La rivoluzione della luna

la rivoluzione della luna

Andrea Camilleri è un maestro che già manca, se pensiamo che non essendo più tra noi non potrà scrivere altri libri. La mia “fortuna” è che ancora ne devo leggere tanti per completare la sua ricchissima produzione letteraria, e un po’ temo il giorno in cui non avrò più nulla di nuovo da leggere di suo, anche se devo dire che ho provato a rileggere qualcosa ed è un piacere anche riscoprirlo. Oltre il successo dei molti libri che vedono protagonista il commissario Montalbano, ormai famosissimo anche per merito delle trasposizioni che la Rai ha fatto delle sue storie, se possibile sono addirittura più belli i libri di ambientazione storica: per citarne solo un paio direi ad esempio Il birraio di Preston e La concessione del telefono.

La rivoluzione della luna è uno di questi, pubblicato nel 2013 e ambientato nella Sicilia dominata dagli spagnoli del Seicento. Questi romanzi sono scritti interamente in siciliano ed è una gran goduria leggerli anche per questo motivo. La vicenda che ha ispirato Camilleri ha come sempre un’origine reale, e lo spiega lui stesso nella nota finale: il Viceré don Angel de Guzmàn muore nel 1677 ma lascia scritto “nel suo testamento che voleva come successore la propria vedova, donna Eleonora di Mora”. Fu così che una donna governò la Sicilia anche se per un breve lasso di tempo, durante il quale “seppe meritarsi ampio rispetto per tutto quello che fece”. Abbassamento del prezzo del pane, creazione del Magistrato del Commercio che riuniva le settantadue maestranze palermitane, e poi diversi provvedimenti in favore delle donne furono gli atti del suo governo. Non mi soffermo oltre sulla trama perché è da scoprire e da vivere. Del resto si legge con la stessa tranquillità e scioltezza con cui si beve un bicchiere d’acqua quando non si è troppo assetati. La ricostruzione storica è accurata quanto beffarda, nella misura in cui “tutto era lecito allora, nel Seicento, a Palermo, fuorché ciò che era lecito”, come precisa Salvatore Silvano Nigro nella bandella. La caratterizzazione dei personaggi è altrettanto efficace anche se Camilleri come suo costume non induge mai in lunghe descrizioni: gli bastano davvero brevi accenni e dice molto più attraverso le loro intenzioni e le loro gesta, riuscendo a mettere su carta personalità complesse e perfettamente “reali”. Nello scrivere il romanzo si è preso numerose libertà, dice, rispetto alla storia reale, di cui effettivamente sussistono poche tracce, e ne svela solo due minori. Sta al lettore, immergendosi nel testo, immaginare quali aspetti potrebbero essere più verosimili, fermo restando che la storia della Sicilia ci insegna che a volte le trame che potrebbero sembrare le meno plausibili sono invece quelle reali.

Le pultrune dei sei Consiglieri erano assistimate tri a mano manca e tri a mano dritta del gran trono d’oro arrisirbato alle Sò Maistà i Re di Spagna che però non avivano avuto occasioni di posarici supra il loro agusto deretano datosi che mai nisciuno di loro si era dignato di calare nell’isola.

Queste sei righe nella prima pagina per mostrare, se mai fosse necessario, lo spirito e la magnificenza della scrittura del maestro. Sono innamorata dei libri di Camilleri dal primo che ho incontrato, ormai oltre venti anni fa grazie a mia madre che iniziò a comprare i libri di questo scrittore siciliano ancor prima che la versione televisiva dei suoi romanzi lo facesse conosccere al grande pubblico. [Errata corrige: mi fanno notare che mia mamma lesse Il ladro di merendine, perché glielo regalò mia zia su consiglio del libraio. E se ne innamorò (mia mamma di Camilleri non una delle due del libraio!) Grazie anche allo stress allora!] Uno dei miei grandi impegni è quello di leggere tutto, ma proprio tutto, quello che ha scritto, e per fortuna, mi ripeto, ancora questo compito è lontano dall’essere concluso. La potenza di uno scrittore, che ci ha lasciato da quasi due anni ormai, è tutta nell’eternità delle sue parole e delle sue storie. Grazie maestro.

Sei stato felice, Giovanni

ArpinoSinceramente non ricordavo più la felice intuizione che mi fece incontrare il primo romanzo di Giovanni Arpino, ma fidandomi di una vecchia versione di me e cercando di snellire una coda di lettura che è diventata a tratti imbarazzante, l’ho preso in mano e devo dire di aver fatto proprio bene. Sei stato felice, Giovanni è un esordio brillante, e leggere che è stato scritto a 23 anni in venti giorni suscita ammirazione oltre che ‘sana’ invidia, di quella che ti sprona a far meglio, non a denigrare l’altro – semmai questa forma del sentimento esiste. La storia è un passaggio, un salto verso l’età adulta e si legge piacevolmente. Le descrizioni sono vivide, il protagonista è una figura a tutto tondo, di certo non un eroe, ma una persona con le sue idiosincrasie, coi suoi vizi e le sue crudeltà. Per citare Lagioia, ripreso da Loredana Lipperini, “La letteratura è al contrario la rappresentazione dell’umano, cioè dell’impossibile, creature contraddittorie, ambigue, complicate, incoerenti, spaventate, generose, violente, scaraventate in paradossi etici, morse da dilemmi insolubili, rovinate o salvate a volte da un tiro di dadi”. 

L’incipit è veloce, “restituisce un clima da hard boiled school”, dice Gianni Mura nella postfazione. Genova è anche protagonista coi suoi carruggi; Giovanni si muove in un mondo che può sembrare antico rispetto ad oggi ma non è poi così distante da noi. Il ritmo narrativo alto, ci dice ancora Mura, è uno dei motivi di stupore per un esordio, così pieno invece di “felicità di pennellate estranee alle nature morte”. Infatti il libro parla tanto di felicità, tra le righe sembra chiedersi cosa possa essere, la risposta pare trovarsi in un pasto caldo, in una minima stabilità, nello stare bene. Negli attimi sospesi senza dover pensare al futuro. 

Alcuni dialoghi sono meravigliosi nel loro essere surreali, uno su tutti quello tra Giovanni e un cameriere che nella vita ha fatto solo quello, a quanto pare. L’amore è complicato nonostante, o forse perché, il protagonista si innamora facilmente. C’è una fase molto bella e sentimentale, per quanto burrascosa come tutto ciò che attraversa Giovanni. La storia è intrisa di tanti, tantissimi elementi:

Il romanzo è una favola in bianco e nero che anticipa di poco i vitelloni di Fellini: vi cadono dentro l’eco della guerra appena passata, la vita maleodorante del porto, i contrabbandieri e le prostitute, i trucchi per sopravvivere, la città vecchia, le sigarette e l’alcol, un vago sentimento da reduci la volontà di rimandare il proprio destino, gli amori irresponsabili della giovinezza e un misto di felicità e disperazione avventurosa e randagia che rende ogni giornata piena di un’esuberanza irripetibile, che non potrà più tornare. 

Ho la tentazione di definirlo un romanzo di anti-formazione, anche se non credo renda appieno ciò che vorrei dire, perché mi sembra riduttivo definirlo di formazione mentre non direi neanche che è il suo contrario.  Sicuramente è un romanzo d’avventura e l’aggettivo picaresco che gli si attribuisce coglie nel segno. Una lettura azzeccata nei tempi e un libro che occorre avere, e leggere.

The science of storytelling

Svegliarsi tutti i giorni

lavarsi i denti

guardarsi allo specchio

i lineamenti

E scoprire che sei proprio tu

la persona che ti ha fatto ridere di più

e scoprire che sei proprio tu

la persona che ti ha fatto piangere di più

un buon amico

lo stronzo che ti ha mentito

sì, sei proprio tu

La nostra pelle, Ex-Otago

science of storytellingThe science of storytelling è un libro prezioso e non solo per chi ama scrivere. Al centro del testo c’è il nostro essere visceralmente legati alle storie: “humans might be in the unique possession of the knowledge that our existence is essentially meaningless, but we carry on as if in ignorance of it (…) The cure for the horror is story”. Questo è confermato anche da recenti ricerche secondo cui il linguaggio si è sviluppato durante l’età della pietra per scambiare informazioni sociali (“in other words, we’d gossip”). Il ‘gossip’ è un comportamento umano universale, e infatti due terzi delle conversazioni riguardano argomenti ‘sociali’. A quattro anni i bambini già raccolgono le informazioni che ricevono dalla famiglia ed iniziano anche a raccontare di sé. Il testo attraversa il nostro essere erratici, sociali ed imperfetti. Seguo in parte l’andamento dei capitoli, tranne l’ultimo che è quello effettivamente in cui vi sono dei consigli pratici per costruire una storia. Will Storr comunque è un narratore eccezionale, ed è un piacere sia leggerlo che ascoltarlo. In attesa di leggere il libro, che consiglio a – letteralmente – chiunque, se volete un assaggio qui c’è un suo TedTalk (rigorosamente fuori da youtube). Il libro è disponibile anche in italiano. L’ho preso in inglese sia per motivi economici (costava la metà!) sia per mantenere l’allenamento con le letture in lingua come faccio periodicamente.

Il nostro cervello non è un calcolatore razionale ma un elaboratore di storie. Non solo, le storie che ci raccontiamo tendono a confermare la nostra visione del mondo:

if we’re psychologically healthy, our brain makes us feel as if we’re the moral heroes at the centre of the unfolding plots of our lives. Any ‘facts’ it comes across tend to be subordinate to that story. If these ‘facts’ flatter our heroic sense of ourselves, we’re likely to credulously accept them, no matter how smart we think we are. If they don’t, our minds will tend to find some crafty way of rejecting them.

