Iperconnessi

Sio 16 maggioSono sicuramente più brava con la parola scritta che con quella parlata, e infatti tengo un blog, mica faccio video. Le parole comunque sono potentissime, come ci insegna il saggio Sio. Ad ogni modo mi hanno proposto di parlare di argomenti che mi appassionano, e di cui si trovano tante tracce proprio su questo blog e ho colto la sfida, sperando di essere stata abbastanza chiara (e di averle messe giù in un certo ordine). Per un barlume di coerenza, linko la versione di peertube, ma il video si trova su Youtube oltre che sulla pagina Facebook Le frites, dal Belgio e non solo.

Innovation zones, futuro e distopie possibili

Una storia come quella della Superlega è esplosa sui social e da ventiquattr’ore tiene banco lì e suppongo anche sui media tradizionali con tante discussioni sull’appropriazione da parte dei ricchi di uno sport popolare anche se non è proprio così

 

e mancando spesso il punto.

Intanto le notizie su tech e media e soprattutto le analisi sul loro impatto nella nostra vita, superata la fase di hype sono tornate a mimetizzarsi nel flusso informativo, costante quanto ipertrofico, in cui siamo immersi. Dopo l’esplosione del caso Facebook vs Australia e il dibattito che ne è seguito, poco concludente a dire il vero, non fa più tanto clamore il proseguimento da parte di diversi stati dei tentativi di regolamentare l’ambiente online. Con tutti i suoi limiti è importante ad esempio richiamare l’ennesimo appello di Shoshana Zuboff sul rischio che stiamo correndo. Ha attirato ancor meno l’attenzione, almeno in Italia, la notizia sulla possibile prossima creazione di zone extraterritoriali all’interno degli stati. Dopo la nascita dello stato moderno praticamente ogni superficie del globo è stata regolamentata e affidata alla giurisdizione di una qualche entità statale. E nonostante la retorica sulla fine della centralità degli stati, né le organizzazioni internazionali o regionali né altre entità si sono dimostrate in grado di soppiantare il ruolo dello stato moderno. Eppure ci sono oggi entità extraterritoriali ben più potenti di tanti stati, e che si possono permettere, perché glielo permettono, è bene sottolinearlo, di agire al di là delle norme imposte a tutti coloro che risiedono all’interno di un territorio. Ciò si ricollega a quel che dicevamo sulla mancata regolazione delle aziende tech le quali hanno una dimensione, una pervasività e una trasversalità territoriale tali da poter dettare le condizioni, anche quando agiscono anche molto materialmente sui singoli territori.

Il vuoto normativo, il ritardo nell’implementare leggi che ricomprendessero realtà nel frattempo autoimpostesi, si accompagnano ovviamente ad un’ideologia che ha reso normale lo strapotere indiscriminato delle big tech. Quell’ideologia è il capitalismo, all’alba del XXI secolo apparentemente unico baluardo rimasto a dominare incontrastato, nonostante i suoi continui fallimenti: la crisi del 2008 è solo il penultimo tra questi, mentre la pandemia iniziata nel 2020 lo è sia nella sua origine che nella successiva gestione e ne paghiamo le conseguenze quotidianamente e in maniera drammatica. Un mondo nuovissimo, dominato da tecnologie che solo cinquant’anni fa avremmo considerato fantascientifiche, eppure tutto si organizza e si regge ancora su una teoria economica vecchia di secoli e basata su presupposti falsi o del tutto fittizi come la concorrenza perfetta e l’equilibrio di mercato. È per questo forse che non desta particolare scalpore la proposta di creare zone semi-autonome gestite da imprese tech tramite strumenti innovativi come le blockchain.  Un passo ulteriore nel concetto di smart city perché così si svincola totalmente dal potere statale.

La proposta del governo del Nevada è stata diffusa da The Nevada Independent e poi ripresa anche da altri siti di news come la BBC e riguarda delle particolari zone d’innovazione. La Blockchains LLC, l’azienda su cui è costruita la proposta, semplicemente dichiara che le regole che attualmente governano le comunità sono troppo rigide per i progetti “rivoluzionari” che hanno in mente. L’idea è quindi di creare distretti autonomi con la capacità di riscuotere tasse, gestire l’educazione obbligatoria, il trasporto locale e gli altri servizi normalmente demandati ai governi locali. Per creare una zona un privato deve possedere un’area di almeno 50.000 acri, garantire l’investimento di 1 miliardo di dollari (in dieci anni) e prevedere una tassazione specifica sulla tecnologia innovativa presente nella zona. Si tratta di conurbamenti creati dal nulla: “not have any permanent residents at the time of the application and not be part of any pre-existing city”. Se approvata la zona avrebbe tutti i poteri delle tipiche autorità locali e sarebbe retta da tre supervisori nominati dal governatore, due scelti da una lista di cinque candidati proposti dalla zona, nessuno dei quali con interessi economici diretti. Completato il “passaggio di consegne” con tutti i servizi locali affidati alla zona, questa non sarà più soggetta alle norme della contea. Si tratta di una svolta epocale che fa impallidire la pur inquietante Shitty Tech Adoption Curve che spiega bene Cory Doctorow in una serie di tweet qui raccolti. Ciò che è stato rivelato di questo piano va osservato più da vicino.

Unveiled last year, the plan envisions a city of more than 36,000 residents, 15,000 homes, and 11 million sq ft of commercial space. Blockchain estimates that, eventually, the city will generate $4.6bn in output annually.

For this to happen, Mr Berns says a new model of local government is needed in Nevada. This government would have powers to raise taxes, enforce the law, and administer public services such as schools, utilities and transport.

“There are some really cool things we could develop if we had the area and the flexibility to do it. That’s what this is about,” Mr Berns told the BBC.

Interrogato sulla filosofia dietro il proprio progetto, il fondatore di Blockchains risponde mettendo in campo una finta equidistanza tra stato e mercato e sfoggiando una prevedibile fiducia nel futuro e nella tecnologia:

“I’m not anti-government,” Mr Berns said. “But I do think the government has stuck its nose into our business too much. I think corporate America is worse than the government as far as sticking their nose in our business is concerned. So I’m trying to create a place where they can’t interfere.” For Mr Berns, “they” are an impediment to a future without risk-averse politicians who stifle innovation, or unaccountable tech firms that harvest our data for profit. Blockchain, Mr Berns argues, will help us invent that future.

“I want to create a place where we can rethink things. Where we can democratise democracy,”

Il senso di distopia nel pensare alla creazione di queste innovation zones per quanto mi riguarda è fortissimo. Il precedente è pericoloso, e mi sembra la trama di un film che non può finire che male, molto male.

Tech, media e democrazia

L’annuncio della separazione dei Daft Punk dopo 28 anni di successi internazionali mi ha un po’ confusa e però mi ha dato il suggerimento adatto per la giusta musica di sottofondo per ragionare sul tema: la colonna sonora di Tron: Legacy

Sarebbe bello se internet fosse fatto di gatti come vagheggiava una vecchia canzone su youtube, in realtà però è composta di nodi molto più reali, complessi e meno carini, al punto che neanche Shoshana Zuboff nel suo pur notevole studio sul capitalismo della sorveglianza coglie le relazioni di potere e i rapporti di forza alla base dell’ambiente tecnologico con cui siamo ormai praticamente in simbiosi. Del resto, come ho riportato parlando dell’analisi critica di Morozov al testo, e ribadito nel mio recente contributo a Rizomatica, ripubblicato anche sul blog, il lavoro di Shoshana Zuboff è influenzato dallo strutturalismo parsonsiano che ne compromette la reale radicalità.
In un bellissimo articolo uscito su Internazionale Wolf Bukowski parlando del governo del territorio e del fallimento della sinistra nel contrastare entità mostruose come la BreBeMi mette insieme alcune riflessioni che possono benissimo essere applicate all’economia digitale: “la pianificazione insomma sembra rimbalzare tra istituzioni, lasciandosi pianificare dalle forze del mercato e dalle sue abili fughe in avanti”. Sta accadendo lo stesso per la formazione e lo sviluppo dell’ecosistema digitale: le forze del mercato lo governano e modellano grazie alle loro posizioni dominanti, mentre la regolamentazione ‘democratica’ del fenomeno resta sempre non un passo, ma parecchi chilometri indietro. Va detto che alcuni tentativi di regolamentazione del nuovo ecosistema, spesso timidi, goffi o maldestri, i governi e le organizzazioni sovranazionali li hanno fatti e li stanno facendo, ma ad oggi con scarsi risultati.
Il tema della regolamentazione dell’economia digitale è complesso e si scontra da un lato con la concezione, in realtà utopistica dati gli assetti attuali, della libertà della rete a garanzia di democraticità e dall’altro con la visione liberale dominante per cui la concorrenza deve fare il suo corso per avere risultati ottimali, visione condivisa nella culla decadente del capitalismo, gli Stati Uniti, e dai nuovi paladini del libero mercato, all’interno delle istituzioni europee, che hanno costruito una complessa struttura interstatale per sostenere i princìpi dell’economia di mercato a livello continentale.

