Le priorità della società: finalmente la scuola?

Le decisioni su aperture e chiusure sono principalmente politiche, questo dovrebbe essere ormai assodato. Gli esperti e i tecnici analizzano e riportano, ma poi le decisioni le prende la politica e da queste ultime possiamo ragionevolmente presumere le priorità. Sulla scuola ad esempio, se a marzo poteva essere una decisione difficile ma forse necessaria la chiusura, anche se resto convinta che avrebbe avuto più senso una modulazione per zone vista la differente incidenza del virus nelle diverse regioni, così come il CTS inascoltato disse, a settembre è stata evidentemente segno chiaro di fallimento, perché c’era tutto il tempo per organizzare contromisure, trovare fondi e impiegarli, organizzare ingressi e collocazione fisica anche utilizzando strutture reperite ad hoc, e invece soprattutto ma non solo per le superiori almeno c’è stata praticamente un’autodenuncia di fallimento. La ministra che tanto ha insitito sulla riapertura sembra una voce superficiale e inascoltata; anche quando il Presidente del Consiglio, ora dimissionario, prima delle feste ha sostenuto la riapertura a gennaio  in realtà ci credeva poco. E infatti a gennaio la riapertura è stata rinviata, anzi, sono finite online anche elementari e medie in molti territori, come ad esempio in Sicilia, dove ad esempio si è organizzato lo screening su base volontaria in ritardo. Se davvero ci fosse stata la volontà univoca di riaprire, ci sarebbe stato il tempo di organizzare strutture, spazi, orari e screening in maniera composta e ordinata. Ad ogni modo alla fine in Sicilia anche se zona rossa le classi hanno ricominciato in presenza fino alla prima media, almeno dove le amministrazioni locali non hanno deciso diversamente. In altre parti d’Italia si è dovuti ricorrere ai tribunali amministrativi per chiedere la revoca di provvedimenti restrittivi che imponevano la chiusura delle scuole: è il caso tra gli altri dell’Emilia Romagna, il cui TAR mette nero su bianco alcuni punti fermi sul provvedimento di chiusura che

«va immotivatamente a comprimere, se non a conculcare integralmente, il diritto degli adolescenti a frequentare di persona la scuola, quale luogo di istruzione e apprendimento culturale nonchè di socializzazione, formazione e sviluppo della personalità, condizioni di benessere che non appaiono adeguatamente (se non sufficientemente) assicurate con la modalità in DAD, a mezzo dell’utilizzo di strumenti tecnici costituiti da videoterminali (di cui peraltro verosimilmente non tutta la popolazione scolastica interessata è dotata)».

E inoltre aggiunge:

«l’attività amministrativa di adozione di misure fronteggianti situazioni di pur così notevole gravità non può spingersi al punto tale da sacrificare in toto altri interessi costituzionalmente protetti»;

«d’altra parte riguardo alla “necessità di evitare assembramenti e sovraffollamenti” , l’Amministrazione procedente può agire con misure che incidono, “a monte” sul problema del trasporto pubblico di cui si avvale l’utenza scolastica e “a valle” con misure organizzative quali la turnazione degli alunni e la diversificazione degli orari di ingresso a scuola».

Studenti del liceo Tito Livio occupano il cortile della scuola in protesta contro la dad didattica a distanza

Studenti del liceo Tito Livio occupano il cortile della scuola in protesta contro la dad didattica a distanza – Milano 15 Gennaio 2021 Ansa/Matteo Corner

Anche le mobilitazioni studentesche si stanno intensificando, dopo una comprensibile fase di stanca, perché i ragazzi si stanno rendendo conto che restare a casa ad aspettare che le cose cambino non funziona, e così sono cominciate le manifestazioni, i presìdi, anche le occupazioni, a Milano, a Roma. Questa settimana in 13 regioni anche le superiori hanno ricominciato in presenza, mancano Puglia, Campania, Sardegna, Sicilia, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Basilicata e Calabria. Quello che si chiede da più parti è la riapertura stabile e non a singhiozzo, “deve passare il messaggio che la scuola è un bene primario, indispensabile come andare a prendere il pane” dicono ad un presidio.

