Parlare di sindemia

Ci sono account su Twitter che simpaticamente fanno un egregio lavoro ricordandoci cose importanti; non voglio citare qui @ThatcherFunFact 

(ops…) e mi soffermo invece sul serissimo @ADimissioni.

Perché la domanda che fa periodicamente è tremendamente seria. Lasciando perdere chi ci fa perenne campagna elettorale su, fingendo grandi risultati su nessun reale avanzamento nei fatti, quello del coprifuoco è un tema che come dicevo poco tempo fa su Twitter non dovrebbe essere lasciato alla destra. Non c’è nessuna ragione scientifica per mantenerlo, ma sicuramente lo toglieranno a breve quando si dovrà far ripartire l’economia con la bella stagione, i magnanimi e illuminati che ci governano. Invece è uno dei tanti sintomi di un male che ci portiamo dietro da un anno, la cui causa principale non è il virus. Si inizia a parlare di sindemia perché gli effetti strettamente sanitari collegati alla pandemia non esauriscono affatto il portato dell’emergenza che ci ha investito ormai più di un anno fa. Si legge su Treccani “un insieme di patologie pandemiche non solo sanitarie, ma anche sociali, economiche, psicologiche, dei modelli di vita, di fruizione della cultura e delle relazioni umane”. In poche parole, la sindemia implica una relazione tra più malattie e condizioni ambientali e socio-economiche.

Le reazioni a questa situazione che si potrae ormai da tempo e dalla quale non vediamo uscita almeno nel breve periodo sono le più svariate. Molti si lamentano della “gente” che fa quel che vuole, che non rispetta le regole e così via, mentre dall’altra parte ci sono persone terrorizzate che escono di casa poco o nulla da ben oltre dodici mesi. La colpevolizzazione degli individui di fronte a norme spesso contraddittorie, poco chiare, a volte per non dire spesso neanche legittime, in alcuni casi di senso opposto o comunque slegate dalle evidenze scientifiche è ormai nell’ordine delle cose. Un esempio è la recente dichiarazione del ministro della salute sulle bassissime possibilità di contagio all’aria aperta. Uno scoop? In realtà già dai tempi dell’epidemia di spagnola – cent’anni fa! – si sapeva. Per il 25 aprile, a ridosso di queste dichiarazioni, hanno sorvolato sulle chiusure, differentemente dalle vacanze pasquali, lasciando alle amministrazioni locali l’onere della regolamentazione, così come per il primo maggio, in occasione del quale molti sindaci hanno giocato nuovamente a fare gli sceriffi chiudendo l’accesso a piazze, zone tradizionali di passeggio e anche spiagge, con la scusa del pericolo di assembramenti. Con l’effetto paradossale, già ottenuto a Pasqua, di spingere le persone a riunirsi all’interno di abitazioni private e quindi anche in spazi chiusi, per ciò stesso più pericolosi. Non sono un’aperturista senza se e senza ma, infatti sono dalla parte di tutti quei lavoratori che hanno invocato chiusura dei posti di lavoro non essenziali ogni qualvolta le condizioni di sicurezza non potessero essere garantite, ma c’è un’evidente discrasia tra gli obiettivi di salute pubblica e i mezzi impiegati per tutelarla. Per non dire poi di tutte le scelte squisitamente politiche su cosa, quando è per quanto tempo, chiudere. Sulla scuola ho scritto un po’ di tempo fa – link, ma prima e più volte ho scritto sulla schizofrenia delle scelte adottate, ad esempio qui, qui o qui. Mettiamoci pure una bonus track.

