Iperconnessi

Sio 16 maggioSono sicuramente più brava con la parola scritta che con quella parlata, e infatti tengo un blog, mica faccio video. Le parole comunque sono potentissime, come ci insegna il saggio Sio. Ad ogni modo mi hanno proposto di parlare di argomenti che mi appassionano, e di cui si trovano tante tracce proprio su questo blog e ho colto la sfida, sperando di essere stata abbastanza chiara (e di averle messe giù in un certo ordine). Per un barlume di coerenza, linko la versione di peertube, ma il video si trova su Youtube oltre che sulla pagina Facebook Le frites, dal Belgio e non solo.

Parlare di sindemia

Ci sono account su Twitter che simpaticamente fanno un egregio lavoro ricordandoci cose importanti; non voglio citare qui @ThatcherFunFact 

(ops…) e mi soffermo invece sul serissimo @ADimissioni.

Perché la domanda che fa periodicamente è tremendamente seria. Lasciando perdere chi ci fa perenne campagna elettorale su, fingendo grandi risultati su nessun reale avanzamento nei fatti, quello del coprifuoco è un tema che come dicevo poco tempo fa su Twitter non dovrebbe essere lasciato alla destra. Non c’è nessuna ragione scientifica per mantenerlo, ma sicuramente lo toglieranno a breve quando si dovrà far ripartire l’economia con la bella stagione, i magnanimi e illuminati che ci governano. Invece è uno dei tanti sintomi di un male che ci portiamo dietro da un anno, la cui causa principale non è il virus. Si inizia a parlare di sindemia perché gli effetti strettamente sanitari collegati alla pandemia non esauriscono affatto il portato dell’emergenza che ci ha investito ormai più di un anno fa. Si legge su Treccani “un insieme di patologie pandemiche non solo sanitarie, ma anche sociali, economiche, psicologiche, dei modelli di vita, di fruizione della cultura e delle relazioni umane”. In poche parole, la sindemia implica una relazione tra più malattie e condizioni ambientali e socio-economiche.

Le reazioni a questa situazione che si potrae ormai da tempo e dalla quale non vediamo uscita almeno nel breve periodo sono le più svariate. Molti si lamentano della “gente” che fa quel che vuole, che non rispetta le regole e così via, mentre dall’altra parte ci sono persone terrorizzate che escono di casa poco o nulla da ben oltre dodici mesi. La colpevolizzazione degli individui di fronte a norme spesso contraddittorie, poco chiare, a volte per non dire spesso neanche legittime, in alcuni casi di senso opposto o comunque slegate dalle evidenze scientifiche è ormai nell’ordine delle cose. Un esempio è la recente dichiarazione del ministro della salute sulle bassissime possibilità di contagio all’aria aperta. Uno scoop? In realtà già dai tempi dell’epidemia di spagnola – cent’anni fa! – si sapeva. Per il 25 aprile, a ridosso di queste dichiarazioni, hanno sorvolato sulle chiusure, differentemente dalle vacanze pasquali, lasciando alle amministrazioni locali l’onere della regolamentazione, così come per il primo maggio, in occasione del quale molti sindaci hanno giocato nuovamente a fare gli sceriffi chiudendo l’accesso a piazze, zone tradizionali di passeggio e anche spiagge, con la scusa del pericolo di assembramenti. Con l’effetto paradossale, già ottenuto a Pasqua, di spingere le persone a riunirsi all’interno di abitazioni private e quindi anche in spazi chiusi, per ciò stesso più pericolosi. Non sono un’aperturista senza se e senza ma, infatti sono dalla parte di tutti quei lavoratori che hanno invocato chiusura dei posti di lavoro non essenziali ogni qualvolta le condizioni di sicurezza non potessero essere garantite, ma c’è un’evidente discrasia tra gli obiettivi di salute pubblica e i mezzi impiegati per tutelarla. Per non dire poi di tutte le scelte squisitamente politiche su cosa, quando è per quanto tempo, chiudere. Sulla scuola ho scritto un po’ di tempo fa – link, ma prima e più volte ho scritto sulla schizofrenia delle scelte adottate, ad esempio qui, qui o qui. Mettiamoci pure una bonus track.

Se dalla fase più difficile forse, arrancando, grazie anche ai vaccini e sperando che duri, stiamo uscendo, una serie di questioni sono qui per restare. Intanto ci sono persone che semplicemente hanno messo in stand by gran parte delle attività abituali, andando anche ben oltre il perimetro dei divieti, rimandando ad un “quando finirà tutto questo”. E nel frattempo stiamo normalizzando grazie all’emergenza una serie di cose, magari non introducendo novità particolari ma dando accelerazioni inedite permesse dallo stato di eccezione. Se ne trova un esempio all’interno del recente articolo sul decoro di Federico De Vita su l’Esquire quando parla di Piazza Santo Spirito a Firenze. Se si vuole approfondire sul tema del decoro l’autore cita alcuni testi imprescindibili tra cui l’ottimo libro di Wolf Bukowski di cui ho già parlato sul blog.

Continuare a parlare di tutto ciò che gira intorno agli aspetti strettamente sanitari del nostro presente emergenziale, ragionarci, anche con fatica perché a volte almeno io personalmente avverto un senso di fiacchezza e pure difficoltà a tenere il punto in questa temperie, è precondizione per uscirne se non migliori, neanche peggiori.

Stranded in the Six Day War – L’incredibile storia della flotta gialla

Nonostante tutto Twitter è un luogo della rete che continuo ad abitare perché lì a volte trovo storie, le più disparate, che difficilmente incontrerei altrimenti. @FerdinandoC in un thread che ha rappresentato una di queste epifanie, partendo da un fatto di stretta attualità, mi ha permesso di conoscere l’incredibile storia della cosiddetta flotta gialla.

L’occasione è stata l’improvviso blocco del Canale del Suez dovuto all’incagliamento di una nave portacontainer che per diversi giorni ha “appassionato” la rete, una storia che ha tenuto un po’ col fiato sospeso mentre si contavano i danni economici del blocco di un punto strategico del traffico marittimo mondiale, in un contesto come quello attuale in cui la globalizzazione, nonostante la frenata degli ultimi anni, è sempre dominante. Un problema essenzialmente tecnico e che si è risolto in tempi tutto sommato brevi, e che però ha riportato alla ribalta una storia del passato ben più lunga e complessa.

Ever given, la portacontainer rimasta incagliata nel canale di Suez a marzo.

