Analisi del 2015

Il blog è una delle mille cose che mi riprometto di seguire con più impegno di anno in anno… chissà il 2016

 

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.

Ecco un estratto:

Un “cable car” di San Francisco contiene 60 passeggeri. Questo blog è stato visto circa 300 volte nel 2015. Se fosse un cable car, ci vorrebbero circa 5 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

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Nostalgici sarete voi

Osservo da un punto di vista più sbilenco che obliquo. A parte le elementari, non ho frequentato le scuole pubbliche, con grande orgoglio di mia madre più che altro, e mi è mancata l’esperienza delle occupazioni.

Nella scuola che ho frequentato era già “antisistema” fumarsi una sigaretta prima di entrare, perché neanche nei cortili interni si poteva, e le velate poliziotte scrutavano dalle finestre pure il perimetro esterno. Al più sono riuscita dopo una serie di scazzi e resistenze ad ottenere un’assemblea durante l’ultimo anno. L’orientamento universitario l’ho fatto con la giustificazione per assenza perché l’impermeabilità alle iniziative dal basso è sempre stata alta (bel bisticcio di parole, però). Salvo poi scoprire l’anno successivo che l’istituzione aveva deciso di far partecipare quarte e quinte classi all’orientamento. I tempi delle istituzioni chiuse…

Ora sono i miei nipoti a fare manifestazioni, assemblee e, si spera, occupazioni e non nascondo una punta d’invidia.

La mia impressione è che la scuola pubblica si stia militarizzando oltre che privatizzando, mancando clamorosamente la sua missione nel rifiutare la reale partecipazione di coloro che animano la sua stessa sostanza: gli studenti.

A Messina il liceo classico La Farina è stato celermente sgomberato su richiesta della dirigente scolastica (si chiamano così ora no? Ah, l’importanza delle parole, quanto dicono!), tra l’altro tirando in ballo vigliaccamente una triste storia di giovanissimi (che frequentavano altra scuola) e droga avvenuta durante l’estate.

A livello cittadino il dibattito del resto è quello che è: i media locali non lesinano le cattiverie gratuite sulle realtà sociali alternative e dal basso, come nel caso degli occupanti dell’ex scuola Foscoloaccusati di trasformare le aule in stanze da affittare a famiglie e singole persone in emergenza abitativa, con lo scopo finale di trarre un grosso guadagno“. Vergogne nostrane. Sulla home di Repubblica però esce una lettera aperta nientepopodimenoche al Presidente della Repubblica scritta dalla madre di una studentessa di Roma contro le occupazioni, definite “un rituale nostalgico e pericoloso”. Un discorso illeggibile, classista, antidemocratico e pericoloso, quello della madre intendo. Un discorso solo apparentemente pacificatore, da partito della Nazione, figlio di un paese che ha dimenticato la necessità del conflitto e la coscienza della inevitabile dialettica presente in ogni società.

Quella madre potrebbe far parte di quella generazione di ex “poveri vecchi” che sta tre volte meglio oggi dei ragazzi poco più grandi di sua figlia. Ecco, ci hanno detto che non abbiamo futuro, e ci dobbiamo rassegnare, non abbiamo presente, perché non possiamo viverlo come vogliamo e ci negano il passato. Ma i nostalgici sono loro, quelli che rimpiangono spesso inconsapevolmente un ventennio di apparente società pacificata, senza conflitti, mentre i valori fondanti della nostra Costituzione invocati da quella madre, forse non se lo ricorda più nessuno, sono legati proprio all’antifascismo.

1 ottobre tra grandi opere trivellate e resistenze mai dome

Sei anni dall’alluvione. Anzi no, sei anni di alluvioni. Come una ruota che gira e prima o poi tutti tocca. Non c’è caso e non c’è destino però, ci sono precise responsabilità, sistemiche, diffuse e concentrate. Ignavia, inerzia e dolo.

Intanto la Sicilia è l’unica regione tra quelle interessate a non mobilitarsi contro le trivellazioni. Crocetta ha i suoi interessi tra Eni e Gela. Intanto la centrale Edipower di S. Filippo del Mela dovrebbe diventare un inceneritore (le espressioni tipo ‘termovalorizzatore’ lasciamole a chi piace l’ombrello di Altan).

Intanto torna in primo piano il discorso del Ponte sullo Stretto, rivendicato da Alfano nonostante la freddezza di Del Rio. Ma è più preoccupante il fatto che ancora troppa gente ritenga positivo e auspicabile, addirittura necessaria questa Grande Opera nonostante le evidenze contrarie, nonostante l’infinita quantità di soldi pubblici gettati via negli ultimi decenni per compilare solo inutili faldoni che giacciono negli uffici pubblici.

