Dalla parte sbagliata

dallapartesbagliataLa storia del nostro paese è fitta di misteri, punti oscuri e trame che non si vogliono sbrogliare e tra queste, incredibilmente ma non troppo, ci sono alcune vicende di mafia. La strage di Via D’Amelio ad esempio dopo tanti anni risulta ancora poco comprensibile nel quadro della strategia mafiosa che aveva già portato alla strage di Capaci solo pochi mesi prima. Le verità processuali sono parziali, lo sappiamo, e però nel 2021 ci sono ancora processi in corso (il cosiddetto Borsellino quater) anche perché nei primi processi ci furono dei depistaggi clamorosi, attraverso l’utilizzo di pentiti “taroccati”, dice la quarta di copertina di un testo particolare. Dalla parte sbagliata infatti è scritto a quattro mani da una giornalista e da un'”avvocata di mafia”, che ricostruiscono la storia dal punto di vista un pentito anomalo. L’avvocata Di Gregorio, legale di numerosi boss di Cosa Nostra, racconta vent’anni di processi Borsellino, con toni anche duri, non nascondendo le sue riserve sull’uso dei pentiti e denunciando la disumanità del regime del 41 bis, una misura eccezionale prevista dal nostro ordinamento per spingere i detenuti a “parlare” e poter far luce sugli eventi di mafia e poterla quindi sconfiggere. Una misura che è stata anche denunciata alla Corte Europea dei Diritti Umani, che secondo alcuni pareri giurisprudenziali costituisce tortura, un reato quest’ultimo solo recentemente – nel 2017 – introdotto nel nostro ordinamento.

Conoscendo la carriera criminale di molti dei detenuti al 41 bis si potrebbe essere tentati di ignorare i princìpi dello stato del diritto e in particolare i diritti umani ma leggendo le pagine di questo testo, e scoprendo il trattamento cui sono stati sottoposti soggetti come Scarantino, per farli “pentire” inquinando così per anni la verità processuale, si dovrebbe riflettere più attentamente in merito a quanto stato di diritto si possa sacrificare per la “giustizia”. Ad oggi sappiamo ancora poco della strage di Via D’Amelio, in cui persero la vita il giudice Borsellino e cinque componenti della sua scorta, questo libro è un piccolo tassello di un puzzle ancora lontano dall’essere completato.

Alcuni versi di Pasolini

PPPPer la rubrica poesia, ho incontrato quasi per caso alcuni versi di Pasolini, imbattutami in un piccolo volume allegato ad un giornale. Di Pasolini ho letto solo Petrolio anni fa, una lettura importante, e impegnativa. 

Nelle poesie che ho potuto leggere ho trovato una commistione di linguaggi, da quello più poetico a quello più popolare. Bellissima la poesia che dà il titolo alla raccolta considerata il capolavoro poetico di Pasolini, Le ceneri di Gramsci, che qui voglio condividere nella versione recitata proprio dall’autore (non passo da Youtube e a quanto pare WP non supporta gli embed di invidious):

http://invidious.exonip.de/watch?v=mESo13hfgMI

Voglio anche ricordare Il pianto della scavatrice, contenuto nella stessa raccolta, i cui versi mi hanno ricordato il rapporto “difficile” con la città di Roma: “stupenda e misera città”.

Il pianto della scavatrice

I

Solo l’amare, solo il conoscere
conta, non l’aver amato,
non l’aver conosciuto. Dà angoscia

il vivere di un consumato
amore. L’anima non cresce più.
Ecco nel calore incantato

della notte che piena quaggiù
tra le curve del fiume e le sopite
visioni della città sparsa di luci,

scheggia ancora di mille vite,
disamore, mistero, e miseria
dei sensi, mi rendono nemiche
le forme del mondo, che fino a ieri
erano la mia ragione d’esistere.
Annoiato, stanco, rincaso, per neri

piazzali di mercati, tristi
strade intorno al porto fluviale,
tra le baracche e i magazzini misti

agli ultimi prati. Lì mortale
è il silenzio: ma giù, a viale Marconi,
alla stazione di Trastevere, appare

ancora dolce la sera. Ai loro rioni,
alle loro borgate, tornano su motori
leggeri – in tuta o coi calzoni

di lavoro, ma spinti da un festivo ardore
i giovani, coi compagni sui sellini,
ridenti, sporchi. Gli ultimi avventori

chiacchierano in piedi con voci
alte nella notte, qua e là, ai tavolini
dei locali ancora lucenti e semivuoti.

Stupenda e misera città,
che m’hai insegnato ciò che allegri e
feroci
gli uomini imparano bambini,

le piccole cose in cui la grandezza
della vita in pace si scopre, come
andare duri e pronti nella ressa

delle strade, rivolgersi a un altro uomo
senza tremare, non vergognarsi
di guardare il denaro contato

con pigre dita dal fattorino
che suda contro le facciate in corsa
in un colore eterno d’estate;

a difendermi, a offendere, ad avere
il mondo davanti agli occhi e non
soltanto in cuore, a capire

che pochi conoscono le passioni
in cui io sono vissuto:
che non mi sono fraterni, eppure sono

fratelli proprio nell’avere
passioni di uomini
che allegri, inconsci, interi

vivono di esperienze
ignote a me. Stupenda e misera
città che mi hai fatto fare

esperienza di quella vita
ignota: fino a farmi scoprire
ciò che, in ognun, era il mondo.

Una luna morente nel silenzio,
che di lei vive, sbianca tra violenti
ardori, che miseramente sulla terra

muta di vita, coi bei viali, le vecchie
viuzze, senza dar luce abbagliano
e, in tutto il mondo, le riflette

lassù, un po’ di calda nuvolaglia.
È la notte più bella dell’estate.
Trastevere, in un odore di paglia

di vecchie stalle, di svuotate
osterie, non dorme ancora.
Gli angoli bui, le pareti placide

risuonano d’incantati rumori.
Uomini e ragazzi se ne tornano a casa
– sotto festoni di luci ormai sole –

verso i loro vicoli, che intasano
buio e immondizia, con quel passo blando
da cui più l’anima era invasa

quando veramente amavo, quando
veramente volevo capire.
E, come allora, scompaiono cantando.

II

Povero come un gatto del Colosseo,
vivevo in una borgata tutta calce
e polverone, lontano dalla città

e dalla campagna, stretto ogni giorno
in un autobus rantolante:
e ogni andata, ogni ritorno

era un calvario di sudore e di ansie.
Lunghe camminate in una calda caligine,
lunghi crepuscoli davanti alle carte

ammucchiate sul tavolo, tra strade di
fango,
muriccioli, casette bagnate di calce
e senza infissi, con tende per porte…

Passano l’olivaio, lo straccivendolo,
venendo da qualche altra borgata,
con l’impolverata merce che pareva

frutto di furto, e una faccia crudele
di giovani invecchiati tra i vizi
di chi ha una madre dura e affamata.

Rinnovato dal mondo nuovo,
libero – una vampa, un fiato
che non so dire, alla realtà

che umile e sporca, confusa e immensa,
brulicava nella meridionale periferia,
dava un senso di serena pietà.

Un’anima in me, che non era solo mia,
una piccola anima in quel mondo
sconfinato,
cresceva, nutrita dall’allegria

di chi amava, anche se non riamato.
E tutto si illuminava, a questo amore.
Forse ancora di ragazzo, eroicamente,

e però maturato dall’esperienza
che nasceva ai piedi della storia.
Ero al centro del mondo, in quel mondo

di borgate tristi, beduine,
di gialle praterie sfregate
da un vento sempre senza pace,

venisse dal caldo mare di Fiumicino,
o dall’agro, dove si perdeva
la città fra i tuguri; in quel mondo

che poteva soltanto dominare,
quadrato spettro giallognolo
nella giallognola foschia,

bucato da mille file uguali
di finestre sbarrate, il Penitenziario
tra vecchi campi e sopiti casali.