Nel Canale di Suez infatti si trovavano diverse navi mercantili quando l’improvviso scoppio della guerra dei Sei giorni, nel giugno del 1967, ne bloccò il transito in seguito alla decisione di chiudere il canale senza permettere l’uscita in sicurezza delle molte imbarcazioni che lo stavano navigando in quel momento (solo due navi russe furono autorizzate a lasciare il canale in quel frangente). Una vicenda paradossale che tiene insieme diverse storie: la Guerra fredda, il conflitto mediorientale oggi non ancora risolto, gli interessi contrapposti delle rispettive sfere di influenza. Una questione che si sarebbe potuta risolvere in tempi ragionevoli – del resto anche se le tensioni non terminarono del tutto la guerra durò appunto solo sei giorni – ma che a causa dei precarissimi equilibri geostrategici durò ben otto anni. Quattordici navi restarono nel canale per tutt quegli anni, con un personale, seppur ridotto, nel corso del tempo e periodicamente sostituito per ovvi motivi, che oltre a mantenere funzionale le navi e al sicuro le merci trasportate, si inventò un modo di stare insieme cooperativo e creativo, nonostante i difficili momenti trascorsi durante le fasi acute dei conflitti che si susseguirono nel corso di quei lunghi anni. Lo stesso utente ha segnalato prontamente l’esistenza di un libro che in inglese ripercorre la storia della flotta gialla e a quel punto non ho potuto fare a meno di ordinarlo e quindi leggerlo. Grazie a chi mi ha fatto conoscere la storia e all’autrice, Cath Senker, che ha svolto un’ottima ricerca e ha raccolto numerose testimonianze per sistematizzare su carta questa incredibile storia.
La cosa che colpisce di una vicenda che dovrebbe essere comunque un dramma è la nascita immediata di una forte comunità indipendentemente dalle nazionalità di quegli uomini di mare – opposte sul fronte della guerra fredda: polacchi, bulgari, cechi, inglesi, statunitensi, francesi, tedeschi dell’Ovest, svedesi, che si sono costituiti in associazione: The Great Bitter Lake Association.
I contatti iniziarono a causa di necessità basilari come la mancanza di alcuni generi alimentari per i quali iniziarono i primi scambi. Il canale di Suez era stato nazionalizzato dal presidente egiziano Nasser che, forse trattenendo i mercantili sperava di avere maggiore “potere contrattuale” nei confronti dei paesi alleati di Israele. Dopo la morte di Nasser il successsore, Sadat, continuò la medesima strategia impedendo la riapertura del canale. Gli equipaggi inizialmente erano isolati e sapevano ben poco di cosa accadesse.

“Stuck here indefinitely hope to get home soon” Un messaggio dalla nave Agapenor

Lo scambio tra le navi fu autorizzato dalle compagnie mentre gli egiziani cercarono di ostacolarli almeno in un primo momento ad esempio imponendo la presenza di guardie sulle imbarcazioni. In realtà col passare del tempo anche la dura disciplina a bordo venne allentata viste le straordinarie condizioni in cui si trovavano gli equipaggi a bordo, e infatti i viaggi iniziarono presto a riguardare spostamenti per la partecipazione a feste o a proiezioni di film. All’inizio nessuno pensava che il blocco sarebbe durato a lungo. Nel frattempo nel 1969 una nuova escalation, la Guerra d’Attrito, allontanò le speranze di una riapertura del canale in tempi brevi. Nel 1973 una nuova escalation della situazione portò alla guerra dello Yom Kippur che trovava le navi ancora bloccate del canale.
Una volta che il confronto tra equipaggi fu costante oltre allo scambio di generi alimentari e altre risorse iniziò anche uno scambio di competenze per risolvere insieme questioni tecniche ed emergenze che via via si presentavano su diversi navi. L’associazione prevedeva incontri settimanali in cui venivano concordati gli eventi sportivi.

The main object of the association is to maintain and foster the many friendships that we have… formed with the people of other ships and nationalities while here.

Uno degli eventi più degni di nota e che attirò anche l’attenzione dei media fu l’organizzazione dei giochi olimpici del canale in concomitanza con le Olimpiadi in Messico del 1968, che prevedevano oltre alcuni sport classici particolarità quali la pesca. Partendo da questioni molto pratiche l’associazione arrivò a pianificare una grande varietà di attività. Il tempo libero ovviamente non mancava e sicuramente veniva occupato anche dal consumo di bevande alcoliche.

“Human ingenuity had created a whole social and economic network”. (Attenzione ai false friends, ingenuity vuol dire ovviamente ingegno!)

A proposito di alcool, l’associazione aveva pure un inno, Yellow Submarine, di cui era stata modificata l’ultima strofa, che recitava:

Sky of blue, sea of green
Thanks for vodka, beer and gin
Associated many men
In the Great Bitter Lake Den.

Il riferimento al giallo, colore col quale veniva definito l’insieme delle navi bloccate nel canale, era dovuto alle frequenti tempeste di sabbia che modificano il colore delle stesse.
Tra le attività sportive c’erano anche le regate, per le quali vennero costruite diverse imbarcazioni. Una delle cose che personalmente reputo più affascinanti è la creazione di diverse serie di francobolli, alcuni veri piccoli capolavori, ricercati dai collezionisti ancora oggi, con i più svariati materiali che si trovavano a bordo delle navi.
All’inizio sulle navi gli equipaggi erano ovviamente al completo ma col passare del tempo vennero progressivamente ridotti e sulle quattordici navi si passò da più di duecento persone ad una cinquantina, per cui organizzare le attività divenne un po’ più difficile.
Dopo la guerra dello Yom Kippur la situazione politica andava distendendosi ma ci vollero anche le condizioni tecniche e pratiche per riaprire il canale, innanzitutto la pulizia dello stesso per renderlo nuovamente praticabile e sicuro dopo le battaglie che si erano combattute (e le bottiglie che vi erano state gettate!) e per questo ci volle circa un anno. Superato questo problema, la maggior parte delle navi dovette essere rimorchiata seppure nessuna fosse in condizioni veramente disastrose, nonostante il lungo periodo fermi nel canale, molto salato. Solo le due navi tedesche poterono ritornare in maniera autonoma ai loro luoghi di origine. Il canale fu così finalmente riaperto il 5 giugno del 1975 dopo esattamente otto anni dallo scoppio della guerra dei Sei Giorni.
Aver scoperto e approfondito la vicenda della flotta gialla mi ha permesso di viaggiare nel tempo e in avvenimenti particolari che fanno pensare oltre le grandi vicende storiche le loro conseguenze imprevedibili e credo che le parole conclusive dell’autrice siano perfette per chiudere questo post:

A slice of micro-history that indicates the potential of human beings left to their own devices to create cooperative communities in the most unlikely of circumstances.

Stretti tra Popper e Voltaire – un mio contributo per Rizomatica

Per il nuovo numero di Rizomatica, uscito il 12 febbraio, avevo scritto alcune riflessioni su piattaforme e democrazia partendo dalla vicenda del ban a Trump a ridosso degli eventi di Capitol Hill. Il tema resta di stretta attualità e lo dimostra anche ciò che sta accadendo in questi giorni tra governo australiano e piattaforme digitali, e credo che ne scriverò ancora appena possibile. Intanto condivido volentieri anche qui l’articolo pubblicato su Rizomatica. Qui il link all’articolo. Il numero è anche interamente scaricabile dal blog.

