella di riunione, così come il diritto all’istruzione, il diritto al lavoro e la libertà di iniziativa economica, nonché, almeno in parte la libertà di manifestazione del pensiero, la libertà religiosa e la stessa libertà personale, pur con una serie di meccanismi di flessibilizzazione dei divieti e delle prescrizioni che in taluni casi li riducono a mere raccomandazioni.

Oltre la bieca retorica dell’italiano allergico alle regole, io penso che il conformismo sia particolarmente diffuso ai nostri giorni, e in una situazione eccezionale e alienante come quella che stiamo vivendo alle porte delle idi di marzo credo che possa solamente aumentare. Non dico che dovremmo ignorare le indicazioni generali per evitare o comunque rallentare i contagi, non mi sognerei mai, ho paura anche io e ho difficoltà a dormire come non accadeva da tempo, però la soluzione non può essere solo calare la testa e aspettare, perché un giorno questa emergenza sarà rientrata, e quel che avremo fatto nel frattempo sarà importante per determinare cosa saremo dopo.

 

Dentro o fuori (pericolo)

carceriOccorre parlare ancora del coronavirus, o meglio delle sue conseguenze, perché come tutti sanno la situazione si complica, i contagi aumentano nonostante gli sforzi (giusti?) e le misure prese (sufficienti? proporzionate? adatte?). Ma non ho nessuna intenzione di discutere di quanto possa essere frustrante vedere ridotta la mobilità e la libertà del cittadino medio, questo perché sono convinta che il grado di civiltà si misuri in base a come vengono trattati gli ultimi, i più deboli, come i malati, gli immunodepressi, e ignorati totalmente se non si fossero fatti sentire rumorosamente i detenuti. In un paese forcaiolo e sempre pronto ad essere forte con i deboli (e debole con i forti) questo è un discorso complicato perché pare che chi sia in carcere, per qualsiasi ragione, si possa meritare la qualunque. Eppure eravamo il paese di Beccaria. Poi c’è stata anche Mani pulite, tra le altre cose, e in nome di tanti torti subìti dai forti ci si è dati l’autorizzazione ad esserlo coi deboli. Siamo anche il paese di Tortora. La premessa è che le carceri sono sovraffollate, le più sovraffollate d’Europa dice Al Jazeera riportando le proteste in 27 carceri durante la giornata di ieri. Al Jazeera riporta i numeri dati dall’associazione Antigone, secondo cui il sistema carcerario è al 120% della sua capienza; non solo, 42 prigioni sono oltre il 150% della capienza. In realtà le proteste sono iniziate sabato e poi sono dilagate in tutta Italia. La questione del coronavirus, e le misure (ancor più) restrittive come la sospensione delle visite, sono state la scintilla ma evidentemente la situazione era già insostenibile, la paura ha fatto il resto, visto che probire le visite o le uscite non garantisce che chi è dentro sia al sicuro. Anzi le condizioni igienico-sanitarie e la presenza di altre malattie che comportano una minore funzionalità del sistema immunitario, come riportato in un appello per la sospensione della pena ai detenuti anziani e malati e per un’amnistia, dicono il contrario. Non sono richieste folli, basti pensare che mentre i reati sono costantemente in calo la popolazione carceraria aumenta, a causa principalmente di inasprimenti delle pene per reati minori e non violenti – e qui si dovrebbe aprire un capitolo a parte sul tema droghe, che riguarda circa il 30% della popolazione carceraria! Meglio di me comunque si spiega Luca Abbà, in questa riflessione condivisa dalla compagna FiloSottile. Qualcuno ribatterà dicendo che chi è in galera è più al sicuro e potrei rispondere dicendo di offrirsi di stare al loro posto, vista la criticità, ma rispondo diversamente, con la conferma dell’Ausl di Modena di un detenuto positivo al tampone; Modena dove ci sono stati nove morti, durante/per le proteste, anche se ci si è affrettato a dire che le morti sono dovute ad overdose di farmaci rubati in infermeria (almeno due secondo la polizia penitenziaria), altri tre morti, ufficialmente per gli stessi motivi, a Rieti. Le carceri non sono più sicure, anzi lo sono meno rispetto all’esterno, come dice un articolo che parla in particolare delle prigioni statunitensi, ma che potrebbe benissimo riferirsi anche alle nostre. Ancora una volta, l’emergenza coronavirus potrebbe servire per aprire un dibattito necessario, per mettere in discussione uno status quo che si dimostra ancora una volta insostenibile, umanamente, socialmente, economicamente.