È ovvio che noi crediamo di essere obiettivi, ma la realtà è che non conosciamo alcuna realtà oggettiva: noi facciamo esperienza di ciò che ci circonda plasmando una ‘realtà’ costruita dentro le nostre teste: un atto creativo del cervello narrativo. A volte ci svegliamo dopo un sogno che ci sembra terribilmente reale; questo accade perché i sogni sono costruiti con gli stessi modelli neurali in cui viviamo quando siamo svegli. Non sono i sogni ad essere realistici, è la nostra realtà che è costruita esattamente come i nostri sogni. Il nostro essere animali sociali ci permette di immedesimarci negli altri, e quest’abilità tipicamente umana si sviluppa intorno ai quattro anni, quando siamo pronti per le storie, per capire la logica narrativa. Allo stesso tempo però sovrastimiamo le nostre capacità, perché a quanto pare l’accuratezza nel comprendere pensieri ed emozioni di estranei è di appena il 20%. Non va meglio nei confronti di amici e affetti: contrariamente a quanto potremmo pensare, non si supera il 35%. Questo è alla base di molti drammi umani, ci dice Storr.

The flawed self

Ognuno di noi è imperfetto e i nostri difetti non solo fanno parte del nostro essere, ma influenzano la nostra esperienza del reale. “Our flaws (…) are not simply ideas about this and that which we can identify easily and choose to shrug off. They’re built right into our hallucinated models”.

The further you travel from those you admire, the more wrong people become until the only conclusion you’re left with is that entire tranches of the human population are stupid, evil or insane. Which leaves you, the single living human who’s right, about everything – the perfect point of light, clarity and genius who burns with godlike luminescence at the centre of the universe.

Questa allucinazione è funzionale perché ci permette di avere sotto controllo il mondo intorno a noi, di rendere l’ambiente circostante prevedibile. I primi anni di vita sono determinanti anche per il ruolo fondamentale del gioco, un ruolo che è importante in realtà nell’arco dell’intera vita degli esseri umani. Ci dice Storr che durante i primi sette anni di vita veniamo plasmati dalla cultura in cui viviamo a costruire i modelli che caratterizzeranno il nostro regno neurale. Egli distingue inoltre la cultura individualista della civiltà occidentale dlla cultura comunitaria tipica dell’estremo oriente. I miti e le storie che si tramandano dall’antica Grecia e dall’antica Cina sono profondamente diversi proprio rispetto a questi due caratteri fondamentali. Ad ogni modo, dopo aver messo le basi per i propri modelli neurali, tendiamo a difenderli per il resto della nostra vita: “when we encounter evidence that it might be wrong, because other people aren’t perceiving the world as we do, we can find it deeply disturbing. Rather than changing its models by acknowledging the perspectives of these people, our brains seek to deny them”. Ovviamente non difendiamo strenuamente ogni nostra posizione, ma in particolare quelle che formano la nostra identità, i nostri valori e che costituiscono la nostra “teoria del controllo”. La nostra percezione del sé dipende in buona misura dalla nostra memoria, ma ancora una volta, non dovremmo fidarci di essa, perché riscriviamo e a volte inventiamo il nostro passato. Il fatto che noi ci consideriamo gli eroi della nostra storia è normale e in realtà ci dà non solo benefici mentali ma anche fisici.

The dramatic question

Secondo Storr un segreto della narrazione è la domanda “Who is this person?”, “Who am I?” A questa domanda non è affatto semplice rispondere. Storr fa l’esempio di Citizen Kane (Quarto potere) che si definirebbe nobile d’animo ed altruista, perché “he’d been listening to a voice in his head – one that was telling him all the ways he was morally right. It’s not only psychotics like Mr B who hear such voices. We all do. You can hear yours now. It’s reading this book to you, commenting here and there as it goes”. Questa voce che tutti abbiamo non è affidabile, è la voce narrante che non ha accesso diretto alla verità di chi siamo: “it feels as if that voice is us. But it’s not. ‘We’ are our neural models. Our narrator is just observing what’s happening in the controlled hallucination in our skulls – including our own behaviour – and explaining it”. Nessuno di noi sa rispondere alla domanda drammatica, però il nostro senso del sé, costruito da un narratore inaffidabile, ci porta a credere di essere pienamente in controllo di chi siamo e di cosa sappiamo. La nostra personalità è sfaccettata, e i personaggi migliori sono quelli che anche sulla carta si dimostrano “tridimensionali”. Storr fa l’esempio dei bambini che non riescono a comprendere ed accettare il fatto che alcune emozioni anche contrastanti possono prendere il sopravvento. Le fiabe a quanto pare servono proprio ad insegnare la capacità di dominare le proprie emozioni.

We all exist in different worlds. And whether that world feels friendly or hostile depends, in significant part, on what happened to us as children.

Il nostro retaggio culturale è fondamentale e determina quel che siamo ancora oggi, ci dice l’autore, e si riferisce proprio agli albori della nostra civiltà, che è poi la parte predominante della nostra esperienza: sulla Terra siamo stati per la gran parte del tempo organizzati in comunità – tribù di cacciatori e abbiamo ancora i cervelli dell’età della pietra. Le comunità erano costituite da circa 150 membri e si basavano su princìpi di cooperazione, i quali ci hanno permesso di sopravvivere in condizioni ben più difficili di quelle odierne. (Mia personale riflessione: questo da solo dovrebbe servire a dimostrare come sia non solo morale ma anche efficiente basare le interazioni umane sulla cooperazione piuttosto che sulla competizione. Solo negli ultimi secoli stiamo mettendo al centro la competizione tra noi, e abbiamo visto i risultati) Il bisogno di cooperare d’altra parte è affiancato dal bisogno di emergere sugli altri. Lo status ha un valore vitale ed è un’ossessione continua per l’essere umano. Lo star bene, la stima di sé e la salute fisica e mentale dipendono dallo status che ci viene accordato.

No matter  who we really are, to the hero-making brain we’re always poor Oliver Twist: virtuous and hungry, unfairly deprived of status, ourl bowls bravely offered out: ‘Please, sir, I want some more’.

Plots, endings and meaning

“Our goals give our lives order, momentum and logic. They provide our hallucination of reality with a centre of narrative gravity. Our perception organises itself around them”. Lo psicologo Brian Little attraverso le sue ricerche ha scoperto che abbiamo mediamente quindici progetti personali in corso contemporaneamente, tra scopi triviali e ossessioni incredibili. Il nostro sistema interno di ricompense inoltre non raggiunge il picco quando abbiamo raggiunto gli obiettivi ma prima, quando agiamo per raggiungerli. Le storie sono ilmodo che abbiamo per imparare a controllare il mondo intorno a noi. “Story is both tribal propaganda and the cure for tribal propaganda”. La grande narrativa inoltre indaga nel profondo l’animo e il comportamento umano. Una parola fondamentale è cambiamento, questo è l’ossessione dei cervelli, perché il controllo è la loro primaria missione.

Il potere delle storie

Gli scrittori creano un simulacro della coscienza umana. Quando leggiamo a volte siamo “trasportati” al punto che perdiamo il senso del tempo, ad esempio, su un treno o su un autobus possiamo perdere la nostra fermata. In quei frangenti le nostre credenze, attitudini e intenzioni sono influenzabili dalla storia che stiamo leggendo: “transportation changes people, and then it changes the world”. Infine, le storie ci legano tra noi, ci ricordano che non siamo soli e sono in un certo senso “magiche”.

We all inhabit foreign worlds. Each of us is ultimately alone in our black vault, wandering our singular neural realms, ‘seeing’ things differently, feeling different passions and hatreds and associations of memory as our attention grazes over them. We laugh at different things, are moved by different pieces of music and transported by different kinds of stories. All of us are in search of writers who somehow capture the distinct music made by the agonies in our heads. (…) what we often crave in art is the same connection with otheres we seek in friendship and love.

Story (…) at its best, it reminds us that, beneath our many differences, we remain beasts of one species.

The magic of story is its ability to connect mind with mind in a manner that’s unrivalled even by love. Story’s gift is the hope that we might not be quite so alone, in that dark bone vault, after all.

Magia nera

Elena non crede che chi li porta al mercatino abbia bisogno di soldi, quanto piuttosto di spazio. Anche mentale: ci sono cose che si portano dietro pezzi di vta, e liberandosene si cancellano anche quelli, che forse premono troppo forte, forse fanno troppo male per andare avanti.

Magia nera

Magia nera – per trovare l’immagine di copertina del libro in rete ho dovuto spulciare in mezzo a parecchie immagini di libri di magia nera!

Di cosa è fatto, poi, il tempo?

Con un po’ di ritardo sulla tabella di marcia finalmente ho preso in mano Magia nera di Loredana Lipperini, una persona, prima che una scrittrice, che ho particolarmente a cuore. Il libro ha avuto un bel viaggiare dalla Gran Bretagna dove è stato preso come regalo e fatto autografare fino allaphoto6012547812165792648 sua attuale collocazione, la libreria di casa mia e le mie mani. Non posso dire di averlo divorato, non è un libro che almeno io possa leggere d’un fiato: dopo il primo racconto mi sono dovuta fermare a respirare. Ho lasciato decantare, ché l’impatto è stato notevole, e poi ho proseguito. Sono storie di donne, storie varie, di non netta collocazione di genere, mentre noi siamo “animali che vivono di tassonomie” come dice Vera Gheno in questa intervista che leggevo poco prima di mettermi a scrivere. Loredana Lipperini le colloca comunque nell’ampio genere del fantastico, “perché scelgono di percorrere la strada obbligata del realismo. Eppure al tempo stesso parlano di realtà”. Dodici racconti, dodici donne “come potreste incontrarne ogni giorno”, ci dice ancora Lipperini.