I sostenitori del ban a Trump saranno in qualche modo consapevoli del paradosso della tolleranza: teorizzata da Karl Popper, tale situazione apparentemente senza via d’uscita è data dal fatto che una società tollerante è destinata ad essere travolta dagli intolleranti al suo interno, per cui è necessario che si dimostri intollerante nei loro riguardi. Una posizione un po’ più complessa è forse quella del filosofo Rawls, per il quale la società giusta deve tollerare gli intolleranti e limitarli solo nella misura in cui i tolleranti temono per la sicurezza loro e del sistema nel suo complesso.Dall’altra parte ci sono i voltairiani della domenica, che spesso citano il filosofo illuminista a sproposito perché la ormai celebre frase “non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo” è apocrifa, in quanto se ne trova traccia solo nella biografia redatta da Evelyne Beatrice Hall sotto pseudonimo, che la mise tra virgolette per errore. Tale posizione comunque implica che non si possa limitare l’espressione altrui, qualunque siano le conseguenze.Tra questi due estremi spesso si naviga a vista, e il soggetto coinvolto e le circostanze specifiche hanno un ruolo non trascurabile nel determinare i termini della questione. Nel frattempo, con l’avvento di internet sembra che la libertà di espressione possa raggiungere nuove vette, e contemporaneamente si avverte la necessità di mettere dei paletti affinché il diritto di tutti ad esprimersi liberamente non leda altri diritti. Internet va regolamentato? Di certo il tecnoentusiasmo secondo cui la rete, democratica ed immensamente libera, ci avrebbe a sua volta liberato si è dimostrata un’ingenua utopia. Internet non sfugge ai rapporti di forza, è soggetto anch’esso a relazioni di potere e ad esempio la net neutrality è più una chimera che altro. L’espressione net neutrality è stata coniata dal professore Tim Wu della facoltà di legge della Columbia University in un paper del 2003 sulla discriminazione online. Il problema si pose all’epoca nella misura in cui i provider potevano escludere dall’accesso alla rete alcuni utenti. Negli USA nel 2005 venne vietato agli ISP (Internet Service Provider) di bloccare contenuti o limitare l’accesso agli utenti, ma questo orientamento venne messo in discussione nel 2017 e ancora oggi non esiste una legislazione univoca neanche tra gli stati federati. Se non ci sono regole chiare riguardo i provider di rete, cioè a monte, figurarsi cosa accade nel momento in cui le piattaforme da aziende private – non assimilate a fornitori di “servizi pubblici” – seguono delle regole arbitrarie a cui gli utenti si devono conformare, e queste regole possono essere modificate unilateralmente dalle stesse.Il tema della libertà di espressione è ben più vecchio della rete e ancora non ha trovato una risposta definitiva; questo è un bene, dice il giurista Blengino, perché se ci fosse una distinzione netta tra dicibile e indicibile la società non sarebbe affatto libera, a prescindere dal fatto che la decisione dipenda da una legge o un algoritmo.

Deplatforming e liberalismo

Per parlare dei rapporti tra la rete e la democrazia, è opportuno mettere in chiaro subito alcuni presupposti, e partirei da Shoshana Zuboff, che scrive: “le tecnologie sono sempre dei mezzi al servizio dell’economia, e non dei fini: nell’epoca moderna, il dna della tecnologia è segnato in partenza da quello che il sociologo Max Weber chiama “orientamento economico”. (Zuboff, 2019, pos. 382)
Anche se l’analisi compiuta dalla Zuboff ha determinati bias teorici – il funzionalismo parsonsiano su tutti – che ne inficiano buona parte delle conclusioni, è evidentemente corretto che contestare le Big Tech per le violazioni della privacy ha fatto perdere di vista la portata delle trasformazioni in atto, come rileva Morozov nella sua lunga critica alle tesi della studiosa intitolata I nuovi abiti del capitalismo. Quello che manca alla base delle analisi cosiddette del surveillance capitalism è il riconoscimento delle strutture di potere, sempre presenti anche nel mondo digitale. Questo è ciò che dovremmo tenere presente in primis quando ragioniamo del rapporto tra le piattaforme e la democrazia.Dopo l’assalto a Capitol Hill, prima Twitter e a seguire Facebook e Instagram hanno sospeso e poi bannato Trump, aprendo un dibattito a volte banale, spesso inutilmente dicotomico, tra trionfalisti soddisfatti della presa di posizione e scandalizzati che gridavano alla censura inaccettabile. La prima cosa che si deve dire è che abbiamo un problema, lo dovremmo già sapere, però questi avvenimenti ce lo mettono di fronte in maniera molto chiara e netta: queste piattaforme possono essere considerate piazze pubbliche ma sono, e sono gestite, come spazi privati, ed hanno comunque un potere enorme. La posizione dei trionfalisti è di base viziata dal fatto che, volenti o nolenti, ignorano che per anni questi ritrovati paladini della giustizia online sono stati il balcone da cui si è affacciato Trump e anche la piazza dove si sono espressi, incontrati e organizzati, suprematisti bianchi e altri estremisti tra cui i seguaci del Donald. Nel momento in cui il presidente uscente era al tramonto, e solo dopo che si è dimostrato abbastanza chiaramente che la bilancia dell’equilibrio politico era contro di lui, si è chiesta a gran voce la sua esclusione da tutte le piattaforme, come forma estrema di “difesa della democrazia”. Il deplatforming è una questione complessa per la quale il paradosso di Popper non è certamente sufficiente. Tra le giustificazioni alla propria posizione c’è quella che le regole debbano essere uguali per tutti. Punto che avrebbe anche senso se non fosse che per quattro anni qualcuno si è dimostrato sicuramente più uguale degli altri. Se ad un cittadino sono vietati determinati comportamenti online, ciò deve valere anche per “l’uomo più potente del mondo”. Ma il problema è a monte, perché chi decide quali comportamenti vietare sono sempre loro, le piattaforme. E in caso di movimento di massa che spinga per un rovesciamento del sistema, la censura sarebbe la stessa, perché l’obiettivo, anche delle piattaforme, è mantenere lo status quo e conservare il potere, certamente non marginale, che hanno.Alcune posizioni si possono non condividere e ovviamente si ha il diritto di esprimere il proprio pensiero, ma negare la problematicità della questione come fa Arianna Ciccone di Valigia Blu dichiarando che la scelta delle piattaforme è lineare (e magari dalla parte della giustizia interstellare) mi sembra pericoloso, oltre che superficiale. Si scrive addirittura che le piattaforme hanno il merito di aver ampliato l’accesso e la partecipazione al dibattito pubblico. Bisogna pure ringraziarli per l’esistenza di Black Lives Matter e del movimento del #metoo, come se senza la rete nei secoli precedenti non fossero nati movimenti e non si fossero anche fatte rivoluzioni, come se la forza non venisse dalle persone ma dalle tecnologie. Nel corso della storia umana, non è stata certamente la tecnologia il primo e l’unico motore della trasformazione sociale. Si rifletta un attimo sulla primavera araba, di cui ora ricorre il decennale: la miope visione occidentale è che le rivoluzioni, poi fallite, sono comunque originate dai e grazie ai social media, attraverso cui molti giovani si sono potuti organizzare dando origine ad una serie di sollevazioni popolari che hanno scosso il Nord Africa e in generale il Medio Oriente. Come sostiene Haythem Guesmi, quello sul ruolo dei social media è un mito, infatti diversi scienziati sociali lo hanno messo in discussione sostenendo che sono stati uno degli strumenti utilizzati dai manifestanti per fare rete e nulla più. Nel frattempo le Big Tech grazie a questa narrativa hanno ulteriormente incrementato i loro numeri ed anche aggirato le richieste da parte di diverse organizzazioni che si occupano non solo di tutela della privacy ma anche di diritti umani: “despite posing as a force for progress and development, Big Tech was collaborating with repressive governments in the Middle East and North Africa even before the Arab Spring started”. Dopo lo scoppio della primavera araba, continua Guesmi, “instead of protecting free speech against government censorship efforts, social media platforms suspended and removed thousands of accounts of political dissidents in Tunisia, Palestine, Egypt, Syria and elsewhere”. Questa è una forma di deplatforming che già avviene senza clamore generale. Sicuramente i sostenitori della democrazia borghese si trovano a loro agio a difendere il ban di Trump, ammettendo spesso candidamente di essere i difensori prima di tutto del liberalismo, per cui The Donald avrebbe potuto dire quel che voleva finché fosse rimasto il presidente eletto. Inoltre, contraddicendosi, pensano che visto che fino ad ora l’unico strumento politico per depotenziarlo, l’impeachment, non ha funzionato, il ban dai social gli potrà impedire un eventuale successo alle elezioni del 2024.