Se dalla fase più difficile forse, arrancando, grazie anche ai vaccini e sperando che duri, stiamo uscendo, una serie di questioni sono qui per restare. Intanto ci sono persone che semplicemente hanno messo in stand by gran parte delle attività abituali, andando anche ben oltre il perimetro dei divieti, rimandando ad un “quando finirà tutto questo”. E nel frattempo stiamo normalizzando grazie all’emergenza una serie di cose, magari non introducendo novità particolari ma dando accelerazioni inedite permesse dallo stato di eccezione. Se ne trova un esempio all’interno del recente articolo sul decoro di Federico De Vita su l’Esquire quando parla di Piazza Santo Spirito a Firenze. Se si vuole approfondire sul tema del decoro l’autore cita alcuni testi imprescindibili tra cui l’ottimo libro di Wolf Bukowski di cui ho già parlato sul blog.

Continuare a parlare di tutto ciò che gira intorno agli aspetti strettamente sanitari del nostro presente emergenziale, ragionarci, anche con fatica perché a volte almeno io personalmente avverto un senso di fiacchezza e pure difficoltà a tenere il punto in questa temperie, è precondizione per uscirne se non migliori, neanche peggiori.

iZombie

izombie

Quando Giuliana Misserville in Donne e fantastico parla dei libri di Chiara Palazzolo fa un riferimento al trauma dell’11 settembre, fortemente sentito dall’autrice prematuramente scomparsa e che lo relaziona ad una scrittura particolare: “Credo che la struttura classica della frase, perlomeno a livello letterario ha fatto il suo tempo. La scrittura sghemba e frammentaria della Trilogia nasceva a ridosso del trauma dell’11 settembre. Dell’illusione di un mondo pacificato andata in pezzi”. La science fiction ha tratto nuova linfa vitale da quel trauma collettivo, e questo probabilmente si sta verificando ancora in seguito ad una pandemia che più degli attentati alle Torri Gemelle ci sta sottraendo punti di riferimento e certezze, o quanto meno sicurezza, non solo fisica ma anche interiore; ovviamente ci vorrà tempo per vedere come la letteratura e la cultura pop rielaboreranno il lungo trauma di questa pandemia, e speriamo di poterci godere i risultati di questa elaborazione in un clima di ritrovata serenità. Intanto i libri/film/serie a tema fantastico o che comunque escono dalla rassicurante cornice del reale si sono moltiplicati negli ultimi anni, grazie anche al successo commerciale di alcuni prodotti che hanno fatto da apripista, penso ad Harry Potter per un pubblico più giovane ma anche a Il signore degli anelli e Game of Thrones, via proseguendo con Twilight e Hunger Games. Tutti film o serie di successo nati da altrettanti best seller. Sono lontani i tempi in cui Buffy si trovava solitaria in un panorama di serie tv in cui tutto ciò che accadeva, apparentemente accadeva in real life. La figura dell’Altro assoluto è ormai familiare ed è stata declinata in innumerevoli versioni, in qualche modo ci serve conoscerla e accettarla per esorcizzare le nostre insicurezze. Ricade nel calderone di cui sopra una serie un po’ anomala come iZombie, cinque stagioni, terminata nel 2019 e che è ispirata da un fumetto della galassia DC. Dico anomala perché lì gli zombie in qualche misura riescono ad integrarsi nella vita degli umani riuscendo a saziare la loro fame di cervelli spesso in modo da evitare di passare alla modalità full zombie o zombie alla Romero. Ciò non toglie che resta in un angolo pronta ad esplodere un’apocalisse nel fragile equilibrio che si va delineando. Riflettendo anche al di là della trama, sembra si parli molto di governo delle differenze, permettere la convivenza di gruppi sociali con interessi almeno in parte confliggenti: di certo gli zombie hanno bisogno di cervelli per vivere “normalmente”, e sicuramente gli umani hanno interesse a non rientrare nel menu degli zombie. L’utilizzo degli zombie insomma come in The Walking Dead è un espediente per parlare di noi. Diceva Gioacchino Toni in un articolo della brillante serie su Carmilla Nemico (e) immaginario riferendosi al lavoro di Lucci: “si passa al relegare la figura dello zombie sullo sfondo come mero espediente narrativo utile ad indagare piuttosto la dimensione antropologica e morale dell’essere umano”. Questo è interessante e andrebbe approfondito, perché molta produzione culturale odierna tende a seguire queste orme, a differenza di ciò che accadeva con i primi lavori, appunto quelli di Romero, in cui una forte carica di denuncia sociale non mancava di arricchire il nascente immaginario fantastico.