C’è uno svincolo autostradale (Giostra) aperto solo a metà, ci sono strade e viadotti che stanno in piedi per miracolo, gallerie con un meraviglioso quanto raro fenomeno (poco) naturale di pioggia al coperto. Col ponte invece…

Nel frattempo, nell’agonizzante quotidiano le resistenze sono sempre più messe a dura prova. Penso a quanto dice Wu Ming 1 rispondendo ad una cronista di Repubblica: a Messina due attivisti del Teatro Pinelli hanno subito una condanna vergognosa nell’indifferenza dei più:

TEATRO PINELLI OCCUPATO
Comunicato stampa 25 settembre 2015

Ieri, 24 settembre 2015, Irene e Sergio, i due attivisti arrestati per avere espresso solidarietà a una senza casa accampatasi in un’aiuola posta nei pressi del Tribunale e del Rettorato, sono stati condannati rispettivamente a 6 e 10 mesi di detenzione. La sentenza giunge inaspettata, specie dopo la visione completa dei video forniti da emittenti locali e le testimonianze, favorevoli agli imputati, da parte di carabinieri presenti all’azione dimostrativa delle settimane scorse. Testimonianze e filmati privi di tagli, che mostrano una realtà dei fatti ben diversa da quella suggerita nel corso di una campagna politica e mediatica volta a descrivere i suddetti attivisti come violenti. Una realtà fattuale tanto diversa da costringere il Pubblico Ministero a fare decadere tre accuse su quattro e chiedere che gli imputati venissero condannati, unicamente per “resistenza psicologica”, a 4 mesi di detenzione.

I filmati esibiti nel corso del processo verranno messi a disposizione dell’opinione pubblica non appena sarà tecnicamente possibile. Crediamo che la loro visione conforterà la nostra impressione che la sentenza di ieri sia molto poco giuridica – legata cioè a una obiettiva analisi dei fatti materiali – e decisamente politica. È infatti evidente che rinunciare a una condanna esemplare degli attivisti – pur in presenza di prove inoppugnabili della loro personale innocenza – avrebbe significato porre automaticamente sotto accusa i vigili urbani e quel complesso politico che si è mobilitato a loro difesa. Stabilire l’innocenza degli imputati, sia pure sulla base di quelle prove incontestabili, avrebbe comportato l’implicita assunzione da parte del potere giudiziario di un ruolo extra-giuridico, che avrebbe finito con lo screditare la gran parte delle forze politiche in un momento così cruciale della vita politica cittadina. Infine l’assoluzione degli imputati avrebbe implicato un distanziamento del potere giudiziario locale da quel nuovo orientamento che, da nord a sud, criminalizza sistematicamente il dissenso e i movimenti sociali nuovi e vecchi, organizzati e spontanei, frutto della crescente diffusione di nuove povertà e dei tagli alla spesa pubblica in materia di alloggi, sanità, lavoro e cura dei territori .

Crediamo che la sentenza di ieri sia estremamente preoccupante, non solo perché contraria alla realtà sensibile (quella che ognuno potrà presto vedere coi propri occhi sui social network), ma perché conferma il modo in cui la tendenza ad affrontare le questioni sociali per via penale sia ormai una pratica che caratterizza le istituzioni nel loro complesso e come ciò abbia fatto saltare, forse definitivamente, il principio di divisione dei poteri e i classici meccanismi di garanzia dei cittadini.

In questo quadro, la nostra fiducia nei confronti dell’autorità pubblica e delle istituzioni non può che abbassarsi ulteriormente e confermare la nostra determinazione a continuare il nostro impegno con le nostre tradizionali forme. La lotta continua perciò dentro e fuori i tribunali.

Irene e Sergio liberi subito!

Un chiarissimo commento di Pietro Saitta in merito

Un tempo si sarebbe detto che “la giustizia borghese non si fa”. 10 mesi per Sergio ai domiciliari, 6 per Irene. Straordinario se si considera che il PM aveva chiesto la decadenza di tutte le accuse, tranne quella di “resistenza psicologica”, e 4 mesi di reclusione (con carabinieri che testimoniano a favore degli imputati e video che dimostrano che non era accaduto pressoché nulla di quanto dichiarato). Tutti quelli in aula, insomma, davano per scontata la piena assoluzione e, invece, arriva questa mazzata. Un esito che, chiaramente, non ha nulla a che fare coi fatti, ma che svela tutta la rilevanza politica della vicenda. Ora e sempre, la lotta continua. Irene e Sergio liberi subito!