Le piattaforme e l’approccio community based, aspettando il sol dell’avvenire

Il ruolo delle piattaforme, il contesto in cui agiscono e la loro natura necessiterebbero un dibattito pubblico a monte che però non si è mai svolto: queste piattaforme si sono imposte nei fatti in un sistema deregolato, con le legislazioni nazionali e sovranazionali a rincorrere l’implementazione sempre più rapida di nuove tecnologie a livello globale. Oltre la disparità di atteggiamento nel Nord e nel Sud del mondo, il contesto sta ulteriormente mutando e da più parti si richiede una regolamentazione, più o meno rigida, se non lo scorporamento di colossi troppo grandi per essere agevolmente sottoposti a vincoli statali. Nella storia USA ad esempio questo è accaduto per rompere alcuni monopoli, considerati nocivi per l’ideologia del libero mercato. Ma quando si parla di comunicazioni non è solo una questione di monopolio versus concorrenza, c’è invece un superiore interesse pubblico che va tutelato. La pluralità dei media è un primo tassello per una informazione libera ma non è sufficiente. Come sostiene Nick Srnicek, se non emergono proposte di sinistra il dibattito sarà dominato da una parte dalla tutela della concorrenza di matrice europea e dall’altra da una blanda regolamentazione del monopolio negli Stati Uniti. Ci sono, ancora una volta, rapporti di potere che condizionano le diverse fonti, ed è appena il caso di citare la questione della diffusione di fake news. Accusati come principali artefici i social media, è opportuno ricordare che ancora buona parte delle notizie circola tramite i media tradizionali o dagli stessi è veicolato online. D’altra parte gli stessi social hanno iniziato a attrezzarsi dimostrando di essere interessati a combattere il fenomeno, almeno apparentemente. È proprio questo il primo strumento usato da Facebook o Twitter di fronte all’abnorme mole di contenuti borderline o proprio falsi condivisi spesso anche da Trump, quando era ancora presidente. “Questa notizia è controversa”, “questo fatto non è accertato” comparivano sotto diversi post condivisi. È successo recentemente anche mentre cercava di contestare il voto continuando a denunciare frodi e brogli elettorali, non comprovati da alcunché. Il fact checking, come viene chiamato, è un processo a volte complicato, che un tempo era parte del lavoro dei giornalisti, i quali ormai forse hanno dimenticato cosa significhi (o magari alcuni non lo hanno mai saputo); oggi, data la mole di informazioni che chiunque può collezionare da miriadi di fonti diverse, potrebbe essere organizzato dal basso. L’alternativa ci riporta al problema delle piattaforme che mantengono in sé un potere sproporzionato e soprattutto non controllato, in un ambito in cui l’interesse pubblico deve prevalere. Sembra essere diversa invece l’idea di Twitter, che ha annunciato recentemente la sperimentazione di Birdwatch, un approccio basato sulla comunità per combattere la disinformazione. Lo stesso account ufficiale @birdwatch dichiara che ricerche accademiche (come quella di Hyunuk Kim e Dylan Walker da loro citata) sembrerebbero provare che approcci di questo tipo risultino più efficaci rispetto ad altri gestiti in chiave centralistica. I primi test, dichiara ancora la piattaforma, stanno dando segnali incoraggianti, e così hanno deciso di iniziare la sperimentazione su larga scala a partire dall’utenza che risiede negli Stati Uniti. Se ci si riflette, Wikipedia è un esempio di successo che dimostra che l’approccio cooperativo è efficace e nel tempo dà ottimi risultati. Fintantoché le piattaforme saranno parte integrante di un contesto capitalistico, questa soluzione parziale potrebbe essere un’alternativa alla censura che comunque è sempre rischiosa. Come spiegava Trotskij, “sia l’esperienza storica che quella teorica dimostrano che qualsiasi restrizione della democrazia nella società borghese è, in ultima analisi, invariabilmente diretta contro il proletariato”. In un testo in cui attacca i “compagni” messicani, seguaci della linea stalinista, che propagandavano la censura della stampa reazionaria, Trotskij fa delle riflessioni che sono ancora oggi attuali e che possono essere benissimo traslate dalla stampa alle nuove tecnologie: “è essenziale condurre una lotta instancabile contro la stampa reazionaria. Ma i lavoratori non possono permettere al pugno repressivo dello stato borghese di sostituirli in questo compito (…), qualsiasi legislazione restrittiva esistente verrà utilizzata contro i lavoratori”. Forse non è necessario scegliere se stare dalla parte di uno stato che è comunque a tutela degli interessi dei pochi o dalla parte dei colossi privati, dialetticamente, tra le due opzioni, occorre trovare una sintesi che risponda alle esigenze dei molti.

Note

  1. Il futuro delle piattaforme tra pandemia e democrazia, Intervista a Nick Srnicek, Dinamo Print, anno 1 n. 02, dicembre 2020.

