Teoria della classe disagiata

Se mi chiedono quali speranze ci restano, io risponderò con Kafka: c’è molta speranza, ma nessuna per noi.

Se questo è il migliore dei mondi possibili, figuriamoci gli altri.

ravDa aspirante disagiata, tenevo da un po’ in coda di lettura l’esordio saggistico di Raffaele Alberto Ventura, sul quale avevo visto molti rimandi e citazioni. Tocca leggerlo, mi dissi e finalmente l’ho fatto. Come mi ha detto Pietro ha molti spunti interessanti. Da sociologa mancata (a proposito di disagio) apprezzo molto i continui richiami teorici, sin dal titolo che evidentemente cita il classico di Veblen, così come gli innumerevoli rimandi letterari. L’autore ci parla invece del rischio concreto, nel senso che è già realtà in non pochi casi, del declassamento del ceto medio occidentale.

Siamo praticamente coetanei e la percezione del disagio è una condizione comune della nostra generazione, educata ad avere grandi aspirazioni in un contesto in cui il boom economico è un ricordo irripetibile e il capitalismo è in una fase di declino “vistoso”. Sembra passato un secolo dagli anni Novanta:

Una generazione che si è impegnata ad accumulare titoli, “capitale posizionale” per poi scoprire che non c’è posto per tutti: “I più pragmatici tra di noi sceglieranno un compromesso con la realtà, ovvero la condanna a una vita quotidiana fatta di fatica, noia, umiliazione e risentimento, insomma il cosiddetto successo.”

La critica del sistema economico è necessaria, Ventura coglie il punto col riferimento alla caduta tendenziale del saggio di profitto, riconoscendo la crisi strutturale del capitalismo. Però ammette che questa non è universalmente riconosciuta e ne dà una spiegazione forse un po’ prosaica: “c’è innanzitutto una ragione culturale: una grande maggioranza della popolazione oggi vivente è nata dopo gli anni Trenta e non conosce nient’altro che la società del benessere”.

È interessante tra l’altro tutto il discorso intorno ai livelli di istruzione in rapporto alla crescita economica, una correlazione che non è affatto dimostrata:

Se un’ipotetica società ripartisce la ricchezza in funzione dei risultati a una corsa, il più veloce avrà un guadagno superiore a quello del più lento. Ma questo non implica che correndo si sia creata della ricchezza, né che correndo tutti più veloce si possa influire sulla ricchezza complessiva. Al contrario, saremo soltanto tutti più stanchi.

Sarebbe plausibile al contrario una relazione inversa, per cui all’aumentare della ricchezza aumentano anche le possibilità educative e quindi i livelli di istruzione.

Del resto il sistema educativo, fondato sulla carta sul diritto all’istruzione di tutti, è concepito e modellato per garantire forza lavoro “utile” e adattabile al sistema produttivo, e questo mi pare sfugga all’autore. Guardandoci intorno non sembrano tanto campate in aria, anzi piuttosto profetiche, le parole di Ivan Illich così parafrasate: “il sistema educativo rappresenta innanzitutto un costo privato per coloro che inseguono la promessa di un’improbabile ascesa sociale” e “un costo pubblico poiché si chiede allo Stato di finanziare una crescente domanda di educazione drogata dalla competizione per l’accesso al mondo del lavoro.”

Le osservazioni e i ragionamenti lungo il testo sono stimolanti, come quando riflette sul fatto che gli economisti ortodossi non avrebbero mai potuto prevedere la crisi del 2008 essendo immersi nei loro modelli, fallati alla base, o quando denuncia il carattere distruttivo del modello competitivo, cardine del sistema. La perla finale è la riproduzione del tema scritto da Marx per la licenza liceale, il suo primo scritto conosciuto, del 1835. Resta comunque la contraddizione insanabile di essere uno che è “riuscito”, che è emerso dalla massa della classe disagiata, e parlando personalmente, a me è rimasto un po’ di amaro in bocca una volta finito di leggerlo. Diversi spunti validi ma il quadro mi sembra alla fine confuso. Sarà pure un libro da leggere però continuo ad avere le mie perplessità… potrebbe anche darsi che non riesca a perdonargli di sentirsi superiore a Walter White, e forse a tutti noi. Cercando di capire cosa non mi convince di questo testo sono andata a caccia di recensioni, fino a trovare quella su commonware relativa in realtà alla “trilogia” risultante dai tre libri ormai pubblicati da Raffaele Alberto Ventura. Leggendola mi sono resa conto che l’uso strumentale del termine ‘classe‘ è probabilmente il principale elemento che mi disturba. Dice infatti Roggero nell’articolo:

La classe per noi resta al contrario una definizione politica, la posta in palio di un processo di lotta. Non è una banale questione terminologica bensì di sostanza, di postura e prospettiva politica. L’autore legge il declassamento degli ex agiati come una «tragedia della borghesia». Cosa succede, però, quando cambia la collocazione materiale di queste stesse figure, quando le promesse si infrangono, quando il ceto medio non può più continuare a vivere come prima? Questi soggetti non sono oppressi ma mancati oppressori, ci dice: la seconda parte è probabilmente vera ma ciò non significa che sia vera la prima. Anche gli operai possono essere mancati capitalisti, ma ciò non significa che non siano operai. Ci sembra che l’autore resti fermo su una fotografia dell’esistente, una fotografia molto nitida e ottimamente scattata, che tuttavia non riesce a cogliere le possibili tendenze, i punti di tensione, le faglie potenziali. La sua analisi corre cioè il rischio di essere statica, di non presupporre il movimento, di guardare indietro e non avanti. Pur criticando l’ideologia, Ventura ne resta parzialmente impigliato, perdendo di vista la materialità dei rapporti sociali, dunque la talora rapida tumultuosità dei processi e la possibilità della loro rottura e sovversione.