Bonus track o ghiottonerie:

Mentre riappare Luther Blissett, qualcuno sta lavorando ad un radioromanzo di Q. 

Una recensione o una chiamata alle armi?

48-confessioni-sicario-beat-x-giornaliConfessioni di un sicario dell’economia

di John Perkins

ebook, 308 pagine

22 febbraio 2012 minimum fax

Il libro di John Perkins fondamentalmente denuncia la follia del capitalismo e colpisce soprattutto perché tale atto di accusa proviene da un insider. In realtà ciò che viene descritto nel libro è qualcosa che chi vuole già sa, o può sapere, e le affermazioni in esso contenute non possono che essere condivise da chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale. Ciò è vero ad esempio quando paragona il capitalismo allo schiavismo:

il moderno mercante di schiavi si tranquillizza dicendosi che quei disperati stanno meglio se guadagnano un dollaro al giorno piuttosto che niente, e che ricevono comunque l’opportunità di integrarsi nella più vasta comunità mondiale. Anche lui capisce che questi disperati sono fondamentali per la sopravvivenza della società per cui lavora, che sono il fondamento del suo stesso stile di vita. Non si ferma mai a pensare alle implicazioni più profonde di ciò che lui, il suo stile di vita e il sistema economico che ci sta dietro stanno facendo al mondo, o al modo in cui potrebbero influenzare da ultimo il futuro dei suoi figli.

O ancora “deprechiamo la schiavitù, ma il nostro impero globale schiavizza più esseri umani dei romani e di tutte le altre potenze coloniali che ci hanno preceduto”. “In realtà” afferma ancora Perkins, “promuovere il capitalismo genera un sistema che somiglia alle società feudali del medioevo”. Fa rabbrividire la legalità delle pratiche descritte nel libro, pratiche ampiamente difese anche oggi ad esempio nei confronti della Grecia ma del resto, come osserva l’autore “il sistema è lecito per definizione”. E si ammette candidamente che i numeri, le statistiche, l’econometria, in sintesi la scienza economica possono essere manipolate per appoggiare le politiche imperialistiche degli organismi internazionali e degli stati, con un elegante velo di attendibilità scientifica. Le conclusioni, amare ma sincere del percorso che ha spinto Perkins a raccontare la sua personale esperienza mettono ognuno di noi di fronte alla propria coscienza, rivelando anche l’assurdità dei complottismi ed anche il facile gioco che essi fanno al sistema: “sarebbe perfetto se potessimo attribuire tutto ciò a un complotto, ma non è così. L’impero dipende dall’efficienza delle grandi banche, delle corporation e dei governi – la corporatocrazia – ma non è un complotto. La corporatocrazia siamo noi – siamo noi a realizzarla – ed è per questo ovviamente, che ci riesce così difficile ribellarci e combatterla”. L’impero descritto magistralmente da Hardt e Negri esiste e tutti noi ne siamo parte, complici più o meno consapevoli della sua perpetuazione. I consigli che Perkins offre alla fine del testo sono allo stesso tempo semplici e difficilissimi. Probabilmente insufficienti nell’ottica individualistica in cui vengono proposti. Manca effettivamente una visione politica globale che vada al di là della bella retorica sulla fondazione degli Stati Uniti come paese di uomini liberi che si ribellò al colonialismo inglese. Possiamo documentarci, parlare, fare ognuno la propria parte ma è comunque necessaria una rete di conoscenze e azioni. Resto convinta che le categorie elaborate da Marx ed in primis l’attualità della lotta di classe siano le uniche basi teoriche e pratiche efficaci ancora oggi per realizzare una concreta opposizione al sistema, e debbono essere declinate necessariamente nelle nuove forme di lotta a tutela dell’ambiente e delle popolazioni ai margini in tutto il mondo.

Il lavoro è una truffa

Vivere scrivendo, poter vivere essendo pagata per scrivere è una cosa bellissima, e non solo per me. Impossibile? Certo difficile in questa temperie. Eppure il PIL sale, la luce in fondo al tunnel si vede (anche se io resto convinta che quelli siano i fari di un treno AV), i contratti a tempo indeterminato aumentano! Se si possono chiamare così i contratti a tutele crescenti, quelli che ti assumo e non mi costa nulla licenziarti anche se sulla carta sei a tempo indeterminato. Che di indeterminato qua è rimasto solo il nostro futuro. E guai a chi osa (come Tsipras) far notare che i paesi dell’area mediterranea, Italia compresa, stanno sulla stessa barca… mica siamo la Grecia noi eh… a quest’ora avremmo un governo degno di questo nome!