I dati Oxfam e il migliore dei mondi possibili

Time to care – Aver cura di noi” è il nuovo rapporto sulle diseguaglianze sociali ed economiche pubblicato due giorni fa da Oxfam, alla vigilia del Forum economico mondiale di Davos iniziato ieri. La notizia è che le disuguaglianze crescono, e non dovrebbe stupire, Come riporta il Sole 24 ore:

A livello mondiale, la ricchezza globale, in crescita tra giugno 2018 e giugno 2019, resta fortemente concentrata al vertice della piramide distributiva: l’1% più ricco, sotto il profilo patrimoniale, deteneva a metà 2019 più del doppio della ricchezza netta posseduta da 6,9 miliardi di persone, afferma il rapporto «Time to care» di Oxfam.
Ribaltando la prospettiva, la quota di ricchezza della metà più povera dell’umanità – circa 3,8 miliardi di persone – non sfiorava nemmeno l’1%. Nel mondo 2.153 miliardari detenevano più ricchezza di 4,6 miliardi di persone, circa il 60% della popolazione globale. Il patrimonio delle 22 persone più facoltose era superiore alla ricchezza di tutte le donne africane.

Il rapporto quest’anno si concentra sul lavoro domestico e di cura, sottopagato o non retribuito, che grava soprattutto sulle donne:

A livello globale le donne impiegano 12,5 miliardi di ore in lavoro di cura non retribuito ogni giorno, un contributo all’economia globale che vale almeno 10,8 trilioni di dollari all’anno, tre volte il valore del mercato globale di beni e servizi tecnologici. Nel mondo – sottolinea ancora il rapporto Oxfam – il 42% delle donne di fatto non può lavorare perché deve farsi carico della cura di familiari come anziani, bambini, disabili; solo il 6% degli uomini si trova nella medesima situazione.

Nel rapporto si legge che questo capitalismo è “sessista e sfruttatore“, come sottolinea Roberto Ciccarelli sul manifesto: “il dominio di classe e quello patriarcale sono fondati sullo sfruttamento del lavoro di cura non retribuito delle donne”. E ancora: ” La situazione può essere descritta in termini marxiani, oggi diffusi anche nelle analisi del lavoro di cura: il lavoro di cura è essenziale alla creazione del valore, ma la forza lavoro che lo produce è invisibile. Inoltre le vite e gli stili di vita dei super-ricchi dipendono dalla sua attività”.

La critica del sistema di produzione è evidente e sottolineata da Ciccarelli nella conclusione del suo articolo:

«UN MILIARDARIO è un fallimento politico». Costruire una società più giusta, libera dalla povertà estrema, richiede la fine della ricchezza estrema, precisa Oxfam. Dal punto di vista di una critica dell’economia politica, il fallimento per una società coincide con il successo del Capitale. Restiamo nell’esigente attesa del tempo in cui «la parte di redentrice delle generazioni future», di cui parlava Walter Benjamin nelle sue tesi sulla filosofia della storia, sarà di nuovo interpretata dagli sfruttati e dagli oppressi. E sarà più facile immaginare la fine del capitalismo, e non quella del pianeta.

L’articolo del Sole 24 ore ovviamente non dice nulla su questo punto, ma quanto meno riconosce l’esistenza e l’inasprimento delle disuguaglianze economiche, cosa che non fanno Luciano Capone e Carlo Stagnaro che sul Foglio smentiscono l’analisi di Oxfam criticandone la metodologia e arrivando a dichiarare che il trend è esattamente opposto; insomma, non siamo stati mai meglio di così ed è merito del capitale. Non stupisce che l’articolo sia rilanciato sul sito dell’Istituto Bruno Leoni, il cui slogan è “idee per il libero mercato”. Ma vediamo nel dettaglio cosa dicono gli autori:

Per capire quanto sia infondato l’approccio scandalistico di questa associazione che ogni anno conquista i titoli dei principali media del mondo come una specie di Codacons globale, basterebbe riprendere gli slogan delle edizioni passate: nel 2017 si denunciava che solo 8 miliardari possedevano la stessa ricchezza di mezzo mondo (3,6 miliardi di persone); nel 2018, per pareggiare la ricchezza della metà più povera, di miliardari ce ne volevano 42; l’anno scorso 26. Quest’anno circa 2 mila. Quindi, secondo lo standard di Oxfam, le cose dovrebbero essere nettamente migliorate. Nonostante il “sistema economico difettoso e sessista”, le distanze tra i fortunati e i più miseri sembrano essersi accorciate: la ricchezza in mano ai miliardari è scesa da 9,2 mila miliardi di dollari nel 2018 a 8,7 nel 2019 (-6 per cento). Questo dato non viene enfatizzato, al contrario di quanto fatto in passato di fronte a cambiamenti di segno opposto.

Agli autori non passa proprio per la testa che se anche la ricchezza dei miliardari diminuisce (ma poveretti!) è sintomo che il capitalismo non riesce a contrastare ad esempio la caduta tendenziale del saggio di profitto, un dato scoperto da Karl Marx nel XIX secolo e ancora impossibile da smentire oggi. Tra l’altro a parte quel riferimento en passant al sessismo, ignora completamente l’approfondimento sul lavoro domestico e di cura. L’articolo si occupa inoltre di riprendere alcuni dati del Credit Suisse, fonte usata dalla stessa Oxfam, per dimostrare che le disuguaglianze globali sono in diminuzione e che l’argomento è serio e importante per cui va trattato seriamente, senza citare un economista che si occupi del tema. Anche se non ne condivido le soluzioni, basterebbe Piketty con l’immensa mole di dati che ha raccolto per smontare queste affermazioni. Ma soprattutto gli autori si prodigano nella difesa dell’esistente, uno sport diffuso e che garantisce l’assenza di analisi critica (enfasi mia, in questa citazione e nella prossima):

Questo non significa che povertà e diseguaglianze non siano questioni drammatiche – lo sono eccome. Ma se grazie alla globalizzazione e al capitalismo le cose sono migliorate, dovremmo interrogarci su come progredire ulteriormente rispetto ai trend in atto, anziché rottamarli negandone i risultati. Il risultato più eclatante di questi decenni – e forse della storia – è che la povertà globale si è ridotta drasticamente e con essa anche la diseguaglianza mondiale dei redditi e della ricchezza: e tutto questo mentre la popolazione mondiale cresceva, soprattutto nei paesi più poveri.

Vorrei anche capire se l’economia va bene o meno dal loro punto di vista, perché dicono che stiamo meglio, che i ricchi diminuiscono, le distanze pure, ma se i miliardari diminuiscono dovrebbe essere un nostro cruccio:

La sezione italiana di Oxfam dedica anche uno speciale alla diseguaglianza nel nostro paese. Per cominciare, si vede che anche in Italia da alcuni anni la quota della ricchezza del top 10 per cento è in continua riduzione: dal picco del 56 per cento nel 2016 siamo scesi al 53,6 per cento nel 2019. Oltretutto, si è perfino ridotto il numero di milionari, sceso da 1.516 del 2018 a 1.496 del 2019: forse una buona notizia per Oxfam, ma un pessimo segnale per chiunque abbia l’accortezza di rintracciarvi l’ennesimo indizio di un’economia stagnante.

Si dimenticano anche che è proprio la tendenza del capitalismo quella di concentrare la ricchezza nelle mani di sempre meno persone: il capitalismo sta bene, nonostante tutto, siamo noi a stare male. In conclusione secondo Capone e Stagnaro quella di Oxfam è un’operazione dai toni allarmistici, che ha successo mediatico perché alimenta paure e crea “l’impressione di un’emergenza”, quando invece viviamo nel migliore dei mondi possibili. Dev’essere vero, almeno per chi sta al vertice della piramide, mentre la base, composta da 3,8 miliardi di persone poverissime, con un reddito che non supera l’1% della ricchezza planetaria (sempre Roberto Ciccarelli sul Manifesto) potrebbe pensarla diversamente, ma guai a creare allarmi, rischiamo una rivoluzione!