Alcune idee innovative come la capacità di acquisire i ricordi e il carattere con pregi e più spesso difetti dei possessori di cervelli permettono di organizzare la storia sulla risoluzione di omicidi grazie alla collaborazione fra un detective poco popolare e la protagonista, Liv Moore (bel gioco di parole), trasformatasi suo malgrado in zombie e a causa di ciò orfana dell’amore e di una promettente carriera da medico. La serie prosegue tra alti e blainebassi in un crescendo di questioni politiche e sicuramente si sblocca un po’ dal gomitolo nel quale si era infilata quando l’esistenza degli zombie diviene di dominio pubblico. Sulle conclusioni ho alcune perplessità ma nel complesso mi potrei dire mediamente soddisfatta. Punto di merito per me il villain, Blaine, che a volte viene scalzato nel ruolo da personaggi “peggiori” ma che apre e chiude la sua parabola confermandosi per quel che é. Non si può volergli bene neanche volendo, il suo finale è perfetto.

Cosa ci dice il nuovo rapporto Censis (che già sapevamo?)

Da qualche tempo leggo con attenzione i dati e le conclusioni del rapporto Censis che esce con cadenza annuale e che ha il merito di fotografare con una certa precisione la situazione socioeconomico italiana, ma non solo, perché pone molta attenzione anche alle tendenze “emotive” e alle percezioni della popolazione. In alcuni passaggi mi sembra possa essere illuminante e per questo ad esempio due anni fa mi soffermai sul concetto di sovranismo psichico così definito :

è una reazione pre-politica che ha profonde radici sociali, che hanno finito per alimentare una sorta di sovranismo psichico, prima ancora che politico. Un sovranismo psichico che talvolta assume i profili paranoici della caccia al capro espiatorio, quando la cattiveria diventa la leva cinica di un presunto riscatto e si dispiega in una conflittualità latente, individualizzata, pulviscolare e disperata, ma non più espressa nelle manifestazioni, negli scioperi, negli scontri di piazza tipici del conflitto sociale tradizionale. Il processo strutturale chiave dell’attuale situazione è l’assenza di prospettive di crescita, individuale e collettiva.

Le mie osservazioni in merito riguardavano appunto le cause strutturali, riportando diversi dati e concludendo: “a fronte di questi dati si può affermare che il problema è tutt’altro che psicologico. La questione è strettamente materiale, socioeconomica e di non facile risoluzione, soprattutto se l’attenzione è sviata sempre più verso capri espiatori impedendo di fatto qualsiasi riflessione e analisi che possano produrre significativi cambiamenti di rotta”. L’anno scorso, per il 53° rapporto la parola chiave era incertezza : “ora il focus è sull’individualismo delle soluzioni agite in un contesto dove continua a pesare l’assenza di futuro”. E continua “che non si tratti di percezioni campate in aria ma seriamente dipendenti dalle condizioni materiali è chiaro ad esempio osservando il “bluff dell’occupazione che non produce reddito e crescita”. Tutto questo prima che la pandemia si palesasse dimostrandosi, come dovrebbe essere ormai evidente, un formidabile acceleratore di processi già in atto quali l’individualismo, l’assenza di prospettive per il futuro, l’impoverimento o nel migliore dei casi lo stallo, ovvero l’impossibilità di migliorare la propria condizione (il 50,3% dei giovani vive una condizione socioeconomica peggiore rispetto ai genitori alla stessa età). Com’era prevedibile il 54° rapporto Censis fa una fotografia impietosa del sistema Italia, i titoli dei comunicati stampa come di consueto rimbalzano per 24 ore o poco più sulle maggiori testate e poi tutto tace, frutto della solita bulimia informativa che tutto divora e butta via. Invece io continuo a ritenere che quei dati e quelle analisi siano importanti, anche al netto della ricerca del sensazionalismo e della definizione ad effetto che un po’ si avverte nella loro presentazione, e per questo motivo cerco di dargli un’occhiata anche quest’anno. Online uno dei pochi spunti interessanti l’ho trovato su minima&moralia dove ci si concentra sulla terribile e temibile “voglia di pena di morte” nel paese di Beccaria, con un breve excursus storico degno di nota, e la meritoria attenzione per la progressione pluriennale delle analisi effettuate dal Censis. Senza alcun legame diretto col rapporto c’è invece il testo di due antropologhe comparso su Giap e che ho già avuto occasione di citare (ma in questo caso repetita iuvant) che mi sembra imprescindibile per comprendere l’Italia ai tempi del virus, e come al solito la discussione in calce al post è altrettanto densa e importante.