Insomma, si cerca lavoro, si fa fatica, i pensieri ce li abbiamo tutti, ci si trova sommersi da annunci di lavoro improponibili, e tra questi c’è una percentuale di truffe che non saprei quantificare. Sta di fatto che cercando online si trovano diverse guide per riconoscere tali truffe, e ci sono anche pagine su FB per segnalarle…

Non è allettante un’offerta come “responsabile di redazione”? Effettivamente lo è… anche se l’annuncio è anonimo (primo segnale) e non spiega come dovrebbe qual è il lavoro che si andrà a fare (secondo segnale). Allora che si fa? Si prova a rispondere all’annuncio e quando la risposta dell’offerente è molto celere (mezz’ora?) arriva il terzo segnale. Inviamo il CV e chiediamo chiarimenti, che chiedere non costa nulla. Neanche due ore e ti chiamano, il numero risulta quello, il sito è online, con annunci pubblicitari e un sacco di articoli che chissà chi li scrive e chissà quanto e se viene pagato. Il sito è avviato, la ragazza che se ne occupa ha trovato lavoro (lapsus? ah forse un altro lavoro, perché questo è un lavoro giusto?) e non può gestirlo (ma non si guadagna bene?), colloquio non sanno cosa sia ma mi dicono che si tratta di gestire il sito, “scrivere, scrivere, scrivere” e cercare anche sponsor perché si sa ormai guadagnare col giornalismo non è più possibile. Eh maledetti idealisti! Ma già degli sponsor ci sono, l’unica cosa è che il sito costa, 50 euro, dopo cinque minuti diventati 45, al mese e allora si fa a metà 25 ce li metto io, il guadagno e tutto mio… (QUARTO SEGNALE!) se guadagno 1000 sono i miei. Ecco, è il se. Quanto posso guadagnare gestendo una redazione che non c’è, su un sito che probabilmente è solo acchiappa click, che contratto è? A progetto come scritto sull’annuncio? Eh ma poi la ragazza che gestisce per ora non la posso conoscere, devo fare come se non ci fosse. Perché? Perché siamo atomi, ed è come in quella canzone di Silvestri, ancora più semplice (“Però così succede che gli schiavi si conoscono, si riconoscono, magari poi riconoscendosi succede che gli schiavi si organizzano e se si contano allora vincono”).

Nel momento in cui scrivo l’annuncio è stato visualizzato 164 volte. Ipotizzando che abbia risposto una metà e saranno sicuramente di più, subito ricontattata… supponiamo che una metà dica va bene, perché la risposta la vogliono presto, ché “se a Roma non c’è lavoro, mi dicono che a Messina non è meglio” (quinto segnale)… fanno 2050 euro per il primo mese… mica male per un sito web!

Poi magari mi sbaglio e ho perso l’occasione della vita… sarei diventata una giornalista-imprenditrice con un piccolo investimento iniziale (che poi c’è anche la sede da prendere perché ci vuole eh!) intanto Kunta Kinte…

scrivo per me stessa, sul blog, e ci guadagno, in salute e dignità.

Rubrica poco seria… i motori di ricerca a improbabilità infinita

Il 4 giugno 2015 ho controllato dopo tanto i termini di ricerca utilizzati per arrivare al mio blog, da sempre. Essendo che il santo Google (come lo definisce Deaglio nel libro che sto leggendo) funziona secondo i principi del motore a improbabilità infinita

mi sono uscite 7 pagine di risultati (in formato A4 di Word) e l’ultima voce riporta 296 termini sconosciuti! Del resto anche io ho fatto ormai migliaia di ricerche astruse per un motivo o per un’altro…
Di seguito una selezione di quelli che considero più divertenti, ripromettendomi di riproporre questa sorta di “rubrica” con una certa periodicità, si fa per dire.

“un uomo vede un uccello morente” 106 volte

Ok, neanche ricordavo da dove venisse, ma vi giuro che è un chiodo fisso….

dopodomani sicuramente 5 volte

lo dico sempre io, credo derivi da una citazione di Gaber, anzi ne sono quasi sicura.. quasi quasi lo cerco su google

pink fiat panda 2001 4 volte

boh

orgasmo allo specchio 2 volte

anche questa è una fissazione, non mia, di chi cerca su google, giuro!

porno sputo statico 2 volte

dove vedete porno tutto nasce dalle molte volte che ho citato i porno riviste, una band brianzola… o almeno credo

un uomo vede un uccelo morente stranamente “solo” 2 volte

un uomo guarda “un uccello morente e pensa che la vita ” 2 volte

orgasmi allo specchio 2 volte

che vi avevo detto?

berlusconi culo flaccido 1 volta

mentre in egittto tirano pietre in italia tirano mutande 1 volta

alcune ricerche mi sembrano pezzi di storia tragicomica del nostro paese

dove posso scaricare riviste porno 1 volta
oroscopando riviste porno 1 volta
la sottile linea rossa un uomo vede un uccello morente 1 volta
www orgasmoi allo specchio 1 volta

orgasmi davanti allo specchio 1 volta

uno spettacolo insomma!