La classe disagiata nei fatti è la classe lavoratrice, che non coincide con gli operai di fabbrica – che non definivano la totalità della classe neanche nell’Ottocento, è bene ricordarlo – ma con tutti coloro che vivono del loro lavoro. E siamo la stragrande maggioranza: l’illusione di essere ceto medio era appunto solo un’illusione, e il boom economico del dopoguerra è stato l’eccezione che ha forse confuso e spiazzato la percezione del nostro collocamento di classe. Il mio timore è che un lavoro come quello di Raffaele Alberto Ventura allontani questa consapevolezza, il risveglio della coscienza di classe che è oggi più necessario che mai, per non soccombere allo stato di cose presente.

Edit: un doveroso aggiornamento dopo la segnalazione ricevuta di due articoli importanti sul libro:

Il disagio della classe disagiata

33780 battute contro la teoria della classe disagiata

Il nostro desiderio è senza nome

La morte e il capitale sono l’unica cosa certa.

Gli scritti politici di Mark Fisher, pubblicati da minimum fax col titolo Il nostro desiderio è senza nome, sono una serie di articoli pubblicati principalmente sul blog k-punk ma anche altrov,e accomunati appunto dal tema politico. A differenza dell’edizione inglese che concentra tutti gli scritti, in Italia si è deciso di pubblicare quattro volumi separati per le diverse tematiche trattate e questo è il primo. La definizione di realismo capitalista è ancora un punto di partenza per la riflessione, uno strumento concettuale creato dall’autore per essere superato:

Ecco qui il “realismo” capitalista: ricondurre alla sfera dell'”impossibile” ogni iniziativa che possa prevenire l’impoverimento dell’ambiente umano. Perché a questo equivale il “realismo”: non una rappresentazione del reale, ma una determinazione di ciò che è politicamente possibile.

L’apparente contraddizione tra il cambiamento impossibile e il tempo del cambiamento è qui sottolineata:

Il realismo capitalista è caratterizzato dal fatalismo a livello politico (dove quasi nulla può mai cambiare davvero, tranne che per muovere ulteriormente in direzione del neoliberismo) e dal volontarismo magico a livello individuale: puoi fare qualsiasi cosa, se solo sei disposto a seguire altri corsi di training, (…). Il volontarismo magico, naturalmente, alimenta nei tabloid la cultura della colpa individuale (…).

Non è necessaria l’adesione entusiastica a questo sistema, del resto fino ad ora si è dimostrato che è sufficiente aver dimostrato che si tratta dell’unico sistema praticabile “e che era impossibile costruire un’alternativa”.

La raccolta di testi è ricca di spunti interessanti di cui si può parlare e per comodità divido la trattazione in paragrafi in base agli argomenti che mi sembrano più meritevoli di attenzione.

Il Regno Unito

La politica anglosassone è un tema centrale di molti post e Fisher ne parla nei momenti di sconforto così come in quelli in cui intravede barlumi di cambiamento. Ad ogni modo il focus non è mai soltanto sulla politica locale, anzi le riflessioni sono le più ampie e generali possibili.

C’è ancora qualcuno che ama illudersi che un’amministrazione conservatrice sarebbe molto peggio del New Labour, al punto che degnarsi di votare per chiunque altro costituirebbe un “lusso”. Scegliere “il meno peggio” non significa soltanto prediligere questa opzione in particolare, ma anche scegliere un sistema che ti costringe ad accettare il meno peggio come il massimo in cui tu possa sperare. Naturalmente i difensori della dittatura dell’élite, forse ingannando addirittura se stessi, fanno finta che quello specifico cumulo di menzogne, compromessi e lusinghe che ci stanno spacciando è “solo temporaneo”. Che in un qualche indefinito momento del futuro le cose miglioreranno, se oggi sosteniamo l’ala “progressista” dello status quo. Eppure una scelta tra prendere o lasciare non è una vera scelta, e l’illusione del progressismo non è un vezzo psicologico, ma l’illusione strutturale su cui si fonda la democrazia liberale. (post del 2005)

È bello e un po’ struggente col senno di poi leggere i passi in cui Fisher aderisce entusiasticamente alle proteste e alle manifestazioni nelle quali intravede spiragli di un altro futuro possibile, ed è sempre istruttivo leggere le critiche come ad esempio quella dedicata agli “Hunger Games di Londra”, riferimento alle Olimpiadi del 2012:

Il motivo della sponsorizzazione degli eventi culturali e sportivi da parte del capitale non è solo quello ovvio di aumentare la riconoscibilità del marchio. La sua funzione più importante è di dare l’impressione che il coinvolgimento del capitale sia una precondizione necessaria per la cultura in quanto tale. La presenza dei sigilli capitalistici nella pubblicità degli eventi induce un’associazione quasi behaviorista tra capitale e cultura, registrata a livello di sistema nervoso piuttosto che cognitivo. È un rinforzo assolutamente pervasivo del realismo capitalista.

Capitalismo, lavoro, classe

La critica al capitalismo è sempre puntuale e illuminante ed è uno dei motivi per cui mi sento di consigliare la lettura del libro: perché con chiarezza e semplicità, ma senza banalità, riesce ad andare al cuore della questione, come quando cita un discorso di accettazione di Ursula Le Guin: “Viviamo sotto il capitalismo, e la sua forza pare inesorabile: ma un tempo era così anche per il diritto divino dei re”.

Diverse volte Fisher cita o dialoga con autori italiani come Marazzi, Negri, Bifo e questi arricchiscono il quadro teorico, dando una visione più dettagliata della realtà capitalistica:

Lavoro e vita si fanno inseparabili. Come ha osservato Marazzi, ciò avviene in parte perché oggi il lavoro è in qualche misura linguistico, ed è impossibile riporre il linguaggio nell’armadietto a fine giornata. Il capitale ti segue nei sogni. Il tempo cessa di essere lineare, diventando caotico e puntiforme. Mentre produzione e distribuzione vengono ristrutturate, lo stesso avviene per il sistema nervoso. Per funzionare in modo efficiente come componente della produzione “just in time”, devi sviluppare la capacità di rispondere a eventi imprevisti, apprendere a vivere in condizioni di totale instabilità o “precariato“, come indica lo spaventoso neologismo. Periodi di lavoro si alternano a periodi di disoccupazione. Tipicamente ci si ritrova impiegati in una serie di lavori a breve termine, senza alcuna possibilità di fare progetti per il futuro.