Bibliositografia

Carlo Blengino, Il paradosso dei social, parte 1https://www.ilpost.it/carloblengino/2021/01/18/il-paradosso-dei-social-parte-i/

Fabio Chiusi, Il dilemma non sono i socialhttps://www.valigiablu.it/social-media-dilemma-societa/

Arianna Ciccone, “Deplatforming” Trump: la giusta decisione di Facebook e Twitter di bloccare gli account del presidente uscentehttps://www.valigiablu.it/deplatforming-trump-facebook-twitter/

Arianna Ciccone, Trump, la libertà di espressione e l’ipocrisia di giornalisti e politici,https://www.valigiablu.it/trump-social-media-regole-ban/

Alberto De Nicola e Tania Rispoli, Il futuro delle piattaforme tra pandemia e democrazia, Intervista a Nick Srnicek, Dinamo Print, anno 1 n. 02, dicembre 2020.

Haythem Guesmi, The social media myth about the Arab Springhttps://www.aljazeera.com/opinions/2021/1/27/the-social-media-myth-about-the-arab-spring

Jeff Jarvis, The case of Trump v. Facebookhttps://medium.com/whither-news/the-case-of-trump-v-facebook-1d82cc7dc193

Hyunuk Kim e Dylan Walker, Leveraging volunteer fact checking to identify misinformation about COVID-19 in social media, HKS Misinformation Review https://misinforeview.h*ks.harvard.edu/article/leveraging-volunteer-fact-checking-to-identify-misinformation-about-covid-19-in-social-media/

Evgeny Morozov, Capitalism’s new clotheshttps://thebaffler.com/latest/capitalisms-new-clothes-morozov

Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici, 2vv, Armando, Roma, 1973-74.

John Rawls, Una teoria della giustizia, Feltrinelli, Milano, 2008.

S. G. Tallentyre, The friends of Voltaire, Open library, https://archive.org/stream/friendsofvoltair00hallrich#page/n11/mode/2up

Lev Trotskij, Libertà di stampa e classe operaiahttps://www.rivoluzione.red/liberta-di-stampa-e-classe-operaia-di-l-trotskij/

Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, Luiss University Press, Roma, 2019.

2021: work in progress

Qualche giorno fa ricordavo parlando con un amico che è trascorso un anno da quando ho cancellato il mio account Facebook. Alla domanda secca “come ti senti?” la prima risposta spontanea è stata “una persona normale”, perché davvero non è che abbia stravolto la mia vita da allora, sebbene il tempo “liberato” non sia poco. Del resto finché sto su Twitter e in misura minore su Mastodon non è che sia davvero “libera” dalla gamification, dall’infinite scroll, dal FOMO (Fear Of Missing Out), e da tutto il contorno che i social network comportano, seppure ognuno in diversa misura.

Su Twitter, posso dire che mi trovo ancora comoda nella mia bolla, raccolgo ogni tanto qualche utile news e partecipo al costante rumore di fondo, in fondo insignificante, in maniera tutto sommato dignitosa, credo. Su Mastodon avrei qualche riserva, non sull’idea in sé di federazione dei mezzi, quanto sulle pratiche adottate realmente sui singoli nodi. Mi ero iscritta all’istanza di tendenza anarchica bolognese Bida e dopo ripetute segnalazioni ho deciso di cambiare: i miei post di condivisione dal sito di Sinistra Classe Rivoluzione erano trattati alla stregua dei post di Gasparri, in fondo. Esagero forse, però sentirmi dire che non è consentita propaganda partitica quando se solo si desse un’occhiata al sito Rivoluzione si comprenderebbe l’assurdità dell’accusa mi ha veramente intristita. Trasferitami su Cisti, istanza di posizioni simili torinese, non avevo letto nelle policy la stessa discriminante antipartitica che pure c’è, ma dopo un primo messaggio non ho ricevuto più moniti, continuando a condividere, fino ad ora, senza problemi. Sinceramente vorrei che se ne discutesse perché il fatto di volersi distinguere dai soliti social non dovrebbe diventare un alibi per creare pratiche inutilmente escludenti, proprio in ambienti dove si dice che la sua cifra sia l’inclusività (anche se da certe discussioni che ho visto en passant non sempre si riesce).

Ad ogni modo come mi ero ripromessa oltre ai libri ho mantenuto costante la lettura dei blog grazie all’aggregatore Feedly permettendo di seguire il mio flusso personale di argomenti e interessi fuori da trending news e trending topics che fuori e dentro Twitter spesso sono semplicemente tossici. Sulla “polemica del giorno” ci sarebbe da scrivere perché troppo facilmente si trova appagamento nel partecipare in fondo in maniera inconcludente alle discussioni online di moda senza alcun valido riscontro se non per il proprio ego, con risultati quindi alla fin fine negativi per l’ecologia della mente, e della rete.

Il processo di Degoogling invece è sempre in fieri, come principale “progresso” alla fine del 2020 nel cambiare telefono ne ho scelto uno senza i google services, e a parte qualche compatibilità mancante per alcune app, che suppongo verranno col tempo sistemate, mi trovo bene. Le mail invece non le ho definitivamente migrate, per motivi di lavoro e di pigrizia, sto cercando comunque di portare quanto più possibile su protonmail, sperando di chiudere prima o poi quest’infinito percorso. Intanto i lavoratori di Google, anzi di Alphabet, ci portano belle notizie, ovvero la loro prima sindacalizzazione. Buona notizia che fa il paio con il rifiuto dell’estradizione a Julian Assange da parte di un tribunale britannico, dandoci qualche fievole speranza di un 2021 migliore. Vittorie parziali che ci devono ricordare che la lotta è un processo e non un singolo evento.

Pandemia, compagni e supposte inconciliabilità

Continuo a leggere critiche da parte di compagni ai post dei Wu Ming, come se fossero “negazionisti”, anche quando spiegano la strumentalità – e la tossicità – del termine negazionista. Ciò mi porta a riflettere sugli aspetti sociali legati alla pandemia, troppo trascurati. Io a ‘sto giro sono impegnata col tirocinio quindi “non ho tempo” per deprimermi o avere troppa paura, non so in caso contrario se avrei avuto la forza che mi ha sostenuta durante il primo lockdown. Intorno a me vedo paura, più spesso angoscia. Molte persone sono consapevoli di non riuscire a controllare le proprie emozioni; vedo nevrosi, troppo nervosismo, ansia. Siamo tutti sospesi sull’orlo di un baratro. E questa è una delle conseguenze della pandemia, anche se trascurata. Non so se si tratta di un altro effetto, trasversale, dell’ipermedicalizzazione della nostra società. Purtroppo ho sempre rimandato letture come quelle dei libri di Illich che sarebbero estremamente utili in questo momento. Una parola che si ripete, la scrivono in tanti su Giap, è virocentrismo. Non significa che si dovrebbe ignorare la pandemia, impossibile farlo, né s’intende negarne l’esistenza o la gravità, però questa ci ha bloccati al punto che si fatica a parlar d’altro. È la priorità, ma la vita scorre comunque, e ignorarlo, in campo medico ad esempio, comporta non pochi “danni collaterali”, con ritardi gravi nella prevenzione, nel controllo e nella cura di una serie di patologie che non verranno conteggiate nelle stime ufficiali. Ecco, preso questo dato, lo stesso avviene con le dovute proporzioni per i rischi sulla salute psicofisica di tutti noi. Star bene non vuol dire solo essere negativi al tampone, lo sappiamo ma forse ce ne dimentichiamo, presi dalla paranoia. Io per prima che per una sudata in bici (grandissima sensazione di libertà che mi mancava da troppo tempo) ho accusato qualche sintomo influenzale che razionalizzando ho associato all’evento specifico, e che però mi ha provocato non poche ansie – avrei voluto fare testamento, per dirla con una battuta. E ritorno sul punto della salute mentale perché mi sembra prioritaria, e troppo trascurata. Come dicono i Wu Ming, 