I roghi non illuminano le tenebre.

Quando si tratta di racconti, come in questo caso, non c’è solo il testo nella sua interezza ma anche i singoli racconti, per cui mi sento di dire che il primo, Tu stessa, per inseguirlo, l’ho trovato il più potente, mentre quello che più mi ha incantata è Who is that girl? Una storia per Carlotta. Ci sono racconti che mi hanno colpito di più, altri di meno, ma nel complesso il libro mi è piaciuto molto; una parola che mi è venuta in mente durante la lettura è vividezza. E poi ho incontrato Lovecraft e Stephen King nel corso della lettura, direttamente o meno, per citarne due, e questo è sicuramente un bene. Non so quanto  ci sia di autobiografico in realtà, riconosco gatti e altri dettagli disseminati rispetto a quel che presumo di conoscere, ma ho trovato molta Loredana nelle storie, nel tratto, nell’atmosfera. Inoltre ha stuzzicato la mia fame di scrittura, e quanto è bello un libro quando ti fa venire voglia di cimentarti nella magica arte di mettere insieme parole? Abracadabra!

Bella non avrebbe mai incontrato le parole senza scopo, quelle che dormono per anni nel fondo e un giorno, senza motivo, salgono in superficie come bolle luminose perché è arrivato il momento straordinario in cui si possono usare.

La miscela segreta di casa Olivares

Allora pensavo che la felicità fosse nell’oblio. Ma è nel ricordo la salvezza: me ne accorgo oggi, quando la memoria mi restituisce brandelli di un passato fiabesco.

Felici coincidenze, quando ad agosto trovi in ufficio qualcuno che ti affianca sul lavoro e non solo, regalando pure preziosi consigli di lettura. È così che mi è stato raccontato di Giuseppina Torregrossa. Incuriosita dalla trama de La

miscela segreta casa Olivares

miscela segreta di casa Olivares, mentre sono a Palermo mi metto sulle tracce del romanzo, con anche la voglia di leggere qualcosa che mi racconti della città, e ovviamente trovo tutti tranne questo. Dopo i primi tentativi a vuoto col decisivo supporto della Spongee si trova e così lo metto in lettura appena finito Fisher. Come mi era stato detto, l’autrice racconta in maniera suggestiva Palermo prima, durante e dopo la Seconda guerra mondiale e sembra quasi di sentirne i rumori e percepirne gli odori. La storia del romanzo ruota attorno ad una famiglia che gestisce una torrefazione, ma racconta anche della vita a tutto tondo, della crescita e delle donne in particolare, ma non solo, con uno sguardo delicato e al tempo stesso deciso.

La morte è cosa di femmine, come la vita del resto.

La protagonista, oltre il caffè che pervade con il suo aroma tutto il testo, e manca davvero nelle pagine che raccontano le carenze dovute alla guerra, è Genziana (a casa Olivares tutte le donne hanno nomi di fiori, e questo è già una delizia per me) e si cresce insieme a lei con un’incredibile determinazione, tra sofferenze, ricordi e prese di coscienza. L’autrice ha un’incredibile capacità di descrivere anche gli oggetti e le cose inanimate dandogli quasi vita, e questo emerge sin dalle prime pagine, quando leggo incuriosita di Orlando senza rendermi conto subito di chi stia parlando. Sono abbastanza sicura che mi dedicherò a leggere gli altri suoi libri in tempi brevi.

Quanta forza ci vuole per diventare una donna.

Sullo sfondo, ma per nulla in secondo piano, una Palermo ferita, anzi lacerata, sventrata dalla guerra e non rimessa in piedi come avrebbe meritato e che avrebbe avuto bisogno forse di un moto d’orgoglio in più. Il riferimento alla Cassa del Mezzogiorno come progetto di riscatto del Sud, “perché nessuno sarà più costretto a lasciare la Sicilia“, col senno di poi è una bruciante sconfitta, fa male. E però non dev’essere definitiva, perché l’amore per la propria terra deve dare forza per il riscatto, altrimenti non è nulla.

The drop – Chi è senza colpa

Dennis Lehane è una garanzia. Quando avrò guardato anche Gone baby gone e letto L’isola della paura (mea culpa, del primo ho letto solo il libro, del secondo ho visto solo il film), dovrò aspettare nuove uscite e lo farò in trepidante attesa.

the drop

Ho colmato le ultime (quasi!) lacune leggendo Chi è senza colpa (The Drop) e guardando il film, che al contrario del solito è precedente al libro:  infatti la pellicola è basata sul racconto breve Animal rescue e il romanzo invece segue la sceneggiatura scritta dallo stesso Lehane per l’adattamento cinematografico del primo. Il romanzo stesso non è molto lungo e si legge d’un fiato come in genere capita coi suoi libri. L’atmosfera noir è perfetta e l’ambientazione ci introduce subito nel mondo sotterraneo in cui malaffare e criminalità organizzata regnano. Protagonista è il poliedrico Tom Hardy (Bob), che personalmente amo dalla sua interpretazione di Alfie Solomon in Peaky Blinders (un giorno dovrò trovare le parole per questa serie) accompagnato da un ottimo James Gandolfini nella sua ultima, purtroppo, apparizione sulla scena. Quest’ultimo è Marv, non più proprietario del bar in cui col cugino Bob lavora, scalzato dalla mafia cecena da cui suo malgrado ormai dipende. Il bar in sé è uno dei tanti “parcheggi” (“drop”) dei soldi sporchi, designati di volta in volta dai capi per non essere scoperti. Una rapina che non si doveva fare al Cousin Marv’s dà innesco alla vicenda, insieme al ritrovamento di un cucciolo maltrattato di pitbull  da parte di Bob; Bob che è taciturno, va sempre in chiesa ma non prende mai la comunione e apparentemente ha un carattere mite e accomodante, rasentando un’educazione di altri tempi.

“Una volta” disse “quando doveva telefonare in pubblico, la gente entrava in uan cabina e si chiudeva dietro la porta. O parlava sottovoce. Adesso, invece? La gente parla, che ne so, dei suoi movimenti di pancia in diretta, mentre li sta avendo in un bagno pubblico. Non capisco”. (…) “Nessuno” disse Bob “ha più rispetto per la riservatezza. Ognuno vuole raccontarti ogni singola cazzata che gli succede. Scusami, mi dispiace. Non avrei dovuto dire quella parola davanti a una signora”.

Il titolo italiano allude all’assenza di innocenza di praticamente tutti i personaggi – eccetto il cane che in qualche modo rappresenta l’espiazione di Bob – e la storia ci conduce inesorabile verso questa rassegnata conclusione. L’esplorazione dell’animo umano fin dentro le sue oscurità è compiuta come al solito magistralmente. Nel film non c’è traccia di ostentazione e scene forzate, ma una angosciante banalità del male e silenzi che valgono più di mille scene d’azione e cruente. Leggere il libro e guardare il film sono un ottimo investimento di tempo. Ancora una volta Lehane è maestro del genere, nella doppia veste questa volta di sceneggiatore e scrittore.

La fame

Questo libro è un fallimento. Prima di tutto, perché ogni libro lo è. Ma soprattutto perché un’esplorazione del maggior fallimento vissuto dal genere umano non poteva che fallire.

la fame

Scrivere una recensione del libro La fame non è semplice, forse la cosa migliore da fare sarebbe dire “leggetelo!” e chiuderla lì. Però il testo è così denso e importante che non sarebbe giusto farlo passare, scivolare via come se fosse un libro qualunque. Non lo è. Dovrebbe essere una lettura fondamentale per chiunque creda che viviamo nel migliore dei mondi possibili, per chiunque creda che forse non è così, ma non ci possiamo fare niente, e per chiunque sa o intuisce già che il sistema così com’è non va bene e che occorre fare qualcosa. Il libro non dà facili soluzioni, però risponde in maniera più che esaustiva a tutti i profeti del TINA, ai cultori del capitalismo, alla chiusura mentale che non ci possiamo permettere. È un pugno allo stomaco, doloroso ma comunque apprezzabile, seppure non si possa dire che sia bello per ciò che racconta. Centotrentaquattro (134) volte ho sottolineato una o più frasi, per cui la mia abitudine di attingere a piene mani dalle citazioni deve darsi una ridimensionata, o rischio di scrivere un altro libro. Selezionarle è stato impegnativo, ci ho messo tanto tempo anche solo a rileggerle. Ne ho scelte circa venticinque alla fine.
Il libro è scevro da facili pietismi, è chiaro e determinato sulla beneficenza e sulla seppur meritoria opera delle tante ONG che sono solo gocce nel mare: “Gli alimenti che vengono concessi come aiuti rappresentano lo 0,015 per cento di quelli che il mondo consuma: un grande progresso sulla via verso il niente”.

Per scrivere questo libro Caparròs è stato in Niger, India, Bangladesh, Stati Uniti, Kenya, Argentina, Sud Sudan, Madagascar, Spagna.

Aisha, che mi diceva quanto sarebbe stata diversa la sua vita con due vacche. Se proprio devo spiegarlo – non so se devo spiegarlo – : niente mi ha colpito di più di capire come la povertà più crudele, la più estrema, sia quella che ti ruba anche la possibilità di pensarti diverso. Quella che ti lascia senza prospettive, senza neanche desideri: condannato per sempre alla stessa situazione inevitabile.