Il lavoro, per quanto precario, richiede oggi regolarmente l’esecuzione di metalavoro: la tenuta di registri, la messa per iscritto dettagliata di intenzioni e obiettivi, la partecipazione al cosidetto “formazione continua”.

La tendenza attuale è in pratica quella di trasformare ogni forma di lavoro in lavoro precario. Come scrive Franco Berardi, ormai “il capitale non recluta più persone, ma acquista pacchetti di tempo, separati dai loro detentori occasionali e intercambiabili”.

Particolarmente interessante la definizione di “povertà estetica“:

Ma esistono altre forme di deprivazione. Oltre alla povertà “fisica” esiste anche la povertà estetica, evidente a chiunque osservi con maggiore attenzione il triste spettacolo delle vie centrali superbrandizzate delle città inglesi. Mentre i ricchi possiedono le risorse culturali e materiali per “staccare la spina” dalla squallida banalità di questi spazi clonati, i poveri vi si ritrovano molto più intrappolati. Questa prigionia degli individui all’interno di ambienti fisici, sociali e mediatici rigidamente definiti è in effetti un importante sintomo di povertà estetica.

Queste parole riguardano anche l’illusione di essere quanto meno classe media, di prendere parte ai consumi alla pari, di condividere il benessere. Del resto noi siamo dei privilegiati, stiamo bene tutto sommato e facciamo parte della minoranza “vincente”. O no?

possedere uno smartphone oggi non significa più disporre di un “bene di lusso”. Il capitalismo comunicativo non riguarda la produzione di oggetti materiali, ma l’incessante circolazione di messaggi. Il “contenuto” di questa cultura proviene dagli utilizzatori stessi: quindi pagare per allacciarsi alla matrice comunicativa somiglia di più all’idea di pagarsi gli attrezzi da lavoro che all’acquisto di un bene di lusso. La distinzione stessa tra lavoro e non lavoro, tra fatica e divertimento si sta sgretolando. Non esiste più orario d’ufficio, né momento per timbrare il cartellino in uscita. Oltre ad assicurare la nostra perenne connessione alla matrice comunicativa, gli smartphone fungono da dispositivi guinzaglio che consentono ai datori di lavoro di convocare lavoratori a breve termine con pochissimo preavviso.

In diversi passaggi Fisher ribadisce la persistenza della divisione in classi sociali ed in ogni occasione le parole, nette sono vieppiù necessarie:

perché il neoliberismo non riguarda affatto la liberalizzazione dei mercati, ma riguarda moltissimo il potere di classe. Ciò si riflette nell’introduzione di particolari metodi e strategie, di modalità di valutazione di insegnanti e scuole, giustificati in nome di una presunta maggiore efficienza. Bene, chiunque abbia avuto a che fare con questa specie di stalinismo di mercato, per coniare un’altra espressione, sa benissimo che oggi conta soltanto ciò che sta scritto sui moduli, indipendentemente dal fatto che corrisponda o meno alla realtà.

Lo stato sociale non è nato grazie alla bontà e generosità dei capitalisti, ma come forma di “assicurazione contro la rivoluzione“, per far sì che il diffuso malcontento non si trasformasse in rivolta. I governanti attuali se ne sono dimenticati, e credono di poter continuare a eliminare le reti di sicurezza sociale come se niente fosse. I disordini dell’anno scorso danno un’idea delle possibili ripercussioni. (post del 2012)

Il realismo capitalista è una forma di lotta di classe combattuta da un lato solo, da una élite aziendale organizzata con idee molto chiare sui propri interessi di classe e su ciò che occorre fare per mantenere la situazione in linea con tali interessi.

Giocheranno sporco, ma questa non è una partita di cricket: è guerra di classe, loro lo sanno benissimo, e neanche noi dobbiamo mai dimenticarcelo.

Persiste la realtà di classe, ma non la coscienza. Il lavoro di Beverley Skeggs ed Helen Wood sui fondamenti di classe della reality tv e l’analisi di Owen Jones sulla “demonizzazione della classe operaia” mostrano che la collocazione di classe continua a manifestarsi, anche se poi è negata dalla cultura contemporanea.

Quello che manca dopo la diagnosi è la cura adatta, nel momento in cui Fisher riconosce i limiti dello spontaneismo e delle forme auto-organizzate che mancano di direzione ma allo stesso tempo ritiene impossibile ritornare al partito leninista, cioè quello che storicamente è stato in grado di cambiare il mondo, tra l’altro cadendo lui stesso in una forma di “realismo” nel momento in cui non dà motivazioni alla sua tesi: “non è in alcun modo possibile tornare al vecchio partito leninista, non più di quanto sia possibile tornare al capitalismo fordista. Ma neppure l’autonomismo naïf ha mostrato di avere gran presa sul momento attuale. L’anticapitalismo e la sua scorta di strategie (occupazioni, proteste) non hanno mai generato alcun serio allarme nel capitale. Il Sessantotto affermava che le strutture non scendono in strada: ma se l’anticapitalismo ci ha insegnato qualcosa, è che l’attivismo di strada esercita ben poco impatto sulle strutture”.

Contro l’anarchismo

Sono invece molto sensate le critiche all’anarchismo, contro il quale non usa mezzi termini:

Be’, per prima cosa è necessario sconfiggere gli anarchici, e non sto scherzando.  Dobbiamo chiederci perché le idee neoanarchiche siano tanto diffuse tra i giovani, specialmetne tra gli universitari di primo livello. La risposta brutale è che, sebbene le tattiche anarchiche siano assolutamente inefficaci per battere il capitale, il capitale ha distrutto tutte le tattiche (che) un tempo lo erano, permettendo a questo gruppuscolo di persone  di moltiplicarsi all’interno del movimento. Esiste una sgradevole sinergia tra la retorica della Big Society e molte idee e concezioni neoanarchiche. Per esempio, uno degli aspetti particolarmente deleteri di certe idee dominanti dell’attuale anarchismo è la loro presa di distanza da ciò che è mainstream.