Le cartacce e la polvere che cieco
il venticello trascinava qua e là,
le povere voci senza eco

di donnette venute dai monti
Sabini, dall’Adriatico, e qua
accampate, ormai con torme

di deperiti e duri ragazzini
stridenti nelle canottiere a pezzi,
nei grigi, bruciati calzoncini,

i soli africani, le piogge agitate
che rendevano torrenti di fango
le strade, gli autobus ai capolinea

affondati nel loro angolo
tra un’ultima striscia d’erba bianca
e qualche acido, ardente immondezzaio…

era il centro del mondo, com’era
al centro della storia il mio amore
per esso: e in questa

maturità che per essere nascente
era ancora amore, tutto era
per divenire chiaro – era,

chiaro! Quel borgo nudo al vento,
non romano, non meridionale,
non operaio, era la vita

nella sua luce più attuale:
vita, e luce della vita, piena
nel caos non ancora proletario,

come la vuole il rozzo giornale
della cellula, l’ultimo
sventolio del rotocalco: osso

dell’esistenza quotidiana,
pura, per essere fin troppo
prossima, assoluta per essere

fin troppo miseramente umana.

III

E ora rincaso, ricco di quegli anni
così nuovi che non avrei mai pensato
di saperli vecchi in un’anima

a essi lontana, come a ogni passato.
Salgo i viali del Gianicolo, fermo
da un bivio liberty, a un largo alberato,

a un troncone di mura – ormai al termine
della città sull’ondulata pianura
che si apre sul mare. E mi rigermina

nell’anima – inerte e scura
come la notte abbandonata al profumo
una semenza ormai troppo matura

per dare ancora frutto, nel cumulo
di una vita tornata stanca e acerba…
Ecco Villa Pamphili, e nel lume

che tranquillo riverbera
sui nuovi muri, la via dove abito.
Presso la mia casa, su un’erba

ridotta a un’oscura bava,
una traccia sulle voragini scavate
di fresco, nel tufo – caduta ogni rabbia

di distruzione – rampa contro radi palazzi
e pezzi di cielo, inanimata,
una scavatrice…

Che pena m’invade, davanti a questi
attrezzi
supini, sparsi qua e là nel fango,
davanti a questo canovaccio rosso

che pende a un cavalletto, nell’angolo
dove la notte sembra più triste?
Perché, a questa spenta tinta di sangue,

la mia coscienza così ciecamente resiste,
si nasconde, quasi per un ossesso
rimorso che tutta, nel fondo, la contrista?

Perché dentro in me è lo stesso senso
di giornate per sempre inadempite
che è nel morto firmamento

in cui sbianca questa scavatrice?

Mi spoglio in una delle mille stanze
dove a via Fonteiana si dorme.
Su tutto puoi scavare, tempo: speranze

passioni. Ma non su queste forme
pure della vita… Si riduce
ad esse l’uomo, quando colme

siano esperienza e fiducia
nel mondo… Ah, giorni di Rebibbia,
che io credevo persi in una luce

di necessità, e che ora so così liberi!

Insieme al cuore, allora, pei difficili
casi che ne avevano sperduto
il corso verso un destino umano,

guadagnando in ardore la chiarezza
negata, e in ingenuità
il negato equilibrio – alla chiarezza

all’equilibrio giungeva anche,
in quei giorni, la mente. E il cieco
rimpianto, segno di ogni mia

lotta col mondo, respingevano, ecco,
adulte benché inesperte ideologie…
Si faceva, il mondo, soggetto

non più di mistero ma di storia.
Si moltiplicava per mille la gioia
del conoscerlo – come

ogni uomo, umilmente, conosce.
Marx o Gobetti, Gramsci o Croce,
furono vivi nelle vive esperienze.

Mutò la materia di un decennio d’oscura
vocazione, se mi spesi a far chiaro ciò
che più pareva essere ideale figura

a una ideale generazione;
in ogni pagina, in ogni riga
che scrivevo, nell’esilio di Rebibbia,

c’era quel fervore, quella presunzione,
quella gratitudine. Nuovo
nella mia nuova condizione

di vecchio lavoro e di vecchia miseria,
i pochi amici che venivano
da me, nelle mattine o nelle sere

dimenticate sul Penitenziario,
mi videro dentro una luce viva:
mite, violento rivoluzionario

nel cuore e nella lingua. Un uomo fioriva

IV

Mi stringe contro il suo vecchio vello,
che profuma di bosco, e mi posa
il muso con le sue zanne di verro

o errante orso dal fiato di rosa,
sulla bocca: e intorno a me la stanza
è una radura, la coltre corrosa

dagli ultimi sudori giovanili, danza
come un velame di pollini… E infatti
cammino per una strada che avanza

tra i primi prati primaverili, sfatti
in una luce di paradiso…
Trasportato dall’onda dei passi,

questa che lascio alle spalle, lieve e
misero,
non è la periferia di Roma: “Viva
Mexico!” è scritto a calce o inciso

sui ruderi dei templi, sui muretti ai bivii,
decrepiti, leggeri come osso, ai confini
di un bruciante cielo senza un brivido.

Ecco, in cima a una collina
fra le ondulazioni, miste alle nubi,
di una vecchia catena appenninica,

la città, mezza vuota, benché sia l’ora
della mattina, quando vanno le donne
alla spesa – o del vespro che indora

i bambini che corrono con le mamme
fuori dai cortili della scuola.
Da un gran silenzio le strade sono invase:

si perdono i selciati un po’ sconnessi,
vecchi come il tempo, grigi come il
tempo,
e due lunghi listoni di pietra

corrono lungo le strade, lucidi e spenti.
Qualcuno, in quel silenzio, si muove:
qualche vecchia, qualche ragazzetto

perduto nei suoi giuochi, dove
i portali di un dolce Cinquecento
s’aprano sereni, o un pozzetto

con bestioline intarsiate sui bordi
posi sopra la povera erba,
in qualche bivio o canto dimenticato.

Si apre sulla cima del colle l’erma
piazza del comune, e fra casa
e casa, oltre un muretto, e il verde

d’un grande castagno, si vede
lo spazio della valle: ma non la valle.
Uno spazio che tremola celeste

o appena cereo… Ma il Corso continua,
oltre quella familiare piazzetta
sospesa nel cielo appenninico:

s’interna fra case più strette, scende
un po’ a mezza costa: e più in basso
– quando le barocche casette diradano

ecco apparire la valle – e il deserto.
Ancora solo qualche passo
verso la svolta, dove la strada

è già tra nudi praticelli erti
e ricciuti. A manca, contro il pendio,
quasi fosse crollata la chiesa,

si alza gremita di affreschi, azzurri,
rossi, un’abside, pesta di volute
lungo le cancellate cicatrici

del crollo – da cui soltanto essa,
l’immensa conchiglia, sia rimasta
a spalancarsi contro il cielo.

È lì, da oltre la valle, dal deserto,
che prende a soffiare un’aria, lieve,
disperata,
che incendia la pelle di dolcezza…

È come quegli odori che, dai campi
bagnati di fresco, o dalle rive di un
fiume,
soffiano sulla città nei primi

giorni di bel tempo: e tu
non li riconosci, ma impazzito
quasi di rimpianto, cerchi di capire

se siano di un fuoco acceso sulla brina,
oppure di uve o nespole perdute
in qualche granaio intiepidito

dal sole della stupenda mattina.
Io grido di gioia, così ferito
in fondo ai polmoni da quell’aria

che come un tepore o una luce
respiro guardando la vallata

V

Un po’ di pace basta a rivelare
dentro il cuore l’angoscia,
limpida, come il fondo del mare

in un giorno di sole. Ne riconosci,
senza provarlo, il male
lì, nel tuo letto, petto, cosce

e piedi abbandonati, quale
un crocifisso – o quale Noè
ubriaco, che sogna, ingenuamente ignaro

dell’allegria dei figli, che
su lui, i forti, i puri, si divertono…
il giorno è ormai su di te,

nella stanza come un leone dormente.

Per quali strade il cuore
si trova pieno, perfetto anche in questa
mescolanza di beatitudine e dolore?