Aspettando la sinistra di sinistra

Cover_lasinistradidestra

Dov’è la sinistra oggi in Italia? La domanda è particolarmente complessa e forse prima di rispondere sarebbe opportuno chiarire cosa non sia sinistra. Letto subito dopo il necessario La buona educazione degli oppressi di Wolf Bukowski col quale si può ben fare un discorso comune, mi viene in soccorso l’ottimo libro del compagno Vanetti La sinistra di destra, il cui sottotitolo recita Dove si mostra che liberisti, sovranisti e populisti ci portano dall’altra parte. Un testo fondamentale in cui si chiarisce

come il mito liberale del tramonto della classe operaia ci abbia portato alle concezioni interclassiste del populismo; come pezzi di sinistra abbiano progressivamente accettato una logica di chiusura e controllo delle frontiere che è sfociata infine nella xenofobia; come si sia tentato da più parti di allentare e spezzare il nesso tra l’emancipazione sociale e la lotta per la parità delle donne e per i diritti legati alle identità e agli orientamenti sessuali; come si siano avanzate pericolose riletture “da sinistra” dei concetti di patria e sovranità; come, infine, si sia declinata la necessaria critica ai rapporti di potere e sfruttamento in Europa in forme subalterne o al pensiero europeista mainstream o alle posizioni nazionaliste dell’euroscetticismo di destra. (p. 11)

Tra i pregi del libro che mi preme sottolineare c’è certamente la chiarezza espositiva evidentemente derivata dall’impianto marxista e quindi dal materialismo dialettico.

Tornando agli argomenti del libro, la subalternità della sinistra di destra comunque declinata al realismo capitalista viene egregiamente spiegata dedicando ogni capitolo ad un argomento, toccando così diversi snodi fondamentali: le classi sociali esistono ancora, chi l’avrebbe mai detto; il razzismo come discriminante essenziale: Marx non era razzista e chi si nasconde dietro mezze citazioni ritagliate alla bisogna non è di sinistra, figurarsi marxista – all’interno del capitolo anche un po’ di dati di cui la realtà effettivamente è costituita, al di là delle percezioni; l’uguaglianza tra uomini e donne dev’essere sostanziale o non è, la misoginia travestita da difesa della famiglia tradizionale è di destra; i rossobruni non saranno più di moda mentre il sovranismo di sinistra è un ossimoro, il socialismo è internazionalista, altrimenti non ha senso (spoiler: riformare quest’Europa non si può, avete presente Tsipras? Anche la sovranità popolare è un feticcio inutile di fronte al capitale: se sbagli a votare il voto non avrà alcun significato); Keynes non è Marx e si vede. I no euro come Bagnai sono arrivati dal postkeynesismo alla Lega senza passare dal via. E a proposito di Lega, il governo del cambiamento doveva uscire dall’euro e invece eccoci qua. È più facile tirarsi indietro e gridare al complotto dei poteri forti piuttosto che provarci, anche per gioco.

Tra mille rivoli la sinistra nel paese c’è ancora, è slegata, confusa, ma nei territori si muove e forse ha solo bisogno di riconoscersi. Innumerevoli sono le realtà di base che seguendo il testo si riconoscerebbero in quel che non sono. Sarebbe già un passo avanti, in attesa di riconoscere chi sono, chi siamo: la sinistra di sinistra.

Le nostre città e La buona educazione degli oppressi

Quando scorrendo il feed sui social leggi notizie come questa (faccio la parafrasi): a Ferrara rimuovono 150 panchine nei parchi pubblici per contrastare lo spaccio – operazione “Parchi sicuri”, pensi che il caldo stia dando alla testa un po’ a tutti, e del resto i bollettini meteo confermano. Succede anche a Messina, dove il sindaco De Luca, molto bravo a intercettare per tempo l’andazzo politico ormai da parecchio tempo, si diverte non solo a fare ordinanze antipoveri (la povertà non l’avevano già abolita quelli al governo?) e a tutela del sempre fumoso “decoro“, ma utilizza i social come strumento per bastonare virtualmente i “devianti” incurante di tutelarne i diritti al punto da spingere alcune associazioni a scrivere al Garante per la privacy e a quello per l’infanzia, visto che in quella triste gogna social scatenata scientemente non si ha riguardo nemmeno per l’età dei malcapitati. L’uso punitivo dei social è stato considerato preoccupante dal garante per l’infanzia del Comune di Messina che ha prontamente chiesto un incontro al sindaco. È un bene che una parte della società civile, per fortuna immune alla facile indignazione da tastiera, si mobiliti contro quello che non esito a definire bullismo istituzionale, lo stesso che poche settimane fa aggrediva lavavetri e mendicanti, un atteggiamento vergognoso che è stato a mio parere umanamente e politicamente annichilito dalla pregevole risposta data dalla comunità nigeriana di Messina. De Luca è lo stesso sindaco che fa i blitz non solo contro i tradizionali falò di Ferragosto (mentre sullo sfondo le colline del messinese bruciano come ogni estate nel silenzio istituzionale e generale) ma anche contro coloro che semplicemente si accampano sulle spiagge senza accendere fuochi. Quando si dice le priorità. Che indecenza signora mia. Siamo così indecorosi da dover essere ‘disciplinati’ con la forza dall’autorità che dovrebbe piuttosto rappresent