Di nuovo, l’idea neoanarchica che lo stato è finito, che non dobbiamo prendere parte in alcun modo in esso, è profondamente pericolosa. Il punto non è che la politica parlamentare sarà da sola in grado di fare chissà cosa: il classico esempio di quello che ti succede quando si sposa un’idea simile è rappresentato dal New Labour. Potere senza egemonia, ecco in effetti la sostanza del New Labour. Ma ciò non significa nulla. D’accordo, non è possibile pensare di ottenere qualcosa solo attraverso la macchina elettorale. Ma è anche difficile capire come le lotte possano avere successo senza far parte di un insieme. Dobbiamo riappropriarci dell’idea che la battaglia egemonica nella società va vinta su diversi fronti contemporaneamente.

La critica neoanarchica è pericolosa perché essenzializza lo stato, la democrazia parlamentare  e i “mainstream media”: ma nessuna di queste istituzioni resta stabile per sempre. Si tratta di terreni mutevoli sui quali lottare, e la cui configurazione odierna è essa stessa il risultato delle lotte precedenti.

Fisher inoltre rimprovera i movimenti scesi in strada per aver trascurato la politica sui luoghi di lavoro e nel quotidiano e inoltre aggiunge “quando non esiste qualcosa di simile a una struttura di partito, manca anche la memoria istituzionale  e si tende a ripetere sempre gli stessi errori“.

Contro l’indignazione

Per il principio della fottuta risonanza, resto piacevolmente sorpresa quando anche nelle parole di Fisher leggo una sonora critica al sentimento dell’indignazione, già apprezzata in Caparròs

L’indignazione non è soltanto un sentimento impotente, ma anche controproducente, perché alimenta lo stesso nemico che dichiariamo di voler combattere. (…) visto che esiste una riserva infinita di cose per cui indignarsi, la tendenza all’indignazione ci tiene intrappolati in una serie di battaglie difensive, combattute in territorio nemico e alle sue condizioni. (…) l’indignazione riflette un fondamentale fraintendimento politico, sia nei confronti dei nostri avversari sia della guerra che stiamo combattendo. Tale indignazione, come spiega Wendy Brown nel suo fondamentale saggio “Moralism as Anti-Politics”, “raffigura implicitamente lo stato (e altre grandi istituzioni) come se non fosse caratterizzato da uno specifico collocamento politico ed economico, come se non fosse il prodotto di varie forze sociali dominanti, ma soltanto un genitore malaccorto che ha dimenticato la sua promessa di trattare tutti i figli allo stesso modo”.

La malattia mentale, problema politico

Già in altri suoi scritti si trovano cenni sul tema della malattia mentale, cui Fisher è strettamente legato anche per i suoi problemi di depressione, ma qui trovo più compiutamente i suoi pensieri in proposito.

La malattia mentale è stata depoliticizzata, al punto che ormai accettiamo senza problemi una situazione in cui la depressione costituisce oggi la malattia più curata dal sistema sanitario nazionale (NHS). Le politiche neoliberiste implementate dai governi Thatcher negli anni Ottanta e poi proseguite dal New Labour e dall’attuale coalizione hanno condotto a una privatizzazione dello stress. Sotto il regime neoliberista, i lavoratori hanno visto ristagnare i salari e farsi sempre più precarie le condizioni di lavoro e la certezza di un impiego. (Perché la salute mentale è un problema politico, uscito su The Guardian nel 2012)

Ma la vera radice di tali ansie, oggi sperimentate come patologie psichiche individuali, non risiede nella chimica del cervello, quanto piuttosto nel più ampio contesto sociale. Siccome però non esiste più un agente, un mediatore che agisce collettivamente per conto di una classe, non esiste modo di affrontare quel terreno sociale più ampio.

Prospettive

occorre chiedersi perché, nonostante tutto, il realismo capitalista continui a esistere. A mio modo di vedere ciò succede perché il realismo capitalista non ha mai tentato di persuadere la gente che il capitalismo fosse un sistema particolarmente efficace: mirava piuttosto a convincerla che fosse l’unico sistema praticabile e che era impossibile costruire un’alternativa.

Torniamo al realismo capitalista, anzi a quello che dovrebbe soppiantarlo:

È necessario un nuovo realismo, un realismo comunista, che affermi che un’attività economica è sostenibile soltanto se è in grado di pagare un minimo salariale ai lavoratori. (…) Ma il concetto di realismo comunista suggerisce anche un particolare tipo di orientamento. Non si tratta di attendere il grande evento, scommettendo tutto su una trasformazione finale e improvvisa. Né di utopismo, che cede al nemico tutto ciò che è “realistico”. Si tratta di valutare in modo responsabile e pragmatico le risorse a nostra disposizione qui e ora, e di riflettere su come utilizzarle al meglio e incrementarle. Di muovere – magari lentamente, ma con assoluta determinazione – da dove ci troviamo oggi a un luogo molto diverso.

Il capitale è indifferente a tutto, ma gli esseri umani non possono fare a meno di prendersi cura gli uni degli altri. Nonostante l’atteggiarsi del realismo capitalista, è sotto gli occhi di tutti che gli esseri umani continuano a impegnarsi in pratiche di salvaguardia e arricchimento reciproco, pratiche che, per giunta, rimangono per loro più importanti di qualunque altra cosa il capitale possa offrirgli.

Il libro che non leggeremo

Leggendo Mark Fisher mi è capitato spesso di pensare a cosa scriverebbe dell’oggi, se fosse ancora qui. Il rammarico aumenta pensando al progetto di libro a cui aveva iniziato a lavorare, e del quale possiamo leggere solo un’introduzione non definitiva, posta alla fine della raccolta degli scritti politici. Dal titolo di lavoro Comunismo acido, avrebbe dovuto ripercorrere gli anni Sessanta e Settanta per comprendere l’ascesa del realismo capitalista e decostruirne le narrazioni per edificarne di nuove. Doveva essere un “controesorcismo” dello spettro di un mondo che potrebbe essere libero: “ho battezzato tale spettro con il nome di “comunismo acido”. (…) è una provocazione e insieme una promessa. Una sorta di scherzo, ma i cui obiettivi restano piuttosto seri. Indica qualcosa che a un certo punto sembrava inevitabile, mentre oggi appare impossibile”:

L’ipotesi di questo libro è che gli ultimi quarant’anni siano stati dedicati a esorcizzare “lo spettro di un mondo che potrebbe essere libero“. L’adozione del punto di vita di quel mondo ci consente di capovolgere la prospettiva di molte delle recenti battaglie della sinistra. Invece di cercare di sconfiggere il capitale, faremmo meglio a concentrare lo sguardo su ciò che il capitale tenta costantemente di ostacolare: la capacità di produrre, di prenderci cura di cose e persone e di godere collettivamente. (…) La nostra vittoria in pratica dev’essere fondata sulla semplice consapevolezza che, piuttosto che “creare ricchezza”, il capitale impedisce sempre e necessariamente la produzione di ricchezza comune.