Un po’ di pace… E in te ridesta
è la guerra, è Dio. Si distendono
appena le passioni, si chiude la fresca

ferita appena, che già tu spendi
l’anima, che pareva tutta spesa,
in azioni di sogno che non rendono

niente… Ecco, se acceso
alla speranza – che, vecchio leone
puzzolente di vodka, dall’offesa

sua Russia giura Krusciov al mondo –
ecco che tu ti accorgi che sogni.
Sembra bruciare nel felice agosto

di pace, ogni tua passione, ogni
tuo interiore tormento,
ogni tua ingenua vergogna

di non essere – nel sentimento –
al punto in cui il mondo si rinnova.
Anzi, quel nuovo soffio di vento

ti ricaccia indietro, dove
ogni vento cade: e lì, tumore
che si ricrea, ritrovi

il vecchio crogiolo d’amore,
il senso, lo spavento, la gioia.
E proprio in quel sopore

è la luce… in quella incoscienza
d’infante, d’animale o ingenuo libertino
è la purezza… i più eroici

furori in quella fuga, il più divino
sentimento in quel basso atto umano
consumato nel sonno mattutino.

VI

Nella vampa abbandonata
del sole mattutino – che riarde,
ormai, radendo i cantieri, sugli infissi

riscaldati – disperate
vibrazioni raschiano il silenzio
che perdutamente sa di vecchio latte,

di piazzette vuote, d’innocenza.
Già almeno dalle sette, quel vibrare
cresce col sole. Povera presenza

d’una dozzina d’anziani operai,
con gli stracci e le canottiere arsi
dal sudore, le cui voci rare,

le cui lotte contro gli sparsi
blocchi di fango, le colate di terra,
sembrano in quel tremito disfarsi.

Ma tra gli scoppi testardi della
benna, che cieca sembra, cieca
sgretola, cieca afferra,

quasi non avesse meta,
un urlo improvviso, umano,
nasce, e a tratti si ripete,

così pazzo di dolore, che, umano,
subito non sembra più, e ridiventa
morto stridore. Poi, piano,

rinasce, nella luce violenta,
tra i palazzi accecati, nuovo, uguale,
urlo che solo chi è morente,

nell’ultimo istante, può gettare
in questo sole che crudele ancora splende
già addolcito da un po’ d’aria di mare…

A gridare è, straziata
da mesi e anni di mattutini
sudori – accompagnata

dal muto stuolo dei suoi scalpellini,
la vecchia scavatrice: ma, insieme, il
fresco
sterro sconvolto, o, nel breve confine

dell’orizzonte novecentesco,
tutto il quartiere… È la città,
sprofondata in un chiarore di festa,

– è il mondo. Piange ciò che ha
fine e ricomincia. Ciò che era
area erbosa, aperto spiazzo, e si fa

cortile, bianco come cera,
chiuso in un decoro ch’è rancore;
ciò che era quasi una vecchia fiera

di freschi intonachi sghembi al sole,
e si fa nuovo isolato, brulicante
in un ordine ch’è spento dolore.

Piange ciò che muta, anche
per farsi migliore. La luce
del futuro non cessa un solo istante

di ferirci: è qui, che brucia
in ogni nostro atto quotidiano,
angoscia anche nella fiducia

che ci dà vita, nell’impeto gobettiano
verso questi operai, che muti innalzano,
nel rione dell’altro fronte umano,

il loro rosso straccio di speranza.

Da “Le ceneri di Gramsci”, 1957

Sono pochi i testi di questo piccolo volume ma permettono un primo approccio con la poesia pasolinana, inclusi alcuni scritti dialettali, che sicuramente merita di essere letta.

Iperconnessi

Sio 16 maggioSono sicuramente più brava con la parola scritta che con quella parlata, e infatti tengo un blog, mica faccio video. Le parole comunque sono potentissime, come ci insegna il saggio Sio. Ad ogni modo mi hanno proposto di parlare di argomenti che mi appassionano, e di cui si trovano tante tracce proprio su questo blog e ho colto la sfida, sperando di essere stata abbastanza chiara (e di averle messe giù in un certo ordine). Per un barlume di coerenza, linko la versione di peertube, ma il video si trova su Youtube oltre che sulla pagina Facebook Le frites, dal Belgio e non solo.

Parlare di sindemia

Ci sono account su Twitter che simpaticamente fanno un egregio lavoro ricordandoci cose importanti; non voglio citare qui @ThatcherFunFact 

(ops…) e mi soffermo invece sul serissimo @ADimissioni.

Perché la domanda che fa periodicamente è tremendamente seria. Lasciando perdere chi ci fa perenne campagna elettorale su, fingendo grandi risultati su nessun reale avanzamento nei fatti, quello del coprifuoco è un tema che come dicevo poco tempo fa su Twitter non dovrebbe essere lasciato alla destra. Non c’è nessuna ragione scientifica per mantenerlo, ma sicuramente lo toglieranno a breve quando si dovrà far ripartire l’economia con la bella stagione, i magnanimi e illuminati che ci governano. Invece è uno dei tanti sintomi di un male che ci portiamo dietro da un anno, la cui causa principale non è il virus. Si inizia a parlare di sindemia perché gli effetti strettamente sanitari collegati alla pandemia non esauriscono affatto il portato dell’emergenza che ci ha investito ormai più di un anno fa. Si legge su Treccani “un insieme di patologie pandemiche non solo sanitarie, ma anche sociali, economiche, psicologiche, dei modelli di vita, di fruizione della cultura e delle relazioni umane”. In poche parole, la sindemia implica una relazione tra più malattie e condizioni ambientali e socio-economiche.

Le reazioni a questa situazione che si potrae ormai da tempo e dalla quale non vediamo uscita almeno nel breve periodo sono le più svariate. Molti si lamentano della “gente” che fa quel che vuole, che non rispetta le regole e così via, mentre dall’altra parte ci sono persone terrorizzate che escono di casa poco o nulla da ben oltre dodici mesi. La colpevolizzazione degli individui di fronte a norme spesso contraddittorie, poco chiare, a volte per non dire spesso neanche legittime, in alcuni casi di senso opposto o comunque slegate dalle evidenze scientifiche è ormai nell’ordine delle cose. Un esempio è la recente dichiarazione del ministro della salute sulle bassissime possibilità di contagio all’aria aperta. Uno scoop? In realtà già dai tempi dell’epidemia di spagnola – cent’anni fa! – si sapeva. Per il 25 aprile, a ridosso di queste dichiarazioni, hanno sorvolato sulle chiusure, differentemente dalle vacanze pasquali, lasciando alle amministrazioni locali l’onere della regolamentazione, così come per il primo maggio, in occasione del quale molti sindaci hanno giocato nuovamente a fare gli sceriffi chiudendo l’accesso a piazze, zone tradizionali di passeggio e anche spiagge, con la scusa del pericolo di assembramenti. Con l’effetto paradossale, già ottenuto a Pasqua, di spingere le persone a riunirsi all’interno di abitazioni private e quindi anche in spazi chiusi, per ciò stesso più pericolosi. Non sono un’aperturista senza se e senza ma, infatti sono dalla parte di tutti quei lavoratori che hanno invocato chiusura dei posti di lavoro non essenziali ogni qualvolta le condizioni di sicurezza non potessero essere garantite, ma c’è un’evidente discrasia tra gli obiettivi di salute pubblica e i mezzi impiegati per tutelarla. Per non dire poi di tutte le scelte squisitamente politiche su cosa, quando è per quanto tempo, chiudere. Sulla scuola ho scritto un po’ di tempo fa – link, ma prima e più volte ho scritto sulla schizofrenia delle scelte adottate, ad esempio qui, qui o qui. Mettiamoci pure una bonus track.

Se dalla fase più difficile forse, arrancando, grazie anche ai vaccini e sperando che duri, stiamo uscendo, una serie di questioni sono qui per restare. Intanto ci sono persone che semplicemente hanno messo in stand by gran parte delle attività abituali, andando anche ben oltre il perimetro dei divieti, rimandando ad un “quando finirà tutto questo”. E nel frattempo stiamo normalizzando grazie all’emergenza una serie di cose, magari non introducendo novità particolari ma dando accelerazioni inedite permesse dallo stato di eccezione. Se ne trova un esempio all’interno del recente articolo sul decoro di Federico De Vita su l’Esquire quando parla di Piazza Santo Spirito a Firenze. Se si vuole approfondire sul tema del decoro l’autore cita alcuni testi imprescindibili tra cui l’ottimo libro di Wolf Bukowski di cui ho già parlato sul blog.