Questo tweet fa parte di un thread che si riferisce alla spinosa questione della regolamentazione online balzata agli onori della cronaca con la recente proposta di legge australiana, in via di approvazione, che impone a Google e Facebook di prendere accordi con gli editori dei media per la condivisione all’interno delle loro piattaforme delle notizie. Al di là degli allarmismi sulla imminente rottura del web (li abbiamo sentiti tante volte, ed è giusto attenzionare perché si teme, e forse a ragione, che i legislatori non comprendano appieno ciò che pretendono di regolare) credo sia opportuno ragionare partendo appunto dalle strutture di potere esistenti.
Il fatto che il governo australiano sia spinto dalla ‘potenza di fuoco’ di Murdoch e della sua News Corp va considerato senza però dimenticare che dall’altra parte non c’è Davide ma altri Golia: mentre i media tradizionali sono in declino, e fanno lobby per cercare di fermare questa piega, Facebook e Google, in parte li hanno scalzati, hanno posizioni dominanti incredibili e tentano di mantenere tali vantaggi comodamente ottenuti, anche perché è in gioco qui non solo la legislazione di un paese: mezzo mondo è in attesa di vedere come andrà a finire per capire come muoversi per cercare di frenare lo strapotere delle piattaforme: la battaglia è appena iniziata. Intanto ad esempio in Francia già l’equivalente del nostro Antitrust aveva chiesto a Google di pagare per le news.
È notizia di oggi che la proposta di legge australiana verrà “congelata” per due mesi, grazie alla mossa di Facebook, che, ricordiamolo, dalla sua posizione dominante ha oscurato nella sua piattaforma australiana tutte le news, commettendo inizialmente anche diversi errori (bloccando siti governativi, anche il dipartimento della salute, durante una pandemia, metereologici mentre era in corso un’emergenza incendi, oltre a siti di ONG e il suo stesso sito corporate!)

Già il fatto che una singola azienda sia talmente grande e pervasiva da poter compiere una mossa del genere mettendo “in difficoltà” un intero paese dovrebbe essere una red flag, e questo può accadere perché lo si è permesso. Purtroppo, come avveniva qualche decennio fa con Internet Explorer, una significativa fetta dell’utenza identifica Facebook con la rete e questo è certamente parte del problema.
Per tornare al testo della legge, un lungo articolo di Valigia Blu tenta di approfondire, ma lo fa nuovamente, come spiegavo nella mia critica alla loro difesa delle piattaforme sul ban a Trump, dal suo punto di vista liberale, lasciando sullo sfondo il ruolo di Facebook e difendendo l’inviolabilità di una rete che sembra vada bene così com’è costruita oggi. Suggerisco  invece di leggere anche tutto il thread di @doctorow già citato sopra:

Il thread intero è visionabile anche a questo link. Consiglio anche di leggere il thread di @matthewstoller per approfondire ulteriormente il perché riferirsi alla proposta di legge australiana come ad una link-tax sia fuorviante.

La legge australiana è sicuramente perfettibile, ma come dice @doctorow “if you want to get there, I wouldn’t start from here”. Il focus sulla link-tax è sbagliato anche perché dirotta l’attenzione dal duopolio che Facebook e Google hanno sulla pubblicità, che alla fine  è il vero cuore della questione.
“Taking power back is key” dice Kappazeta perché come il caso del deplatforming dimostra l’ecosistema digitale riflette le strutture di potere e l’inuguaglianza nella società, e l’erosione del potere delle piattaforme per come siamo messi andrebbe condotto “con ogni mezzo necessario”.
Come dicevo all’inizio, le forze del mercato con la loro fuga in avanti sono parecchio in vantaggio, questi cui assistiamo sono primi tentativi di dettare nuove regole che governino la nostra realtà e dovremmo essere tutti d’accordo che è necessaria più regolamentazione, non meno. Dev’essere ovviamente adeguata, ma è bene sapersi posizionare e capire da che parte si vuole stare, perché dire oggi che le piattaforme sono un faro di democrazia è malafede oppure complicità, eppure ho letto cose simili scritte dai difensori del libero web guidato da Facebook e Google.

Stretti tra Popper e Voltaire – un mio contributo per Rizomatica

Per il nuovo numero di Rizomatica, uscito il 12 febbraio, avevo scritto alcune riflessioni su piattaforme e democrazia partendo dalla vicenda del ban a Trump a ridosso degli eventi di Capitol Hill. Il tema resta di stretta attualità e lo dimostra anche ciò che sta accadendo in questi giorni tra governo australiano e piattaforme digitali, e credo che ne scriverò ancora appena possibile. Intanto condivido volentieri anche qui l’articolo pubblicato su Rizomatica. Qui il link all’articolo. Il numero è anche interamente scaricabile dal blog.

I sostenitori del ban a Trump saranno in qualche modo consapevoli del paradosso della tolleranza: teorizzata da Karl Popper, tale situazione apparentemente senza via d’uscita è data dal fatto che una società tollerante è destinata ad essere travolta dagli intolleranti al suo interno, per cui è necessario che si dimostri intollerante nei loro riguardi. Una posizione un po’ più complessa è forse quella del filosofo Rawls, per il quale la società giusta deve tollerare gli intolleranti e limitarli solo nella misura in cui i tolleranti temono per la sicurezza loro e del sistema nel suo complesso.Dall’altra parte ci sono i voltairiani della domenica, che spesso citano il filosofo illuminista a sproposito perché la ormai celebre frase “non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo” è apocrifa, in quanto se ne trova traccia solo nella biografia redatta da Evelyne Beatrice Hall sotto pseudonimo, che la mise tra virgolette per errore. Tale posizione comunque implica che non si possa limitare l’espressione altrui, qualunque siano le conseguenze.Tra questi due estremi spesso si naviga a vista, e il soggetto coinvolto e le circostanze specifiche hanno un ruolo non trascurabile nel determinare i termini della questione. Nel frattempo, con l’avvento di internet sembra che la libertà di espressione possa raggiungere nuove vette, e contemporaneamente si avverte la necessità di mettere dei paletti affinché il diritto di tutti ad esprimersi liberamente non leda altri diritti. Internet va regolamentato? Di certo il tecnoentusiasmo secondo cui la rete, democratica ed immensamente libera, ci avrebbe a sua volta liberato si è dimostrata un’ingenua utopia. Internet non sfugge ai rapporti di forza, è soggetto anch’esso a relazioni di potere e ad esempio la net neutrality è più una chimera che altro. L’espressione net neutrality è stata coniata dal professore Tim Wu della facoltà di legge della Columbia University in un paper del 2003 sulla discriminazione online. Il problema si pose all’epoca nella misura in cui i provider potevano escludere dall’accesso alla rete alcuni utenti. Negli USA nel 2005 venne vietato agli ISP (Internet Service Provider) di bloccare contenuti o limitare l’accesso agli utenti, ma questo orientamento venne messo in discussione nel 2017 e ancora oggi non esiste una legislazione univoca neanche tra gli stati federati. Se non ci sono regole chiare riguardo i provider di rete, cioè a monte, figurarsi cosa accade nel momento in cui le piattaforme da aziende private – non assimilate a fornitori di “servizi pubblici” – seguono delle regole arbitrarie a cui gli utenti si devono conformare, e queste regole possono essere modificate unilateralmente dalle stesse.Il tema della libertà di espressione è ben più vecchio della rete e ancora non ha trovato una risposta definitiva; questo è un bene, dice il giurista Blengino, perché se ci fosse una distinzione netta tra dicibile e indicibile la società non sarebbe affatto libera, a prescindere dal fatto che la decisione dipenda da una legge o un algoritmo.

Deplatforming e liberalismo

Per parlare dei rapporti tra la rete e la democrazia, è opportuno mettere in chiaro subito alcuni presupposti, e partirei da Shoshana Zuboff, che scrive: “le tecnologie sono sempre dei mezzi al servizio dell’economia, e non dei fini: nell’epoca moderna, il dna della tecnologia è segnato in partenza da quello che il sociologo Max Weber chiama “orientamento economico”. (Zuboff, 2019, pos. 382)
Anche se l’analisi compiuta dalla Zuboff ha determinati bias teorici – il funzionalismo parsonsiano su tutti – che ne inficiano buona parte delle conclusioni, è evidentemente corretto che contestare le Big Tech per le violazioni della privacy ha fatto perdere di vista la portata delle trasformazioni in atto, come rileva Morozov nella sua lunga critica alle tesi della studiosa intitolata I nuovi abiti del capitalismo. Quello che manca alla base delle analisi cosiddette del surveillance capitalism è il riconoscimento delle strutture di potere, sempre presenti anche nel mondo digitale. Questo è ciò che dovremmo tenere presente in primis quando ragioniamo del rapporto tra le piattaforme e la democrazia.Dopo l’assalto a Capitol Hill, prima Twitter e a seguire Facebook e Instagram hanno sospeso e poi bannato Trump, aprendo un dibattito a volte banale, spesso inutilmente dicotomico, tra trionfalisti soddisfatti della presa di posizione e scandalizzati che gridavano alla censura inaccettabile. La prima cosa che si deve dire è che abbiamo un problema, lo dovremmo già sapere, però questi avvenimenti ce lo mettono di fronte in maniera molto chiara e netta: queste piattaforme possono essere considerate piazze pubbliche ma sono, e sono gestite, come spazi privati, ed hanno comunque un potere enorme. La posizione dei trionfalisti è di base viziata dal fatto che, volenti o nolenti, ignorano che per anni questi ritrovati paladini della giustizia online sono stati il balcone da cui si è affacciato Trump e anche la piazza dove si sono espressi, incontrati e organizzati, suprematisti bianchi e altri estremisti tra cui i seguaci del Donald. Nel momento in cui il presidente uscente era al tramonto, e solo dopo che si è dimostrato abbastanza chiaramente che la bilancia dell’equilibrio politico era contro di lui, si è chiesta a gran voce la sua esclusione da tutte le piattaforme, come forma estrema di “difesa della democrazia”. Il deplatforming è una questione complessa per la quale il paradosso di Popper non è certamente sufficiente. Tra le giustificazioni alla propria posizione c’è quella che le regole debbano essere uguali per tutti. Punto che avrebbe anche senso se non fosse che per quattro anni qualcuno si è dimostrato sicuramente più uguale degli altri. Se ad un cittadino sono vietati determinati comportamenti online, ciò deve valere anche per “l’uomo più potente del mondo”. Ma il problema è a monte, perché chi decide quali comportamenti vietare sono sempre loro, le piattaforme. E in caso di movimento di massa che spinga per un rovesciamento del sistema, la censura sarebbe la stessa, perché l’obiettivo, anche delle piattaforme, è mantenere lo status quo e conservare il potere, certamente non marginale, che hanno.Alcune posizioni si possono non condividere e ovviamente si ha il diritto di esprimere il proprio pensiero, ma negare la problematicità della questione come fa Arianna Ciccone di Valigia Blu dichiarando che la scelta delle piattaforme è lineare (e magari dalla parte della giustizia interstellare) mi sembra pericoloso, oltre che superficiale. Si scrive addirittura che le piattaforme hanno il merito di aver ampliato l’accesso e la partecipazione al dibattito pubblico. Bisogna pure ringraziarli per l’esistenza di Black Lives Matter e del movimento del #metoo, come se senza la rete nei secoli precedenti non fossero nati movimenti e non si fossero anche fatte rivoluzioni, come se la forza non venisse dalle persone ma dalle tecnologie. Nel corso della storia umana, non è stata certamente la tecnologia il primo e l’unico motore della trasformazione sociale. Si rifletta un attimo sulla primavera araba, di cui ora ricorre il decennale: la miope visione occidentale è che le rivoluzioni, poi fallite, sono comunque originate dai e grazie ai social media, attraverso cui molti giovani si sono potuti organizzare dando origine ad una serie di sollevazioni popolari che hanno scosso il Nord Africa e in generale il Medio Oriente. Come sostiene Haythem Guesmi, quello sul ruolo dei social media è un mito, infatti diversi scienziati sociali lo hanno messo in discussione sostenendo che sono stati uno degli strumenti utilizzati dai manifestanti per fare rete e nulla più. Nel frattempo le Big Tech grazie a questa narrativa hanno ulteriormente incrementato i loro numeri ed anche aggirato le richieste da parte di diverse organizzazioni che si occupano non solo di tutela della privacy ma anche di diritti umani: “despite posing as a force for progress and development, Big Tech was collaborating with repressive governments in the Middle East and North Africa even before the Arab Spring started”. Dopo lo scoppio della primavera araba, continua Guesmi, “instead of protecting free speech against government censorship efforts, social media platforms suspended and removed thousands of accounts of political dissidents in Tunisia, Palestine, Egypt, Syria and elsewhere”. Questa è una forma di deplatforming che già avviene senza clamore generale. Sicuramente i sostenitori della democrazia borghese si trovano a loro agio a difendere il ban di Trump, ammettendo spesso candidamente di essere i difensori prima di tutto del liberalismo, per cui The Donald avrebbe potuto dire quel che voleva finché fosse rimasto il presidente eletto. Inoltre, contraddicendosi, pensano che visto che fino ad ora l’unico strumento politico per depotenziarlo, l’impeachment, non ha funzionato, il ban dai social gli potrà impedire un eventuale successo alle elezioni del 2024.