Capitalismo: un sistema che genera penuria artificiale per produrre penuria reale; un sistema che produce penuria reale per poter generare penuria artificiale. La penuria effettiva (penuria di risorse naturali) oggi perseguita il capitale, in quanto Reale che la sua fantasia di espansione infinita deve sforzarsi di reprimere di continuo. La penuria artificiale, che è essenzialmente una penuria di tempo, è necessaria, sostiene Marcuse, per distrarci dalla possibilità immanente di libertà.

Anche qui torna distintamente la questione delle classi sociali, in uno scorcio storico davvero suggestivo:

Siamo in ogni caso ben lontani dalla scomparsa delle classi sociali strombazzata più tardi dagli ideologi neoliberisti. Gli accordi tra lavoro e capitale raggiunti in paesi come Stati Uniti e Gran Bretagna accettavano l’esistenza delle classi come un aspetto naturale dell’organizzazione sociale. Davano per scontata l’esistenza di interessi di classe diversi che dovevano essere riconciliati, e il fatto che qualunque forma di governo efficace, per non dire giusta, avrebbe dovuto includere anche le organizzazioni operaie. I sindacati erano potenti, imbaldanziti nelle loro richieste dal basso tasso di disoccupazione. I lavoratori avevano aspettative alte: alcuni miglioramenti erano stati ottenuti, ma senza dubbio si poteva chiedere molto di più. Allora era facile supporre che le precarie tregue tra capitale e lavoro sarebbero finite non con una rinascita della destra, ma con l’accettazione di politiche più marcatamente socialiste, se non proprio con il “comunismo pieno” che secondo Nikita Krusciov si sarebbe affermato entro il 1980. Dopotutto la destra era sulla difensiva (o almeno così si pensava), screditata e forse colpita a morte negli Stati Uniti dal prolungato e terribile fallimento della guerra in Vietnam. Il “sistema” non ispirava più la deferenza istintiva dei cittadini: al contrario, era considerato esaurito, antiquato, superato, mentre attendeva malfermo di essere spazzato via dalle nuove ondate culturali e politiche che stavano erodendo le vecchie certezze.

Questo affresco non è un elogio del passato contrapposto al presente, anzi come dice Fisher in un altro passaggio, ciò che deve distinguere la destra dalla sinistra “è la dedizione all’idea che la liberazione sta nel futuro, non nel passato“. Per questo motivo, e sono le ultime parole del lavoro incompiuto, 

È necessario ritrovare l’ottimismo di quella fase degli anni Settanta, esattamente come lo è analizzare nei dettagli i meccanismi dispiegati dal capitale per trasformare la fiducia in sconforto. Comprendere la lofica di un simile processo di logoramento della coscienza è il primo passo per invertirne la direzione.

Quello che penso di aver capito leggendo Fisher fino ad ora è che seguiva, consapevolmente o meno, il materialismo. Sicuramente non si definiva leninista, non so marxista, ma mi azzardo a sostenere che inconsapevolmente fosse sia l’uno che l’altro.

 

La fame

Questo libro è un fallimento. Prima di tutto, perché ogni libro lo è. Ma soprattutto perché un’esplorazione del maggior fallimento vissuto dal genere umano non poteva che fallire.

la fame

Scrivere una recensione del libro La fame non è semplice, forse la cosa migliore da fare sarebbe dire “leggetelo!” e chiuderla lì. Però il testo è così denso e importante che non sarebbe giusto farlo passare, scivolare via come se fosse un libro qualunque. Non lo è. Dovrebbe essere una lettura fondamentale per chiunque creda che viviamo nel migliore dei mondi possibili, per chiunque creda che forse non è così, ma non ci possiamo fare niente, e per chiunque sa o intuisce già che il sistema così com’è non va bene e che occorre fare qualcosa. Il libro non dà facili soluzioni, però risponde in maniera più che esaustiva a tutti i profeti del TINA, ai cultori del capitalismo, alla chiusura mentale che non ci possiamo permettere. È un pugno allo stomaco, doloroso ma comunque apprezzabile, seppure non si possa dire che sia bello per ciò che racconta. Centotrentaquattro (134) volte ho sottolineato una o più frasi, per cui la mia abitudine di attingere a piene mani dalle citazioni deve darsi una ridimensionata, o rischio di scrivere un altro libro. Selezionarle è stato impegnativo, ci ho messo tanto tempo anche solo a rileggerle. Ne ho scelte circa venticinque alla fine.
Il libro è scevro da facili pietismi, è chiaro e determinato sulla beneficenza e sulla seppur meritoria opera delle tante ONG che sono solo gocce nel mare: “Gli alimenti che vengono concessi come aiuti rappresentano lo 0,015 per cento di quelli che il mondo consuma: un grande progresso sulla via verso il niente”.

Per scrivere questo libro Caparròs è stato in Niger, India, Bangladesh, Stati Uniti, Kenya, Argentina, Sud Sudan, Madagascar, Spagna.

Aisha, che mi diceva quanto sarebbe stata diversa la sua vita con due vacche. Se proprio devo spiegarlo – non so se devo spiegarlo – : niente mi ha colpito di più di capire come la povertà più crudele, la più estrema, sia quella che ti ruba anche la possibilità di pensarti diverso. Quella che ti lascia senza prospettive, senza neanche desideri: condannato per sempre alla stessa situazione inevitabile.