Per tornare al rapporto, cosa ci dice quest’anno? Diverse cose e alcune che già sapevamo: “il nostro modello individualista è stato il migliore alleato del virus, unitamente ai problemi sociali di antica data (…) uno degli effetti dell’epidemia è di aver coperto sotto la coltre della paura e dietro le reazioni suscitate dallo stato d’allarme le nostre annose vulnerabilità e i nostri difetti strutturali (…)” L’Italia si presenta “spaventata, dolente, indecisa tra risentimento e speranza”. Se il 68,6% degli italiani nel 2019 si dichiarava in ansia, un dato già notevole, oggi il 73,4% indica nella paura dell’ignoto e nell’ansia conseguente il sentimento prevalente. Epidemia come acceleratore di processi quindi, mentre il rapporto spara alto con lo slogan “meglio sudditi che morti” che accomunerebbe gli italiani. Apocalittico forse, di certo si cerca appunto la definizione ad effetto, ma alcuni dati sono veramente preoccupanti, oltre il dato che risalta subito all’occhio sulla pena di morte: più di un italiano su tre, il 38,5% è pronto a rinunciare ai propri diritti civili per un maggiore benessere economico (come se poi ci fosse una relazione inversa tra i due ambiti), accettando limiti al diritto di sciopero, alla libertà di opinione e di iscriversi a sindacati e associazioni. Più della metà chiede il carcere per i contagiati che non rispettano rigorosamente le regole della quarantena, e per un giovane su due, il 49,3% per l’esattezza, è giusto che gli anziani vengano assistiti solo dopo di loro. Una conclusione su cui mi trovo pienamente d’accordo: “oltre al ciclopi o debito pubblico, le scorie dell’epidemia saranno molte. Tra antichi risentimenti e nuove inquietudini e malcontenti, persino una misura indicibile per la società italiana come la pena di morte torna nella sfera del praticabile”, “a sorpresa” dice il rapporto, il 43,7% degli italiani è a favore, il 44,7% tra i giovani. Però forse ci rendiamo conto almeno in parte della china che abbiamo preso, anche se rassegnati: il 44,8% si dice convinto che usciremo peggiori dalla pandemia, solo il 20,5% pensa che ci renderà migliori. Il rapporto evidenzia inoltre il diffuso senso di distacco tra “garantiti” e “non garantiti” (in occasione dello sciopero del settore pubblico del 9 dicembre se ne sono lette di cose…) mentre non sembra chiaro a nessuno che la spirale al ribasso non servirà, e la battaglia non dovrebbe essere per togliere a chi ha (diritti – non patrimoni, per dire) ma aggiungere a chi non ha. Come stride infatti con queste polemiche la levata di scudi contro la modesta proposta di una ridotta patrimoniale per i redditi superiori a 500.000€! Il Censis si sofferma anche sulla cosiddetta bonus economy, e qualcuno doveva pur dirlo, non c’è visione e la soluzione non sta certo da questa parte. Intanto chi può mette da parte invece di spendere, e dovrebbe essere prevedibile. Tanti dati sono sconfortanti, da quelli sulla perdita dei posti di lavoro, sia tra i dipendenti che tra indipendenti e indipendenti a tempo determinato, per non parlare degli irregolari, completamente invisibili ai radar, fino a quelli sulla mancata inclusività delle scuole; in tutti i casi a pagare il prezzo più caro sono i più deboli, sul lavoro donne e giovani, nella scuola chi ha bisogni speciali ma anche le prime generazioni di non italiani. A fine 2019 sono in povertà assoluta 4,5 milioni di persone, il 7,7% della popolazione, un dato raddoppiato nell’ultimo decennio, in un paese in cui la produttività del lavoro nello stesso periodo è “aumentata” dello 0,1%. Sono già pronti a dirci che è tutta colpa della pandemia, che però ci riprenderemo, e anche il rapporto  Censis riprende un certo wishful thinking oltre alla solita retorica sull’Italia che dimostra il suo valore nei momenti più bui (davvero?) ma se non riconosciamo le radici profonde, le ragioni strutturali, della crisi, che è di lungo corso e sistemica, non andremo da nessuna parte.