Continuare a parlare di tutto ciò che gira intorno agli aspetti strettamente sanitari del nostro presente emergenziale, ragionarci, anche con fatica perché a volte almeno io personalmente avverto un senso di fiacchezza e pure difficoltà a tenere il punto in questa temperie, è precondizione per uscirne se non migliori, neanche peggiori.

La pioggia nel pineto per il 9 maggio

Non potrei essere più lontana politicamente da un autore come lo sono rispetto a Gabriele D’Annunzio. C’è però una sua poesia cui mio malgrado sono legata perché piaceva molto a mia madre – ed effettivamente è molto bella, ha una musicalità eccezionale, che lei sapeva rendere magnificamente. Ricordo come fosse ieri quando la declamava e in questa giornata che ogni anno vivo con un misto di rabbia e malinconia dei tempi andati ho pensato di rileggerla, e condividerla.

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La pioggia nel pineto

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.

Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitío che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
nè il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancóra, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.

E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d’arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.

Più sordo e più fioco
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s’ode voce del mare.
Or s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia
che monda,

il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.

Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sìche par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alvèoli
con come mandorle acerbe.

E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i mallèoli
c’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri vólti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.

L’estremismo, malattia infantile del comunismo

estremismoLa rivoluzione viene realizzata in un momento di slancio eccezionale di straordinaria tensione di tutte le facoltà umane, viene realizzata dalla coscienza, dalla volontà, dalle passioni, dalla fantasia di varie decine di milioni di uomini, spronati dalla più aspra lotta di classe.

L’analisi marxista ha il grande pregio di essere sempre attuale perché tutt’altro che dogmatica. Si fonda infatti sul materialismo dialettico che è alla base di tutti i classici del marxismo che anche per questo motivo si dimostrano ancora oggi strumenti preziosi per la preparazione politica: “La nostra teoria non è un dogma ma una guida per l’azione” dicevano già Marx ed Engels. Ritorno ai classici perché ho appena terminato L’estremismo, malattia infantile del comunismo, testo elaborato da Lenin alla vigilia del secondo congresso dell’’Internazionale. È bene ricordare innanzitutto a me stessa il contesto storico: la rivoluzione bolscevica aveva avuto successo nel 1917, il primo conflitto mondiale era terminato e i partiti operai crescevano un po’ dappertutto. Le questioni pratiche erano all’ordine del giorno e Lenin con questo testo volle mettere a disposizione dei compagni l’importante esperienza quindicennale del partito bolscevico, non per replicarla ciecamente ma per trarne gli insegnamenti essenziali.

“Pur passando dappertutto per una scuola sostanzialmente omogenea in cui si prepara alle sue vittorie sulla borghesia, il movimento operaio di ogni paese compie questo sviluppo a suo modo. E ancora: “Fino a che sussisteranno differenze nazionali e statali tra i popoli e i paesi (… ) l’unità della tattica internazionale del movimento operaio comunista di tutti i paesi esige non l’eliminazione delle diversità, non la soppressione delle differenze nazionali (… ), ma un’applicazione dei princìpi fondamentali del comunismo (… ) tale che li modifichi correttamente nei particolari, li adatti giustamente o li adegui alle differenze nazionali o nazionali-statali”.

Lenin espone dunque con estrema chiarezza alcune lezioni tratte dalla rivoluzione bolscevica – che dopo ormai cento anni sono ancora tremendamente attuali. In polemica con coloro che criticavano il parlamentarismo per principio Lenin spiega che in determinate circostanze partecipare alle elezioni è utile alla causa della rivoluzione come mezzo per far progredire la coscienza delle masse e diffondere i princìpi comunisti. Forme illegali e forme legali devono essere combinate in base alle necessità e ricorda inoltre il fatto che i bolscevichi parteciparono al parlamento più reazionario che c’era perché in quel momento era necessario. “Negare in linea di principio i compromessi, negare in linea generale che i compromessi di qualsiasi natura sono ammissibili, è una cosa puerile, che è persino difficile prendere sul serio”. Ovviamente Lenin specifica che non sono tutti uguali, ci sono compromessi inammissibili e sono quelli in cui si esprimono l’opportunismo e il tradimento.

Ma chi voglia escogitare per gli operai una ricetta che offra soluzioni già pronte per tutti i casi della vita o promette che nell’azione politica del proletariato rivoluzionario non ci saranno mai difficoltà e situazioni intricate, chi voglia far questo sarà semplicemente un ciarlatano.

Lenin attacca i comunisti “di sinistra” – la cosiddetta “opposizione di principio” in Germania – e spiega che “essi presentano tutti i sintomi della ‘malattia infantile dell’estremismo”. Opposizione che arriva a negare il partito e la disciplina di partito, disarmando così il proletariato a vantaggio della borghesia. Si tratta di questioni affatto teoriche, ma che anzi discendono dall’esperienza pluriennale, e ancora in corso nel 1920, del partito bolscevico.

In Russia (…) stiamo ancora muovendo i primi passi sulla strada che dal capitalismo conduce al socialismo, cioè alla fase inferiore del comunismo. Le classi sono rimaste e rimarranno in vita ancora per anni, dappertutto, dopo la conquista del potere da parte del proletariato. (…) Sopprimere le classi non significa soltanto cacciare via i grandi proprietari fondiari e i capistalisti, – questo lo abbiamo fatto con relativa facilità, – ma significa anche eliminare i piccoli produttori di merci, che è impossibile cacciar via, che è impossibile schiacciare, con i quali bisogna accordarsi, che si possono (e si devono) trasformare, rieducare solo con un lavoro organizzativo molto lungo, molto lento e cauto. (…) Il partito politico del proletariato ha necessità del centralismo più severo e della massima disciplina interna per opporsi a questi difetti, per svolgere giustamente, con successo, vittoriosamente la funzione organizzativa (che è la sua funzione principale). La dittatura del proletariato è una lotta tenace, cruenta e incruenta, violenta e pacifica, militare ed economica, pedagogica e amministrativa, contro le forze e le tradizioni della vecchia società. La forza dell’abitudine di milioni e decine di milioni di uomini è la più terribile delle forze. Senza un partito di ferro, temprato nella lotta, senza un partito che goda della fiducia di tutti gli elementi onesti della classe, senza un partito che sappia interpretare lo stato d’animo delle masse e influire su di esso, è impossibile condurre a buon fine questa lotta. (…) Chi indebolisce, sia pur di poco, la disciplina ferrea del partito del proletariato (in particolare nel periodo della dittatura proletaria) aiuta di fatto la borghesia contro il proletariato.

La citazione è lunga ma rende l’idea del lavoro impegnativo del partito nelle prime fasi di costruzione dello stato operaio, prime fasi che durano anni. Lenin poi sottolinea come sia importante l’attività continua nei sindacati e in tutte quelle attività che coinvolgono i lavoratori – “bisogna lavorare assolutamente là dove sono le masse” -, oltre al ruolo essenziale dei soviet. Ci tengo poi a citare per esteso un’altra osservazione importante fatta da Lenin:

Possiamo (e dobbiamo) cominciare a costruire il socialismo non con un materiale umano fantastico e creato appositamente da noi, ma con il materiale che il capitalismo ci ha lasciato in eredità. La cosa è senza dubbio molto “difficile”, ma ogni altro modo di affrontare il problema è così poco serio che non vale la pena di parlarne.

Riguardo il parlamento allo stesso modo, per quanto si possa considerare superato per la classe, finché non lo sarà per le masse va considerato l’obbligo di lavorare al suo interno.