E la comunità di Sant’Egidio ha lanciato l’allarme: “un bambino su quattro oggi non segue le lezioni”. I bambini e i ragazzi sono quel settore quasi sempre invisibile, per mesi neanche citato nelle misure né nelle conferenze stampa che si sono susseguite con regolarità ansiogena, e sono gli stessi che pagano le conseguenze più durature della situazione attuale. Quasi un anno è passato e probabilmente un altro anno passerà. Due anni di infanzia o di adolescenza non si possono rinviare, non tornano più, ed è compito nostro mettere bambini e ragazzi nelle condizioni di non perderli, e di garantire loro la sicurezza e un livello di benessere psicofisico accettabile anche in questo tempo difficile per tutti. Io queste le cose le penso a spanne, non ho le competenze tecniche per andare nel dettaglio, ma c’è chi le ha e lancia un segnale d’allarme:

Dobbiamo porre rapidamente l’attenzione sulla salute psicologica dei giovani, mentre il governo deve organizzarsi per garantire la riapertura di scuole, musei, teatri, palestre, sempre in sicurezza, progettando momenti di aggregazione monitorati. Questo lockdown ormai troppo lungo ruba la giovinezza e la fanciullezza e le patologie che già riscontriamo possono solo aumentare. Basta restare a guardare dalla finestra, è tempo di agire.

Parasite Eve (with lyrics)

I’ve got a fever, don’t breathe on me
I’m a believer in nobody
Won’t let me leave ‘cause I’ve seen something
Hope I don’t sneeze, I don’t *sneeze*

Really we just need to fear something
Only pretending to feel something
I know you’re dying to run
I wanna turn you around

È ancora evidentemente presto per dire se gli storici di domani stabiliranno in maniera convenzionale che il XXI secolo sarebbe iniziato con l’11 settembre, con la crisi del 2008 o con la pandemia del 2020. La percezione oggi per me, che ho vissuto in maniera diretta tutte e tre questi pointbreak, è che quest’ultima sia la più straordinaria, nel senso etimologico del termine, non perché non ci siano state pandemie ugualmente o maggiormente letali in passato, quanto per le sue conseguenze rispetto al grado di interconnessione globale, questo sì mai visto prima.

Please remain calm
The end has arrived
We cannot save you
Enjoy the ride
This is the moment
You’ve been waiting for
Don’t call it a warning

This is a war

Che ne siamo consapevoli o meno, questi mesi ci hanno segnato profondamente e per quanto i tentativi, per di più affrettati, di recuperare una presunta tranquillizzante normalità siano numerosi, non dovremmo incoraggiarli. Quello che voglio dire è che non possiamo far finta di nulla, voltare pagina come se nulla fosse successo o come se fosse già passato. Prova e riprova a dirlo Loredana Lipperini, denunciando anche una generale nostra afasia sulla questione, e condivido la sua percezione di non essere più quella di prima.

It’s the Parasite Eve
Got a feeling in your stomach ‘cause you know that it’s coming for ya
Leave your flowers and grieve
Don’t forget what they told ya, ayy, ayy
When we forget the infection
Will we remember the lesson?
If the suspense doesn’t kill you
Something else will, ayy, ayy
Move

Non possiamo far finta di nulla per due ordini di motivi. Il primo è che passato non è, si continua a morire, in altre regioni del mondo non si è ancora raggiunto il picco mentre qui da noi “riapriamo tutto” e anche qui, seppur in sordina, continuano a comparire focolai. Se l’attenzione m

duccio
ediatica cala, si minimizza perché l’imperativo è ormai ripartire, ciò non ci deve trarre in inganno. Piuttosto dovrebbe aiutare a riflettere sulla pretestuosità di tutta una serie di misure adottate nella fase uno volte a criminalizzare la stessa aria, mentre si continuavano (e continuano) a verificare i contagi nei luoghi chiusi e in primis nei luoghi di lavoro. Il secondo ordine di motivi, non meno importante del primo, riguarda le condizioni sistemiche che hanno “permesso” per non dire generato la pandemia, che non riuscirebbero a prevenirne un’altra non troppo remota, né ad affrontarla compiutamente, così come accade oggi.