(…) Questa miseria che consiste anche nel non credere né aver imparato né sospettare che esistono altre vite e che le altre vite non sono sempre soltanto degli altri. Non è solo un restringimento delle frontiere materiali; anche di quelle mentali, la riduzione dell’orizzonte di ciò che è possibile immaginare (…) Il futuro è il lusso di coloro che si nutrono.

“Come cazzo riusciamo a vivere sapendo che succedono queste cose?” è un mantra che si ripete, quando si raccolgono le voci, i luoghi comuni, rassegnati. “Ma la fame non esiste al di fuori delle persone che la patiscono. L’argomento non è la fame; sono quelle persone”. Mentre la carestia si spiega facilmente, ha carattere episodico ed eccezionale, la malnutrizione è più diffusa e rappresenta la banalità del male.

La pericolosità delle malattie è sempre stata, in qualche misura, una questione di classe. È sempre stato così, ma mai come adesso: con i progressi della medicina e dell’industria farmaceutica, avere o non avere denaro è la condizione più importante per sapere se si guarirà o non si guarirà.

Raccontando il Niger, la sua situazione particolare, Caparròs riflette su quanto sia facile cadere nel cliché “(…) ho impiegato del tempo per accorgermi di essermi arreso a una certa ideologia. Non c’è una fame strutturale, inevitabile. Ci sono sempre cause, ragioni, decisioni”. Nel 1970 c’erano 90 milioni di denutriti in Africa, nel 2010 erano più di 400 milioni, quindi qualcosa dev’essere andato storto. Diverse volte l’autore ripete che non c’è niente di fatalistico o immutabile nell’assetto socioeconomico globale e mi sembra un primo punto fermo tanto necessario quanto poco considerato.

Per pigrizia, ignoranza o chissà quale altra grande virtù siamo soliti pensare che la storia del mondo potesse essere soltanto così come è stata. È l’arma più efficace di chi preferisce farci accettare il mondo così come è: ciò che è stato è ciò che doveva essere – e ciò che è, è anche ciò che deve essere o, al limite: l’unica possibilità.

Sembra una sciocchezza, ma il mito più forte in quest’epoca di cambiamenti incessanti è che non ci sono cambiamenti possibili nell’essenziale, nell’ordine che ordina le nostre vite.

La presunta naturalità del capitalismo è strettamente collegata alla presunta naturalità dell’istituto della proprietà privata:

(…) non c’è maggior successo ideologico del rispetto della proprietà privata. La base miracolosa di tutto l’edificio. Il fatto sorprendente che, in genere, i padroni non hanno bisogno di usare la violenza per impedire a qualcuno di prendersi quello che gli serve quando se lo vede sotto il naso.

Il capitalismo e il suo concetto di proprietà privata si presentano come la forma naturale. E, pertanto, accettarlo è realistico. Ci sono risposte e sono, ovviamente, politiche: stabilire che accettarlo è una scelta. Non accettarlo è un’altra, opposta; non garantisce il cambiamento: soltanto che uno vorrebbe che cambiasse.

Pertanto, senza possibilità di esagerazioni: questo è il mondo che il capitalismo e la democrazia americani hanno creato. La povertà e la fame di tutti quei milioni di persone sono il risultato di questo mondo – non un errore di questo mondo. Il fatto che – quando non pensiamo – pensiamo il contrario è uno dei suoi grandi successi. E tutta la sua strategia consiste nel considerarlo un errore passeggero e correggibile.

Gli aiuti umanitari, nel migliore dei casi, sono un tentativo, con le migliori intenzioni, di correggere certi errori ed eccessi del sistema: di sostenerlo. Anche se – come tutto – ammettono descrizioni diverse.

Ed è facile il passaggio da “La fame, il più grande problema risolvibile del mondo” a “Il capitalismo, il più grande problema risolvibile del mondo”. Sulla proprietà privata cita anche Oscar Wilde: “Ricorrere alla proprietà privata per alleviare i terribili mali che derivano dall’istituzione della proprietà privata medesima è un atto, oltre che ingiusto, profondamente immorale”. Ed effettivamente succede proprio questo:

c’è una strana logica nel dover ringraziare i grandi capitalisti che per secoli si sono appropriati del prodotto del lavoro di milioni di persone perché adesso sono gli unici che possono investire un po’ di soldi per continuare ad appropriarsene. (…) Di nuovo: si vantano di creare posti di lavoro come se questo li trasformasse in benefattori dell’umanità – o almeno di quel pezzetto di umanità che lavora nei loro campi. Di nuovo, ancora: il plusvalore. Se impiegano gente è perché possono prendersi una parte importante del valore prodotto dal lavoro di quella gente; se impiegano quella gente – gli abitanti di quel determinato luogo – è perché possono pagarli infinitamente meno rispetto a quanto gli costerebbe nei loro luoghi di origine. Ma ritengono – e non sono gli unici – che i loro operai dovrebbero ringraziarli perché li sfruttano.

Che esistano paesi come il Bangladesh, che esistano milioni di operai che lavorano per 40 dollari al mese è la condizione necessaria per l’ordine mondiale: non soltanto perché producono merce economica che miliardi di persone consumano, ma anche perché dànno un determinato aspetto alla mappa dell’industria – che passa dai paesi più prosperi, dove nessuno lavorerebbe per quelle cifre, a questi dove invece sì. “Dobbiamo delocalizzare un certo tipo di produzione nei paesi in cui avremo una maggiore redditività, così potremo mantenere un alto livello di guadagno che ci permetterà di investire nella ricerca e nelle innovazioni” dichiarava al New York Times un grande imprenditore americano. Un’altra funzione del progresso tecnico: giustificare il più violento capitalismo. Se non fabbricassimo questo con lavoratori supersfruttati, non guadagneremmo a sufficienza per continuare a “innovare”, dicono, e fanno una faccia seria, capitani del domani trasformato in mercato.