Voi avete il dovere di chiamare pregiudizi i loro pregiudizi democratici borghesi e parlamentari. Ma nello stesso tempo avete il dovere di considerare con sobrietà lo stato reale della coscienza e della maturità di tutta la classe (e non soltanto della sua avanguardia comunista), di tutte le masse lavoratrici (e non solo degli elementi d’avanguardia).

Fino a che non siete in condizione di sciogliere il parlamento borghese e tutte le altre istituzioni reazionarie d’altro tipo, avete l’obbligo di lavorare all’interno di tali istituzioni appunto perché in esse si trovano ancora degli operai ingannati dai preti e sviati dal provincialismo: in caso contrario rischiate di essere dei semplici ciarlatani.

Ancora sui compromessi, Lenin spiega benissimo come sia importante utilizzarli sempre “allo scopo di elevare, e non di abbassare, il livello generale della coscienza proletaria, dello spirito rivoluzionario del proletariato, della sua capacità di lottare e di vincere”.

Per la rivoluzione non basta che le masse sfruttate e oppresse siano coscienti dell’impossibilità di continuare a vivere come per il passato ed esigano dei cambiamenti; per la rivoluzione è necessario che gli sfruttatori non possano più vivere e governare come per il passato. Soltanto quando gli “strati inferiori” non vogliono più il passato e gli “strati superiori” non possono più vivere come in passato, la rivoluzione può vincere.

La storia, e in particolare la storia delle rivoluzioni, ci dice ancora Lenin, sono ben più ricche, articolate e complesse di quanto ci si possa immaginare. Dalla premessa citata ad inizio del post Lenin trae due conclusioni pratiche molto importanti: “la prima è che la classe rivoluzionaria, per assolvere il suo compito, deve sapersi impadronire di tutte le forme e di tutti i lati dell’attività sociale, senza eccezione alcuna (…); la seconda conclusione è che la classe rivoluzionaria deve essere pronta a sostituire nel modo più rapido e inatteso una forma di attività con l’altra”.

Quello che è necessario fare per i comunisti europei e americani, è che “risveglino dappertutto il pensiero, attraggano le masse, prendano in parola la borghesia, utilizzino l’apparato da essa creato, le elezioni da essa indette, gli appelli da essa rivolti a tutto il popolo, facciano conoscere alle masse popolari il bolscevismo, come non si è mai riusciti a fare se non in periodio elettorale”. Le condizioni storiche per il rovesciamento del capitalismo si possono presentare senza preavviso, per questo occorre essere pronti.

In appendice al testo si trova anche la Tesi sulla tattica del Comintern (5 dicembre 1922) che sviluppa ulteriormente il tema del fronte unico. Leggere la tesi è importante anche perché è possibile apprezzare l’accurata analisi sul declino del capitalismo e l’inquadramento della situazione politica internazionale. Inoltre il paragrafo sull’offensiva capitalista potrebbe benissimo essere stato scritto oggi.

L’offensiva capitalista internazionale sistematicamente organizzata contro tutte le conquiste della classe operaia ha spazzato il mondo come un uragano. Ovunque il capitale riorganizzato abbassa senza pietà i salari reali, allunga la giornata lavorativa, riduce i modesti diritti della classe operaia nelle fabbriche e, nei paesi con una moneta svalutata, costringe i lavoratori impoveriti a pagare il disastro economico causato dal deprezzamento della moneta, ecc. L’offensiva capitalista (…) costringe ovunque la classe operaia a difendersi. (…) ma la stessa lotta sta creando fra moltitudini di lavoratori in precedenza politicamente arretrati un odio implacabile contro i capitalisti e il potere statale che li protegge.

Anche l’analisi sul fascismo si è rivelata lungimirante nel suo evidenziare come le “guardie bianche” siano uno strumento al servizio della borghesia nel momento in cui la democrazia non garantisce più loro un saldo potere, e anche per combattere direttamente il proletariato insorgente. La tesi ribadisce quindi la necessità di ricorrere alla tattica del fronte unico seguendo lo slogan del governo operaio, possibile solo se “sorge dalla lotta delle masse ed è appoggiato da organizzazioni operaie combattive”.

I testi di coloro che hanno fatto la rivoluzione, mi riferisco in particolare a Lenin e Trotskij, sono una miniera di analisi e consigli pratici imprescindibili per coloro che vogliono impegnarsi nella costruzione di un’organizzazione rivoluzionaria. Sono molto istruttivi anche dal punto di vista storico, e sono chiari e del tutto accessibili, perché come ci insegnano proprio i maestri della rivoluzione, non si tratta di teorie lontane o sofisticate, ma della prassi rivoluzionaria che va acquisita imparando dal passato oltre che agendo nel presente.

Stranded in the Six Day War – L’incredibile storia della flotta gialla

Nonostante tutto Twitter è un luogo della rete che continuo ad abitare perché lì a volte trovo storie, le più disparate, che difficilmente incontrerei altrimenti. @FerdinandoC in un thread che ha rappresentato una di queste epifanie, partendo da un fatto di stretta attualità, mi ha permesso di conoscere l’incredibile storia della cosiddetta flotta gialla.

L’occasione è stata l’improvviso blocco del Canale del Suez dovuto all’incagliamento di una nave portacontainer che per diversi giorni ha “appassionato” la rete, una storia che ha tenuto un po’ col fiato sospeso mentre si contavano i danni economici del blocco di un punto strategico del traffico marittimo mondiale, in un contesto come quello attuale in cui la globalizzazione, nonostante la frenata degli ultimi anni, è sempre dominante. Un problema essenzialmente tecnico e che si è risolto in tempi tutto sommato brevi, e che però ha riportato alla ribalta una storia del passato ben più lunga e complessa.

Ever given, la portacontainer rimasta incagliata nel canale di Suez a marzo.

Nel Canale di Suez infatti si trovavano diverse navi mercantili quando l’improvviso scoppio della guerra dei Sei giorni, nel giugno del 1967, ne bloccò il transito in seguito alla decisione di chiudere il canale senza permettere l’uscita in sicurezza delle molte imbarcazioni che lo stavano navigando in quel momento (solo due navi russe furono autorizzate a lasciare il canale in quel frangente). Una vicenda paradossale che tiene insieme diverse storie: la Guerra fredda, il conflitto mediorientale oggi non ancora risolto, gli interessi contrapposti delle rispettive sfere di influenza. Una questione che si sarebbe potuta risolvere in tempi ragionevoli – del resto anche se le tensioni non terminarono del tutto la guerra durò appunto solo sei giorni – ma che a causa dei precarissimi equilibri geostrategici durò ben otto anni. Quattordici navi restarono nel canale per tutt quegli anni, con un personale, seppur ridotto, nel corso del tempo e periodicamente sostituito per ovvi motivi, che oltre a mantenere funzionale le navi e al sicuro le merci trasportate, si inventò un modo di stare insieme cooperativo e creativo, nonostante i difficili momenti trascorsi durante le fasi acute dei conflitti che si susseguirono nel corso di quei lunghi anni. Lo stesso utente ha segnalato prontamente l’esistenza di un libro che in inglese ripercorre la storia della flotta gialla e a quel punto non ho potuto fare a meno di ordinarlo e quindi leggerlo. Grazie a chi mi ha fatto conoscere la storia e all’autrice, Cath Senker, che ha svolto un’ottima ricerca e ha raccolto numerose testimonianze per sistematizzare su carta questa incredibile storia.
La cosa che colpisce di una vicenda che dovrebbe essere comunque un dramma è la nascita immediata di una forte comunità indipendentemente dalle nazionalità di quegli uomini di mare – opposte sul fronte della guerra fredda: polacchi, bulgari, cechi, inglesi, statunitensi, francesi, tedeschi dell’Ovest, svedesi, che si sono costituiti in associazione: The Great Bitter Lake Association.
I contatti iniziarono a causa di necessità basilari come la mancanza di alcuni generi alimentari per i quali iniziarono i primi scambi. Il canale di Suez era stato nazionalizzato dal presidente egiziano Nasser che, forse trattenendo i mercantili sperava di avere maggiore “potere contrattuale” nei confronti dei paesi alleati di Israele. Dopo la morte di Nasser il successsore, Sadat, continuò la medesima strategia impedendo la riapertura del canale. Gli equipaggi inizialmente erano isolati e sapevano ben poco di cosa accadesse.