I heard they need better signal
Put chip and pins in the needles
Quarantine all of those secrets
In that black hole you call a brain before it’s too late

Really we just wanna scream something
Only pretend to believe something
I know you’re baying for blood
I wanna turn you around (Hey)

Per capirci, provo lo stesso disagio che ho percepito più volte nei post di Loredana verso la fretta di ritornare alla normalità; accade quando in luoghi chiusi e (potenzialmente) affollati mi si dice che se voglio posso togliere la mascherina: “eh già il caldo, e pure la mascherina dobbiamo sopportare!” Sarò diventata paranoica, eppure ho criticato duramente la strada scelta per la fase uno, ma proprio per le stesse ragioni – scientifiche – non riesco a capire come il fatto che fin qui in Sicilia e in generale al Sud siamo stati “graziati” ci possa esimere dal mantenere le precauzioni ragionevoli. Allo stesso tempo vedo un sacco di persone sole in auto con la mascherina o peggio ancora sulle biciclette… tutto questo non è stoltezza degli individui ma il risultato di una comunicazione pubblica confusa e in larga misura fuorviante. Ma più ci manca la consapevolezza più a rischio siamo per l’immediato futuro, e anche oltre.

You can board up your windows
You can lock up your doors, yeah
But you can’t keep washing your hands
Of this shit anymore
When all the king’s sources and all the king’s friends
Don’t know their arses from their pathogens

When life is a prison and death is the door
This ain’t a warning
This is a war, war
This is a war, ayy, ayy, oh, oh

(Parasite Eve, BMTH)

(Le prime parole di questo post sono state scritte settimane fa… la riflessione si è ampliata leggendo costantemente, ad esempio, il blog di Loredana Lipperini qui sopra citato e la deflagrazione finale è dovuta all’ascolto del nuovo pezzo dei Bring Me The Horizon del quale ho riportato il testo lungo il post).

Avevamo ragione noi

I’m breaking in, shaping up, then checking out on the prison bus
This is it, the apocalypse
Whoa oh

I’m waking up, I feel it in my bones
Enough to make my system blow
Welcome to the new age, to the new age
Welcome to the new age, to the new age

(Radioactive, Imagine Dragons)

Dopo la sovraesposizione dei giorni scorsi, sono arrivata alla fase di riflusso. Mi riferisco all’immersione quasi costante nella lettura di approfondimenti, analisi e narrazioni delle conseguenze sociali, economiche e politiche dell’attuale emergenza. Ho accuratamente evitato il frame dominante, la conta dei morti, la retorica mainstream dell’#andràtuttobene e del #iorestoacasa, per la mia salute mentale, e mi ha fatto bene concentrarmi sul resto. Però sono arrivata ad un punto critico. Le giornate passano, l’emergenza resta e ho bisogno di spostare il focus perché la routine quotidiana non può proseguire a questi ritmi. Ho intenzione di proseguire la lettura quotidiana dei blog tramite Feedly, che è già un bell’impegno, rallentare le incursioni su Twitter e usare Mastodon in maniera parsimoniosa, e possibilmente eludendo l’argomento unico. Voglio riprendere a leggere con costanza altro, libri che parlino d’altro (anche se è difficile, nel libro della Klein del 2017 che sto leggendo ho trovato diversi riferimenti all’oggi, ma è fisiologico in certa saggistica). Più narrativa allora, e più attività fisica: ho già iniziato un programma di trenta minuti al giorno, e mi fa stare meglio. Appena finisce il colpo di coda dell’inverno devo dedicarmi alle piante, quelle che stanno fiorendo, le grasse che riprendono la crescita, le piante verdi che sono state pure un po’ trascurate. L’altro giorno pensavo che è un peccato non poter andare per vivai a cercare nuove inquiline, pazienza, non sono necessità. È necessità sicuramente occuparmi del nano, ancora è in una fase per cui non gli manca la routine scolastica, ma gli manca sicuramente uscire, cavoli gli manca la nonna che abita sotto e che vede solo tramite video. L’altro giorno al mio ennesimo diniego mi ha risposto “ma io non ho il virus”. Ecco che forse ha ragione chi dice che saranno loro a socializzare la nostra rabbia, anche se spero che siamo noi stessi perché tempo non ne abbiamo più e non sarebbe neanche giusto. Nell’attesa di capire come e in che forma dargli l’ora d’aria voglio organizzare delle attività un minimo strutturate durante le lunghe giornate. E vorrei prendere anche quaderni e colori anche se non ho capito se è possibile trovarli/acquistarli. Il grande rimosso dei bambini, dimenticati dalla legge e dagli uomini, è davvero uno dei punti focali di questa follia chiamata emergenza.