Wolfbuk

arci e magari tutelarci? Questo filo rosso che “lega” ormai da anni il concetto di sicurezza nelle città, sventolato da amministrazioni anche di opposto colore politico è ben spiegato dall’ottimo testo di Wolf Bukowski (@vukbuk), La buona educazione degli oppressi, che ricostruisce la “piccola storia del decoro” spiegando come siamo arrivati a smantellare panchine e multare nullatenenti col plauso di alcuni (troppi) e il tacito assenso della solita maggioranza silenziosa. Il testo mi ha aiutata a comprendere l’ansia che mi ha assalita nel tornare a Bologna e trovarla militarizzata come fosse stata ieri luogo di attentato (e purtroppo lo è stata ma parliamo di parecchi anni fa); il disagio di vedere fermati dalla polizia alla stazione solo quelli che ricalcano un banale meme che dovrebbe prendere in giro gli USA, mica noi, diamine!

maxresdefault

È di neanche due settimane fa l’esultanza di Nardella, forse il più renziano dei renziani di fronte al proliferare di telecamere a Firenze:

Nardella

La città più videosorvegliata d’Italia! Questi sì che sono obiettivi politici… Nessuno stupore, Nardella era quello che difendeva le fioriere contro la disperazione per un fratello morto. Intanto vi sentite più sicuri? Tutti quei militari armati fino ai denti, tutti quegli occhi meccanici ad osservarvi, beh, non funzionano: lo scopo dichiarato è quello di prevenire il crimine ma ovviamente non possono essere strumenti preventivi perché registrano quello che accade, quindi no, non prevengono il crimine. In Gran Bretagna dove il Grande Fratello è più pervasivo rispetto alle nostre latitudini cominciano a rendersene conto. E di studi sull’argomento ce n’è tanti e sembrano concordanti: “Pervasive security cameras don’t substantially reduce crime“; “Police Chief: Surveillance cameras don’t help fight crime“; “L’ossessione per la videosorveglianza dalle metropoli ai piccoli comuni. Gli studi scientifici: “Pochi effetti sulla criminalità”. (La carrellata di link è merito della @Wu_Ming_Foundt che ha scritto un ottimo thread su twitter)

Cosa fanno allora le telecamere? Servono a dare la percezione della sicurezza, che “conta più dei fatti”. Boutade? No, era già nero su bianco quando si elaborava la teoria delle finestre rotte, ci spiega Bukowski. Io intanto percepisco solo insicurezza da parte delle istituzioni e progressivo spostamento verso uno stato di polizia. E non è certo l’ultimo governo la causa o la svolta sull’argomento.

L’obsolescenza programmata delle leadership

sintesi

La sintesi della giornata politica di ieri. Da una pagina Facebook.

Poco più di un mese fa la solita piacevole chiacchierata sulla desolazione della politica nostrana mi ha indotta a formulare l’espressione che dà il titolo a questo post. In quel momento ancora non si poteva prevedere la fine del governo in un tempo così breve, allo stesso modo però era evidente a chi volesse vedere che il tizio che si era intestato il potere come fosse un uomo solo al comando, convinto di rappresentare tutti gli italiani, era terribilmente gonfiato in primis dai media tradizionali e dall’apparente uso scaltro dei social e della comunicazione. La parabola delle leadership, a prescindere dai singoli, è comunque sempre più breve, coerentemente con l’accelerazione della realtà operata ormai dalla società dell’immediato (oserei dire della fuggevolezza, che suona più gradevole).