“Stuck here indefinitely hope to get home soon” Un messaggio dalla nave Agapenor

Lo scambio tra le navi fu autorizzato dalle compagnie mentre gli egiziani cercarono di ostacolarli almeno in un primo momento ad esempio imponendo la presenza di guardie sulle imbarcazioni. In realtà col passare del tempo anche la dura disciplina a bordo venne allentata viste le straordinarie condizioni in cui si trovavano gli equipaggi a bordo, e infatti i viaggi iniziarono presto a riguardare spostamenti per la partecipazione a feste o a proiezioni di film. All’inizio nessuno pensava che il blocco sarebbe durato a lungo. Nel frattempo nel 1969 una nuova escalation, la Guerra d’Attrito, allontanò le speranze di una riapertura del canale in tempi brevi. Nel 1973 una nuova escalation della situazione portò alla guerra dello Yom Kippur che trovava le navi ancora bloccate del canale.
Una volta che il confronto tra equipaggi fu costante oltre allo scambio di generi alimentari e altre risorse iniziò anche uno scambio di competenze per risolvere insieme questioni tecniche ed emergenze che via via si presentavano su diversi navi. L’associazione prevedeva incontri settimanali in cui venivano concordati gli eventi sportivi.

The main object of the association is to maintain and foster the many friendships that we have… formed with the people of other ships and nationalities while here.

Uno degli eventi più degni di nota e che attirò anche l’attenzione dei media fu l’organizzazione dei giochi olimpici del canale in concomitanza con le Olimpiadi in Messico del 1968, che prevedevano oltre alcuni sport classici particolarità quali la pesca. Partendo da questioni molto pratiche l’associazione arrivò a pianificare una grande varietà di attività. Il tempo libero ovviamente non mancava e sicuramente veniva occupato anche dal consumo di bevande alcoliche.

“Human ingenuity had created a whole social and economic network”. (Attenzione ai false friends, ingenuity vuol dire ovviamente ingegno!)

A proposito di alcool, l’associazione aveva pure un inno, Yellow Submarine, di cui era stata modificata l’ultima strofa, che recitava:

Sky of blue, sea of green
Thanks for vodka, beer and gin
Associated many men
In the Great Bitter Lake Den.

Il riferimento al giallo, colore col quale veniva definito l’insieme delle navi bloccate nel canale, era dovuto alle frequenti tempeste di sabbia che modificano il colore delle stesse.
Tra le attività sportive c’erano anche le regate, per le quali vennero costruite diverse imbarcazioni. Una delle cose che personalmente reputo più affascinanti è la creazione di diverse serie di francobolli, alcuni veri piccoli capolavori, ricercati dai collezionisti ancora oggi, con i più svariati materiali che si trovavano a bordo delle navi.
All’inizio sulle navi gli equipaggi erano ovviamente al completo ma col passare del tempo vennero progressivamente ridotti e sulle quattordici navi si passò da più di duecento persone ad una cinquantina, per cui organizzare le attività divenne un po’ più difficile.
Dopo la guerra dello Yom Kippur la situazione politica andava distendendosi ma ci vollero anche le condizioni tecniche e pratiche per riaprire il canale, innanzitutto la pulizia dello stesso per renderlo nuovamente praticabile e sicuro dopo le battaglie che si erano combattute (e le bottiglie che vi erano state gettate!) e per questo ci volle circa un anno. Superato questo problema, la maggior parte delle navi dovette essere rimorchiata seppure nessuna fosse in condizioni veramente disastrose, nonostante il lungo periodo fermi nel canale, molto salato. Solo le due navi tedesche poterono ritornare in maniera autonoma ai loro luoghi di origine. Il canale fu così finalmente riaperto il 5 giugno del 1975 dopo esattamente otto anni dallo scoppio della guerra dei Sei Giorni.
Aver scoperto e approfondito la vicenda della flotta gialla mi ha permesso di viaggiare nel tempo e in avvenimenti particolari che fanno pensare oltre le grandi vicende storiche le loro conseguenze imprevedibili e credo che le parole conclusive dell’autrice siano perfette per chiudere questo post:

A slice of micro-history that indicates the potential of human beings left to their own devices to create cooperative communities in the most unlikely of circumstances.

Innovation zones, futuro e distopie possibili

Una storia come quella della Superlega è esplosa sui social e da ventiquattr’ore tiene banco lì e suppongo anche sui media tradizionali con tante discussioni sull’appropriazione da parte dei ricchi di uno sport popolare anche se non è proprio così

 

e mancando spesso il punto.

Intanto le notizie su tech e media e soprattutto le analisi sul loro impatto nella nostra vita, superata la fase di hype sono tornate a mimetizzarsi nel flusso informativo, costante quanto ipertrofico, in cui siamo immersi. Dopo l’esplosione del caso Facebook vs Australia e il dibattito che ne è seguito, poco concludente a dire il vero, non fa più tanto clamore il proseguimento da parte di diversi stati dei tentativi di regolamentare l’ambiente online. Con tutti i suoi limiti è importante ad esempio richiamare l’ennesimo appello di Shoshana Zuboff sul rischio che stiamo correndo. Ha attirato ancor meno l’attenzione, almeno in Italia, la notizia sulla possibile prossima creazione di zone extraterritoriali all’interno degli stati. Dopo la nascita dello stato moderno praticamente ogni superficie del globo è stata regolamentata e affidata alla giurisdizione di una qualche entità statale. E nonostante la retorica sulla fine della centralità degli stati, né le organizzazioni internazionali o regionali né altre entità si sono dimostrate in grado di soppiantare il ruolo dello stato moderno. Eppure ci sono oggi entità extraterritoriali ben più potenti di tanti stati, e che si possono permettere, perché glielo permettono, è bene sottolinearlo, di agire al di là delle norme imposte a tutti coloro che risiedono all’interno di un territorio. Ciò si ricollega a quel che dicevamo sulla mancata regolazione delle aziende tech le quali hanno una dimensione, una pervasività e una trasversalità territoriale tali da poter dettare le condizioni, anche quando agiscono anche molto materialmente sui singoli territori.

Il vuoto normativo, il ritardo nell’implementare leggi che ricomprendessero realtà nel frattempo autoimpostesi, si accompagnano ovviamente ad un’ideologia che ha reso normale lo strapotere indiscriminato delle big tech. Quell’ideologia è il capitalismo, all’alba del XXI secolo apparentemente unico baluardo rimasto a dominare incontrastato, nonostante i suoi continui fallimenti: la crisi del 2008 è solo il penultimo tra questi, mentre la pandemia iniziata nel 2020 lo è sia nella sua origine che nella successiva gestione e ne paghiamo le conseguenze quotidianamente e in maniera drammatica. Un mondo nuovissimo, dominato da tecnologie che solo cinquant’anni fa avremmo considerato fantascientifiche, eppure tutto si organizza e si regge ancora su una teoria economica vecchia di secoli e basata su presupposti falsi o del tutto fittizi come la concorrenza perfetta e l’equilibrio di mercato. È per questo forse che non desta particolare scalpore la proposta di creare zone semi-autonome gestite da imprese tech tramite strumenti innovativi come le blockchain.  Un passo ulteriore nel concetto di smart city perché così si svincola totalmente dal potere statale.