(…) Questa miseria che consiste anche nel non credere né aver imparato né sospettare che esistono altre vite e che le altre vite non sono sempre soltanto degli altri. Non è solo un restringimento delle frontiere materiali; anche di quelle mentali, la riduzione dell’orizzonte di ciò che è possibile immaginare (…) Il futuro è il lusso di coloro che si nutrono.

“Come cazzo riusciamo a vivere sapendo che succedono queste cose?” è un mantra che si ripete, quando si raccolgono le voci, i luoghi comuni, rassegnati. “Ma la fame non esiste al di fuori delle persone che la patiscono. L’argomento non è la fame; sono quelle persone”. Mentre la carestia si spiega facilmente, ha carattere episodico ed eccezionale, la malnutrizione è più diffusa e rappresenta la banalità del male.

La pericolosità delle malattie è sempre stata, in qualche misura, una questione di classe. È sempre stato così, ma mai come adesso: con i progressi della medicina e dell’industria farmaceutica, avere o non avere denaro è la condizione più importante per sapere se si guarirà o non si guarirà.

Raccontando il Niger, la sua situazione particolare, Caparròs riflette su quanto sia facile cadere nel cliché “(…) ho impiegato del tempo per accorgermi di essermi arreso a una certa ideologia. Non c’è una fame strutturale, inevitabile. Ci sono sempre cause, ragioni, decisioni”. Nel 1970 c’erano 90 milioni di denutriti in Africa, nel 2010 erano più di 400 milioni, quindi qualcosa dev’essere andato storto. Diverse volte l’autore ripete che non c’è niente di fatalistico o immutabile nell’assetto socioeconomico globale e mi sembra un primo punto fermo tanto necessario quanto poco considerato.

Per pigrizia, ignoranza o chissà quale altra grande virtù siamo soliti pensare che la storia del mondo potesse essere soltanto così come è stata. È l’arma più efficace di chi preferisce farci accettare il mondo così come è: ciò che è stato è ciò che doveva essere – e ciò che è, è anche ciò che deve essere o, al limite: l’unica possibilità.

Sembra una sciocchezza, ma il mito più forte in quest’epoca di cambiamenti incessanti è che non ci sono cambiamenti possibili nell’essenziale, nell’ordine che ordina le nostre vite.

La presunta naturalità del capitalismo è strettamente collegata alla presunta naturalità dell’istituto della proprietà privata:

(…) non c’è maggior successo ideologico del rispetto della proprietà privata. La base miracolosa di tutto l’edificio. Il fatto sorprendente che, in genere, i padroni non hanno bisogno di usare la violenza per impedire a qualcuno di prendersi quello che gli serve quando se lo vede sotto il naso.

Il capitalismo e il suo concetto di proprietà privata si presentano come la forma naturale. E, pertanto, accettarlo è realistico. Ci sono risposte e sono, ovviamente, politiche: stabilire che accettarlo è una scelta. Non accettarlo è un’altra, opposta; non garantisce il cambiamento: soltanto che uno vorrebbe che cambiasse.

Pertanto, senza possibilità di esagerazioni: questo è il mondo che il capitalismo e la democrazia americani hanno creato. La povertà e la fame di tutti quei milioni di persone sono il risultato di questo mondo – non un errore di questo mondo. Il fatto che – quando non pensiamo – pensiamo il contrario è uno dei suoi grandi successi. E tutta la sua strategia consiste nel considerarlo un errore passeggero e correggibile.

Gli aiuti umanitari, nel migliore dei casi, sono un tentativo, con le migliori intenzioni, di correggere certi errori ed eccessi del sistema: di sostenerlo. Anche se – come tutto – ammettono descrizioni diverse.

Ed è facile il passaggio da “La fame, il più grande problema risolvibile del mondo” a “Il capitalismo, il più grande problema risolvibile del mondo”. Sulla proprietà privata cita anche Oscar Wilde: “Ricorrere alla proprietà privata per alleviare i terribili mali che derivano dall’istituzione della proprietà privata medesima è un atto, oltre che ingiusto, profondamente immorale”. Ed effettivamente succede proprio questo:

c’è una strana logica nel dover ringraziare i grandi capitalisti che per secoli si sono appropriati del prodotto del lavoro di milioni di persone perché adesso sono gli unici che possono investire un po’ di soldi per continuare ad appropriarsene. (…) Di nuovo: si vantano di creare posti di lavoro come se questo li trasformasse in benefattori dell’umanità – o almeno di quel pezzetto di umanità che lavora nei loro campi. Di nuovo, ancora: il plusvalore. Se impiegano gente è perché possono prendersi una parte importante del valore prodotto dal lavoro di quella gente; se impiegano quella gente – gli abitanti di quel determinato luogo – è perché possono pagarli infinitamente meno rispetto a quanto gli costerebbe nei loro luoghi di origine. Ma ritengono – e non sono gli unici – che i loro operai dovrebbero ringraziarli perché li sfruttano.

Che esistano paesi come il Bangladesh, che esistano milioni di operai che lavorano per 40 dollari al mese è la condizione necessaria per l’ordine mondiale: non soltanto perché producono merce economica che miliardi di persone consumano, ma anche perché dànno un determinato aspetto alla mappa dell’industria – che passa dai paesi più prosperi, dove nessuno lavorerebbe per quelle cifre, a questi dove invece sì. “Dobbiamo delocalizzare un certo tipo di produzione nei paesi in cui avremo una maggiore redditività, così potremo mantenere un alto livello di guadagno che ci permetterà di investire nella ricerca e nelle innovazioni” dichiarava al New York Times un grande imprenditore americano. Un’altra funzione del progresso tecnico: giustificare il più violento capitalismo. Se non fabbricassimo questo con lavoratori supersfruttati, non guadagneremmo a sufficienza per continuare a “innovare”, dicono, e fanno una faccia seria, capitani del domani trasformato in mercato.

Nel libro c’è spazio anche per la bioingegneria e gli OGM, che non vengono criticati in quanto tali ma sempre nell’ottica del loro utilizzo capitalistico:

La proprietà privata della riproduzione è una grande invenzione contemporanea. È un’espressione brutale dell’idea di proprietà: non su un capo, non sul prodotto di quel campo, ma su un modello naturale – il seme – che soltanto il “padrone” ha il diritto di produrre: la proprietà intellettuale della natura. Tutto il processo è una sintesi del modo in cui funziona il capitalismo: gli scienziati raggiungono un progresso tecnologico che può giovare a milioni di persone. Ma lavorano per un’azienda privata, quindi la compagnia tiene per sé i risultati. E, dietro di loro, gli Stati hanno la funzione di garantire che le aziende riscuotano: con le leggi sui brevetti si assicurano che tutti li paghino. In questo schema il progresso tecnologico non è un tentativo di migliorare la vita ma di fare in modo che alcuni accumulino più ricchezza.

Il racconto è potente perché lo è l’argomento, ma la prosa ha una sua parte notevole ed è decisamente all’altezza e per rendere l’idea inserisco uno dei passi che considero particolarmente successivi ancorché terribilmente reali:

I sacchetti neri che volano sulla campagna. I sacchetti di plastica nera che volano sulla campagna. I sacchetti di plastica nera del mercato che svolazzano in tutti gli angoli del Niger, dispersi dalla modernità, residui della modernità che qui arriva soltanto quando diventa un residuo.

L’analisi del capitalismo e della proprietà privata sono in qualche modo impeccabili. L’unica nota che mi sento di dover fare è quando contrappone i poveri dei paesi ricchi ai poveri degli altri paesi affermando inoltre che manca ormai la base economica comune su cui si fondava il “proletari del mondo unitevi”. In realtà non è così perché ancora oggi ciò che accomuna i lavoratori di tutto il mondo, ancor più che in passato, è la mancanza della proprietà dei mezzi di produzione, accentrata nel capitale in maniera se possibile più pervasiva rispetto ai tempi in cui scrivevano Marx ed Engels.

Quello che c’è di fondamentale nel libro è la spietata analisi del perché ancora oggi sia drammaticamente attuale il tema della fame nel mondo. In realtà non è che manchi cibo, perché ce n’è in sovrabbondanza. Tra l’altro c’è da notare un “dettaglio” che potrebbe stupire:

Il consumo mondiale di alimenti sembra molto variegato, ma tre quarti del cibo consumato nel pianeta è costituito da riso, grano o mais; da solo il riso costituisce metà del cibo mondiale. Dico: metà di tutto il cibo che noi sette miliardi di umani mangiamo ogni giorno è costituito dal riso.

Il consumo di carne invece, è molto ineguale. “Mangiare carne è uno sfoggio bestiale di potere”. A noi sembra normale consumare carne anche quotidianamente, ma non molto tempo fa era un lusso per pochi, ed in realtà per buona parte della popolazione mondiale è ancora così. Non solo, potrebbe tornare ad esserlo per tutti. Al più i cinesi con il loro incredibile miglioramento contribuiscono ad aumentare in maniera significativa il consumo di carne oltre l’Occidente. E sui cinesi c’è un discorso più ampio da fare., perché ancora oggi un miliardo e quattrocento milioni di persone vivono in povertà estrema.

E, di fronte a loro, la frase più classica del liberalismo trionfante sul suo miglior mezzo di informazione, The economist: “nonostante due secoli di crescita economica, oltre un miliardo di persone vivono in povertà estrema”. Dove l’accento è sul “nonostante”: per insistere sul fatto che l’economia degli ultimi due secoli non è la causa di quella povertà estrema”.

