Excursus sulla democrazia

[La parte centrale di questo testo originariamente era stata pensata per una breve rubrica, nella quale alla fine non è stato pubblicato. Le riflessioni contenute mi sembrano utili per cui ho deciso che la seppur ridotta visibilità del blog potrebbe andare bene comunque.]

Sono convinta del potere insito nel linguaggio perché esso informa il nostro mondo e ne è condizionato, per cui le parole, soprattutto alcune parole, hanno un peso particolare ed è un peccato che vengano banalizzate e in genere usate senza cognizione. Una di queste parole, che a furia di tirare la coperta vogliono ormai significare tutto e niente è democrazia; il suo utilizzo indiscriminato salta subito agli occhi se si pensa che indistintamente si elogia la grande democrazia americana (e cioè statunitense: a proposito dell’importanza delle parole, non ho mai tollerato la reductio di un continente così complesso come quello americano ai soli Stati Uniti d’America), o si definisce unica democrazia del Medio Oriente Israele, uno stato praticamente confessionale e razzista, oppure ci si riferisce all’India come alla più grande democrazia, dimenticando ad esempio l’esistenza delle caste, ma senza andare lontani anche la nostra è considerata una democrazia, nonostante tutto ciò che dovremmo sapere sulla sua nascita e il suo mantenimento nel tempo. Ma cosa significava originariamente la parola democrazia? E come si è evoluto nel tempo il concetto? Ci viene in soccorso Zygmunt Bauman.

La democrazia, dall’antica Grecia ad oggi, passando per i giacobini

“Raramente incontriamo una affermazione relativa ai rapporti sociali che non sia ideologica, che non abbia dunque carattere di classe”. Così Bauman, in un testo della sua “fase marxista” dal titolo Lineamenti di una sociologia marxista pubblicato nel 1968 poco prima di essere estromesso dall’Università, si riferisce ai termini pregni di “concezione del mondo”, che rappresentano i rapporti di forza reali e anche se vengono sbandierati come neutri non lo sono. In un lungo paragrafo il sociologo polacco fa l’esempio della parola democrazia, della sua evoluzione e ambivalenza semantica, un excursus particolarmente interessante.
L’espressione democrazia infatti ha un’interpretazione tradizionale di origine greca ed un’altra resa mainstream dal pensiero borghese che l’ha adottata a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, piegandola alle proprie necessità. Cosa vuol dire in fondo democrazia? Il legislatore ateniese Cleone la definì “governo del popolo, attraverso il popolo, per il popolo”. Ovviamente anche in epoca classica il vero significato della parola dipendeva da come si allargava o restringeva il concetto di demos: ad esempio Pericle considerava democratico il governo ateniese perché retto da molti, anche se per molti si intendevano esclusivamente i liberi, per cui dava legittimità al sistema così com’era. Per Platone il dato fondamentale era chi detiene il potere, non come lo esercita, e simile era la concezione aristotelica: “quando il potere è nelle mani dei ricchi, anche se numerosi, è un potere oligarchico, quando è nelle mani dei poveri è democrazia”; che si difendesse o criticasse il concetto in sé, si riconosceva la questione di potere e non di governo, di contenuto e non di forma. Quando è nato il sistema parlamentare basato sui partiti non è stato affatto definito come democratico, poiché erano stati i giacobini ad appropriarsi della parola e Saint Just in suo nome chiedeva il pugno di ferro contro i suoi (della democrazia, appunto) nemici; afferma Bauman che “per i giacobini democrazia significava un illimitato, indiscriminato potere del popolo e la pienezza della sua sovranità era affidata all’azione spontanea delle masse”. Per alcuni decenni rimase forte questa impronta rivoluzionaria, di classe e popolare, fino a quando alcuni borghesi tra coloro che temevano la democrazia invocata dalle e per le masse scelsero di volgere a loro vantaggio il suo significato piuttosto che demonizzarlo. Tocqueville ad esempio stravolse il concetto definendolo come indipendenza dell’individuo nei confronti dello Stato e così annullandone totalmente il valore collettivo e di riscatto popolare. Lentamente dalla sostanza la questione si è spostata alla forma e il come è divenuto predominante al punto da additare i giacobini come dittatori, e quindi estrema negazione della democrazia. Ma in realtà questi due termini, democrazia e dittatura, non sono semplicemente opposti anzi, la dittatura del proletariato, sostiene Bauman, è la forma più piena di democrazia, e per Marx essa si conquista quando il proletariato diviene classe dominante.

Non pensare all’elefante!

Chiunque abbia letto Non pensare all’elefante! prima delle elezioni statunitensi del 2016 ha sicuramente messo in conto la probabile vittoria di Donald Trump. Il testo infatti ha tra i suoi pregi quello di comprendere e spiegare in maniera egregia il pensiero conservatore e i suoi meccanismi, permettendo in tal modo di rispondere alla domanda che molti si sono posti all’indomani dell’elezione di Trump: come è potuto accadere? 