La proposta del governo del Nevada è stata diffusa da The Nevada Independent e poi ripresa anche da altri siti di news come la BBC e riguarda delle particolari zone d’innovazione. La Blockchains LLC, l’azienda su cui è costruita la proposta, semplicemente dichiara che le regole che attualmente governano le comunità sono troppo rigide per i progetti “rivoluzionari” che hanno in mente. L’idea è quindi di creare distretti autonomi con la capacità di riscuotere tasse, gestire l’educazione obbligatoria, il trasporto locale e gli altri servizi normalmente demandati ai governi locali. Per creare una zona un privato deve possedere un’area di almeno 50.000 acri, garantire l’investimento di 1 miliardo di dollari (in dieci anni) e prevedere una tassazione specifica sulla tecnologia innovativa presente nella zona. Si tratta di conurbamenti creati dal nulla: “not have any permanent residents at the time of the application and not be part of any pre-existing city”. Se approvata la zona avrebbe tutti i poteri delle tipiche autorità locali e sarebbe retta da tre supervisori nominati dal governatore, due scelti da una lista di cinque candidati proposti dalla zona, nessuno dei quali con interessi economici diretti. Completato il “passaggio di consegne” con tutti i servizi locali affidati alla zona, questa non sarà più soggetta alle norme della contea. Si tratta di una svolta epocale che fa impallidire la pur inquietante Shitty Tech Adoption Curve che spiega bene Cory Doctorow in una serie di tweet qui raccolti. Ciò che è stato rivelato di questo piano va osservato più da vicino.

Unveiled last year, the plan envisions a city of more than 36,000 residents, 15,000 homes, and 11 million sq ft of commercial space. Blockchain estimates that, eventually, the city will generate $4.6bn in output annually.

For this to happen, Mr Berns says a new model of local government is needed in Nevada. This government would have powers to raise taxes, enforce the law, and administer public services such as schools, utilities and transport.

“There are some really cool things we could develop if we had the area and the flexibility to do it. That’s what this is about,” Mr Berns told the BBC.

Interrogato sulla filosofia dietro il proprio progetto, il fondatore di Blockchains risponde mettendo in campo una finta equidistanza tra stato e mercato e sfoggiando una prevedibile fiducia nel futuro e nella tecnologia:

“I’m not anti-government,” Mr Berns said. “But I do think the government has stuck its nose into our business too much. I think corporate America is worse than the government as far as sticking their nose in our business is concerned. So I’m trying to create a place where they can’t interfere.” For Mr Berns, “they” are an impediment to a future without risk-averse politicians who stifle innovation, or unaccountable tech firms that harvest our data for profit. Blockchain, Mr Berns argues, will help us invent that future.

“I want to create a place where we can rethink things. Where we can democratise democracy,”

Il senso di distopia nel pensare alla creazione di queste innovation zones per quanto mi riguarda è fortissimo. Il precedente è pericoloso, e mi sembra la trama di un film che non può finire che male, molto male.

Tommyknocker. Le creature del buio

Ieri notte a tarda ora, i Tommyknocker, i Tommyknocker, hanno bussato e oggi ancora.

Vorrei uscire ma non so se posso, per la paura che mi hanno messo addosso.

Amo Stephen King eppure ne ho letto ancora troppo poco. Difficile stare al passo considerando la sua prolificità, e volendo anche leggere altro, eppure periodicamente mi dico che potrei fare di più. Nel frattempo accade la vita, con tutte le sue distrazioni. Ho preso Tommyknocker spinta dal consorte che vide la miniserie (mentre scopro solo ora che nel fatidico 2020 ne hanno fatto anche un film, ed ecco altro tempo da impiegare, sottratto alla lettura dei libri di King, e insomma). Credo tutti sappiano che non è considerato sicuramente tra i capolavori del maestro, tra l’altro si è dato la colpa in quel periodo l’uso di sostanze – è stato l’ultimo libro scritto prima di disintossicarsi – e ho letto anche che secondo alcuni la science fiction non sia il suo forte; d’altronde lui stesso lo ha definito “an awful book”.

Al netto della lentezza con cui l’ho letto io, dovuta più a motivi personali (ho attraversato anche io i proverbiali 40 giorni nel deserto di cui parla ad un tratto il protagonista, e resto col mio solito stupore per come i libri ci trovino sempre nel momento in cui devono trovarci), il libro è stato per me godibile e scorrevole; non sarei così severa nel giudizio, insomma. Le storie per me sono terapeutiche e questa non è stata da meno.

Forse il destino dipende dalla capacità di un piccolo uomo di richiudere la porta di un box al primo tentativo, riflettè confusamente.

La dose di angoscia che Stephen King sa elargire non manca affatto, accompagnata dalla sua maestria nel tratteggiare le caratteristiche essenziali dei personaggi rendendoli vivi a volte in poche righe, fino a dare vita ad un’intera comunità con tutti i dettagli che la rendono fin troppo reale. Come sempre, Stephen King è un maestro di scrittura perché tra le pieghe della storia si intuiscono tutte le regole per renderla una buona storia e basta poco per coglierne gli insegnamenti, anche una assoluta principiante come ne riconosce diverse, e insomma sapessi scrivere io libri brutti così!

Per me Stephen King resta un mirabile mastro artigiano delle storie che anche in condizioni non ottimali, per usare un eufemismo, riesce a creare un universo che non è mai puro intrattenimento (e non ci sarebbe nulla di male poi) perché è in grado di scandagliare le profondità dell’animo umano anche narrando di improbabili civiltà aliene.

Alla lunga il mondo del domani si riduceva sempre a un luogo deserto dove esseri tanto intelligenti da catturare le stelle perdevano la testa e si facevano a pezzi con gli artigli che avevano ai piedi.

Sullo sfondo la possibilità di una catastrofe nucleare – il libro è stato scritto tra il 1982 e il 1987, nel frattempo c’è stato l’incidente di Chernobyl nel 1986 – Stephen King ci ricorda infine che l’essere umano è la creatura più complessa e terrificante con cui abbiamo a che fare, che l’orrore più autentico è quello del reale. Riprendendo le mie riflessioni mi torna alla mente il meraviglioso incipit de L’incubo di Hill House, “nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà”.

Non c’è niente nell’universo che possa durare così a lungo senza subire danni, riflettè Gardener e trovò l’idea rassicurante.

The science of storytelling

Svegliarsi tutti i giorni

lavarsi i denti

guardarsi allo specchio

i lineamenti

E scoprire che sei proprio tu

la persona che ti ha fatto ridere di più

e scoprire che sei proprio tu

la persona che ti ha fatto piangere di più

un buon amico

lo stronzo che ti ha mentito

sì, sei proprio tu

La nostra pelle, Ex-Otago

science of storytellingThe science of storytelling è un libro prezioso e non solo per chi ama scrivere. Al centro del testo c’è il nostro essere visceralmente legati alle storie: “humans might be in the unique possession of the knowledge that our existence is essentially meaningless, but we carry on as if in ignorance of it (…) The cure for the horror is story”. Questo è confermato anche da recenti ricerche secondo cui il linguaggio si è sviluppato durante l’età della pietra per scambiare informazioni sociali (“in other words, we’d gossip”). Il ‘gossip’ è un comportamento umano universale, e infatti due terzi delle conversazioni riguardano argomenti ‘sociali’. A quattro anni i bambini già raccolgono le informazioni che ricevono dalla famiglia ed iniziano anche a raccontare di sé. Il testo attraversa il nostro essere erratici, sociali ed imperfetti. Seguo in parte l’andamento dei capitoli, tranne l’ultimo che è quello effettivamente in cui vi sono dei consigli pratici per costruire una storia. Will Storr comunque è un narratore eccezionale, ed è un piacere sia leggerlo che ascoltarlo. In attesa di leggere il libro, che consiglio a – letteralmente – chiunque, se volete un assaggio qui c’è un suo TedTalk (rigorosamente fuori da youtube). Il libro è disponibile anche in italiano. L’ho preso in inglese sia per motivi economici (costava la metà!) sia per mantenere l’allenamento con le letture in lingua come faccio periodicamente.

Il nostro cervello non è un calcolatore razionale ma un elaboratore di storie. Non solo, le storie che ci raccontiamo tendono a confermare la nostra visione del mondo:

if we’re psychologically healthy, our brain makes us feel as if we’re the moral heroes at the centre of the unfolding plots of our lives. Any ‘facts’ it comes across tend to be subordinate to that story. If these ‘facts’ flatter our heroic sense of ourselves, we’re likely to credulously accept them, no matter how smart we think we are. If they don’t, our minds will tend to find some crafty way of rejecting them.