Parasite Eve (with lyrics)

I’ve got a fever, don’t breathe on me
I’m a believer in nobody
Won’t let me leave ‘cause I’ve seen something
Hope I don’t sneeze, I don’t *sneeze*

Really we just need to fear something
Only pretending to feel something
I know you’re dying to run
I wanna turn you around

È ancora evidentemente presto per dire se gli storici di domani stabiliranno in maniera convenzionale che il XXI secolo sarebbe iniziato con l’11 settembre, con la crisi del 2008 o con la pandemia del 2020. La percezione oggi per me, che ho vissuto in maniera diretta tutte e tre questi pointbreak, è che quest’ultima sia la più straordinaria, nel senso etimologico del termine, non perché non ci siano state pandemie ugualmente o maggiormente letali in passato, quanto per le sue conseguenze rispetto al grado di interconnessione globale, questo sì mai visto prima.

Please remain calm
The end has arrived
We cannot save you
Enjoy the ride
This is the moment
You’ve been waiting for
Don’t call it a warning

This is a war

Che ne siamo consapevoli o meno, questi mesi ci hanno segnato profondamente e per quanto i tentativi, per di più affrettati, di recuperare una presunta tranquillizzante normalità siano numerosi, non dovremmo incoraggiarli. Quello che voglio dire è che non possiamo far finta di nulla, voltare pagina come se nulla fosse successo o come se fosse già passato. Prova e riprova a dirlo Loredana Lipperini, denunciando anche una generale nostra afasia sulla questione, e condivido la sua percezione di non essere più quella di prima.

It’s the Parasite Eve
Got a feeling in your stomach ‘cause you know that it’s coming for ya
Leave your flowers and grieve
Don’t forget what they told ya, ayy, ayy
When we forget the infection
Will we remember the lesson?
If the suspense doesn’t kill you
Something else will, ayy, ayy
Move

Non possiamo far finta di nulla per due ordini di motivi. Il primo è che passato non è, si continua a morire, in altre regioni del mondo non si è ancora raggiunto il picco mentre qui da noi “riapriamo tutto” e anche qui, seppur in sordina, continuano a comparire focolai. Se l’attenzione m

duccio
ediatica cala, si minimizza perché l’imperativo è ormai ripartire, ciò non ci deve trarre in inganno. Piuttosto dovrebbe aiutare a riflettere sulla pretestuosità di tutta una serie di misure adottate nella fase uno volte a criminalizzare la stessa aria, mentre si continuavano (e continuano) a verificare i contagi nei luoghi chiusi e in primis nei luoghi di lavoro. Il secondo ordine di motivi, non meno importante del primo, riguarda le condizioni sistemiche che hanno “permesso” per non dire generato la pandemia, che non riuscirebbero a prevenirne un’altra non troppo remota, né ad affrontarla compiutamente, così come accade oggi.