Le piattaforme e l’approccio community based, aspettando il sol dell’avvenire

Il ruolo delle piattaforme, il contesto in cui agiscono e la loro natura necessiterebbero un dibattito pubblico a monte che però non si è mai svolto: queste piattaforme si sono imposte nei fatti in un sistema deregolato, con le legislazioni nazionali e sovranazionali a rincorrere l’implementazione sempre più rapida di nuove tecnologie a livello globale. Oltre la disparità di atteggiamento nel Nord e nel Sud del mondo, il contesto sta ulteriormente mutando e da più parti si richiede una regolamentazione, più o meno rigida, se non lo scorporamento di colossi troppo grandi per essere agevolmente sottoposti a vincoli statali. Nella storia USA ad esempio questo è accaduto per rompere alcuni monopoli, considerati nocivi per l’ideologia del libero mercato. Ma quando si parla di comunicazioni non è solo una questione di monopolio versus concorrenza, c’è invece un superiore interesse pubblico che va tutelato. La pluralità dei media è un primo tassello per una informazione libera ma non è sufficiente. Come sostiene Nick Srnicek, se non emergono proposte di sinistra il dibattito sarà dominato da una parte dalla tutela della concorrenza di matrice europea e dall’altra da una blanda regolamentazione del monopolio negli Stati Uniti. Ci sono, ancora una volta, rapporti di potere che condizionano le diverse fonti, ed è appena il caso di citare la questione della diffusione di fake news. Accusati come principali artefici i social media, è opportuno ricordare che ancora buona parte delle notizie circola tramite i media tradizionali o dagli stessi è veicolato online. D’altra parte gli stessi social hanno iniziato a attrezzarsi dimostrando di essere interessati a combattere il fenomeno, almeno apparentemente. È proprio questo il primo strumento usato da Facebook o Twitter di fronte all’abnorme mole di contenuti borderline o proprio falsi condivisi spesso anche da Trump, quando era ancora presidente. “Questa notizia è controversa”, “questo fatto non è accertato” comparivano sotto diversi post condivisi. È successo recentemente anche mentre cercava di contestare il voto continuando a denunciare frodi e brogli elettorali, non comprovati da alcunché. Il fact checking, come viene chiamato, è un processo a volte complicato, che un tempo era parte del lavoro dei giornalisti, i quali ormai forse hanno dimenticato cosa significhi (o magari alcuni non lo hanno mai saputo); oggi, data la mole di informazioni che chiunque può collezionare da miriadi di fonti diverse, potrebbe essere organizzato dal basso. L’alternativa ci riporta al problema delle piattaforme che mantengono in sé un potere sproporzionato e soprattutto non controllato, in un ambito in cui l’interesse pubblico deve prevalere. Sembra essere diversa invece l’idea di Twitter, che ha annunciato recentemente la sperimentazione di Birdwatch, un approccio basato sulla comunità per combattere la disinformazione. Lo stesso account ufficiale @birdwatch dichiara che ricerche accademiche (come quella di Hyunuk Kim e Dylan Walker da loro citata) sembrerebbero provare che approcci di questo tipo risultino più efficaci rispetto ad altri gestiti in chiave centralistica. I primi test, dichiara ancora la piattaforma, stanno dando segnali incoraggianti, e così hanno deciso di iniziare la sperimentazione su larga scala a partire dall’utenza che risiede negli Stati Uniti. Se ci si riflette, Wikipedia è un esempio di successo che dimostra che l’approccio cooperativo è efficace e nel tempo dà ottimi risultati. Fintantoché le piattaforme saranno parte integrante di un contesto capitalistico, questa soluzione parziale potrebbe essere un’alternativa alla censura che comunque è sempre rischiosa. Come spiegava Trotskij, “sia l’esperienza storica che quella teorica dimostrano che qualsiasi restrizione della democrazia nella società borghese è, in ultima analisi, invariabilmente diretta contro il proletariato”. In un testo in cui attacca i “compagni” messicani, seguaci della linea stalinista, che propagandavano la censura della stampa reazionaria, Trotskij fa delle riflessioni che sono ancora oggi attuali e che possono essere benissimo traslate dalla stampa alle nuove tecnologie: “è essenziale condurre una lotta instancabile contro la stampa reazionaria. Ma i lavoratori non possono permettere al pugno repressivo dello stato borghese di sostituirli in questo compito (…), qualsiasi legislazione restrittiva esistente verrà utilizzata contro i lavoratori”. Forse non è necessario scegliere se stare dalla parte di uno stato che è comunque a tutela degli interessi dei pochi o dalla parte dei colossi privati, dialetticamente, tra le due opzioni, occorre trovare una sintesi che risponda alle esigenze dei molti.

Note

  1. Il futuro delle piattaforme tra pandemia e democrazia, Intervista a Nick Srnicek, Dinamo Print, anno 1 n. 02, dicembre 2020.

Bibliositografia

Carlo Blengino, Il paradosso dei social, parte 1https://www.ilpost.it/carloblengino/2021/01/18/il-paradosso-dei-social-parte-i/

Fabio Chiusi, Il dilemma non sono i socialhttps://www.valigiablu.it/social-media-dilemma-societa/

Arianna Ciccone, “Deplatforming” Trump: la giusta decisione di Facebook e Twitter di bloccare gli account del presidente uscentehttps://www.valigiablu.it/deplatforming-trump-facebook-twitter/

Arianna Ciccone, Trump, la libertà di espressione e l’ipocrisia di giornalisti e politici,https://www.valigiablu.it/trump-social-media-regole-ban/

Alberto De Nicola e Tania Rispoli, Il futuro delle piattaforme tra pandemia e democrazia, Intervista a Nick Srnicek, Dinamo Print, anno 1 n. 02, dicembre 2020.

Haythem Guesmi, The social media myth about the Arab Springhttps://www.aljazeera.com/opinions/2021/1/27/the-social-media-myth-about-the-arab-spring

Jeff Jarvis, The case of Trump v. Facebookhttps://medium.com/whither-news/the-case-of-trump-v-facebook-1d82cc7dc193

Hyunuk Kim e Dylan Walker, Leveraging volunteer fact checking to identify misinformation about COVID-19 in social media, HKS Misinformation Review https://misinforeview.h*ks.harvard.edu/article/leveraging-volunteer-fact-checking-to-identify-misinformation-about-covid-19-in-social-media/

Evgeny Morozov, Capitalism’s new clotheshttps://thebaffler.com/latest/capitalisms-new-clothes-morozov

Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici, 2vv, Armando, Roma, 1973-74.

John Rawls, Una teoria della giustizia, Feltrinelli, Milano, 2008.

S. G. Tallentyre, The friends of Voltaire, Open library, https://archive.org/stream/friendsofvoltair00hallrich#page/n11/mode/2up

Lev Trotskij, Libertà di stampa e classe operaiahttps://www.rivoluzione.red/liberta-di-stampa-e-classe-operaia-di-l-trotskij/

Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, Luiss University Press, Roma, 2019.