Eppure ci sono gli sforzi della comunità internazionale, di tantissime organizzazioni che si impegnano meritoriamente. Nel 2010 erano in povertà estrema 1,9 miliardi di persone. Ora dicono che sono 1,2 anche se secondo la Banca mondiale sono 1,4. Ad ogni modo nell’ipotesi migliore si parla di

(…) 700 milioni di persone in meno. In quel periodo, circa 600 milioni di cinesi sono usciti dalla soglia della povertà estrema grazie allo sviluppo economico del loro paese. Cioè: una grande maggioranza della popolazione che è uscita dalla povertà estrema in questi vent’anni sono i cinesi che grazie allo sviluppo economico del loro paese si sono integrati in un sistema sempre più diseguale ma molto più ricco. Cioè: quasi tutta la riduzione della povertà è avvenuta nel Paese in cui gli organismi internazionali non hanno avuto la minima influenza, dove non gli è stato permesso di attuare le loro politiche. Il che non impedisce a quegli organismi di vantarsi comunque dei loro risultati: la riduzione della povertà estrema.

Nel frattempo la fame rappresenta sempre il rischio maggiore per gli abitanti dell’Altro Mondo, come lo chiama Caparròs, perché uccide ogni giorno più persone di AIDS, malaria e tubercolosi messi insieme. Tutto questo mentre l’aspettativa di vita cresce, sì, ma solo se nasci nella parte “giusta” del mondo.

Sarebbe semplice sentenziare che chi ha fame è perché è povero, ma si tratta di “pura mistificazione retorica”:

povertà e fame non hanno una relazione causa-effetto; in realtà condividono la stessa causa. Sono forme della stessa privazione, dello stesso esproprio. La principale causa della fame nel mondo è la ricchezza: il fatto che una minoranza si prenda ciò di cui molti hanno bisogno, compreso il cibo.

Non è sufficiente come spiegazione neanche la corruzione dilagante di molti paesi, perché “quello che rubano non è niente in confronto a quello che perdono i loro paesi e i loro cittadini a causa dell’ordine internazionale in cui sono integrati da un secolo e mezzo”. Ma anche dividere la colpa tra il sistema e la corruzione dei governanti non risolve l’equazione: “entrambe le cose sono vere – e questo rende meno vera ognuna di queste se la si enuncia come ragione unica. Ed entrambe aggirano il problema della proprietà privata e della distribuzione della ricchezza, quelle minuzie”.

Anche senza fare nulla di particolare, abbiamo la nostra parte di colpa perché come abbiamo detto la fame non deriva dalla povertà ma dalla ricchezza. Quando diciamo che siamo complici si potrebbe fare l’errore di pensare che ad esempio il nostro essere grassi è cibo rubato agli affamati, ma non è vero neanche questo: “al contrario è vero che le stesse industrie che ci riempiono di spazzatura controllano i mercati e si accaparrano i cibi di cui potrebbero nutrirsi quelli che non mangiano. I grassi e gli affamati sono vittime – diverse – della stessa cosa. Chiamiamola disuguaglianza, capitalismo, la vergogna“.

(A volte non mi sembra sorprendente che adesso, ogni giorno, lasciamo che tanta gente muoia di fame: che non ci importi, che sappiamo guardare così bene da un’altra parte. Siamo, in ultima analisi, gli stessi che eravamo settant’anni fa, gli stessi che lo fecero già settant’anni fa, quando c’erano Hitler e Stalin e Roosevelt e i campi e le bombe).

Adesso dare da mangiare agli affamati dipende soltanto dalla volontà. Se c’è gente che non mangia a sufficienza – se c’è gente che si ammala di fame, che muore di fame – è perché chi ha il cibo non vuole darlo a quella gente: noi che abbiamo il cibo non vogliamo darlo a quella gente. Il mondo produce più cibo di quanto ne occorra ai suoi abitanti; tutti sappiamo chi non ne ha a sufficienza; mandare a quelle persone ciò di cui hanno bisogno può essere una questione di ore. Questo è ciò che rende la fame attuale, in qualche modo, più brutale, più orribile rispetto a quella di cento o mille anni fa. O, per lo meno, molto più eloquente su ciò che siamo.

Il denaro della nostra prosperità è denaro molto insanguinato. Non è piacevole riconoscere che a pagare è la fame di milioni di persone. Non dovrebbe risultare così comodo, così facile, così economico.

Caparròs è netto nei giudizi anche sulle religioni, ha parole definitive su Madre Teresa e anche su Amartya Sen (“non mette in discussione l’idea di proprietà”), ci ricorda che l’urbanizzazione crescente non è solo belle città ma soprattutto immense baraccopoli, critica il nazionalismo, arma spuntata del capitale per dividere il “nemico”: “la nazionalità è una riduzione dell’umanità: la legittimazione di un certo egoismo”. Critica la retorica del 99% che prendeva piede negli anni in cui scriveva il libro e anche quella degli indignados. La prima “mette in discussione il tema della ricchezza estrema – ma non il tema della ricchezza, della proprietà, delle forme di appropriazione della ricchezza”. La seconda sembra una posa: “mi sembra un sentimento elegante, controllato, di chi ha a disposizione alternative: ah, ma questo m’indigna, mio caro”.

Mi sembra chiaro che potrei continuare a riprendere citazioni, ma il post è già lunghissimo e poi, se non l’avete capito, dovete leggerlo questo libro! Chiudo con una citazione che mi sembra possa andare bene come conclusione:

Per me invece si tratta di ideologia: sapere come si fa per non avere più poveri del mondo – non per dargli qualche briciola in più, le briciole sufficienti. E questa è un’ideologia, senza alcun dubbio. Per questo l’enorme campagna di discredito delle ideologie: perché per ottenere cambiamenti bisogna volerli, avere idee – un'”ideologia”. Tra le altre cose, perché l’unico motivo per il quale c’è la fame in un mondo che produce abbastanza cibo è un’altra ideologia. Quella che dice di non esserlo, che si presenta come la natura stessa: quella che sostiene che il mio è mio – e il tuo poi vedremo. Per un ragazzo degli anni Sessanta – per un adulto degli anni Dieci – è strano che tanti credano che sia quella l’unica opzione. Anche se lo fosse converrebbe pensare di no, per metterla alla prova. Il problema è che viviamo un tempo senza futuro. (O, peggio: dove il futuro è una minaccia).

Spettri della mia vita

spettridellamiavitaI ain’t living with the ghost

No future living in the past

I’ve seen what hate has done to hope

Tomorrow wasn’t built to last

I ain’t living with the ghost

How can I scream, I’m scared to breathe

 

I traded hurting for healing

I must admit that I was reeling

Now I’m feeling just fine

Traded nightmares for dreaming

Go tell your shadows that I got out alive

Living with the ghost – Bon Jovi

Spettri della mia vita è una raccolta di brevi saggi, pubblicati sul blog K-punk o altrove, che attraverso l’analisi di musica, film e romanzi traccia una serie di riflessioni su depressione, hauntologia e futuri perduti – per citare il sottotitolo.

Il concetto di hauntologia, coniato da Derrida, in francese hantologie, in inglese hauntology, si riferisce ad un senso di malinconia per il futuro e si riallaccia al concetto di “futuri perduti”.

L’ipotesi di questo libro è che la cultura del ventunesimo secolo sia caratterizzata dallo stesso anacronismo e dalla stessa inerzia che affliggono Sapphire e Steel nella loro missione finale. Ma che tale stasi sia stata sotterrata, sepolta sotto una superficiale frenesia di “novità”, di movimento perpetuo. Lo “scompaginamento del tempo”, l’assemblaggio di ere precedenti, ha ormai cessato di meritare qualsiasi commento: oggi è talmente diffuso da non essere neppure notato.

Fisher si rifà alla tesi di Bifo secondo cui il futuro, inteso non come semplice direzione del tempo, è stato cancellato tra gli anni Settanta e Ottanta.

La prima tentazione sarebbe quella d’inquadrare il discorso in una narrazione stancamente familiare: la questione del vecchio che non riesce a venire a patti con il nuovo, e che sostiene che le cose andavano meglio prima. Eppure è precisamente tale quadro – e la sua presunzione che i giovani siano automaticamente all’avanguardia nel cambiamento culturale – a risultare oggi obsoleto.

Mentre il futuro veniva cancellato non è vero che non succedeva niente. Anzi, “questi trent’anni sono stati un periodo di massiccio e traumatico cambiamento”. In Gran Bretagna in particolare già prima col thatcherismo e in generale, le tesi della fine della storia sono state ben smentite dalla realtà.

Eppure, e forse proprio a causa di ciò, proviamo la crescente sensazione che la cultura abbia perso la capacità di cogliere e articolare il presente. O forse, in un particolare senso molto importante, sentiamo che ormai non esiste più nessun presente da cogliere e articolare.

Ma quali sono i futuri perduti? Devo nuovamente procedere con una citazione diretta del testo:

Forse qui è utile ricordare a noi stessi che la socialdemocrazia è diventata soltanto a posteriori una totalità risolta: all’epoca era una costruzione di compromesso, che la gente di sinistra vedeva come una testa di ponte provvisoria a partire da cui sarebbe stato possibile conseguire ulteriori vittorie. Ciò che dovrebbe ossessionarci non è il non più della socialdemocrazia reale, ma il non ancora dei vari futuri che il modernismo popolare ci ha preparato ad attendere e che non si è materializzato. Quegli spettri, gli spettri dei futuri perduti, mettono sotto accusa la nostalgia formale del mondo del realismo capitalista.