I controlli fatti dopo la fine di #iorestoacasa (da maggio in poi) hanno riscontrato un aumento generalizzato di suicidi, violenze domestiche, femminicidi, vendite di psicofarmaci, depressione, ansia e disturbi alimentari tra bambini e adolescenti, azzardopatia, dipendenza da Internet e da video e molti altri disturbi. 

E non bisogna andare lontano, né dimenticarsi che la seconda ondata è peggiore perché è anche sparito quell’orizzonte di stabilità futura che potevamo intravedere a marzo (la vulgata era “qualche settimana, qualche mese al massimo di sacrifici da parte di tutti e si tornerà alla normalità”). Il nostro prossimo orizzonte è un Natale contingentato se non proprio chiuso, e pochi riescono a credere alle rassicurazioni governative su fine pandemia e salvezza da vaccino – un’incognita enorme che ci si ostina a considerare vicinissima a noi. Quotidianamente parlo con colleghi e amici che mi raccontano di ragazzi murati dentro da mesi, oppure della difficoltà personale di sentirsi sicuri uscendo di casa anche solo per andare a lavoro. Se ripenso all’angoscia provocata dall’11 settembre mi sembra che un po’ rimpicciolisca di fronte al nostro presente.

Continuo ad esplorare le dimensioni del nostro disagio cercando di orientare almeno me stessa, se non chi mi sta intorno. L’angoscia che ci pervade ha anche molto a che vedere con il rapporto malsano che come società abbiamo con la morte; ne parlano ancora una volta i Wu Ming riguardo al divieto di assistere ai funerali, raccontando la tanatofobia e citando un testo che ho in coda di lettura da un po’, Storia della morte in Occidente. L’autore del libro, lo storico Philippe Ariés “constatava che la morte, nelle società capitalistiche, era stata “addomesticata”, burocratizzata, in parte deritualizzata e separata il più possibile dal novero dei vivi, per “evitare (…) alla società il turbamento e l’emozione troppo forte” del morire, e mantenere l’idea che la vita “è sempre felice o deve averne sempre l’aria”.

Durante il lockdown di primavera sono stati svolti in piena clandestinità dei brevi riti funebri, e questo mi sembra esemplare di un legame con la fine della vita che è tipicamente umano e difficile da cancellare, nonostante il capitalismo faccia di tutto per metterlo quanto meno in sordina. Torno a me, non potrei fare altrimenti: i miei cari sono sepolti in un comune diverso da dove vivo e mi pare di capire che non posso andare a “trovarli” essendo la Sicilia in zona arancione perché non è una necessità. Il che poi è molto soggettivo, io magari l’avverto come tale, ma capisco che non fa girare abbastanza denaro, non produce capitalisticamente e quindi non si può fare. Che poi assembramenti nei cimiteri ne ho visti pochi, evitando puntualmente di andare quella volta l’anno in cui è istituzionalizzato il dovere morale di fare visita ai defunti.

La fine della vita è un momento imprescindibile del nostro essere sociale, e non posso non pensare a tutte le morti solitarie che ci vengono imposte a causa della pandemia, quanta ulteriore solitudine stiamo scontando. È qualcosa che ci manca, ci sta mancando, ci è mancato molto anche a causa dell’estrema individualizzazione della nostra società.

Riflettevo giusto ieri sulla necessità di parlarci, oggi particolarmente urgente seppure difficile, tra la nostra generale afasia e la polarizzazione che ci attraversa, con la pandemia che funziona ancora una volta, oltre l’ambito economico, da acceleratore. Per tornare al discorso con cui ho aperto il post, e cioè le incomprensioni e le fratture apparentemente insanabili tra compagni, faccio fatica a comprendere alcune obiezioni che sembrano più prese di posizioni assunte per principio, mentre un tentativo dialogico sarebbe opportuno. Sto provando a confrontarmi su Twitter, un social che riesco ancora ad utilizzare in qualche misura nonostante le evidenti e sempre maggiori distorsioni del mezzo, e fino ad ora non ho trovato muri ma dialogo costruttivo e la convergenza almeno parziale di diverse posizioni e sensibilità, per questo non capisco l’apparente inconciliabilità che sembra la cifra di molta sinistra con se stessa.  Provo a comprendere e vedo che le diverse esperienze personali ci plasmano in maniera forse esagerata, ma credo che sia scontato che accada. Continuo a navigare tra angoscia e polemiche, vedendo sprazzi di dialogo costruttivo, sperando che il dialogo possa servire a rafforzarci, collettivamente, per la solita storia si sa, together we stand divided we fall.