Facebook, Whatsapp, gli USA e noi

waA rigor di logica non dovrei né vorrei occuparmi di nuovo di Facebook, dopo aver appena festeggiato un anno senza, ma anche se io me ne volessi disinteressare sembra che Facebook non si disinteressi a me. Tra la nuova policy di Whatsapp che ti impone di condividere le informazioni dell’account con Facebook, che non sarebbe applicabile in Unione Europea vista la vigenza del GDPR (però anche Facebook stesso c’è nonostante il GDPR quindi…), e la relazione tra politica e piattaforme a livello sia locale che mondiale, tocca parlarne ancora. A livello locale l’esempio mi viene con il continuo utilizzo da parte delle istituzioni di comunicazioni poco istituzionali come le dirette Facebook per informare la cittadinanza alla faccia di chi non ha e non vuole aderire ad una piattaforma privata. La stessa piattaforma che ha fatto da cassa da risonanza ai deliri del presidente uscente degli Stati Uniti e dato spazio a gruppi e persone che nel modo più soft possono essere definiti suprematisti bianchi, oltre a feccia varia, per poi decidere in autonomia che ora basta, gli si toglie il palcoscenico. In base a cosa? Come dice bene Loredana Lipperini nel post di oggi:

Ma chi vigila sulla democrazia, certamente messa in pericolo ANCHE da un delirante quasi-ex-presidente degli Stati Uniti?
Perché se la difesa della democrazia viene delegata a un impero digitale non mi sembra il caso di essere così tranquilli. Come giustamente ha scritto uno dei non molti commentatori che aveva compreso il punto, siamo di fronte a “un soggetto privato che autonomamente sceglie se e quanto permettere al rappresentante in capo di uno stato di esprimersi”. E’ un cambio di paradigma incredibile (…)

E così torno a pensare, e a scrivere di queste cose. Il percorso di riflessione iniziato con la disamina del testo Il capitalismo della sorveglianza di Shoshana Zuboff, proseguito con l’analisi della necessaria, puntuale, nonché lunghissima critica di Evgeny Morozov allo stesso testo si arricchisce ancora con un’inaspettata quanto opportuna critica alle trappole pseudomarxiane delle categorie del surveillance capitalism fatta su questo blog, che incrocia anche una critica del fediverso che mi trova molto interessata e che sentenzia, non senza ragione: “Non bisogna credere che per liberarsi dei social commerciali basti crearne una versione priva di tracciamento dei dati”. L’occasione è ottima per continuare a riflettere sul potere delle piattaforme, un potere che ha diverse declinazioni, una delle quali è sulla nostra perdita della capacità di scrivere. Questa è una battaglia che ho deciso di combattere imponendomi nuovamente la scrittura, ed è uno dei numerosi motivi per cui ho abbandonato Facebook.

L’idea di abbandonare Whatsapp lo ha avuta pure ma è più complicato in base all’uso che ne faccio: principalmente ragioni di lavoro e di scuola della prole mi hanno impedito fino ad ora di farlo. Forse mi illudo che con questa nuova policy qualcosa possa cambiare a livelli significativi, perché leggo di picchi di iscrizioni ad alternative tipo Signal, anche se sulla bontà delle alternative bisognerebbe pure discutere: Signal, Telegram, what else? Su Mastodon, a proposito ancora di fediverso, se ne sta discutendo, ad esempio, e ci sono diverse posizioni, tra chi rompe senza problemi con un tot di contatti a chi si trova in difficoltà a farlo per le più varie ragioni.

capitol hill

Paladini del capitalismo nelle loro vesti più credibili

Dubbi, spinte al cambiamento, critiche del sistema dei social, sono tutti segnali importanti che non dobbiamo trascurare, e però hanno bisogno di uno sguardo complessivo. Condivido appieno quanto detto ancora da Loredana in questo caso ieri, in riferimento alla ignominiosa vicenda dell’assalto a Capitol Hill, riguardo al nostro presente: “siamo amabilmente al servizio di un capitalismo persino più feroce del precedente, quello che la rete e i social gestisce”. Questo dovrebbe essere un punto di partenza, che non nega un altro aspetto della questione: quello statunitense è un impero in decadenza, e anche la dimostrazione plastica dell’ennesima, sempre più dirompente crisi di un capitalismo che comunque si piega ma non si spezzerà da solo, senza un movimento reale che sappia agire per il cambiamento.

I nuovi abiti del capitalismo

morozov

Il tema del capitalismo della sorveglianza è più attuale che mai nel mutato contesto in cui ci troviamo. Rispetto a febbraio, mese in cui ne scrivevo dopo aver letto il libro di Shoshana Zuboff, la situazione è se possibile più ghiotta per questo nuovo abito del capitalismo e trova noi più indifesi e proni nell’accettare le sue forme. Con l’imposizione della DAD ma non solo, emerge ancor più di prima la necessità di una nuova consapevolezza digitale e di strumenti alternativi allo strapotere dei GAFAM (Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft).

In questo contesto è opportuno ritornare sul frame teorico e riconoscere, dopo aver letto la lunghissima recensione critica di Evgeny Morozov (qui in italiano) che mi dev’essere sfuggito qualcosa, e non si tratta di dettagli. Come dice @kappazeta nel segnalarmi il testo, anche io devo essermi concentrata sugli aspetti di denuncia senza riflettere  troppo sul quadro teorico, probabilmente perché ho dato per scontata la critica al sistema nel suo complesso. In realtà io ho fatto anche qualche accenno (entusiasta!) ai riferimenti teorici ignorando totalmente il quadro d’insieme, per cui è particolarmente illuminante il testo di Morozov. Banalmente mi sono esaltata per aver letto riferimenti a sociologi che apprezzo abbastanza o molto (Braudel, Weber, Polanyi, Bauman) non rendendomi conto dell’impostazione complessivamente fuori fuoco del libro.

Morozov inizia la sua analisi dicendo che la Zuboff afferma in maniera corretta che criticare le Big Tech per le violazioni della privacy “ha fatto perdere di vista la portata della trasformazione”, per proseguire risalendo alle origini del lavoro della Zuboff, una figura comunque lontana da circoli anticapitalisti (professoressa di Harvard, ha lavorato per Business Week, in Italia il suo libro è stato ad esempio pubblicato dalla LUISS, cosa che aveva lasciato perplessa anche me). Ha lavorato sull’impatto dell’Information Technology (IT) sul posto di lavoro per quarant’anni, e, nelle parole di Morozov:

il disallineamento tra il possibile e il reale ha inquadrato il contesto intellettuale in cui, precedentemente cautamente ottimista sia sul capitalismo che sulla tecnologia, ha costruito la sua teoria del capitalismo della sorveglianza, lo strumento più oscuro e distopico del suo arsenale intellettuale fino ad oggi.

Morozov osserva che in precedenti scritti, comunque critici, era completametne assente la parola capitalismo mentre “la proprietà privata, la classe, la proprietà dei mezzi di produzione – la materia dei precedenti conflitti legati al lavoro – erano per lo più esclusi dal suo quadro”. Nel percorso di Shoshana Zuboff ha influito molto, ed è essenziale per comprenderne l’approccio, il suo professore di Harvard Alfred Chandler, “bardo del capitalismo manageriale”, il quale aveva affermato che la mano invisibile di Adam Smith era stata sostituita dalla mano visibile dei manager. Chandler era stato uno studente di Talcott Parsons, padre del funzionalismo, e la storia aziendale che insegnava assomiglia più ad una sociologia funzionalista sotto mentite spoglie “ed è di tipo piuttosto volgare”, chiosa Morozov. Attraverso l’approccio chandleriano scompaiono le relazioni di potere, e la Zuboff adotta lo stesso sistema: elabora un metodo analitico portando gli esempi a conferma piuttosto che mettere a confronto diversi modelli per verificare quale possa risultare migliore. L’autrice si appoggia poi a Schumpeter, altro mentore di Chandler, nel mettere il consumatore al centro del cambiamento storico. All’interno del quadro chandleriano si configurano tre regimi rappresentati da imprese che ne sintetizzano i valori: la General Motors e la Ford e il capitalismo manageriale così come descritto da Chandler; Google e Facebook e il capitalismo della sorveglianza descritto nel suo dispiegarsi da Zuboff; Apple e Amazon (prima di Alexa, specifica) e il capitalismo della promozione dei diritti così come vagheggiato dalla stessa Zuboff.

Un grosso problema delle spiegazioni funzionaliste è che non ammettono l’esistenza di narrazioni alternative. Ad esempio nel corso del libro non c’è alcun riferimento ai concetti di capitalismo delle piattaforme o cognitivo, o neanche biocapitalismo, categorie che permetterebbero di approfondire diverse sfaccettature e allargare lo sguardo dell’analisi.

La struttura Chandleriana, nonostante tutte le sue intuizioni analitiche, è cronicamente cieca alle relazioni di potere, il risultato della sua innata mancanza di curiosità verso le spiegazioni non funzionaliste.

Morozov si lancia poi in un parallelo a prima vista “straniante” tra Shoshana Zuboff e Toni Negri, e più ampiamente il marxismo autonomo italiano. Questi ultimi avevano visto l’IT come forza potenzialmente liberatrice, considerano l’estrazione di valore della fabbrica sociale mentre i capitalisti diventano solo percettori di rendita e la moltitudine si emancipa, e da qui discende la richiesta di un reddito di base universale. È evidente che i percorsi non sono sovrapponibili ma il presupposto della teoria degli autonomi “era un’ipotesi funzionalista”: la capacità del lavoro di essere sempre un passo avanti al capitale. Per chiudere il discorso sugli autonomi italiani, la premessa chiave della loro teoria, dice Morozov, “che il capitale stava diventando esterno al lavoro, consentendo ai lavoratori cognitivi abilitati, ora sparsi attraverso la fabbrica sociale, di autovalorizzarsi, sembra sempre più discutibile”. Resta comunque una differenza fondamentale: mentre il concetto di moltitudine “per quanto ambiguo e fuorviante”, rievoca un soggetto collettivo, per la Zuboff c’è solo il singolo consumatore sovrano.