I heard they need better signal
Put chip and pins in the needles
Quarantine all of those secrets
In that black hole you call a brain before it’s too late

Really we just wanna scream something
Only pretend to believe something
I know you’re baying for blood
I wanna turn you around (Hey)

Per capirci, provo lo stesso disagio che ho percepito più volte nei post di Loredana verso la fretta di ritornare alla normalità; accade quando in luoghi chiusi e (potenzialmente) affollati mi si dice che se voglio posso togliere la mascherina: “eh già il caldo, e pure la mascherina dobbiamo sopportare!” Sarò diventata paranoica, eppure ho criticato duramente la strada scelta per la fase uno, ma proprio per le stesse ragioni – scientifiche – non riesco a capire come il fatto che fin qui in Sicilia e in generale al Sud siamo stati “graziati” ci possa esimere dal mantenere le precauzioni ragionevoli. Allo stesso tempo vedo un sacco di persone sole in auto con la mascherina o peggio ancora sulle biciclette… tutto questo non è stoltezza degli individui ma il risultato di una comunicazione pubblica confusa e in larga misura fuorviante. Ma più ci manca la consapevolezza più a rischio siamo per l’immediato futuro, e anche oltre.

You can board up your windows
You can lock up your doors, yeah
But you can’t keep washing your hands
Of this shit anymore
When all the king’s sources and all the king’s friends
Don’t know their arses from their pathogens

When life is a prison and death is the door
This ain’t a warning
This is a war, war
This is a war, ayy, ayy, oh, oh

(Parasite Eve, BMTH)

(Le prime parole di questo post sono state scritte settimane fa… la riflessione si è ampliata leggendo costantemente, ad esempio, il blog di Loredana Lipperini qui sopra citato e la deflagrazione finale è dovuta all’ascolto del nuovo pezzo dei Bring Me The Horizon del quale ho riportato il testo lungo il post).

Resistere nell’emergenza, uscire coi corpi e con le menti

La necessità di scrivere in questo frangente è aumentata, moltiplicata dalle mille sollecitazioni neurali, più si ferma il corpo più la mente cammina, ed oltre al durante, al qui ed ora urgente e impellente, si viaggia fino ad un domani indefinito perché chissà quando riavremo una parvenza di normalità. Si ragiona quindi del dopo, in forme diverse, in forma di articolo come fa Francesco Costa su il Post, in forma di racconto come fa @MonsierEnRouge, ammettendo chiaramente che sei mesi fa (ma anche due) sarebbe stato fantascienza, e invece. C’è in parte un ripiegarsi in se stessi, comunque scoprendo la responsabilità perché come dice Pietro Saitta non si può prescindere dal sé. Ne risultano diari densi che non possiamo che condividere, ad esempio quello di @Yamunin, sono comunque tutte forme di resistenza all’emergenza, o meglio ai dispositivi che ci vengono imposti in suo nome.

Come sto trascorrendo le giornate, mi chiede una cara amica. Leggo, leggo tanto, dovrei leggere tante cose ma leggo soprattutto di questo eterno presente sospeso: necessità, ricerca di vie di fuga. Sto scrivendo col nano in braccio che mi tiene la penna. Mi riempie le giornate, questo è sicuro, vorrei riempire le sue: ho paura che si annoi. Stamattina abbiamo fatto di nuovo le bolle di sapone in balcone, fortuna che c’è il sole. Vorrei portarlo fuori a passeggiare, ne ha bisogno più di me che sono pantofolaia da sempre (anche se, il divieto crea ribelli, l’occasione fa l’uomo leader, no ladro, insomma…) So che non c’è un divieto di passeggiare ma so che meno ci muoviamo più sicuri siamo e mi sento bloccata. Nel weekend ho fatto uscire il consorte da solo, perché ne aveva sicuramente bisogno, al contrario di me. In settimana lavora comunque, e chissà quanto è sicuro in giro; quindi cerco i modi per farlo stare a casa in sicurezza, scioperi non se ne parla, il motto è ognuno per sé e neanche questa situazione assurda apre gli occhi né tanto meno il cuore, è tutto un si salvi chi può.