Siamo arrivati quindi all’obsolescenza programmata delle leadership? Fermo restando che il ruolo di chi prende il timone del paese è mantenere lo status quo e al più illudere su qualche fantomatico cambiamento, in un modo che non avrebbe stupito Tomasi di Lampedusa, la velocità con cui ultimamente si affermano per poi scomparire i leader sembrerebbe suggerire la traiettoria delle meteore. Questa è in realtà una novità assoluta soprattutto in Italia dove la politica è sempre stata particolarmente ingessata; e dove uno come Berlusconi nonostante i tempi cambiassero, sembrava non finire mai politicamente. Per il futuro questa accelerazione con molta probabilità resterà forse anche per garantire l’apparenza di quei cambiamenti che la democrazia parlamentare sempre meno può sperare di introdurre.

Ad ogni buon conto, occorre ringraziare anche i fautori e i numerosi partecipanti al grande #attaccopsichico che ha contribuito alla caduta della rana:

Attacco psichico

Per chi volesse approfondire, su Twitter tramite l’hashtag #attaccopsichico si possono scoprire le dimensioni del fenomeno e capirne le origini, anche e soprattutto attraverso l’account della @Wu_Ming_Foundt.

Attacco psichico 2

 

 

Non pensare all’elefante!

Chiunque abbia letto Non pensare all’elefante! prima delle elezioni statunitensi del 2016 ha sicuramente messo in conto la probabile vittoria di Donald Trump. Il testo infatti ha tra i suoi pregi quello di comprendere e spiegare in maniera egregia il pensiero conservatore e i suoi meccanismi, permettendo in tal modo di rispondere alla domanda che molti si sono posti all’indomani dell’elezione di Trump: come è potuto accadere? 

LakoffAl netto dell’esaltazione per i genuini valori americani (ovviamente borghesi e capitalistici) il libro fornisce un quadro esauriente della dicotomia tra progressisti e conservatori, ma soprattutto è importante la spiegazione del ruolo fondamentale delle metafore e dei frame nel pensiero umano in generale ed in quello politico in particolare. È un discorso imprescindibile per controbattere l’ondata montante di razzismo, che ha raggiunto livelli imbarazzanti ad esempio in Italia. Di fronte allo sconforto che prende chi, come me, non riesce a farsi una ragione per quel che accade tutto intorno, quotidianamente, questo libro incoraggia una resistenza linguistica, di pensiero e di azione.

“La verità – da sola – non ci renderà liberi. Dire la verità sul potere non basta“, questo è l’insegnamento basilare secondo Carofiglio, autore della prefazione italiana al testo. Partendo dal presupposto che dietro ogni pensiero c’è un frame, una cornice più ampia in cui questo si inserisce e da cui trae senso, bisogna rendersi conto che

la negazione di un frame non solo attiva quel medesimo frame, ma lo rafforza tanto più quanto si continua ad attivarlo. Cosa questo implichi nel discorso politico è evidente: quando discutiamo con qualcuno dello schieramento opposto al nostro utilizzandone il linguaggio, attiviamo i frame di quello schieramento, rafforzandoli in chi ci ascolta a scapito dei nostri. Alla luce di ciò i progressisti, ad esempio, dovrebbero evitare di usare il linguaggio dei conservatori e i relativi frame che quel linguaggio attiva, ed esprimere invece le loro convinzioni utilizzando il proprio linguaggio al posto di quello degli avversari.

Vorrei vedere queste frasi stampate in ogni circolo, stanza, ufficio, casa, di chiunque non si riconosca nell’apparente maggioranza molto poco silenziosa che sembra dominare il discorso pubblico attuale. Speranza vana? Nel nostro piccolo ognuno di noi dovrebbe seguire i suggerimenti di Lakoff, perché se è vero che “i candidati progressisti e democratici tendono a seguire i sondaggi per decidere se diventare più “centristi”, se spostarsi più a destra. I conservatori, invece, non si spostano mai a sinistra, eppure vincono”, dovremmo cambiare radicalmente approccio. Ancora Lakoff: “non spostiamoci a destra. Lo spostamento a destra è pericolo per due motivi: allontana la base progressista e aiuta i conservatori ad attivare il loro modello negli elettori biconcettuali*”. (Siete autorizzati a lanciare una copia del libro a qualsiasi elettore/simpatizzante/esponente del PD, chissà che per osmosi non funzioni). La scienza ci spiega come sia possibile che persone comuni, magari appartenenti alle classi medio-basse, possano sostenere posizioni razziste e classiste fino a votare contro i propri interessi:

Uno dei principali risultati della scienza cognitiva è la scoperta che le persone pensano in termini di metafore e frame, (…). I frame si trovano nelle sinapsi del nostro cervello, fisicamente presenti sotto forma di circuiti neuronali. Quando i fatti non corrispondono ai frame, i frame restano lì, fermi e immutati nel nostro cervello, mentre i fatti vengono ignorati e scivolano via.

Non vuol dire per questo che non si possa contrastare la tendenza in atto. Occorre però tempo e impegno costante e concreto per creare e diffondere frame opposti a quelli ora dominanti. Vorrei chiudere facendo un esempio, citando nuovamente il libro in una delle pagine più di sinistra che contiene:

Ai conservatori piace parlare di imprenditori e investitori benestanti come di “creatori di lavoro”, o di persone che “donano” un lavoro alla gente, come se il lavoro fosse un regalo che si offre alle persone disoccupate. Che assurdità. La verità è che i lavoratori sono creatori di profitto, e che nessuno sarebbe assunto se non contribuisse al profitto di imprenditori e investitori. Questa è una verità fondamentale: i lavoratori producono profitto. Ma qualcuno lo dice? Quante volte, se mai vi è successo, avete sentito pronunciare questa verità? Eppure è una verità importante perché rinquadra la questione del lavoro dalla prospettiva del contributo fornito dai lavoratori.

 

* sono biconcettuali quelle persone, suppongo la maggioranza in realtà, che condividono sia posizioni progressiste che conservatrici, a seconda degli argomenti o dei contesti.

Caducità

morte in fenicotteroLa morte è l’ineluttabile sottaciuto del nostro eterno presente. Si prova ad “esorcizzarlo” in mille modi, si ignora o si deride o si oltraggia, perché è l’Evento che sappiamo ci rende uguali, o quasi. Il rapporto malsano che abbiamo con la morte ci conduce comunque verso il baratro. È ciò che accade ad esempio rispetto al cambiamento climatico: non lo prendiamo sul serio perché vorrebbe dire la fine per noi. E per noi non ci dovrebbe essere mai fine. E in realtà non è così; la fine è essenziale, siamo noi ad essere incidentali. A stimolare queste riflessioni sulla caducità è stato L’arrivo di Saturno, penultimo libro di Loredana Lipperini, un testo che definirei necessario. Intreccia storia personale, finzione e Storia con la S maiuscola, quella che in Italia è mistero e deviazioni pericolose. Tutto nasce dall’amicizia: Loredana, Dora nel libro, è amica di Graziella. Un nome così delicato avvolto nelle più oscure trame italiane: Graziella De Palo è infatti una giornalista che indaga sui traffici di armi quando scompare con un collega a Beirut nel 1980. Un lutto mai del tutto elaborato, che tormenta la scrittrice; del resto ancora oggi non si sa cosa sia realmente accaduto quel giorno, chi siano i colpevoli, né dove sia finito il corpo della giornalista. Un’assenza di troppo per l’elaborazione del lutto che è già faccenda complicata per tutti. Forse anche per i motivi di cui scrivevo al principio. Quando scompare qualcuno a cui siamo legati sembra morire anche un pezzo di noi. Le circostanze più o meno cattive (non esiste morte buona d’altronde) fanno il resto. arrivo di saturnoL’assurdità della storia di Graziella De Palo è sicuramente un ulteriore elemento di caos emotivo, e l’augurio è che la catarsi possa almeno parzialmente arrivare con la scrittura, che è qualcosa che personalmente aiuta molto, nel mio piccolo. La narrazione magistralmente intreccia il racconto/ricordo con un altro racconto di falsari tra fantastico e storico e più volte le due trame si sfiorano. Alla fine non c’è nessuna risposta ma si spera che questa, la domanda possa risuonare meglio, affinché un giorno anche quella arrivi. Abracadabra.

 

Dedicato al mio papà. Manchi dal 3 luglio 1998. E per sempre.