A metà del testo Morozov si riferisce al proprio preludio “piuttosto lungo di 8 capitoli” e dichiara “questa recensione aspira a competere con il libro nella prolissità”, prima di analizzare nel dettaglio il quadro teorico de Il capitalismo della sorveglianza. Nel libro invece di chiedersi il perché Amazon, Apple e Google siano a caccia di surplus comportamentale, la caccia di surplus comportamentale diventa la causa; una teoria più semplice, afferma, sarebbe la seguente: “le aziende tecnologiche, come tutte le aziende, sono guidate dalla necessità di assicurare una redditività  a lungo termine”. E quindi:

 In effetti, il regime è solo uno – il capitalismo – e usarlo come una categoria analitica aiuta a rimediare a numerose carenze nei confronti del capitalismo manageriale e del capitalismo della sorveglianza.

La centralità della categoria del consumo inficia tutta l’analisi: nel momento in cui non c’è consumo non esiste capitalismo della sorveglianza, così come senza lavoro non c’è capitalismo per Marx: “Pertanto, un hedge fund che impiega satelliti per rilevare il movimento di veicoli vicino a supermercati o magazzini – una pratica comune per misurare il livello dell’attività commerciale di una sede – si trova al di fuori del capitalismo della sorveglianza, rigorosamente interpretato”. A quanto pare per la Zuboff la vera preoccupazione non è la sorveglianza ma la manipolazione del comportamento che ne consegue.

Un’altra critica di Morozov riguarda l’utilizzo improprio dei concetti di ‘spoliazione’ e ‘accumulazione primitiva’ impiegati ignorando la mercificazione: in genere la Zuboff definisce coi primi situazioni che andrebbero definite con quest’ultima espressione. Una delle principali conseguenze denunciate da Morozov è quindi presto spiegata:

Il concetto di capitalismo della sorveglianza sposta il luogo dell’inchiesta e le lotte che informa, dalla giustizia dei rapporti di produzione e distribuzione all’interno della fabbrica sociale digitalizzata all’etica dello scambio tra le aziende e i loro utenti. Per rendere il surplus comportamentale degli utenti (…) così cruciale per la teoria occorre concludere che l’estrazione del surplus da tutte le altre parti non ha importanza, o forse non esiste.

Questo comporta un “passo indietro nella nostra comprensione della dinamica dell’economia digitale” però non tutto è perduto: “anche quadri analitici errati possono produrre effetti sociali benefici”. Che si definisca tale o meno, il capitalismo della sorveglianza ha effetti concreti nel nostro presente e ne siamo tutti in qualche modo investiti, mentre la liberazione invocata anche dagli autonomi. oltre che dai tecnoentusiasti della prima ora, non ha affatto avuto luogo: “Steve Jobs ci ha promesso i computer come ‘biciclette per la mente’; ciò che abbiamo ottenuto sono invece le catene di montaggio per lo spirito”.

Il meccanismo suggerito da Morozov, per cui si può accettare l’utilità politica mentre si respinge la validità analitica del testo è delicato e pericoloso, ma sicuramente ha senso, dato il successo che ha investito il libro e la concreta possibilità che questo aiuti ad aumentare la nostra consapevolezza digitale: “rivisto come un avvertimento contro il sistema dei dati della sorveglianza, il libro regge abbastanza bene”. Dopo aver letto la lunga recensione di Morozov ho riflettuto sulle fallacie di un testo che mi ha in qualche modo travolta e che ritengo fondamentale oggi. Nonostante sia evidentemente flawed, e ringrazio Evgeny Morozov per aver spiegato in maniera accurata il frame teorico in cui si situa, Il capitalismo della sorveglianza, con i dovuti accorgimenti, resta un libro imprescindibile per il nostro presente.

 

 

 

 

Lifecake and Backthen to reality

Per chi non lo sapesse, ho un bambino che tra poco compie tre anni. Nelle mille offerte e omaggi che invogliano le quasi mamme e le neomamme a provare prodotti di cui poi non potranno fare a meno ricevetti un buono col quale poter stampare un tot di foto omaggio collegati con una app in cui caricare le foto e condividerle in tutta sicurezza, o quanto meno privatamente, solo con i cari tramite invito email. Una buona idea, pensai. E scaricai l’app. Scelsi poi le foto e me le spedirono a casa; io continuai ad usare l’app perché sì, era comoda. Non ho mai voluto condividere le foto sui social, men che meno su Facebook finché c’ero dentro, e l’app mi risparmiava di inviare singolarmente e privatamente le foto ad ognuno dei tanti “affetti stabili”: li caricavo lì ed erano immediatamente visibili solo ai contatti invitati. Il servizio, Lifecake, che era una startup acquistata da Canon nel 2015, è gratuito fino a 10 giga. Tutto bene no? In realtà ultimamente volevo verificare se l’app fosse davvero sicura, visto che ho iniziato un percorso di attenzione alla sicurezza digitale, disintossicazione social e sto cercando di avviare il degoogling anche se questo è un processo complesso e per cui ci vorrà parecchio tempo. Proprio per mancanza di tempo rinviavo la messa in questione di Lifecake, finché ci ha pensato l’app stessa: con una comunicazione senza grande preavviso, alcuni giorni fa annuncia che chiuderà il 30 giugno. Già dall’1 maggio è impossibile caricare nuove foto. Nell’app stessa però ti comunicano che gli stessi costruttori hanno fatto un’altra app in cui si possono riversare tutti i file, già operativa su mobile ma non sul web, mentre scaricare per sé tutto sarà reso possibile in breve tempo.

Storcendo il naso per questo cambiamento improvviso, provo a scaricare l’app per vedere un po’, leggo i termini di servizio e le regole della privacy, dopo di che decido di provare l’importazione in questa nuova app, BackThen, che tra l’altro ha la stessa grafica di Lifecake, cambiano solo i colori, ma mi fermano subito. Supero il limite dei Giga consentiti dal piano gratuito, ne ho 6,6 mentre solo 1G è gratuito nella nuova app. Per principio decido di soprassedere e cercare alternative, apro Mastodon raccontando la cosa nella speranza che qualche utente mi dia una dritta per un’alternativa realmente valida, apro twitter e cercando lifecake vedo una marea di tweet indignati per il fatto di aver scelto di chiudere l’app proprio in questo frangente. Sapete com’è, durante la pandemia quasi tutti i cari non conviventi non si possono vedere e un servizio come quello fornito da Lifecake assomiglia terribilmente a qualcosa di essenziale e non sostituibile. Molta gente aveva piani a pagamento, che comunque gli saranno rimborsati per il periodo non fruito e si lamenta dell’aumento delle tariffe. Il CEO si giustifica dicendo che l’app è autofinanziata e quindi deve stare in piedi sulle sue gambe e potrebbe anche starci come ragionamento. Alla fine ogni utente del servizio farà la propria scelta, io proseguendo il mio percorso di consapevolezza digitale cercherò un’alternativa che abbia determinati standard, già che ci sono.

lifecake

Quello che però mi fa riflettere e dovrebbe essere il punto principale nel raccontare questa storia è quanto delle nostre vite sia in mano a società terze, che all’interno del capitalismo della sorveglianza possono decidere dall’oggi al domani di cambiare le regole, cedere quel che di nostro hanno o semplicemente chiudere. Per giunta, Canon ha acquistato Lifecake quand’era una startup, l’ha masticata succhiandone i profitti e non l’ha neanche buttata via quando ha deciso che non era più profittevole, l’ha proprio uccisa. Riecheggiando Marx, noi abbiamo formalmente la scelta di decidere di quale app servirci, ma in realtà non siamo liberi di uscire da questo sistema che è ovunque uguale, un’app vale l’altra fintanto che all’interno del capitalismo tutte queste società hanno come unico obiettivo i profitti e noi siamo solo carne e dati da sfruttare per i loro interessi:

dimenticatevi il cliché secondo il quale “se qualcosa è gratis, il prodotto sei tu”: noi non siamo il prodotto, siamo le carcasse abbandonate. Il prodotto deriva dal surplus strappato alle nostre vite. (S. Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza)

All’obiezione che si può porre, che la tecnologia funziona intrinsecamente in questo modo, si può rispondere con un’altra citazione della Zuboff messa nel già citato post sul capitalismo della sorveglianza:

il digitale può assumere molte forme, a seconda delle logiche sociali ed economiche che lo animano. È il capitalismo che impone un prezzo fatto di sottomissione e impotenza, non la tecnologia. È vitale ricordare che il capitalismo della sorveglianza è una logica in azione, non una tecnologia, perché i capitalisti vogliono farti credere che le loro pratiche siano insite nelle tecnologie che utilizzano. (…) Le tecnologie sono sempre dei mezzi al servizio dell’economia, e non dei fini: nell’epoca moderna, il Dna della tecnologia è segnato in partenza da quello che il sociologo Max Weber chiama “orientamento economico”.

Quello che occorre fare è resistere al realismo capitalista, nelle parole di Mark Fisher “la sensazione diffusa che non solo il capitalismo sia l’unico sistema politico ed economico oggi percorribile, ma che sia impossibile anche solo immaginarne un’alternativa coerente”. Per fortuna, anzi per inevitabili e contingenti ragioni storiche, sociali ed economiche, questa narrazione scricchiola ogni giorno di più e la consapevolezza cresce e si diffonde, come un contagio, e viene denunciato che il capitalismo è il vero virus.

Immuni ma non alla sorveglianza

Leggo per quanto riguarda la fantomatica app Immuni che dovrebbe tracciare la popolazione e segnalare se si hanno avuto contatti con soggetti contagiati, annunciata in maniera roboante come strategia “volontaria”, che si ipotizzano ulteriori limiti alla mobilità per chi decida di non utilizzarla. Ulteriori perché anche utilizzando l’app (o in alternativa un braccialetto!) saranno previste delle restrizioni alla mobilità. Chi si oppone tra le altre cose parla dell’obbligo di uso dello smartphone (o del credito per le connessioni mobili, ché in Italia le numerose offerte sono tutt’altro che economiche) ma ancora prima io chiederei quali altri strumenti si pensa di affiancare all’app, perché da sola non potrebbe mai essere efficace. I tamponi? Riusciremo a farli in maniera estesa? Saremo in grado di potenziare la sanità pubblica nel frattempo?