Emerge anche il tema della memoria, evidentemente correlato alla temporalità perduta. Le ansie aventi per oggetto la memoria, ci dice Fisher, appaiono costantemente nel tardo capitalismo perché l’insicurezza di vita, l’instabilità economica, “la rapida successione d’immagini effimere” portano tutte “alla rottura di ogni senso coerente di temporalità”.

Sono interessanti pure le riflessioni sull’erosione dello spazio pubblico che si intrecciano con la definizione di nomadalgia: “il senso di disagio provocato da questi ambienti anonimi, più o meno uguali in tutto il mondo: il mal di mare causato dal movimento attraverso spazi che potrebbero trovarsi dappertutto”. Lo spazio pubblico è stato sostituito da un cosiddetto “terzo spazio” che è rappresentato ad esempio dalle caffetterie in franchising. Credo sia abbastanza comune la sensazione di spaesamento che si prova entrando in quei luoghi fotocopia, che sembrano divorare tutto ciò che c’è all’esterno attraverso il loro angosciante essere ovunque uguali.

Come è accaduto già leggendo Realismo capitalista, alcuni tratti con cui viene affrescata la società capitalistica contemporanea sono illuminanti:

(…) un’epoca in cui i confini tra lavoro e non lavoro sono stati erosi – dalla richiesta di essere costantemente operativi (ad esempio per rispondere alle e-mail a qualunque ora del giorno) e di non perdere mai occasione di marketizzare la nostra soggettività. In un certo senso (assolutamente non banale), far festa oggi è un lavoro. Immagini di eccesso edonistico forniscono la maggior parte del contenuto di Facebook, caricate da utilizzatori che sono in effetti lavoratori non pagati, i quali s’incaricano di produrre valore per il sito senza ricevere alcun denaro in cambio. Far festa è un lavoro anche in un altro senso: in condizioni di oggettivo impoverimento e crisi economica, la compensazione del deficit affettivo viene appaltata a noi.

(…)

Oggi la jet society non è più un privilegio dell’élite, quanto piuttosto la vertiginosa mondanità di una forza di lavoro globale permanentemente espropriata. Ogni città è diventata la “città turistica” (…) perché oggi ciascuno di noi è turista in patria, sia nel senso di essere in perenne movimento che di avere il mondo a portata di dita attraverso la rete.

Fisher ha parole dedicate per la società inglese, che conosce da vicino. Parlando delle opere di Keiller, dice che “l’economia britannica non era affatto in “declino”. Il potere oppressivo e profondamente antiegualitario che la caratterizzava derivava proprio dalla sua forza economica. E poi, sul passaggio di potere al New Labour: “Il 1997 ha infine assistito al cambiamento atteso così a lungo, che però non si è rivelato affatto tale. Invece di mettere fine alla cultura neoliberale che Keiller aveva sezionato, il governo di Tony Blair l’avrebbe rafforzata”. Sempre nello stesso brano Fisher analizza il salto di qualità dell’ecologismo che da “interesse marginale” diventa argomento imprescindibile per chiunque, in buona fede o meno: “oggi qualunque azienda, per quanto dedita allo sfruttamento, vuole presentare se stessa come verde”.

Con l’opposizione tra capitale ed ecologia, ci troviamo di fronte quelle che sono in effetti due totalità. Keiller mostra che il capitalismo – almeno in linea di principio – satura qualsiasi cosa (specialmente in Inghilterra, un paese claustrofobico che molto tempo fa ha recintato la maggior parte dei suoi terreni comunitari, perché non esiste paesaggio al di fuori della politica): nulla resiste spontaneamente alla spinta alla mercificazione del capitale, di certo non all’interno del “mondo naturale”. (…) Eppure il capitale, visto dalla prospettiva altrettanto disumana di un’ecologia radicale, nonostante sia capace di distruggere l’ambiente umano e anche grandi porzioni del mondo non-umano, resta ancora un episodio puramente locale.

Le ultime annotazioni al testo che vorrei fare riguardano da un lato un aspetto personale, forse più intimo, e dall’altro una questione politica, di una contemporaneità urgente.

Per quanto riguarda il primo, riprendo le parole di John Foxx, intervistato da Mark Fisher sul blog nel settembre del 2006:

Quando i tuoi genitori magari escono per un’ora sola, certe volte hai l’impressione che quell’assenza durerà per sempre e avverti fortissimo la loro mancanza, e l’astrazione, il tono di quella sensazione, ti resta addosso per tutta la vita. Agisce in diverse situazioni. Questi sentimenti profondi – e tutte le altre parti emotive dello spettro – si uniscono al repertorio di toni emotivi che portiamo e utilizziamo dentro di noi. Certi momenti durano per sempre.

Queste parole mi hanno colpito profondamente, mi sono immedesimata immediatamente, quella sensazione ce l’ho addosso davvero, e me la porterò addosso per tutta la vita.

Al di là del dibattito sul personale/politico, è non solo politico ma incredibilmente attuale un altro passaggio, che commentando nel 2011 le Handsworth songs del Black Audio Film Collective del 1986 e la presentazione del film organizzata a causa dei disordini inglesi che nel frattempo erano emersi, potrebbe essere sottoscritto oggi in relazione agli eventi incredibili che si stanno succedendo negli Usa dopo la morte ormai divenuta iconica di George Floyd. Credo vada riportato per intero, al di là del breve passaggio che avevo evidenziato leggendolo.

Rivisto – e riascoltato – oggi, Handsworth Songs appare sinistramente (in)tempestivo. Le continuità tra anni Ottanta e oggi si impongono allo spettatore contemporaneo con forza sorprendente: come nel caso delle recenti sommosse, gli eventi del 1985 furono innescati dalle violenze della polizia; e le condanne dei disordini del 1985 come gesti criminali insensati avrebbero potuto essere pronunciate ieri dai politici Tory. Ciò spiega perché è importante resistere alla disinvolta narrazione secondo cui dopo la realizzazione di Handsworth Songs le cose sono “progredite” in modo lineare. Certo, il BAFC oggi partecipa agli eventi della Tate Modern sulla scia nei nuovi tumulti inglesi, cosa assolutamente impensabile nel 1985: ma come ha sottolineato Rob White nella discussione tenuta in occasione dell’evento alla Tate, oggi è molto improbabile che Handsworth Songs e opere simili vengano trasmesse e meno che mai commissionate da Channel 4. L’assunto che razzismo e brutalità della polizia siano relitti di un’epoca ormai passata è diventato parte della narrativizzazione reazionaria dei recenti disordini: sì, allora c’era la politica e il razzismo, ma non oggi, oggi non più… La lezione da ricordare – specialmente oggi che ci viene di nuovo chiesto di difendere l’aborto e di opporci alla pena di morte – è che le lotte non si vincono mai in modo definitivo.

Era appunto il 2011. Credo anche solo questo pezzo valga la pena di leggere un testo a volte spiazzante, soprattutto se non si possono cogliere tutti i riferimenti alla cultura anglosassone o a generi e stili che non si sono mai frequentati.

Realismo capitalista

realismocapitalista

Tra l’1 e il 2 novembre 2018 lessi Realismo capitalista e ricordo che mi colpì molto. Non sono molti i libri che ho voluto rileggere, ma sicuramente questo rientra tra i pochi fortunati. Curiosamente, dopo che pochi giorni fa ho sentito l’esigenza di rileggerlo ho visto nella timeline di twitter un articolo del bibliopatologo di Internazionale su Dove vanno a finire i libri che abbiamo letto? del quale condivido le conclusioni: “Non si può leggere due volte lo stesso libro, non più di quanto si possa immergersi due volte nello stesso fiume. Lo specchietto a conchiglia in cui ti guardasti ragazzina è uguale oggi a com’era allora, ma ogni volta che tornerai ad aprirlo rifletterà un’immagine diversa”. Ed effettivamente ho riletto il testo di Mark Fisher con uguale voracità eppure ne ho colto spunti nuovi e diversi. Ricordo che all’epoca mi lasciò una strana sensazione di ottimismo, poco spiegabile considerato lo smarrimento politico in cui mi trovavo, praticamente da sempre. Ad oggi quello stesso spirito positivo è forse meno entusiastico e più razionale, oserei dire reale.