Nel libro c’è spazio anche per la bioingegneria e gli OGM, che non vengono criticati in quanto tali ma sempre nell’ottica del loro utilizzo capitalistico:

La proprietà privata della riproduzione è una grande invenzione contemporanea. È un’espressione brutale dell’idea di proprietà: non su un capo, non sul prodotto di quel campo, ma su un modello naturale – il seme – che soltanto il “padrone” ha il diritto di produrre: la proprietà intellettuale della natura. Tutto il processo è una sintesi del modo in cui funziona il capitalismo: gli scienziati raggiungono un progresso tecnologico che può giovare a milioni di persone. Ma lavorano per un’azienda privata, quindi la compagnia tiene per sé i risultati. E, dietro di loro, gli Stati hanno la funzione di garantire che le aziende riscuotano: con le leggi sui brevetti si assicurano che tutti li paghino. In questo schema il progresso tecnologico non è un tentativo di migliorare la vita ma di fare in modo che alcuni accumulino più ricchezza.

Il racconto è potente perché lo è l’argomento, ma la prosa ha una sua parte notevole ed è decisamente all’altezza e per rendere l’idea inserisco uno dei passi che considero particolarmente successivi ancorché terribilmente reali:

I sacchetti neri che volano sulla campagna. I sacchetti di plastica nera che volano sulla campagna. I sacchetti di plastica nera del mercato che svolazzano in tutti gli angoli del Niger, dispersi dalla modernità, residui della modernità che qui arriva soltanto quando diventa un residuo.

L’analisi del capitalismo e della proprietà privata sono in qualche modo impeccabili. L’unica nota che mi sento di dover fare è quando contrappone i poveri dei paesi ricchi ai poveri degli altri paesi affermando inoltre che manca ormai la base economica comune su cui si fondava il “proletari del mondo unitevi”. In realtà non è così perché ancora oggi ciò che accomuna i lavoratori di tutto il mondo, ancor più che in passato, è la mancanza della proprietà dei mezzi di produzione, accentrata nel capitale in maniera se possibile più pervasiva rispetto ai tempi in cui scrivevano Marx ed Engels.

Quello che c’è di fondamentale nel libro è la spietata analisi del perché ancora oggi sia drammaticamente attuale il tema della fame nel mondo. In realtà non è che manchi cibo, perché ce n’è in sovrabbondanza. Tra l’altro c’è da notare un “dettaglio” che potrebbe stupire:

Il consumo mondiale di alimenti sembra molto variegato, ma tre quarti del cibo consumato nel pianeta è costituito da riso, grano o mais; da solo il riso costituisce metà del cibo mondiale. Dico: metà di tutto il cibo che noi sette miliardi di umani mangiamo ogni giorno è costituito dal riso.

Il consumo di carne invece, è molto ineguale. “Mangiare carne è uno sfoggio bestiale di potere”. A noi sembra normale consumare carne anche quotidianamente, ma non molto tempo fa era un lusso per pochi, ed in realtà per buona parte della popolazione mondiale è ancora così. Non solo, potrebbe tornare ad esserlo per tutti. Al più i cinesi con il loro incredibile miglioramento contribuiscono ad aumentare in maniera significativa il consumo di carne oltre l’Occidente. E sui cinesi c’è un discorso più ampio da fare., perché ancora oggi un miliardo e quattrocento milioni di persone vivono in povertà estrema.

E, di fronte a loro, la frase più classica del liberalismo trionfante sul suo miglior mezzo di informazione, The economist: “nonostante due secoli di crescita economica, oltre un miliardo di persone vivono in povertà estrema”. Dove l’accento è sul “nonostante”: per insistere sul fatto che l’economia degli ultimi due secoli non è la causa di quella povertà estrema”.

Eppure ci sono gli sforzi della comunità internazionale, di tantissime organizzazioni che si impegnano meritoriamente. Nel 2010 erano in povertà estrema 1,9 miliardi di persone. Ora dicono che sono 1,2 anche se secondo la Banca mondiale sono 1,4. Ad ogni modo nell’ipotesi migliore si parla di

(…) 700 milioni di persone in meno. In quel periodo, circa 600 milioni di cinesi sono usciti dalla soglia della povertà estrema grazie allo sviluppo economico del loro paese. Cioè: una grande maggioranza della popolazione che è uscita dalla povertà estrema in questi vent’anni sono i cinesi che grazie allo sviluppo economico del loro paese si sono integrati in un sistema sempre più diseguale ma molto più ricco. Cioè: quasi tutta la riduzione della povertà è avvenuta nel Paese in cui gli organismi internazionali non hanno avuto la minima influenza, dove non gli è stato permesso di attuare le loro politiche. Il che non impedisce a quegli organismi di vantarsi comunque dei loro risultati: la riduzione della povertà estrema.

Nel frattempo la fame rappresenta sempre il rischio maggiore per gli abitanti dell’Altro Mondo, come lo chiama Caparròs, perché uccide ogni giorno più persone di AIDS, malaria e tubercolosi messi insieme. Tutto questo mentre l’aspettativa di vita cresce, sì, ma solo se nasci nella parte “giusta” del mondo.

Sarebbe semplice sentenziare che chi ha fame è perché è povero, ma si tratta di “pura mistificazione retorica”:

povertà e fame non hanno una relazione causa-effetto; in realtà condividono la stessa causa. Sono forme della stessa privazione, dello stesso esproprio. La principale causa della fame nel mondo è la ricchezza: il fatto che una minoranza si prenda ciò di cui molti hanno bisogno, compreso il cibo.

Non è sufficiente come spiegazione neanche la corruzione dilagante di molti paesi, perché “quello che rubano non è niente in confronto a quello che perdono i loro paesi e i loro cittadini a causa dell’ordine internazionale in cui sono integrati da un secolo e mezzo”. Ma anche dividere la colpa tra il sistema e la corruzione dei governanti non risolve l’equazione: “entrambe le cose sono vere – e questo rende meno vera ognuna di queste se la si enuncia come ragione unica. Ed entrambe aggirano il problema della proprietà privata e della distribuzione della ricchezza, quelle minuzie”.