Per fortuna ho la compagnia in casa e qualche hobby che mi torna utile, penso però che c’è gente meno fortunata di me e vorrei poter fare qualcosa. Sicuramente continuo la militanza, il momento è cruciale e si sta dimostrando quello che già sapevo (avevamo ragione noi?) mentre si festeggiano i rialzi in borsa dopo alcune misure prese dalla Fed, e mentre il governo fa l’ennesimo decreto spostando ancora il focus dall’emergenza dei lavoratori, quegli irresponsabili che vorrebbero scioperare per dire semplicemente che non sono carne da macello, che la loro vita vale più del profitto. Stolti!

Avevate ragione voi

Dietro le maschere antigas

Voi

Dietro le vostre barricate

Voi che già allora sapevate che oggi

Avreste avuto ragione voi

Mentre correvate indietro

Noi tutti quanti con le mani verso il cielo

Cercavamo solamente verità

Avevamo ragione noi

(Avevate ragione voi, Linea 77)

Guardare il dito

Articolo 1(Ulteriori misure urgenti per il contenimento del contagio)

1.Le uscite per gli acquisti essenziali, ad eccezione di quelle per i farmaci, vanno limitate ad una sola volta al giorno e ad un solo componente del nucleo familiare.

2.E’ vietata la pratica di ogni attività motoria e sportiva all’aperto, anche in forma individuale.

3.Gli spostamenti con l’animale da affezione, per le sue esigenze fisiologiche, sono consentiti solamente in prossimità della propria abitazione. (Ordinanza contingibile e urgente n°6 del 19.03.2020 Ulteriori misure per la prevenzione e gestione dell’emergenza epidemiologica da Covid-19. )

Questo dispone la Regione Sicilia nella giornata di ieri, seguendo a ruota le ordinanze comunali o regionali, ad esempio di Messina o dell’Emilia Romagna. La correlazione tra le persone che fanno attività fisica all’aperto e i ricoverati in terapia intensiva, o i contagiati da Covid-19? Nessuna. Piuttosto il fatto che l’area più produttiva (e più inquinata, cosa da non sottovalutare) del paese, con lo slogan “Bergamo is running” abbia imposto di non chiudere le attività non essenziali e abbia subìto il più alto tasso di casi, tendenza che purtroppo non accenna a ridursi dice niente?

ConfBG

Qui il video completo, non rimosso da Confindustria Bergamo che non si scusa ma si limita, chiamata in causa, a twittare:

confbg2

Perché la gogna per chi fa attività fisica mentre i veri colpevoli sono da tutt’altra parte, a partire da chi nei decenni scorsi ha smantellato la sanità pubblica, e per finire a coloro che continuano ad anteporre i loro profitti alla salute di tutti? Come spiega un lodevole articolo di The Submarine, le FAQ del governo, almeno finché la pressione delle amministrazioni locali e regionali non cambierà l’inerzia, prevedono espressamente la possibilità di fare attività fisica all’aperto.