A questo proposito, cos’è il realismo capitalista? Nella definizione dell’autore “la sensazione diffusa che non solo il capitalismo sia l’unico sistema politico ed economico oggi percorribile, ma che sia impossibile anche solo immaginarne un’alternativa coerente”. E ancora: “Per come lo concepisco, il realismo capitalista non può restare confinato alle arti o ai meccanismi semipropagandistici della pubblicità. È più un’atmosfera che pervade e condiziona non solo la produzione culturale ma anche il modo in cui vengono regolati il lavoro e l’educazione, e che agisce come una specie di barriera invisibile che limita tanto il pensiero quanto l’azione”. L’espressione realismo capitalista ed il suo senso aiutano a spiegare l’impotenza e l’assenza di qualsiasi opposizione al capitalismo durata decenni. Non finisce qui perché attraverso tutto il testo Fisher descrive il capitalismo con la giusta crudezza: “ogni attività è talmente concentrata sulla produzione del profitto da non essere nemmeno più in grado di venderti niente”; con onestà, parlando dei call center come emblema del capitalismo “È nell’esperienza di un sistema tanto impersonale, indifferente, astratto, frammentario e senza centro, che più ci avviciniamo a guardare negli occhi tutta la stupidità artificiale del Capitale”; con lucidità “Il genio supremo di Kafka sta nell’aver esplorato quella specie di ateologia negativa propria del Capitale: il centro non c’è, ma non possiamo smettere di cercarlo né di ipotizzarlo. Non è che però non ci sia proprio niente: è che quello che c’è non è in grado di esercitare le proprie responsabilità”; e ancora “non è che aziende e compagnie siano gli agenti occulti che tutto manovrano; sono esse stesse espressioni e prodotto della massima causa che un soggetto non è: il Capitale”. Queste ultime due citazioni mi riportano ad un tema ultimamente spesso discusso, in particolare con coloro che sostengono come l’attuale pandemia danneggiando alcuni capitalisti dimostri in qualche imprecisato modo l’impotenza del Capitale in sé, o che comunque il capitalismo non riesca a guadagnare dall’attuale impasse. Questi ragionamenti sono fallaci nella misura in cui vedono il capitalismo come un blocco a se stante, una sorta di Moloch che agisce come un corpo unico per il proprio interesse, mentre la storia del capitalismo si erge davanti a noi a dimostrazione del contrario: un sistema fondamentalmente anarchico in cui soprattutto nei momenti di crisi ci sono vincitori e perdenti anche tra i capitalisti, ed è quello che avviene anche in questa fase dove alcuni colossi effettivamente stanno guadagnando dalla messa in “quarantena” delle nostre vite, vedi Amazon, ma non solo, anche la GDO ad esempio, mentre altri piccoli o grandi attori arrancano e molti ne usciranno sconfitti. Lo stesso è accaduto nelle precedenti crisi, ultima quella del 2008, e così andando a ritroso, confermando quello che già Marx aveva intuito con la sua risaputa lungimiranza quando scriveva ne Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte: “(…) per il volgare egoismo per cui il borghese ordinario è sempre disposto a sacrificare l’interesse generale della sua classe a questo o a quel motivo privato”.

Tornando a Realismo capitalista, il secondo capitolo si intitola “Che succederebbe se organizzassi una protesta e venissero tutti?” e tratta ancora del capitale e in particolare della sua incredibile capacità di sussumere tutto, pure ciò che nominalmente gli si oppone, per metterlo a profitto.

Dopo tutto, come Žižek ha provocatoriamente fatto notare, l’anticapitalismo è ampiamente diffuso tra le pieghe del capitalismo stesso: quante volte nei film di Hollywood il cattivo di turno altri non è che qualche cattivissima corporation? È un anticapitalismo gestuale che, anziché indebolire il realismo capitalista, finisce per rinforzarlo.

Di seguito Fisher fa l’esempio del film Wall-E e afferma “il film inscena il nostro anticapitalismo per noi stessi, dandoci al contempo la possibilità di continuare a consumare impunemente”. Un po’ come dire che il capitalismo sta su grazie a noi più che nonostante noi: “Quello che dobbiamo tenere a mente, è sia che il capitalismo è una struttura impersonale e iperastratta, sia che questa struttura non esisterebbe senza la nostra cooperazione”.

Un aspetto che rende particolarmente scorrevole e piacevole da leggere il testo è secondo me il sapiente uso di una serie di citazioni, soprattutto cinematografiche, televisive e di testi scritti, di cui vorrei elencare in maniera forse non esaustiva, film e libri per darne un’idea:

elenco fisher

Vorrei fare anche un accenno all’argomento internet. Fisher cita un’intervista al documentarista Curtis che attacca i nuovi media perché creano reti interpassive e bolle in cui ci si ritrova tra individui simili in cui si ripete il bias di conferma, creando ed alimentando continuamente circuiti chiusi. Nel riconoscere la sensatezza di tale analisi Fisher risponde però distinguendo: “un fenomeno come i blog è stato ad esempio capace di generare un discorso nuovo e articolato in una rete che non ha corrispettivi nel campo sociale esterno al cyberspazio. Nel momento in cui i vecchi media vengono sempre più assorbita dalla logica delle public relations e in cui al saggio critico si preferisce la relazione sui consumi, alcune aree del cyberspazio hanno offerto una resistenza a quella compressione critica che altrove è diventata dominante”. Le osservazioni di Fisher si riferiscono ad un periodo che potremmo considerare d’oro per i blog, e Fisher stesso dal 2003 curò un blog, K-punk, che divenne un punto di riferimento di una certa area. Ad oggi i blog hanno avuto sicuramente un arretramento con l’esplosione dei nuovi social media e della loro pervasività. C’è però la speranza e da alcune parti la voglia di restituire centralità ai blog perché il loro potenziale non è affatto esaurito. Come dicevano i Wu Ming in un bellissimo post a fine 2019 annunciando l’abbandono di Twitter:

A chi per ora non se la sente di chiudere gli account sui social commerciali, chiediamo di dare comunque una mano a riattivare voci e canali indipendenti, macchine di comunicazione non gamificate. Chi ha un blog e in questi anni lo ha negletto, torni a scriverci sopra e a promuoverlo, lo rivitalizzi e ne faccia l’epicentro della sua comunicazione quando ha qualcosa da dire. I social, soltanto come rimbalzo. Per le situazioni militanti, come scritto nella prima puntata, questa è una necessità vitale, ma in fondo lo è anche per il singolo individuo. Non è più tempo di essere ex-blogger.

Uno dei temi che attraversa il testo ed è chiaramente presente per la conoscenza che ne ha l’autore è quello della salute mentale: “il realismo capitalista insiste a trattare la salute mentale come se fosse un fatto naturale alla stregua del clima”. Sempre più relegato a problema individuale, è evidente che andrebbe socializzato, poiché le cause sistemiche dell’aumento dei disturbi e delle malattie mentali appaiono in realtà lampanti. Per questo “ripoliticizzare la malattia mentale è un compito urgente per qualsiasi sinistra che voglia lanciare una sfida al realismo capitalista”. Nell’ultimo capitolo del libro Fisher dichiara:

Dobbiamo prendere i problemi di salute mentale oggi così diffusi e convertirli da una condizione di medicalizzazione a un antagonismo reale; i disordini affettivi sono forme di scontento acquisito, e questa disaffezione può e deve essere indirizzata altrove, verso fuori, verso la sua vera causa: il Capitale.

L’estrema individualizzazione che tende a colpevolizzare i singoli si ripete in altri ambiti, come ad esempio quello del cambiamento climatico, e a proposito della citazione che sopra si riferisce anche al clima, in un inciso Fisher afferma che neanche quello è un fatto naturale quanto un effetto politico-economico. Più avanti afferma: “La causa della catastrofe ecologica è una struttura impersonale che, nonostante sia capace di produrre effetti di tutti i tipi, non è un soggetto capace di esercitare responsabilità. Il soggetto che servirebbe – un soggetto collettivo – non esiste: ma la crisi ambientale, così come tutte le altre crisi globali che stiamo affrontando, richiede che venga costruito. E però l’appello all’intervento etico immediato (…) rinvia continuamente l’emergere di un tale soggetto”.

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I figli degli uomini (2006)

Come sempre la situazione contingente interagisce con la lettura, spingendomi a sottolineare passaggi come il seguente: “La cosiddetta guerra al terrore ci ha già preparato a simili sviluppi; la normalizzazione della crisi ha prodotto una situazione nella quale la fine delle misure d’emergenza è diventata un’eventualità semplicemente impensabile: quand’è che la guerra potrà davvero dirsi conclusa?” Suona terribilmente attuale vero? E non è il primo autore in cui risuona il paragone con la guerra al terrore iniziata dopo l’11 settembre, altri ancora viventi l’hanno potuto cogliere esplicitamente. Parlando del film I figli degli uomini, “(…) lo spazio pubblico è abbandonato, popolato da null’altro che immondizia e animali in libertà (una scena particolarmente suggestiva è ambientata in una scuola ormai a pezzi dentro la quale troviamo una renna che corre). I neoliberali, ovvero i reali capitalisti per eccellenza, hanno più volte celebrato la distruzione dello spazio pubblico: ma contrariamente alle loro aspirazioni ufficiali, (…) non assistiamo a nessun arretramento dello Stato, quanto semmai un ritorno dello Stato alle sue originarie funzioni di stampo militare e poliziesco”. Se non sembra scritto oggi, potrebbe benissimo essere scritto in un domani non troppo remoto, e terribilmente plausibile.

E per quanto riguarda il neoliberismo o neoliberalismo, Fisher non si lasciata affatto ingannare dalla definizione che potrebbe sfociare nel considerare questo cattivo e il capitalismo in sé buono, e mette le cose nella giusta prospettiva:

dopo il salvataggio delle banche, il neoliberismo si è ritrovato – in ogni senso possibile – screditato. Questo non vuol dire che il neoliberismo sia da un giorno all’altro scomparso: al contrario, i suoi presupposti continuano a dominare la politica economica; ma non lo fanno più come ingrediente di un progetto ideologico mosso dalla fiducia per le proprie prospettive future, quando come una specie di ripiego inerziale, di morto che cammina. Quello che oggi appare chiaro è che se il neoliberismo non poteva che essere realista capitalista, il realismo capitalista non ha invece alcun bisogno di essere neoliberale. Anzi: ai fini della propria salvaguardia il capitalismo potrebbe benissimo riconvertirsi al vecchio modello socialdemocratico, oppure a un autoritarismo in stile I figli degli uomini. Senza un’alternativa coerente e credibile al capitalismo, il realismo capitalista continuerà a dominare l’incoscio politico-economico.