Ad ogni modo in generale una sola volta sono state cercate ad esempio:

sweepsy wordpress

sweepsy’s blog

https://sweepsy.wordpress.com

Comincio a pensare che dovrei dare un nome più originale al blog, tipo orgasmi allo specchio con un uccello morente e le riviste porno

Perché le nazioni falliscono… i miei due centesimi

Perché le nazioni falliscono: Alle origini di potenza, prosperità e povertà

ebook, 527 pagine
31 maggio 2013 Il Saggiatore

Il testo è interessante e offre molti spunti di riflessione ma anche di critica, è ricco di dati e di ricerca, però a mio avviso soffre di un punto di vista falsato. La teoria che contrappone istituzioni economiche e politiche inclusive ad istituzioni estrattive è interessante, partendo comunque da premesse parziali. In particolare l’economia di mercato viene considerata una istituzione inclusiva tout court non considerando che non lo è mai per tutti, perché nel capitalismo ci sono vincitori e vinti ed in realtà ad essere estrattivo è lo stesso sistema capitalistico. Che poi ci siano istituzioni politiche inclusive od estrattive cambia poco, il capitalismo funziona sullo sfruttamento di una parte, e lo sviluppo della Cina, formalmente un regime comunista, dimostra che per il capitale non hanno importanza la forma di governo né i principi democratici. Gli autori in base alla loro teoria del resto prevedono che la crescita cinese, essendo di tipo estrattivo, non possa durare, e questo solo il tempo potrà dircelo. Il libero mercato e la proprietà privata sono considerate istituzioni economiche inclusive per eccellenza. Gli esempi portati sono molti, ma anche quando si parla dello sviluppo mancato ad opera di colonialismo ed imperialismo sembra sfuggano elementi fondamentali. Gli Stati Uniti sono diventati una potenza mondiale a scapito dei nativi americani, dei lavoratori sfruttati e degli schiavi eppure passa sottotraccia, così come le meraviglie della Rivoluzione Industriale sono presentate con pochi spunti critici. Grande assente in questa narrazione è l’ambiente, tra l’altro. Sviluppo e ricchezza non sono mai stati per tutti, si sono avuti sempre al prezzo di un’ipoteca sugli esclusi, sulle generazioni future, sull’ecosistema futuro.

Gli autori espongono la propria tesi: “istituzioni politiche di tipo inclusivo, distribuendo più ampiamente il potere, tenderebbero a sradicare le istituzioni economiche che espropriano la maggioranza della popolazione delle sue risorse, pongono barriere all’ingresso nei mercati e ne distorcono il funzionamento a beneficio di pochi”. Leggendo tale tesi, riproposta più volte nel corso della trattazione, una domanda mi torna in mente: non potrebbe adattarsi proprio al capitalismo la definizione di sistema estrattivo, piuttosto che inclusivo? Non è un passaggio che gli autori possono compiere, dato che il loro percorso si svolge pienamente e comodamente all’interno del pensiero economico dominante, come si può vedere dall’utilizzo costante e senza alcuna problematizzazione di concetti quali ‘crescita economica’ e ‘PIL’. Tra i concetti utilizzati come strumenti per avvalorare la loro tesi appare anche diverse volte la “distruzione creatrice” elaborata per la prima volta da Schumpeter, e si capisce bene il motivo: gli sconfitti della crescita economica, chiunque essi siano, sembrano simili ai ‘danni collaterali’ delle guerre contemporanee. In generale, anche l’uso di concetti politologici è poco chiaro e non problematizzato, ad esempio quando si fa riferimento alla democrazia separandola dal pluralismo. Ci può essere democrazia senza pluralismo? Ma allora cos’è la democrazia? E cosa il pluralismo?

In conclusione la lettura di tale testo è interessante perché fornisce una serie di dati rilevanti dal punto di vista dell’economia e della politica comparata, con una prospettiva storica, anche se la tesi di fondo non può essere accolta come spiegato sopra.