GovernoFAQ

Il virus non va a caccia dei solitari o comunque socialmente distanziati runners, semmai si annida negli spazi chiusi, affollati, come i mezzi di trasporto ridotti dall’emergenza e tragicamente più affollati perché i lavoratori costretti a recarsi ogni giorno a lavoro non sono diminuiti di conseguenza, o come le fabbriche o i magazzini della logistica che continuano ad essere aperti finché i lavoratori non si uniscono per difendere la loro salute proclamando scioperi con lo slogan ricorrente “non siamo carne da macello!“. Anche Amazon riduce le consegne, orientandosi sui beni di prima necessità, evidentemente a seguito delle proteste dei lavoratori che denunciavano condizioni di lavoro tutt’altro che esenti dal rischio contagio. Nel frattempo, invece di discutere della tutela della salute degli operatori sanitari in primis, e di tutti gli altri lavoratori che per necessità rischiano quotidianamente, gli stolti puntano il dito contro gli “egoisti” che corrono all’aria aperta sprezzanti del male intorno.

La sensazione è che le amministrazioni abbiano troppa fretta di dimostrarsi efficienti prima ancora che efficaci in questo frangente emergenziale, e aumentino le prove muscolari cercando di rispondere a, ma incrementando, le ansie e le paure della popolazione, la quale avrebbe bisogno di risposte circostanziate e ragionevoli, ben lontane dal panico morale che si sta creando, e concretamente efficaci. Purtroppo sollevare obiezioni, mantenere sguardo critico e lucido sembra essere ogni giorno più difficile e per fortuna resistono spazi come Giap in cui si analizza la questione dal punto di vista legale e non solo. E sono più che mai necessarie le analisi e le prese di posizione come quella di Sara Gandini su Effimera. Sembra una vita fa quando esponevo i miei dilemmi sull’uscire all’aria aperta con il bambino per portarlo in spiaggia. Per fortuna poi l’ho fatto, e sono stata serena un po’ di più, sopportando le marachelle solite dei “terribili due” col sorriso invece che con l’esasperazione. Riusciremo a rivedere il mare?

Sacrificabili sull’altare del capitale

Il coronavirus è certamente un evento straordinario, ma non imprevedibile. È il quinto virus aggressivo negli ultimi 17 anni, un’eventualità a cui il sistema sanitario dovrebbe essere pronto a rispondere. Non dovrebbe riguardare la “medicina delle catastrofi”, ma una normale pianificazione. Qui la catastrofe è stata generata da scelte economiche e politiche in nome dell’austerità pubblica e della garanzia di profitto privato in un settore in cui è direttamente in gioco la vita delle persone. La catastrofe si chiama capitalismo, e chi ha approvato queste misure e fatto profitti con la privatizzazione della sanità ha la diretta responsabilità delle morti evitabili di queste settimane. (Qui)

Le zone rosse, ristrette pare per salvaguardare il corridoio industriale-logistico Milano – Piacenza, le zone arancioni, in tutta Italia, chiudiamo tutto, ché neanche Duccio di Boris, perché “a noi la qualità ci ha rotto er cazzo”. Gli annunci, gli accordi tra la regione Lombardia e la Confindustria lombarda per garantire la produzione, le lamentele di Coldiretti, che chiede di poter sfruttare studenti e pensionati visto che quella che ormai è pandemia ha chiuso le frontiere ai soliti schiavi sacrificabili. FCA di Pomigliano chiude ma ovviamente non è il padrone saggio, quanto la spinta dal basso, gli scioperi spontanei degli operai che si chiedono quanto siano essenziali le loro attività quando in Italia sta chiudendo (quasi) tutto. E gli scioperi si estendono a macchia d’olio, e seguono da vicino le rivolte nelle carceri dei giorni scorsi, che hanno per un attimo sollevato il velo su parte degli invisibili di questa società al punto da far intervenire le Camere Penali di Modena con un comunicato in cui tra l’altro si legge:

Le uniche informazioni che abbiamo ottenuto su quei fatti sono quelle fornite dalla Polizia Penitenziaria, giacché l’Autorità Giudiziaria (requirente e di Sorveglianza) non ha inteso divulgare notizie di dettaglio sullo svolgersi degli accertamenti.