Stefania Maurizi (@SMaurizi su Twitter), giornalista investigativa da poco “scappata” da Repubblica, che ha lavorato sui Wikileaks e sui file di Snowden e che quindi ha una conoscenza professionale e approfondita sulle questioni della sorveglianza digitale, non smette di lanciare l’allarme sul tema chiedendo che se ne discuta pubblicamente. Neanche dopo l’11 settembre, afferma, si è arrivati ad uno scenario simile, una sorveglianza di massa che integra i dati sulla salute, da decenni ormai definiti dati sensibili e quindi maggiormente tutelati e dati di localizzazione. Ci sono ovviamente enormi interessi economici e di intelligence intorno a questo settore. Il dibattito pubblico sul tema invece è tanto necessario quanto assente, soprattutto in Italia direi, dove temo che una discreta maggioranza non veda l’ora di scaricare sul proprio telefono un’app di tracciamento sul cui funzionamento e sulle cui garanzie di sicurezza nessuno saprebbe dare risposte certe.

Maurizi

Il problema è dunque a monte, ed è connesso all’assenza generale di un dibattito sul capitalismo della sorveglianza e sull’entusiastico ed incosciente utilizzo dei social media e delle piattaforme digitali in assenza di una minima alfabetizzazione informatica che andrebbe invece garantita a tutti. Nessuno nega che la questione del Covid-19 sia grave ed urgente, mentre leggo che si fanno pericolosi paralleli coi No Vax (really?) chiamando No Trax chi si permette di fare domande o mettere in discussione il percorso che si va tracciando (mi perdonerete il gioco di parole). Semplicemente non tutte le soluzioni sono uguali, e se una non vale l’altra, allora occorre valutare tempestivamente e a tutto tondo le conseguenze di medio e lungo termine delle scelte che si vogliono effettuare. Dire che non è questo il momento di far polemica sembra la mossa dello struzzo, perché un dopo, se e quando arriverà sarà tardi per tornare indietro sui passi fatti.

Un esempio calzante e che riguarda da vicino quasi tutte le famiglie (basta avere un figlio in età scolare e/o essere docenti) è quello della didattica a distanza, promossa in fretta e furia, senza la preparazione tecnica, umana, professionale, e ancor meno strutturale necessaria, e quindi improvvisata e lasciata alla buona volontà e, occorre dirlo, a tantissimo lavoro supplementare di un comparto, quello educativo, ormai storicamente bistrattato. I risultati parziali sono sotto gli occhi dei molti che vedono e vogliono vedere e riflettono innanzitutto le enormi differenze di classe. In tutto ciò, tranne poche voci fuori dal coro, la retorica dominante elogia la novità e ne auspica il mantenimento, tacendo evidentemente delle enormi difficoltà cui si sta andando incontro e che si rifletteranno in maniera pesante a settembre, sempre che si torni davvero sui banchi di scuola. Questo avviene inoltre facendo affidamento esclusivo a piattaforme digitali che sono i principali colossi della rete, che hanno poco a cuore la tutela della privacy e della sicurezza personale e in più, acquisiscono tramite la scuola per la stragrande maggioranza dati di minori, che andrebbero particolarmente tutelati:

Sono un docente ingenuo, non so come fare DAD, didattica a distanza. Vado sul sito del ministero dell’istruzione e vedo il link: «Didattica a distanza». Clicco. Ci sono due menù: il primo è «Esperienze per la didattica a distanza», l’altro «piattaforme».

Sotto questo secondo punto sono elencate tre piattaforme: Google, Microsoft, Amazon. Tre enti privati tra i più potenti al mondo schiaffati in bella mostra (da Giap, Brodo di DAD. Appunti per non farsi bollire a scuola durante e dopo l’emergenza coronavirus).

Infine, per essere chiari, quando parliamo di sicurezza in ambiente digitale ed in particolare nel contesto di applicazioni che gestiscono dati personali e sensibili, temiamo esattamente questo:

Proposed government coronavirus tracking app falls at the first hurdle due to data breach

The source code of a proposed app for tracing COVID-19 exposed user data after being published online.

A mobile application proposed to the government of the Netherlands as a means to track COVID-19 has already fallen short of acceptable security standards by leaking user data.

The app, Covid19 Alert, was one of seven applications presented to the Ministry of Health, Welfare, and Sport, as reported by RTL Nieuws.

The shortlisted mobile app’s source code was published online over the weekend for scrutiny as the government decides which solution to back. It was not long before developers realized that the source files contained user data — originating from another application.

According to the publication, the app contained close to 200 full names, email addresses, and hashed user passwords stored in a database from another project linked to an Immotef developer.

The source code was quickly pulled, but the damage was already done, with one developer criticizing the leak as “amateurish.” (continua qui).

Se l’obiezione è “tanto siamo tutti già tracciati” è sbagliata dal principio. Primo perché lo siamo ad un livello di scala ampio ma differente, molto ridotto rispetto a quello che ci aspetta. Secondo perché formalmente siamo liberi di non farci tracciare, se ciò accade è perché lo vogliamo o perché non ci rendiamo conto delle implicazioni che comporta e se ne fossimo a conoscenza interromperemmo questo processo. In ogni caso, è necessario conoscere bene come funzionano i dispositivi che utilizziamo e scegliere consapevolmente se continuare a farlo o cercare alternative. Per alcune cose probabilmente niente è meglio di qualcos’altro; in particolare se questi si basano su gamification e inducono FOMO, questo è un segnale che ne indica la pericolosità intrinseca. Se non conoscete bene queste tematiche e vorreste approfondire, in primo luogo suggerirei di leggere il libro di Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, di cui parlo qui e di vedere la puntata di Presa diretta sull’argomento per farsi un’idea.

Il capitalismo della sorveglianza

Some resist the future, some refuse the past

Either way, it’s messed up if we can’t unplug the fact (Ludens, BMTH)

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La lettura de Il capitalismo della sorveglianza, di Shoshana Zuboff, richiede sicuramente tempo non solo per la lunghezza del testo, ma soprattutto per riuscire a metabolizzare la quantità di informazioni e la loro densità. Si tratta di un testo imprescindibile, oserei dire fondamentale, che dovrebbe essere citato, studiato e considerato punto di riferimento come e più de Il capitalismo nel XXI secolo di Thomas Piketty, il quale sconta evidenti limiti nel riformismo che parte da un’analisi incompleta e conseguentemente nelle soluzioni che propone, ma questo è un altro discorso, chissà se qualche volta mi deciderò a parlarne con metodo. Ritorniamo al testo della Zuboff; nel leggerlo ho sottolineato parecchio e spero di poter rendere a chi mi leggerà l’importanza di questo lavoro.

Cos’è il capitalismo della sorveglianza?

Secondo l’autrice pioniere di questa nuova maschera del capitalismo sono Google e Facebook, le quali per prime scoprono l’importanza dei dati, non semplicemente di quelli forniti dagli utenti ma soprattutto di tutto ciò che ruota intorno ad essi. Apparentemente entrambe le big companies rendono servizi gratuiti, eppure sono tra le società che guadagnano di più al mondo, e i loro fondatori sono tra i miliardari più ricchi. Com’è possibile ciò? Evidentemente nulla è gratis, ma in realtà non è neanche come più volte ci siamo sentiti dire: siamo noi il prodotto. No. la realtà dei fatti è che noi siamo semplicemente lo strumento attraverso cui queste società (e Google e Facebook sono solo le prime in ordine di tempo, non le uniche) mettono a profitto la nostra intera esistenza. Per capirlo meglio andiamo al testo (ricorrerò frequentemente alla citazione diretta per motivi di chiarezza di esposizione e fedeltà ai concetti che voglio rendere): “gli utenti non sono prodotti, bensì le fonti della materia prima. (…) gli anomali prodotti del capitalismo della sorveglianza riescono nell’impresa di derivare dal nostro comportamento pur rimanendo al tempo stesso indifferenti ad esso”. Quello che genera profitti, una mole incredibile di profitti, non è ciò che l’utente inserisce in rete, ma il suo surplus comportamentale:

Gli scienziati poi chiariscono che hanno intenzione – e che le loro invenzioni glielo consentono – di aggirare gli attriti insiti nel diritto degli utenti a decidere. I metodi registrati da Google consentono di sorvegliare, catturare, espandere, costruire e reclamare surplus comportamentale, inclusi i dati intenzionalmente non condivisi dagli utenti. Gli utenti recalcitranti non ostacoleranno l’espropriazione dei dati. Nessun limite morale, legale o sociale intralcerà la ricerca, la sottrazione e l’analisi del comportamento altrui con scopi commerciali.

Fermo restando che quotidianamente diamo il consenso alle lunghissime e spesso incomprensibili clausole sulla privacy senza neanche leggerle, non è rifiutandole che ci potremo tirare fuori. Per come si è costituito questo sistema, e per gli ostacoli che NON ha incontrato nel corso degli anni, a partire da una sistema normativo inadeguato anche solo a comprendere cosa stesse accadendo, non c’è modo di rifiutarsi e restarsene fuori. Basti pensare che Facebook raccoglie i dati anche dei non iscritti alla piattaforma, per fare un esempio banale. Per non dire che tramite l’acquisizione di Whatsapp ha l’accesso alle nostre rubriche telefoniche e a qualsiasi dato presente nei nostri smartphone.

That a world covered in cables was never wired to last

So don’t act so surprised when the program starts to crash

È importante tenere presente che in nessun modo si tratta di demonizzare la tecnologia in sè:

il digitale può assumere molte forme, a seconda delle logiche sociali ed economiche che lo animano. È il capitalismo che impone un prezzo fatto di sottomissione e impotenza, non la tecnologia. È vitale ricordare che il capitalismo della sorveglianza è una logica in azione, non una tecnologia, perché i capitalisti vogliono farti credere che le loro pratiche siano insite nelle tecnologie che utilizzano. (…) Le tecnologie sono sempre dei mezzi al servizio dell’economia, e non dei fini: nell’epoca moderna, il Dna della tecnologia è segnato in partenza da quello che il sociologo Max Weber chiama “orientamento economico”.