LakoffAl netto dell’esaltazione per i genuini valori americani (ovviamente borghesi e capitalistici) il libro fornisce un quadro esauriente della dicotomia tra progressisti e conservatori, ma soprattutto è importante la spiegazione del ruolo fondamentale delle metafore e dei frame nel pensiero umano in generale ed in quello politico in particolare. È un discorso imprescindibile per controbattere l’ondata montante di razzismo, che ha raggiunto livelli imbarazzanti ad esempio in Italia. Di fronte allo sconforto che prende chi, come me, non riesce a farsi una ragione per quel che accade tutto intorno, quotidianamente, questo libro incoraggia una resistenza linguistica, di pensiero e di azione.

“La verità – da sola – non ci renderà liberi. Dire la verità sul potere non basta“, questo è l’insegnamento basilare secondo Carofiglio, autore della prefazione italiana al testo. Partendo dal presupposto che dietro ogni pensiero c’è un frame, una cornice più ampia in cui questo si inserisce e da cui trae senso, bisogna rendersi conto che

la negazione di un frame non solo attiva quel medesimo frame, ma lo rafforza tanto più quanto si continua ad attivarlo. Cosa questo implichi nel discorso politico è evidente: quando discutiamo con qualcuno dello schieramento opposto al nostro utilizzandone il linguaggio, attiviamo i frame di quello schieramento, rafforzandoli in chi ci ascolta a scapito dei nostri. Alla luce di ciò i progressisti, ad esempio, dovrebbero evitare di usare il linguaggio dei conservatori e i relativi frame che quel linguaggio attiva, ed esprimere invece le loro convinzioni utilizzando il proprio linguaggio al posto di quello degli avversari.

Vorrei vedere queste frasi stampate in ogni circolo, stanza, ufficio, casa, di chiunque non si riconosca nell’apparente maggioranza molto poco silenziosa che sembra dominare il discorso pubblico attuale. Speranza vana? Nel nostro piccolo ognuno di noi dovrebbe seguire i suggerimenti di Lakoff, perché se è vero che “i candidati progressisti e democratici tendono a seguire i sondaggi per decidere se diventare più “centristi”, se spostarsi più a destra. I conservatori, invece, non si spostano mai a sinistra, eppure vincono”, dovremmo cambiare radicalmente approccio. Ancora Lakoff: “non spostiamoci a destra. Lo spostamento a destra è pericolo per due motivi: allontana la base progressista e aiuta i conservatori ad attivare il loro modello negli elettori biconcettuali*”. (Siete autorizzati a lanciare una copia del libro a qualsiasi elettore/simpatizzante/esponente del PD, chissà che per osmosi non funzioni). La scienza ci spiega come sia possibile che persone comuni, magari appartenenti alle classi medio-basse, possano sostenere posizioni razziste e classiste fino a votare contro i propri interessi:

Uno dei principali risultati della scienza cognitiva è la scoperta che le persone pensano in termini di metafore e frame, (…). I frame si trovano nelle sinapsi del nostro cervello, fisicamente presenti sotto forma di circuiti neuronali. Quando i fatti non corrispondono ai frame, i frame restano lì, fermi e immutati nel nostro cervello, mentre i fatti vengono ignorati e scivolano via.

Non vuol dire per questo che non si possa contrastare la tendenza in atto. Occorre però tempo e impegno costante e concreto per creare e diffondere frame opposti a quelli ora dominanti. Vorrei chiudere facendo un esempio, citando nuovamente il libro in una delle pagine più di sinistra che contiene:

Ai conservatori piace parlare di imprenditori e investitori benestanti come di “creatori di lavoro”, o di persone che “donano” un lavoro alla gente, come se il lavoro fosse un regalo che si offre alle persone disoccupate. Che assurdità. La verità è che i lavoratori sono creatori di profitto, e che nessuno sarebbe assunto se non contribuisse al profitto di imprenditori e investitori. Questa è una verità fondamentale: i lavoratori producono profitto. Ma qualcuno lo dice? Quante volte, se mai vi è successo, avete sentito pronunciare questa verità? Eppure è una verità importante perché rinquadra la questione del lavoro dalla prospettiva del contributo fornito dai lavoratori.

 

* sono biconcettuali quelle persone, suppongo la maggioranza in realtà, che condividono sia posizioni progressiste che conservatrici, a seconda degli argomenti o dei contesti.

The illustrated guide to a Ph. D.

La seguente guida illustrata è opera di Matt Might ed è visibile in questa pagina.

E’ rilasciata secondo una licenza Creative Commons, quindi sapete cosa fare ;P

 

Every fall, I explain to a fresh batch of Ph.D. students what a Ph.D. is.

It’s hard to describe it in words.

So, I use pictures.

Read below for the illustrated guide to a Ph.D.

Imagine a circle that contains all of human knowledge:

By the time you finish elementary school, you know a little:

By the time you finish high school, you know a bit more:

With a bachelor’s degree, you gain a specialty:

A master’s degree deepens that specialty:

Reading research papers takes you to the edge of human knowledge:

Once you’re at the boundary, you focus:

You push at the boundary for a few years:

Until one day, the boundary gives way:

And, that dent you’ve made is called a Ph.D.:

Of course, the world looks different to you now:

So, don’t forget the bigger picture:

Keep pushing.