I morti nelle rivolte del carcere di Modena sono saliti a 9, un numero enorme che lascia sgomenti, ancor di più per il fatto che risulta difficile comprendere come molti di loro siano deceduti nel corso della traduzione o presso l’istituto di destinazione.

La retorica dominante per sconfiggere il virus è diventata #tuttiacasa #iorestoacasa, peccato che non tutti i lavoratori possano restare a casa o lavorare da casa. Al solito restano col cerino in mano i meno garantiti, dagli operai ai precari, sempre i più deboli insomma. Dopo Pomigliano, gli scioperi e le proteste sono stati segnalati un po’ in tutta Italia, da Terni a Marghera, nel bresciano, a Mantova, dal Piemonte a Bologna, dal Varesotto fino a Taranto. A Bologna arriva anche l’invito ai ciclofattorini di astenersi dal lavoro da parte della Riders Union, che dichiarano:

pensiamo al necessario, alla nostra salute, alla nostra vita e a chi sembra non abbia il diritto di poter restare a casa. Chiediamo l’accesso agli ammortizzatori sociali e il diritto di prendere continuità di reddito, perché dobbiamo poter continuare a vivere restando a casa. Chiediamo che il governo metta restrizioni su tutto il territorio nazionale alle consegne a domicilio, prendendo esempio dalle disposizioni della Regione Campania che individuano nel food delivery un possibile veicolo di contagio. Il governo mobiliti inoltre l’Agenzia delle Entrate per provvedere alla restituzione immediata delle ritenute d’acconto per i prestatori occasionali che negli anni 2018 e 2019 sono rimasti al di sotto della soglia dei 5000 euro.

Mentre si avverte un crescente isolamento sociale e politico, dovuto più che al virus alla narrazione intorno ad esso e al rinnovato clima di unità nazionale per cui appare sacrilego criticare il merito delle misure prese, in ogni caso, io continuo a sentire la necessità di guardare oltre l’immediato, verso un futuro non so quanto prossimo ma che si preannuncia terribile, se non si riflette ora e si agisce al più presto per contrastare questo pauroso arretramento collettivo. A proposito di isolamento, mi ha colpito la mole di ringraziamenti e “sospiri di sollievo” letti in calce alla terza parte del diario virale dei Wu Ming, sintomo di un malessere purtroppo molto diffuso. E intanto l’Avvenire si dimostra ancora quotidiano con ottime firme, sorpassando ormai a ripetizione a sinistra qualunque cosa si dichiari di sinistra o progressista in questo paese, mettendo bene a fuoco quanto questa eccezionalità e urgenza sia pericolosa:

questi decreti hanno messo in campo la più intensa limitazione dei diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione dal momento in cui questa è in vigore, cioè da 72 anni a questa parte: non è solo limitata la libertà di circolazione, ma anche quella di riunione, così come il diritto all’istruzione, il diritto al lavoro e la libertà di iniziativa economica, nonché, almeno in parte la libertà di manifestazione del pensiero, la libertà religiosa e la stessa libertà personale, pur con una serie di meccanismi di flessibilizzazione dei divieti e delle prescrizioni che in taluni casi li riducono a mere raccomandazioni.

Oltre la bieca retorica dell’italiano allergico alle regole, io penso che il conformismo sia particolarmente diffuso ai nostri giorni, e in una situazione eccezionale e alienante come quella che stiamo vivendo alle porte delle idi di marzo credo che possa solamente aumentare. Non dico che dovremmo ignorare le indicazioni generali per evitare o comunque rallentare i contagi, non mi sognerei mai, ho paura anche io e ho difficoltà a dormire come non accadeva da tempo, però la soluzione non può essere solo calare la testa e aspettare, perché un giorno questa emergenza sarà rientrata, e quel che avremo fatto nel frattempo sarà importante per determinare cosa saremo dopo.