Se uscissi col nano per una sacrilega passeggiata avrei la sicura riprovazione, oltre i fermi rimproveri di gente più “sveglia” di me, anche se lo portassi a passeggiare in uno spazio aperto e vuoto, metti la spiaggia di ponente. Dovrò farlo. Quello che odio è dovermi scontrare con la presunzione autoritaria per cui l’invito a stare in casa è un obbligo inderogabile, come se non fosse necessità uscire di casa per respirare, guardare il mare, fare una passeggiata. E mentre cucino ho la fortuna di ascoltare la voce della compagna Filo e le sono grata. Se qualcosa di buono esce da questa crisi è il moltiplicarsi delle nostre voci, le analisi e e le riflessioni. Ancora una volta è imprescindibile Giap, dai consigli di resistenza all’emergenza, al primo dei due post di Wolf Bukowski, appena pubblicato, il cui lavoro sul decoro torna più che mai utile proprio adesso. Tutto questo sembra cozzare fortemente con la narrativa dominante, mi dicono che essendo fuori da Facebook non mi rendo conto dell’unanimità della retorica unitaria e persino patriottica, dettata dalla paura, da uno sconvolgimento del quotidiano di ognuno di noi che non ha precedenti, e forse è un bene per la mia sanità mentale. Continuo a preferire altre strade, ed è confortante sapere di non essere sola. Ascoltate ancora la compagna Filo, e la sua Cappuccetto Rosso ai tempi dell’emergenza, è necessario e anche bello.

Sacrificabili sull’altare del capitale

Il coronavirus è certamente un evento straordinario, ma non imprevedibile. È il quinto virus aggressivo negli ultimi 17 anni, un’eventualità a cui il sistema sanitario dovrebbe essere pronto a rispondere. Non dovrebbe riguardare la “medicina delle catastrofi”, ma una normale pianificazione. Qui la catastrofe è stata generata da scelte economiche e politiche in nome dell’austerità pubblica e della garanzia di profitto privato in un settore in cui è direttamente in gioco la vita delle persone. La catastrofe si chiama capitalismo, e chi ha approvato queste misure e fatto profitti con la privatizzazione della sanità ha la diretta responsabilità delle morti evitabili di queste settimane. (Qui)

Le zone rosse, ristrette pare per salvaguardare il corridoio industriale-logistico Milano – Piacenza, le zone arancioni, in tutta Italia, chiudiamo tutto, ché neanche Duccio di Boris, perché “a noi la qualità ci ha rotto er cazzo”. Gli annunci, gli accordi tra la regione Lombardia e la Confindustria lombarda per garantire la produzione, le lamentele di Coldiretti, che chiede di poter sfruttare studenti e pensionati visto che quella che ormai è pandemia ha chiuso le frontiere ai soliti schiavi sacrificabili. FCA di Pomigliano chiude ma ovviamente non è il padrone saggio, quanto la spinta dal basso, gli scioperi spontanei degli operai che si chiedono quanto siano essenziali le loro attività quando in Italia sta chiudendo (quasi) tutto. E gli scioperi si estendono a macchia d’olio, e seguono da vicino le rivolte nelle carceri dei giorni scorsi, che hanno per un attimo sollevato il velo su parte degli invisibili di questa società al punto da far intervenire le Camere Penali di Modena con un comunicato in cui tra l’altro si legge:

Le uniche informazioni che abbiamo ottenuto su quei fatti sono quelle fornite dalla Polizia Penitenziaria, giacché l’Autorità Giudiziaria (requirente e di Sorveglianza) non ha inteso divulgare notizie di dettaglio sullo svolgersi degli accertamenti.