La (ri)lettura di Realismo capitalista mi ha motivata a ricercare gli altri testi di Mark Fisher che sono in via di pubblicazione anche in lingua italiana, e mi lascia con il dubbio di cosa scriverebbe Fisher dell’attuale sconvolgente situazione se non ci avesse lasciato, forse sarebbe ancora più speranzoso grazie a e nonostante la pandemia. Restano comunque importanti alcuni dei passaggi dell’ultimo capitolo, tradotto in italiano “super-tata marxista”, con i quali vorrei avvicinarmi alla fine di questo post.

Contro l’allergia postmoderna alle grandi narrazioni dobbiamo riaffermare che, anziché trattarsi di problemi contingenti e isolati, sono tutti effetti di un’unica causa sistemica: il Capitale. Dobbiamo insomma cominciare, come se fosse la prima volta, a sviluppare strategie contro un Capitale che si presenta ontologicamente (oltre che geograficamente) ubiquo.

E infine

Anche se è chiaro che la crisi non porterà da sola a nessuna fine del capitalismo, ha avuto comunque l’effetto di sciogliere in parte una certa paralisi mentale. Siamo adesso in un panorama politico disseminato di quelli che Alex Williams ha chiamato “detriti ideologici”; è un nuovo anno zero, e c’è spazio perché emerga un nuovo anticapitalismo non più costretto dai vecchi linguaggi e dalle vecchie tradizioni.

La paralisi mentale di cui parla qui Fisher ha sicuramente subìto un’altra scossa imponente dall’attuale pandemia. Non è mai stato chiaro come oggi alle diverse generazioni che ora si affacciano nel XXI secolo quanto il capitalismo sia un vicolo cieco per sicurezza non solo economica e sociale ma anche per la salute collettiva. Da questi punti fermi, tocca costruire l’alternativa.

No is not enough

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Nel 2016 l’elezione di Trump è stata vissuta come uno shock da una larga fetta di progressisti, anche se effettivamente non avrebbe dovuto essere così, visto che Trump è esattamente l’apoteosi del sistema in cui viviamo. Con la capacità di analisi che la contraddistingue Naomi Klein è molto chiara su questo punto. In No is not enough. Resisting Trump’s shock politics and winning the world we need, afferma “Trump is the logical culmination of the current neoliberal system” e non si ferma qui, sostenendo anche che “the current neoliberal system is not the only logical culmination of the human story”. Nell’introduzione è già spiegato molto bene:

(…) there is an important way in which Trump is not shocking. He is entirely predictable, indeed clichéd outcome of ubiquitous ideas and trends that should have been stopped long ago. Which is why even if this nighmarish presidency were to end tomorrow, the political conditions that produced it, and which are producing replicas around the world, will remain to be confronted. (…) the world we need won’t be won just by replacing the current occupant of the Oval Office.

Ammettere che Trump sia la logica conseguenza, e non la causa del sistema sembra scontato ma non lo è: lo stesso errore è stato commesso per anni dagli oppositori di Berlusconi in Italia, lasciandolo governare indisturbato per quasi un ventennio. Più avanti comunque la Klein rincara la dose: “Trump didn’t create the problem – he exploited it. And because he understood the conventions of fake reality better than anyone, he took the game to a whole new level”.

La lettura del libro è stata più lenta e sofferta del solito, senza colpa del testo, e non perché ho scelto la versione inglese, cosa che normalmente mi rallenta ma non così tanto, quanto per la situazione assurda ed emergenziale in cui ci troviamo. Questo ha evidentemente condizionato non solo i tempi ma anche la percezione del testo, per cui è inevitabile aver colto alcuni riflessi del presente angoscioso che viviamo:

A large-scale crisis – whether a terrorist attack or a financial crash – would likely provide the pretext to declare some sort of state of exception or emergency, where the usual rules no longer apply. This, in turn, would provide the cover to push through aspects of the Trump agenda that require a further suspension of core democratic norms (…)

Terribilmente vicino a quello che stiamo vivendo è anche il seguente passaggio:

We don’t go into a state of shock when something big and bad happens; it has to be something big and bad that we do not yet understand. A state of shock is what results when a gap opens up between events and our initial ability to explain them. When we find ourselves in that position, without a story, without our moorings, a great many people become vulnerable to authority figures telling us to fear one another and relinquish our rights for the greater good.

Il cambiamento climatico, protagonista di This changes everything e dell’ultimo On fire (prossimamente in lettura), compare spesso anche in questo testo, e direi in modo fisiologico visto la pervasività del tema; un esempio è quando l’autrice riporta che la Exxon Mobil sapeva già nel 1978 le conseguenze del sistema basato sui combustibili fossili e che sarebbero state necessarie di lì a pochi anni misure straordinarie per contrastarle.

Anche se l’analisi della Klein non si può definire marxista, di essa apprezzo la chiarezza sul fatto che il capitalismo non sia riformabile; non è con pochi aggiustamenti che si risolvono le crisi che attanagliano il sistema, che si tratti di quelle puramente economiche o sociali o ambientali. In sintesi è giusta la diagnosi ma carente la cura (vedasi il Green New Deal propugnato dall’autrice con forza).

What mainstream liberals have been saying for decades, by contrast, is that we simply need to tweak the existing system here and everything will be fine. You can have Goldman Sachs capitalism plus solar panel. But the challenge is much more fundamental than that. It requires throwing out the neoliberal rulebook, and confronting the centrality of ever-expanding consumption in how we measure economic progress.

Bellissime le pagine in cui Naomi Klein ricorda il “Powerful Global Movement” quello che alla fine del Novecento e nei primi anni Duemila era veramente forte: “from London to Genoa, to Mumbai, to Buenos Aires, Quebec City and Miami, there could not be a high-level gathering to advance the neoliberal economic agenda without counterdemonstrations”. Il movimento dei movimenti riusciva a mettere insieme istanze diverse e unire tante lotte in un’unica lotta. L’11 settembre ha provocato una frattura insanabile perché l’emergenza terrorismo ha permesso di creare un nuovo frame che recitava né più né meno: “o con noi o coi terroristi” mettendo in crisi le diverse anime del movimento. Il vuoto che si è venuto a creare è stato agevolmente riempito nel corso degli anni da Trump negli Stati Uniti e in generale dai partiti di estrema destra e populisti: “Politics hates a vacuum; if itsn’t filled with hope, someone will fill it with fear“.

Naomi Klein ripercorre anche la lungimirante analisi svolta in Shock Economy, perché resta un elemento importante della poltica contemporanea, oltre che la via maestra attraverso cui è stato imposto il capitalismo neoliberista in diverse parti del mondo: “Virtually any tumultuous situation, if framed with sufficient hysteria by political leaders, could serve this softening-up function”. L’autrice riconosce che nel 2007, all’epoca della pubblicazione del libro, la sua teoria poteva sembrare controversa, contestando la correlazione apparentemente indiscussa tra economia di mercato e democrazia, mentre il passare del tempo ne ha dimostrato l’accuratezza: “the extreme form of capitalism that has been remarking our world in this period (…) very often could advance only in contexts where democracy was suspended and people’s freedoms were sharply curtailed”. È essenziale rimarcare, come fa la Klein, che l’individualismo, la grettezza e il primato degli interessi egoistici non sono il primo impulso degli esseri umani, che tendono invece ad aiutarsi reciprocamente: “the shock doctrine is about overriding these deeply human impulses to help, seeking instead to capitalize on the vulnerability of others in order to maximize wealth and advantage for a select few”.

Una crisi può portare ad una spirale distruttiva oppure essere un’opportunità, in base alle condizioni concrete di chi si trova ad affrontarla (e anche qui, nuovi sinistri echi del presente).

It is true that people can regress during times of crisis. I have seen it many times. In a shocked state, with our understanding of the world badly shaken, a great many of us can become childlike and passive, and overly trusting of people who are only too happy to abuse that trust. But I also know, from my own family’s navigation of a shocking event, that there can be the inverse response as well. We can evolve and grow up in a crisis, and set aside all kinds of bullshit – fast.

Naomi Klein parla a questo proposito dell’11 settembre e di come sia stato uno shock in cui la generalità della popolazione non è riuscita a reagire. Questo perché eventi traumatici del passato erano stati vissuti ed elaborati da alcune comunità, ma non in maniera più ampia e collettiva. Non c’è una narrativa condivisa insomma, e mi pare sia avvenuto lo stesso in Italia, dove al di là di alcune retoriche patriottarde la Resistenza al fascismo come momento fondativo della Repubblica non è mai entrato nel discorso dominante, permettendo sia tentativi anche grotteschi, che sarebbero comici se non fossero tragici, di emergere, sia ai partiti neofascisti di autolegittimarsi in una democrazia che dovrebbe di diritto escluderli.

Al netto della vaghezza delle soluzioni proposte, le analisi di Naomi Klein sono molto stimolanti e puntuali. Il testo si chiude con il Leap Manifesto, che tenta di unire diversi piani di lotta, dai diritti dei popoli indigeni, alla tutela dell’ambiente. Si tratta di un documento politico interessante anche se dal punto di vista marxista evidentemente insufficiente. Particolarmente interessante infine la condanna dell’austerity, una politica che è bene attenzionare perché non è detto che non ci venga riproposta come necessaria alla fine della fase emergenziale per fare pagare ai soliti (a noi) i costi della crisi:

We declare that “austerity” -which has systematically attacked low-carbon sectors like education and healthcare, while starving public transit and forcing reckless energy privatizations – is a fossilized form of thinkinf that has become a threat to life on earth.