È ovvio che noi crediamo di essere obiettivi, ma la realtà è che non conosciamo alcuna realtà oggettiva: noi facciamo esperienza di ciò che ci circonda plasmando una ‘realtà’ costruita dentro le nostre teste: un atto creativo del cervello narrativo. A volte ci svegliamo dopo un sogno che ci sembra terribilmente reale; questo accade perché i sogni sono costruiti con gli stessi modelli neurali in cui viviamo quando siamo svegli. Non sono i sogni ad essere realistici, è la nostra realtà che è costruita esattamente come i nostri sogni. Il nostro essere animali sociali ci permette di immedesimarci negli altri, e quest’abilità tipicamente umana si sviluppa intorno ai quattro anni, quando siamo pronti per le storie, per capire la logica narrativa. Allo stesso tempo però sovrastimiamo le nostre capacità, perché a quanto pare l’accuratezza nel comprendere pensieri ed emozioni di estranei è di appena il 20%. Non va meglio nei confronti di amici e affetti: contrariamente a quanto potremmo pensare, non si supera il 35%. Questo è alla base di molti drammi umani, ci dice Storr.

The flawed self

Ognuno di noi è imperfetto e i nostri difetti non solo fanno parte del nostro essere, ma influenzano la nostra esperienza del reale. “Our flaws (…) are not simply ideas about this and that which we can identify easily and choose to shrug off. They’re built right into our hallucinated models”.

The further you travel from those you admire, the more wrong people become until the only conclusion you’re left with is that entire tranches of the human population are stupid, evil or insane. Which leaves you, the single living human who’s right, about everything – the perfect point of light, clarity and genius who burns with godlike luminescence at the centre of the universe.

Questa allucinazione è funzionale perché ci permette di avere sotto controllo il mondo intorno a noi, di rendere l’ambiente circostante prevedibile. I primi anni di vita sono determinanti anche per il ruolo fondamentale del gioco, un ruolo che è importante in realtà nell’arco dell’intera vita degli esseri umani. Ci dice Storr che durante i primi sette anni di vita veniamo plasmati dalla cultura in cui viviamo a costruire i modelli che caratterizzeranno il nostro regno neurale. Egli distingue inoltre la cultura individualista della civiltà occidentale dlla cultura comunitaria tipica dell’estremo oriente. I miti e le storie che si tramandano dall’antica Grecia e dall’antica Cina sono profondamente diversi proprio rispetto a questi due caratteri fondamentali. Ad ogni modo, dopo aver messo le basi per i propri modelli neurali, tendiamo a difenderli per il resto della nostra vita: “when we encounter evidence that it might be wrong, because other people aren’t perceiving the world as we do, we can find it deeply disturbing. Rather than changing its models by acknowledging the perspectives of these people, our brains seek to deny them”. Ovviamente non difendiamo strenuamente ogni nostra posizione, ma in particolare quelle che formano la nostra identità, i nostri valori e che costituiscono la nostra “teoria del controllo”. La nostra percezione del sé dipende in buona misura dalla nostra memoria, ma ancora una volta, non dovremmo fidarci di essa, perché riscriviamo e a volte inventiamo il nostro passato. Il fatto che noi ci consideriamo gli eroi della nostra storia è normale e in realtà ci dà non solo benefici mentali ma anche fisici.

The dramatic question

Secondo Storr un segreto della narrazione è la domanda “Who is this person?”, “Who am I?” A questa domanda non è affatto semplice rispondere. Storr fa l’esempio di Citizen Kane (Quarto potere) che si definirebbe nobile d’animo ed altruista, perché “he’d been listening to a voice in his head – one that was telling him all the ways he was morally right. It’s not only psychotics like Mr B who hear such voices. We all do. You can hear yours now. It’s reading this book to you, commenting here and there as it goes”. Questa voce che tutti abbiamo non è affidabile, è la voce narrante che non ha accesso diretto alla verità di chi siamo: “it feels as if that voice is us. But it’s not. ‘We’ are our neural models. Our narrator is just observing what’s happening in the controlled hallucination in our skulls – including our own behaviour – and explaining it”. Nessuno di noi sa rispondere alla domanda drammatica, però il nostro senso del sé, costruito da un narratore inaffidabile, ci porta a credere di essere pienamente in controllo di chi siamo e di cosa sappiamo. La nostra personalità è sfaccettata, e i personaggi migliori sono quelli che anche sulla carta si dimostrano “tridimensionali”. Storr fa l’esempio dei bambini che non riescono a comprendere ed accettare il fatto che alcune emozioni anche contrastanti possono prendere il sopravvento. Le fiabe a quanto pare servono proprio ad insegnare la capacità di dominare le proprie emozioni.

We all exist in different worlds. And whether that world feels friendly or hostile depends, in significant part, on what happened to us as children.

Il nostro retaggio culturale è fondamentale e determina quel che siamo ancora oggi, ci dice l’autore, e si riferisce proprio agli albori della nostra civiltà, che è poi la parte predominante della nostra esperienza: sulla Terra siamo stati per la gran parte del tempo organizzati in comunità – tribù di cacciatori e abbiamo ancora i cervelli dell’età della pietra. Le comunità erano costituite da circa 150 membri e si basavano su princìpi di cooperazione, i quali ci hanno permesso di sopravvivere in condizioni ben più difficili di quelle odierne. (Mia personale riflessione: questo da solo dovrebbe servire a dimostrare come sia non solo morale ma anche efficiente basare le interazioni umane sulla cooperazione piuttosto che sulla competizione. Solo negli ultimi secoli stiamo mettendo al centro la competizione tra noi, e abbiamo visto i risultati) Il bisogno di cooperare d’altra parte è affiancato dal bisogno di emergere sugli altri. Lo status ha un valore vitale ed è un’ossessione continua per l’essere umano. Lo star bene, la stima di sé e la salute fisica e mentale dipendono dallo status che ci viene accordato.

No matter  who we really are, to the hero-making brain we’re always poor Oliver Twist: virtuous and hungry, unfairly deprived of status, ourl bowls bravely offered out: ‘Please, sir, I want some more’.

Plots, endings and meaning

“Our goals give our lives order, momentum and logic. They provide our hallucination of reality with a centre of narrative gravity. Our perception organises itself around them”. Lo psicologo Brian Little attraverso le sue ricerche ha scoperto che abbiamo mediamente quindici progetti personali in corso contemporaneamente, tra scopi triviali e ossessioni incredibili. Il nostro sistema interno di ricompense inoltre non raggiunge il picco quando abbiamo raggiunto gli obiettivi ma prima, quando agiamo per raggiungerli. Le storie sono ilmodo che abbiamo per imparare a controllare il mondo intorno a noi. “Story is both tribal propaganda and the cure for tribal propaganda”. La grande narrativa inoltre indaga nel profondo l’animo e il comportamento umano. Una parola fondamentale è cambiamento, questo è l’ossessione dei cervelli, perché il controllo è la loro primaria missione.

Il potere delle storie

Gli scrittori creano un simulacro della coscienza umana. Quando leggiamo a volte siamo “trasportati” al punto che perdiamo il senso del tempo, ad esempio, su un treno o su un autobus possiamo perdere la nostra fermata. In quei frangenti le nostre credenze, attitudini e intenzioni sono influenzabili dalla storia che stiamo leggendo: “transportation changes people, and then it changes the world”. Infine, le storie ci legano tra noi, ci ricordano che non siamo soli e sono in un certo senso “magiche”.

We all inhabit foreign worlds. Each of us is ultimately alone in our black vault, wandering our singular neural realms, ‘seeing’ things differently, feeling different passions and hatreds and associations of memory as our attention grazes over them. We laugh at different things, are moved by different pieces of music and transported by different kinds of stories. All of us are in search of writers who somehow capture the distinct music made by the agonies in our heads. (…) what we often crave in art is the same connection with otheres we seek in friendship and love.

Story (…) at its best, it reminds us that, beneath our many differences, we remain beasts of one species.

The magic of story is its ability to connect mind with mind in a manner that’s unrivalled even by love. Story’s gift is the hope that we might not be quite so alone, in that dark bone vault, after all.