Anche senza fare nulla di particolare, abbiamo la nostra parte di colpa perché come abbiamo detto la fame non deriva dalla povertà ma dalla ricchezza. Quando diciamo che siamo complici si potrebbe fare l’errore di pensare che ad esempio il nostro essere grassi è cibo rubato agli affamati, ma non è vero neanche questo: “al contrario è vero che le stesse industrie che ci riempiono di spazzatura controllano i mercati e si accaparrano i cibi di cui potrebbero nutrirsi quelli che non mangiano. I grassi e gli affamati sono vittime – diverse – della stessa cosa. Chiamiamola disuguaglianza, capitalismo, la vergogna“.

(A volte non mi sembra sorprendente che adesso, ogni giorno, lasciamo che tanta gente muoia di fame: che non ci importi, che sappiamo guardare così bene da un’altra parte. Siamo, in ultima analisi, gli stessi che eravamo settant’anni fa, gli stessi che lo fecero già settant’anni fa, quando c’erano Hitler e Stalin e Roosevelt e i campi e le bombe).

Adesso dare da mangiare agli affamati dipende soltanto dalla volontà. Se c’è gente che non mangia a sufficienza – se c’è gente che si ammala di fame, che muore di fame – è perché chi ha il cibo non vuole darlo a quella gente: noi che abbiamo il cibo non vogliamo darlo a quella gente. Il mondo produce più cibo di quanto ne occorra ai suoi abitanti; tutti sappiamo chi non ne ha a sufficienza; mandare a quelle persone ciò di cui hanno bisogno può essere una questione di ore. Questo è ciò che rende la fame attuale, in qualche modo, più brutale, più orribile rispetto a quella di cento o mille anni fa. O, per lo meno, molto più eloquente su ciò che siamo.

Il denaro della nostra prosperità è denaro molto insanguinato. Non è piacevole riconoscere che a pagare è la fame di milioni di persone. Non dovrebbe risultare così comodo, così facile, così economico.

Caparròs è netto nei giudizi anche sulle religioni, ha parole definitive su Madre Teresa e anche su Amartya Sen (“non mette in discussione l’idea di proprietà”), ci ricorda che l’urbanizzazione crescente non è solo belle città ma soprattutto immense baraccopoli, critica il nazionalismo, arma spuntata del capitale per dividere il “nemico”: “la nazionalità è una riduzione dell’umanità: la legittimazione di un certo egoismo”. Critica la retorica del 99% che prendeva piede negli anni in cui scriveva il libro e anche quella degli indignados. La prima “mette in discussione il tema della ricchezza estrema – ma non il tema della ricchezza, della proprietà, delle forme di appropriazione della ricchezza”. La seconda sembra una posa: “mi sembra un sentimento elegante, controllato, di chi ha a disposizione alternative: ah, ma questo m’indigna, mio caro”.

Mi sembra chiaro che potrei continuare a riprendere citazioni, ma il post è già lunghissimo e poi, se non l’avete capito, dovete leggerlo questo libro! Chiudo con una citazione che mi sembra possa andare bene come conclusione:

Per me invece si tratta di ideologia: sapere come si fa per non avere più poveri del mondo – non per dargli qualche briciola in più, le briciole sufficienti. E questa è un’ideologia, senza alcun dubbio. Per questo l’enorme campagna di discredito delle ideologie: perché per ottenere cambiamenti bisogna volerli, avere idee – un'”ideologia”. Tra le altre cose, perché l’unico motivo per il quale c’è la fame in un mondo che produce abbastanza cibo è un’altra ideologia. Quella che dice di non esserlo, che si presenta come la natura stessa: quella che sostiene che il mio è mio – e il tuo poi vedremo. Per un ragazzo degli anni Sessanta – per un adulto degli anni Dieci – è strano che tanti credano che sia quella l’unica opzione. Anche se lo fosse converrebbe pensare di no, per metterla alla prova. Il problema è che viviamo un tempo senza futuro. (O, peggio: dove il futuro è una minaccia).

Contro la meritocrazia

“Il sistema dovrebbe essere meritocratico”. Sono abbastanza sicura che quasi tutti sottoscriverebbero un’affermazione del genere senza rifletterci, pensando di essere nel giusto. Un sistema democratico e aperto a tutti: ma siamo sicuri che la meritocrazia sia proprio questo?

Di certo non lo credeva chi ha coniato la parola: Michael Young, ci ricorda Davide Villani nel terzo numero di Jacobin Italia, è il sociologo che ha immaginato una distopia basata proprio sul potere meritocratico (un articolo approfondito sulla figura di Young si trova sul Guardian), un sistema che legittima lo status quo, che “permette di giustificare le disuguaglianze più estreme: non più sulla base della discendenza e sul binomio popolo vs aristocrazia, ma in base al merito“. Infatti come si legge sul sito inglese: “A system of class filtered by meritocracy would, in his view, still be a system of class”. Young metteva in guardia su un siffatto tipo di società e sicuramente non auspicava venisse celebrato come ideale cui giungere.

Oggi molti sono convinti di vivere in un sistema meritocratico, nel Regno Unito e negli USA ma anche in altri paesi, seppure in misura minore. Come ci spiega Clifton Mark su The Vision quest’idea è falsa; che siano più determinanti le capacità personali della fortuna è infatti infondato, così come è fallace credere che il sistema dia le stesse opportunità a tutti. Non si tratta però di un inganno innocuo, perché credere nella meritocrazia tende invece a rinforzare le disuguaglianze: “un numero sempre più ricco di ricerche di psicologia e neuroscienze suggerisce che credere nella meritocrazia non solo sia fallace, ma renda le persone più egoiste, meno autocritiche e più inclini ad atteggiamenti discriminatori”.

Soffermarsi sulla meritocrazia incoraggia le discriminazioni che dovrebbe eliminare, hanno scoperto alcuni studiosi che

suggeriscono che questo “paradosso della meritocrazia” avvenga perché adottandola esplicitamente come un valore, convince i soggetti della legittimità della propria morale. Convinti di essere nel giusto, diventano meno inclini a cercare nel loro comportamento i segnali del pregiudizio.

Queste riflessioni dovrebbero mettere in guardia dall’idolatria che oggi circonda certi concetti, presi per buoni senza alcuna preliminare né tanto meno approfondita discussione, col concreto rischio di sparare grosse stupidaggini come una ministra ha recentemente fatto:

Terranova Meritocrazia