In termini marxiani si afferma ancora una volta il dominio della struttura sulla sovrastruttura. Il libro fa l’esempio di almeno due diverse innovazioni tecnologiche create con scopi non commerciali, anzi ideate per essere al servizio dei singoli e delle comunità e che invece all’interno del sistema capitalista hanno in breve tempo perso la loro “missione” originaria: il primo era il progetto Aware Home, pensato per rendere la casa intelligente per gli utenti che la abitano, un progetto ingenuamente ideato per andare incontro alle esigenze personali degli abitanti di una casa, a differenza di come si è trasformato nella realtà, un ulteriore mezzo per trasferire e vendere informazioni a terzi; il secondo esempio è quello dell’affective computing ideato da Picard, che pensava di aiutare le persone attraverso delle macchine intelligenti che potessero comprendere le emozioni consapevoli e inconsapevoli e renderle codificabili; “Picard non aveva previsto le forze del mercato in grado di trasformare la renderizzazione delle emozioni in surplus sfruttabile con fini di lucro: dei mezzi per i fini di altre persone”. In entrambi i casi si immaginavano usi personali e privati: “non è pertanto una questione di dispositivi; è “l’orientamento economico” del quale parlava Max Weber, a essere determinato dal capitalismo della sorveglianza”.

L’autrice mantiene saldamente un approccio materialista che non posso che apprezzare, insieme al background sociologico di tutto rispetto: oltre Weber del testo citato sopra, lungo il testo ho ritrovato Polanyi, stella polare della sociologia economica, oltre a Braudel e Bauman. E a questo proposito segnalo il seguente passaggio che permette di introdurre una questione dirimente:

Il filosofo sociale Zygmunt Bauman ha scritto che la più profonda contraddizione del nostro tempo è “il gap sempre più ampio tra il diritto all’affermazione di sè stessi e la capacità di controllare le variabili sociali che la renderebbero possibile. È da quel terribile gap che provengono gli effluvi più velenosi che oggi contaminano le vite dei singoli individui”.

In buona sostanza c’è uno stridente contrasto tra la società iperindividualizzata e la crescente impotenza dei singoli ad autoaffermarsi. La società che inneggia alla meritocrazia, un concetto quanto meno discutibile, si dimostra sempre più incapace di far emergere le singole individualità. Come spiega meglio la Zuboff:

Descrivo la “collisione” tra i processi secolari di individualizzazione che danno forma alla nostra esperienza di individui autodeterminati e l’impervio habitat sociale prodotto da decenni di regime economico neoliberale che schiaccia quotidianamente la nostra autostima e il nostro bisogno di autodeterminarci. Il dolore e la frustrazione derivanti da tale contraddizione sono le condizioni che ci hanno spinto a sbandare verso internet per il nostro sostentamento, e accettare il drastico do ut des del capitalismo della sorveglianza.

And I don’t feel secure no more

Unless I’m being followed

And the only way to hide myself

Is to give ‘em one hell of a show

Com’è successo?

Una domanda potrebbe sorgere, e l’autrice prova a rispondere: ma com’è potuto accadere che il capitalismo della sorveglianza diventasse realtà senza nessuna resistenza, anzi senza la presa di coscienza di cosa stesse accadendo?

Sotto la guida di Google, il capitalismo della sorveglianza ha allargato notevolmente le dinamiche di mercato, imparando a espropriare l’esperienza umana e a trasformarla in previsioni comportamentali. Google e l’ancora più vasto progetto di sorveglianza sono stati generati, protetti e nutriti dalle specifiche condizioni storiche di un’epoca – le esigenze della seconda modernità, l’eredità neoliberista, la realpolitik dell’eccezionalismo della sorveglianza – oltre che dalla loro volontà di erigere delle fortezze per proteggere la propria incetta di materie prime dall’analisi altrui attraverso l’influenza politica e culturale.

Tra i meccanismi utilizzati dai capitalisti della sorveglianza per vincere facilmente le resistenze ed affermarsi quasi senza “combattere” c’è “l’invasione tramite la dichiarazione“: “la mancanza di precedenti ci ha lasciato disarmati e incantati”. Per comprendere questo passaggio occorre tornare un attimo indietro, esattamente alla conquista dell’America. Molti si sono chiesti come siano stati possibili la conquista e il conseguente genocidio dei popoli americani da parte di relativamente pochi colonizzatori. In pratica questo è stato spiegato in buona parte dall’assoluta estraneità della realtà e dei mezzi dei conquistatori: i nativi non capivano chi si trovavano davanti, mentre da parte europea c’era tutto fuorché ingenuità, perché approfittarono sapientemente di quel terribile gap per prevalere senza alcuno scrupolo. Lo strumento del Requerimiento soprattutto serviva allo scopo: si trattava di una dichiarazione in cui si affermavano le modalità di conquista, partendo dalla storia dell’umanità e passando per la nascita e l’affermazione del Cattolicesimo. Attraverso il potere spirituale e temporale conferito dalla Chiesa si proclamava la sottomissione dei nuovi popoli a ad esso. Il problema principale di questo strumento era la sua pura formalità, che tra l’altro neanche sempre veniva rispettata, mentre nei fatti i popoli non comprendevano affatto quanto veniva loro detto e si trovavano in una condizione di subalternità tale da non rendersene neanche conto. Questa storia apparentemente lontana si è ripetuta negli anni scorsi, ovviamente in forme diverse e senza nessun conseguente genocidio, quando Google ha appreso

l’arte dell’invasione e della dichiarazione, prendendosi quel che voleva e stabilendo che gli apparteneva. L’azienda ha rivendicato il proprio diritto di aggirare la nostra consapevolezza, di prendere la nostra esperienza e trasformarla in dati, di ritenersi proprietaria dell’uso e della destinazione di quei dati, di elaborare tattiche e strategie per tenerci all’oscuro delle sue pratiche e di insistere perché persistesse la mancanza di leggi necessaria a tali operazioni. Queste dichiarazioni hanno istituzionalizzato il capitalismo della sorveglianza come forma di mercato.

Tra i caratteri più peculiari che hanno permesso che tutto ciò accadesse è la velocità del nuovo sistema: “i movimenti rapidi del capitalismo della sorveglianza non vengono colti dallo sguardo della democrazia e dalla nostra capacità di capire che cosa accade e considerarne le conseguenze”. Non è un caso che l’elaborazione teorica di questo sistema avviene quando è già fortemente istituzionalizzato, con un ritardo di una ventina d’anni dai suoi primi passi.

Alcuni concetti chiave

Uno dei concetti chiave del libro è lo shadow text: quello che noi condividiamo su internet, attraverso i social, oppure utilizzando i molteplici servizi di colossi come Google è un primo testo, il quale però lascia tracce, residui che sono più importanti di questo per i capitalisti della sorveglianza:

Sotto il regime del capitalismo della sorveglianza, però il primo testo non è più solo, ma lascia un’ombra alle sue spalle. Il primo testo, tanto apprezzabile, in realtà fornisce materie prime al secondo testo: il testo ombra. Tutto quel che offriamo al primo testo, non importa quanto irrilevante o effimero sia, diventa un bersaglio per l’estrazione del surplus. Questo surplus riempie le pagine del secondo testo, che è celato alla nostra vista: una “lettura riservata” per i capitalisti della sorveglianza.

Anche dopo lo scandalo di Cambridge Analytica del 2018, quando Facebook ha dichiarato che avrebbe reso disponibile per il download più dati personali, si riferiva sempre al primo testo: “questi dati non comprendono il surplus comportamentale, i prodotti predittivi e il destino di queste previsioni quando vengono usati per la modifica del comportamento, comprati e venduti. Quando scarichiamo le nostre “informazioni personali”, abbiamo accesso al proscenio, non al retroscena (…)”.

Quel che accade all’interno del capitalismo della sorveglianza è ben lontano dalle forme antiche e conosciute di sottomissione, non si tratta neanche di “imporre norme comportamentali come l’obbedienza e il conformismo”, ma piuttosto di “produrre un comportamento che in modo affidabile, definitivo e certo conduca ai risultati commerciali desiderati” .

How do I form a connection when we can’t even shake hands?

You’re like the phantom greeting me

We plot in the shadows, hang out in the gallows

Stuck in a loop for eternity

I livelli di ansia crescono al proseguire della lettura, e non potrebbe essere altrimenti: “Google e Amazon si sono già assicurati la competizione per il cruscotto della nostra auto, dove i loro sistemi controlleranno tutte le comunicazioni e le applicazioni”. D’altronde non potrebbe essere altrimenti quando si scopre che vengono prodotte “bottiglie smart di vodka” e “termometri rettali connessi a internet”. Se c’è una cosa che mi mette profondamente a disagio è pensare che quella che ingenuamente credevo potesse essere una comodità e un miglioramento della qualità della vita come i robot aspirapolvere è già programmato per raccogliere e inviare all’esterno dati privati sulla casa e non solo. D’altronde, pensando razionalmente ai caratteri intrinseci del capitalismo non potrebbe essere altrimenti finchè vi siamo immersi; e leggendo il libro mi sono ancora più convinta di quanto abbia fatto bene ad uscire da Facebook (che poi il passo successivo parrebbe dover essere fare l’eremita sull’Himalaya è un altro discorso, forse):

Facebook è diventata invece una delle più autorevoli e minacciose fonti di surplus comportamentale proveniente dall’abisso. Con una nuova generazione di strumenti di ricerca, ha imparato a depredare il vostro sé fino alle sue profondità più intime. Le nuove operazioni di rifornimento possono renderizzare come comportamento misurabile qualunque cosa: le sfumature della nostra personalità, il nostro senso del tempo, l’orientamento sessuale, l’intelligenza e i valori di altre caratteristiche personali. È l’immensa intelligenza delle macchine dell’azienda che trasforma questi dati in efficaci prodotti predittivi.