I morti nelle rivolte del carcere di Modena sono saliti a 9, un numero enorme che lascia sgomenti, ancor di più per il fatto che risulta difficile comprendere come molti di loro siano deceduti nel corso della traduzione o presso l’istituto di destinazione.

La retorica dominante per sconfiggere il virus è diventata #tuttiacasa #iorestoacasa, peccato che non tutti i lavoratori possano restare a casa o lavorare da casa. Al solito restano col cerino in mano i meno garantiti, dagli operai ai precari, sempre i più deboli insomma. Dopo Pomigliano, gli scioperi e le proteste sono stati segnalati un po’ in tutta Italia, da Terni a Marghera, nel bresciano, a Mantova, dal Piemonte a Bologna, dal Varesotto fino a Taranto. A Bologna arriva anche l’invito ai ciclofattorini di astenersi dal lavoro da parte della Riders Union, che dichiarano:

pensiamo al necessario, alla nostra salute, alla nostra vita e a chi sembra non abbia il diritto di poter restare a casa. Chiediamo l’accesso agli ammortizzatori sociali e il diritto di prendere continuità di reddito, perché dobbiamo poter continuare a vivere restando a casa. Chiediamo che il governo metta restrizioni su tutto il territorio nazionale alle consegne a domicilio, prendendo esempio dalle disposizioni della Regione Campania che individuano nel food delivery un possibile veicolo di contagio. Il governo mobiliti inoltre l’Agenzia delle Entrate per provvedere alla restituzione immediata delle ritenute d’acconto per i prestatori occasionali che negli anni 2018 e 2019 sono rimasti al di sotto della soglia dei 5000 euro.

Mentre si avverte un crescente isolamento sociale e politico, dovuto più che al virus alla narrazione intorno ad esso e al rinnovato clima di unità nazionale per cui appare sacrilego criticare il merito delle misure prese, in ogni caso, io continuo a sentire la necessità di guardare oltre l’immediato, verso un futuro non so quanto prossimo ma che si preannuncia terribile, se non si riflette ora e si agisce al più presto per contrastare questo pauroso arretramento collettivo. A proposito di isolamento, mi ha colpito la mole di ringraziamenti e “sospiri di sollievo” letti in calce alla terza parte del diario virale dei Wu Ming, sintomo di un malessere purtroppo molto diffuso. E intanto l’Avvenire si dimostra ancora quotidiano con ottime firme, sorpassando ormai a ripetizione a sinistra qualunque cosa si dichiari di sinistra o progressista in questo paese, mettendo bene a fuoco quanto questa eccezionalità e urgenza sia pericolosa:

questi decreti hanno messo in campo la più intensa limitazione dei diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione dal momento in cui questa è in vigore, cioè da 72 anni a questa parte: non è solo limitata la libertà di circolazione, ma anche quella di riunione, così come il diritto all’istruzione, il diritto al lavoro e la libertà di iniziativa economica, nonché, almeno in parte la libertà di manifestazione del pensiero, la libertà religiosa e la stessa libertà personale, pur con una serie di meccanismi di flessibilizzazione dei divieti e delle prescrizioni che in taluni casi li riducono a mere raccomandazioni.

Oltre la bieca retorica dell’italiano allergico alle regole, io penso che il conformismo sia particolarmente diffuso ai nostri giorni, e in una situazione eccezionale e alienante come quella che stiamo vivendo alle porte delle idi di marzo credo che possa solamente aumentare. Non dico che dovremmo ignorare le indicazioni generali per evitare o comunque rallentare i contagi, non mi sognerei mai, ho paura anche io e ho difficoltà a dormire come non accadeva da tempo, però la soluzione non può essere solo calare la testa e aspettare, perché un giorno questa emergenza sarà rientrata, e quel che avremo fatto nel frattempo sarà importante per determinare cosa saremo dopo.