Avrei dovuto farlo prima… o del perché esco da Facebook

Negli ultimi anni ho impiegato o forse perso un imprecisato numero di ore sui social network, ed in particolare su Facebook. Mi sono iscritta lì non durante ma dopo l’ondata che ha reso popolare il social nella provincialissima Italia, un po’ spinta da chi c’era entrato, un po’ per vedere l’effetto che faceva (“cosa sarà mai sto Facebook”), anche se dei problemi intrinseci a Facebook ne ho letto sempre, anche prima di entrarci, e si sono sicuramente ampliati nel corso degli anni. Ero già da poco dentro Twitter, che ho sempre sbandierato come social “migliore”, anche se la sua facebookizzazione ormai è risalente nel tempo. Non è da poco che sento invece una crescente insofferenza nel mio stare in rete. Ho sempre seguito una serie di blog e ho continuato a farlo grazie a Feedly anche nella morìa generale codeterminata forse dall’esplosione dei social, ma il tempo che mi risucchiano Facebook, Twitter ed in misura minore Instagram mi pesa sempre di più. Meditavo quindi di ridare spazio ad altro, ho ripreso già da un po’ a scrivere su questo blog cercando di rimanere costante per gli stessi motivi e spero di liberare altro tempo da dedicare a letture e scritture. Mi manca sempre l’era dei forum grazie alla quale sono cresciuta anche politicamente e in rete, e questo vuoto i social network non l’hanno affatto colmato, al più l’hanno ingigantito, perché discutere su queste piattaforme è deleterio se non impossibile. Insomma, aspettavo una spinta per fare finalmente il gesto decisivo, e finalmente è arrivata con il duplice post dei Wu Ming (qui la seconda parte, in cui è linkata anche la prima; consiglio sicuramente di leggere anche i commenti, come sempre necessari). Ho letto con interesse anche il personale contributo di Yamunin, e spero di poterne leggere altri su altri blog. Ho iniziato la procedura di cancellazione, dicevo. Il primo passo è la richiesta di backup di tutto ciò che di mio c’è sulla piattaforma. Sinceramente il colpo di spugna non mi si addice, e allora aspetto che la copia di tutti i contenuti sia completata per procedere alla loro cancellazione da fb e alla susseguente disattivazione dell’account. Se Facebook come fonte di informazione non l’ho mai usato e per questo non mi mancherà, diverso è il discorso su Twitter, per il quale non nutro le stesse riserve nonostante sia evidente come sia peggiorato rispetto a quando feci l’account (dieci anni e spicci fa). Il fattore tempo da liberare non è l’unica determinante: sicuramente le critiche a facebook sono molto più risalenti, nel senso che è la sua natura affatto neutra ad essere il problema per cui un uso critico e militante viene difficile. La mia recente decisione di impegnarmi in prima persona politicamente per un attimo è stato quasi un alibi per mantenere attivo il profilo, solo per condividere eventi/notizie della militanza, ma mi son detta che suona come una stronzata perché so benissimo che continuerò ad usarlo come ora, tra meme e immersioni inutili e perditempo, qualche condivisione di link poco efficace e nessuna reale incidenza sulla realtà materiale che sarebbe invece la base da cui partire. Per cui, seguendo anche Wu Ming 1, da marxista e anticapitalista cerco di essere conseguente e me ne tiro fuori. La lotta si fa in strada:

io continuo a pensare che, da un lato, stare su FB senza criticare lo strumento – come fanno molti che pure sono anticapitalisti – sia una contraddizione non da poco, e dall’altro lato, che una critica a FB espressa senza mettere in questione il frame fornito da FB e aderendo alla “sintassi” di FB (scrivere una “nota” anziché un articolo da un’altra parte) sia intrinsecamente “autoneutralizzante”. (WM1 dai commenti in calce alla seconda parte del post linkato sopra)

La lotta si fa in strada, dicevo, ma anche nella rete, più generale. L’auspicio di una federazione di blog decentralizzati è interessante. Io tecnicamente sono una capra per cui dopo essermi iscritta a Mastodon ed in particolare all’istanza bida ci sono stata dentro pochissimo ma spero di rimediare e perché no, ridurre il tempo dedicato a Twitter in suo favore. Tutto questo discorso è legato ad uno più generale sul capitalismo della sorveglianza (qui e nella mia ormai lunghissima coda di lettura) e allo strapotere delle piattaforme, per cui ho già smesso di utilizzare Chrome da desktop e da mobile e spero di riuscire col tempo a liberarmi di Google e la sua galassia di servizi invasivi. Per le ricerche uso Duckduckgo e va bene, Il discorso ricomprenderebbe anche WordPress ma chiedo lumi ai più esperti perché già ho fatto la migrazione del blog una volta e non saprei proprio a quale servizio rivolgermi. Un altro modo di stare in rete esiste ed è già fattibile, bisogna impegnarsi in prima persona ma ciò è vero per ogni forma di lotta e quindi non dovrebbe essere una novità. Che il 2020 possa essere di liberazione!

Ps. ho provato a disattivare i bottoni dei social, per condividere ci sono modi più lenti ma più meditati. Come spiegano ancora i Wu Ming: “Già la loro mera presenza su una pagina ciuccia dati a chi la visita, a vantaggio dei rispettivi social media. Spesso un bottone social installa un cookie che ti segue ovunque e ti traccia per conto di Facebook o chi altri. Una delle possibilità è di metterli inattivi di default: per condividere un post su un social, l’utente deve prima attivare il bottone, come spiegato qui. Oppure copia l’URL e amen :-)”

Metereopatie

Sogno un notiziario che cominci cosi`: “la stagione e` calda e` vero, ma nei prossimi mesi questo caldo aumentera`. Stante la situazione attuale, e` previsto un autunno caldissimo e un 2012 ancora piu` caldo. Le tensioni sociali sono a livelli altissimi”

E invece tutti i notiziari sono impegnati a dirci quanto caldo fa solo a livello di temperature, come se noi si fosse a gennaio ed improvvisamente fosse arrivata un’ondata anomala di calore. Ovviamente a luglio e` normale che ci siano 30 e piu` gradi, eppure tutti a lamentarci, anche su twitter ieri #caldo era trending topic e @cartaorg ipotizzava una presa dell’hashtag come nel caso di nervi #saldi. [A proposito di prese, oggi e` il 14 luglio. Auguri a tutti!]

La situazione economica e` bollente, la situazione sociale di conseguenza e` scottante ogni giorno di piu`, e invece si discute di afa. Le similitudini tra tempo meteorologico ed economia sono parecchie, e forse non sono casuali, come osserva Tonino Perna nel suo ultimo libro.

E` bene ricordare come Lorsignori facciano tutto scientemente, perche` la dottrina della shock economy e` un metodo “geniale” dal loro punto di vista per imporre il loro sistema unico, come ricorda bene @Adrianaaaaaaaa (spero di aver contato bene le a XD) nel suo ultimo post.

Eppure si parla di caldo torrido come se fosse la notizia. Un po` di timori per il venerdi` nero in borsa (in Italia ma non solo) e poi tutti a rallegrarci perche` il peggio e` passato. In realta’ il bello (o ballo) deve ancora venire, anzi sta proprio arrivando. A questo proposito e` interessante l’ultimo commento nel post appena citato su Giap, di un ragazzo greco.

Qualche ovvieta` che sfugge ai piu` puo` essere letta nella contromanovra proposta da Sbilanciamoci.

Intanto c’e` chi discetta di bassa politica, ma in realta` non so se questo governo cadra`, e soprattutto non credo affatto che cio` possa provocare un miglioramento. C’e` il fatto che Mr B. non e` il piu` adatto per eseguire gli ordini superiori di Europa e FMI e anzi temo che riesumeranno Prodi perche` e` molto bravo nel sistemare i conti facendoci pagare il conto.

Ma noi non stiamo in piazza come in Grecia o in Spagna. Fa troppo caldo e al limite potremmo fare qualche raduno al mare o in nottata, sperando in un fresco venticello. Quello che pare abbia iniziato a soffiare con amministrative e referendum, ma sembra sia passato un secolo da allora…

Ps. in tutto questo e` stato approvato ieri alla camera il disegno di legge sul biotestamento. Ieri ho letto un inquietante articolo sulla Stampa con ancor piu` inquietante foto della Binetti. E` il caso di ricordare la bella e rabbiosa poesia di WM1 sull’istituzione-branco, gia` segnalata su Twitter.