Non si tratta di esagerazioni o iperboli, stiamo parlando ad esempio di Cambridge Analytica, qualcosa che almeno apparentemente ha smosso le acque e generato indignazione generale:

si tratta delle capacità cresciute in quasi due decenni di incubazione del capitalismo della sorveglianza in uno spazio sregolato; pratiche che hanno suscitato scandalo, ma che nei fatti sono routine quotidiana nell’elaborazione dei metodi e degli obiettivi del capitalismo della sorveglianza, che si tratti di Facebook o di altre aziende. Cambridge Analytica ha semplicemente spostato la macchina dai soldi garantiti dal mercato dei comportamenti futuri alla sfera politica.

Do you know why the flowers never bloom?

Will you retry or let the pain resume?

I need a new leader, we need a new Luden

(A new Luden, new Luden, yeah)

Un altro dei elementi chiave presentati nel libro è la gamification, un concetto affascinante almeno quanto inquietante e che ha già prodotto una letteratura accademica diffusa e sostanziosa. La Zuboff spiega chiaramente il suo significato e le sue implicazioni all’interno del capitalismo della sorveglianza:

In pratica, il potere dei giochi di cambiare i comportamenti è stato strumentalizzato senza ritegno, con la diffusione della gamification in migliaia di situazioni nelle quali un’azienda non vuole fare altro che regolare, dirigere e condizionare il comportamento dei propri clienti o impiegati rivolgendolo verso i propri obiettivi. In genere questo significa importare alcune componenti, come i punti bonus e l’avanzamento di livello, per determinare comportamenti che tornano comodi agli interessi dell’azienda, con programmi che premiano la fedeltà dei clienti o la competizione per le vendite tra gli impiegati.

Si tratta di strumenti ormai largamente diffusi e di cui facciamo spesso esperienza come clienti ma effettivamente sono impiegati moltissimo anche a monte della catena di produzione come afferma correttamente l’autrice, per incentivare gli impiegati: un esempio lampante si riscontra nei meccanismi di gara e premialità fortemente presenti nei call center, ma non solo. E parlando di giochi un passaggio importantissimo per il potenziamento del capitalismo della sorveglianza è stato a la diffusione a livello mondiale del gioco Pokémon Go che ha generato una mania collettiva coinvolgendo milioni di persone e che ha permesso di interiorizzare in maniera inconsapevole alcuni degli aspetti più deleteri della sorveglianza, dalla geolocalizzazione massiccia all’intrusione in luoghi privati come le case, non troppo tempo fa considerati inviolabili, fino alla monetizzazione ottenuta da tutte quelle imprese che permettendo la presenza di Pokémon all’interno del loro perimetro hanno ottenuto accessi in massa da parte di clienti che probabilmente non sarebbero facilmente entrati, consentendo un ritorno economico eccezionale. Quello che preme sottolineare è che il cliente finale del gioco non è l’utente che vi partecipa con eccessiva leggerezza ma “le aziende che prendono parte al mercato dei comportamenti futuri stabilito e ospitato dall’azienda” (la Niantic, produttrice del gioco). Quando parlo di leggerezza da parte dei giocatori di Pokémon Go o di inconsapevolezza non mi riferisco ad un aspetto marginale, poiché come afferma la Zuboff “la capacità dei capitalisti della sorveglianza di aggirare la nostra consapevolezza è una condizione essenziale per la produzione di conoscenza“. Il fatto di non avere alcun controllo formale è diretta conseguenza del nostro essere inessenziali al funzionamento del mercato: “in un futuro del genere, siamo esiliati dai nostri stessi comportamenti, ci viene negato l’accesso o la possibilità di controllare la conoscenza ricavata dalle nostre esperienze. Conoscenza, autorità e potere risiedono nel capitale della sorveglianza, per il quale siamo solo “risorse naturali umane”.

Nel futuro che il capitalismo della sorveglianza sta preparando per noi, la mia e le vostre volontà costituiscono una minaccia per il flusso di denaro che proviene dalla sorveglianza. Il suo scopo non è quello di distruggerci, ma semplicemente quello di scrivere la nostra storia per guadagnare soldi. Già in passato sono state ipotizzate cose simili, ma solo oggi sono possibili. Già in passato sono state sconfitte cose simili, ma solo oggi hanno potuto radicarsi. Siamo intrappolati senza consapevolezza, privi di alternative per sfuggire, resistere o proteggerci.

So come outside, it’s time to see the tide

It’s out of sight, but never out of mind

I need a new leader, we need a new Luden

(A new Luden, new Luden, yeah)

Aspetti vincenti del capitalismo della sorveglianza non sono solo la velocità, i modi subdoli o la sua eccezionalità rispetto al contesto storico in cui si è costituito , c’è sicuramente invece una componente di comodità e “servizio” apparentemente gratuito che affascina e irretisce, illudendo molte persone della necessità di essere parte di questo immane cambiamento:

in questo nuovo regime, le nostre vite si svolgono in un contesto morale di oggettificazione. Il Grande Altro può imitare l’intimità per mezzo dell’instancabile devozione dell’Unica Voce – la ciarliera Alexa di Amazon, le informazioni instancabili e i promemoria del Google Assistant -, ma non commettiamo l’errore di scambiare questi suoni avvolgenti per qualcosa di diverso dallo sfruttamento dei nostri bisogni.

Come già detto sopra, non si tratta di essere diventati il prodotto del capitalismo:

dimenticatevi il cliché secondo il quale “se qualcosa è gratis, il prodotto sei tu”: noi non siamo il prodotto, siamo le carcasse abbandonate. Il prodotto deriva dal surplus strappato alle nostre vite.

Dal punto di vista della personalità così come viene influenzata dalle maggiori occasioni di confronto sociale si riscontra la condizione psicologica FOMO (Fear Of Missing Out), “una forma di ansia sociale definita dalla “sensazione sgradevole, o perfino straziante, che i nostri simili stiano facendo qualcosa di migliore di noi, e possiedano più cose o conoscenze”. Suona familiare? I ricercatori hanno associato questa condizione all’uso compulsivo di Facebook, e oserei dire che si tratta di una delle condizioni più diffuse tra giovani e meno giovani dei nostri tempi, che anche personalmente ho vissuto nella mia esperienza e anche per lunghi periodi. È necessario rilevare quanto questa condizione sia collegata ad una vita insoddisfacente e non semplicemente insicura.

All’interno del capitalismo della sorveglianza la società si trasforma in sciame, mentre gli individui diventano meccanismi: questi sono i caratteri fondanti della società strumentalizzata, una società che non annulla affatto le divisioni di classe: “la vita nell’alveare produce nuove spaccature e forme di stratificazioni. Non si tratta più solo di regolare o subire le regole, ma anche di fare pressione o subirla”.

So di aver scritto già tanto, ma mi preme condividere tutti gli elementi che considero importanti, e sono davvero molteplici. Ad esempio un elenco di “affronti alla democrazia e alle sue istituzioni”:

l’esproprio non autorizzato dell’esperienza umana; il dirottamento della divisione dell’apprendimento nella società; l’indipendenza strutturale del capitalismo; l’imposizione della forma collettiva dell’alveare; l’ascesa del potere strumentalizzante e dell’indifferenza radicale alla base della sua logica dell’estrazione; la costruzione, la proprietà e la gestione dei mezzi di modifica del comportamento costituita dal Grande Altro; l’abrogazione dei diritti fondamentali al futuro e al santuario*; l’allontanamento dell’individuo in grado di autodeterminarsi dal cuore della vita democratica; l’annebbiamento psichico come merce di scambio con l’individuo in un do ut des illegittimo.

*per diritto al santuario l’autrice intende il bisogno di uno spazio che possa essere un rifugio inviolabile, diritto presente nelle società civilizzate fin dall’antichità.

Storicità e contingenza

Come sostiene l’autrice “il capitalismo della sorveglianza rappresenta una logica d’accumulazione senza precedenti definita da nuovi imperativi economici con meccaniche ed effetti non interpretabili dai modelli e dagli assunti esistenti”. Questo però non esclude la sua storicità, perché “è stato creato da uomini e donne che potrebbero controllarlo, ma che hanno semplicemente scelto di non farlo”. Così come non si tratta di una trasformazione che mette in soffitta i princìpi e gli assunti base del capitalismo, e infatti “ciò non significa che i vecchi imperativi – la compulsione alla massimizzazione del profitto con l’intensificazione dei mezzi di produzione, crescita e competizione – siano svaniti. Questi si trovano però a dover operare attraverso i nuovi obiettivi e meccanismi del capitalismo della sorveglianza”.

Soffermarsi sul carattere storico e “accidentale” del capitalismo della sorveglianza non è un semplice esercizio accademico perché implica una semplice ma grande verità, sottaciuta per ovvie ragioni. E ci incoraggia ad agire per resistere alla sua contingenza:

Non va bene che ogni nostro movimento, ogni emozione, parola e desiderio siano catalogati, manipolati e poi indirizzati verso un futuro già deciso per far guadagnare qualcun altro. “Si tratta di cose nuove” spiego. “Non hanno precedenti. Non dovreste darle per scontate, visto che non vanno bene.

Si tratta di una grande lezione, necessaria, che travalica i seppur pervasivi confini del capitalismo della sorveglianza per abbracciare la nostra intera esistenza di esseri sociali: il motore del cambiamento della storia è sempre passato da questa convinzione e così sarà per il futuro.

Alright, you call this a connection?

You call this a connection?

You call this a connection? Okay

You call this a connection?

Oh, give me a break

Oh, give me a break

Oh, give me a break (okay)

[AGGIORNAMENTO IMPORTANTE: questo post è molto letto ma resta incompleto senza il successivo post dedicato alla critica del testo di Evgeny Morozov, che inserito tra i commenti di rimando spesso sfugge mentre è essenziale. Consiglio quindi a tutti di leggerlo per avere un quadro più compiuto.