NB. Tra pochi giorni ricorre esattamente il decennale di Genova. Io ricordo (e consiglio di seguire @IoRicordoGenova su twitter). Tutto si tiene.

Brucia brucia, esta es la lucha!

Altra giornata calda sul fronte delle lotte. In Grecia e` stato approvato il piano di austerity, come si chiama ora la pratica di sodomizzazione di un intero popolo,

[Pls let’s not call it #austerity. Bosses & bankers use such terms to blow sand in our eyes. Austerity is a virtue, this is social carnage!

Italian as well, same stupid word. Next step: calling police brutality “police righteousness”.

The #world is mired in turmoil, #greece in quote #austerity, and English in doublespeak!

some tweets /via @Wu_Ming_Foundt]

mentre in piazza Syntagma i manifestanti sono stati gassati per ore, con centinaia di feriti. Gas che arrivano pure in Val di Susa, dove son convinti che si possa militarizzare un territorio per 20 anni e annichilire una popolazione consapevole e combattiva. Le acampadas spagnole continuano, si marcia verso il congresso. Ultimi report da twitter:

Llegando a Banco de España, cantando “vuestra crisis no la pagamos”, cada vez somos más. #grecianoestasola

Más de mil personas, mani espontánea bajando por c/ Alcalá, “Grecia escucha, estamos en tu lucha”

La concentración #grecianoestasola en Sol deviene en manifestación: “eso eso eso, vamos al Congreso”.

via @acampadasol

Ovviamente le notizie in tempo reale si continuano a seguire su twitter. In Italia la speranza e` la Val Susa, e domenica 3 luglio ci sara` una manifestazione nazionale. Poi c’e` anche il fronte napoletano, abbastanza caldo, dove seguendo il discorso che fa Luca su Giap si sta sperimentando la Grecia (Napoli e` la Grecia che gia` siamo (Una guerra civile per gli anni Dieci))

E ribadisco che tutte sono la stessa lotta. Se vi dicessero che domani vendiamo il Colosseo? Improbabile? La Grecia vendera` il Partenone e qualche isola, in altri paesi e` gia` stato fatto. Il nostro di dietro e` gia` stato esternalizzato da mo` e non ci resta che piangere. E come dice sempre Luca nei commenti “E poi dice che uno si butta a sinistra”.

Gia`, e poi devo leggere che la #notav per esempio e` al di la` di destra e sinistra (chi ha orecchie per intendere commenti pure :P) ed in fondo anche il non partito col non statuto e il non leader merita il nostro non voto (questa e` di potapotayaki sul forum, geniale!)

Insomma, qui c’e` in ballo il nostro futuro e sembriamo arretrati, ma in realta` i focolai ci sono, ma mai abbastanza forse.

Nel frattempo mi son presa la briga di contare le scosse di terremoto nella provincia di Messina nel mese di giugno: 61 nel sito dell’INGV anche se la maggior parte nella seconda meta` del mese. E ancora c’e` domani. Commentavo amaramente che forse qualcuno pensa che il ponte possa fare da puntaspilli. A proposito, la rete no ponte ovviamente sara` in Val Susa, ogni tanto qualcuna la imbroccano pure loro!

Chiudo con un tweet che ricompare spesso oggi nella mia TL, a causa dei RT, tremendamente vero:

@umairh: You too are in Syntagma Square. You just don’t know it yet.

Ps. Geniale campagna Greenpeace contro il Lato Oscuro della volkswagen: Enjoy!

 

[EDIT] Bell’articolo della Revist Amauta appena arrivato via twitter: En estas últimas semanas, hemos asistido a una recuperación de la confianza colectiva en la capacidad de cambiar las cosas. Años de derrotas y retrocesos y la falta de victorias que mostraran la utilidad de la movilización han pesado como una losa en la lenta reacción ante la crisis. Pero las revoluciones en el mundo árabe y, también, la victoria contra banqueros y gobernantes en Islandia han transmitido un mensaje muy claro: “Sí, se puede”.

Stato dell’informazione e del marxismo

Cosa succede nel mondo? Qui da noi le cose vanno come sempre, il governo si piega ma non si spezza, si discetta delle solite cose all’italiana mentre il magnaccia del boss e` finito in galera. E all’estero? Dalla Libia il solito rumore di sottofondo, della Siria pare non ci sia piu` nulla, la Spagna e` un lontano ricordo e della Grecia si sa solo il rinvio del nuovo prestito da parte dell’Eurogruppo ma si deve andare in fondo alla home page de Il Fatto. Sull’Ansa nulla, su Repubblica neanche. Ma la societa` civile dove sta? Vabbe` che da noi e` anestetizzata dalle solite beghe tra celoduristi e viagristi, pero` all’estero e` viva e lotta, senza di noi. Devo andare su twitter per sapere qualcosa, seguire @acampadasol per la spagna e lo stesso account consiglia @tinaletina per avere news tradotte (ovviamente in spagnolo) dalla Grecia. Gia` perche` in entrambi i paesi sono in strada a protestare contro il sistema. Non contro i politici perche` son tutti ladri o vacuita` del genere. Il problema e` il sistema economico che ci strangola, e che e` reso piu` evidente nella sua cattiveria dalla crisi globale.

Il bisogno di sinistra di cui parlavo pare affacciarsi anche tra di noi, comunque. Come fanno notare su Giap in una bellissima discussione sui social network, il referendum e il fantomatico “popolo della rete” pure Grillo cerca di intercettare il fenomeno. Gia`, sul suo blog c’e` un’intervista ad Hobsbawn dal titolo Il marxismo oggi e c’e` pure la possibilita` di comprare l’ultimo libro del grande storico marxista. Appero`, mi son detta. Chissa` che si dice nei commenti? Ho dato una scorsa, solo ai piu` votati per ovvi motivi di tempo, e mi sono divertita un po`. Tra banali semplificazioni e slogan di geniacci per cui comunismo e fascismo son la stessa cosa, leggo un commento davvero divertente di un tizio che ritiene che l’ideologia vada praticata privatamente, mentre dai partiti deve restare fuori. E di grazia, messere, la politica in base a cosa la si fa, per sorteggio di argomenti e azioni da intraprendere?

Al di la` della ovvia ignoranza che gira da sempre nel blog di Grillo tra i commenti, mi sembra un significativo segnale il fatto che sia stata fatta questa intervista. Beppe Grillo non pubblica a caso o secondo il sentimento del momento, ha dietro una vera industria che programma gli interventi allo scopo di intercettare il piu` possibile utenti. Ecco, cio` significa che i suoi esperti hanno scoperto questa voglia di sinistra, per di piu` marxista, che serpeggia tra i cittadini italiani. Questa e` la bella notizia del giorno, direi, nell’attesa che si passi alle pratiche reali.