 

Dentro o fuori (pericolo)

carceriOccorre parlare ancora del coronavirus, o meglio delle sue conseguenze, perché come tutti sanno la situazione si complica, i contagi aumentano nonostante gli sforzi (giusti?) e le misure prese (sufficienti? proporzionate? adatte?). Ma non ho nessuna intenzione di discutere di quanto possa essere frustrante vedere ridotta la mobilità e la libertà del cittadino medio, questo perché sono convinta che il grado di civiltà si misuri in base a come vengono trattati gli ultimi, i più deboli, come i malati, gli immunodepressi, e ignorati totalmente se non si fossero fatti sentire rumorosamente i detenuti. In un paese forcaiolo e sempre pronto ad essere forte con i deboli (e debole con i forti) questo è un discorso complicato perché pare che chi sia in carcere, per qualsiasi ragione, si possa meritare la qualunque. Eppure eravamo il paese di Beccaria. Poi c’è stata anche Mani pulite, tra le altre cose, e in nome di tanti torti subìti dai forti ci si è dati l’autorizzazione ad esserlo coi deboli. Siamo anche il paese di Tortora. La premessa è che le carceri sono sovraffollate, le più sovraffollate d’Europa dice Al Jazeera riportando le proteste in 27 carceri durante la giornata di ieri. Al Jazeera riporta i numeri dati dall’associazione Antigone, secondo cui il sistema carcerario è al 120% della sua capienza; non solo, 42 prigioni sono oltre il 150% della capienza. In realtà le proteste sono iniziate sabato e poi sono dilagate in tutta Italia. La questione del coronavirus, e le misure (ancor più) restrittive come la sospensione delle visite, sono state la scintilla ma evidentemente la situazione era già insostenibile, la paura ha fatto il resto, visto che probire le visite o le uscite non garantisce che chi è dentro sia al sicuro. Anzi le condizioni igienico-sanitarie e la presenza di altre malattie che comportano una minore funzionalità del sistema immunitario, come riportato in un appello per la sospensione della pena ai detenuti anziani e malati e per un’amnistia, dicono il contrario. Non sono richieste folli, basti pensare che mentre i reati sono costantemente in calo la popolazione carceraria aumenta, a causa principalmente di inasprimenti delle pene per reati minori e non violenti – e qui si dovrebbe aprire un capitolo a parte sul tema droghe, che riguarda circa il 30% della popolazione carceraria! Meglio di me comunque si spiega Luca Abbà, in questa riflessione condivisa dalla compagna FiloSottile. Qualcuno ribatterà dicendo che chi è in galera è più al sicuro e potrei rispondere dicendo di offrirsi di stare al loro posto, vista la criticità, ma rispondo diversamente, con la conferma dell’Ausl di Modena di un detenuto positivo al tampone; Modena dove ci sono stati nove morti, durante/per le proteste, anche se ci si è affrettato a dire che le morti sono dovute ad overdose di farmaci rubati in infermeria (almeno due secondo la polizia penitenziaria), altri tre morti, ufficialmente per gli stessi motivi, a Rieti. Le carceri non sono più sicure, anzi lo sono meno rispetto all’esterno, come dice un articolo che parla in particolare delle prigioni statunitensi, ma che potrebbe benissimo riferirsi anche alle nostre. Ancora una volta, l’emergenza coronavirus potrebbe servire per aprire un dibattito necessario, per mettere in discussione uno status quo che si dimostra ancora una volta insostenibile, umanamente, socialmente, economicamente.

Il coronavirus e noi

p-402-maschera_naso_scaramouche_ironNon mi piace scrivere dell’argomento del giorno perché è evidente che il cosa sia importante prima ancora del come e del perché; si tratta dell’annosa questione dell’agenda setting, che sovradetermina il resto. Tutto vorrei fare fuorché parlare del coronavirus, tema che ormai domina l’intero spettro informativo relegando ai margini tutto ciò che accade (ehi, il mondo non si ferma, nonostante tutto, al massimo si ferma Milano… frega ancora qualcosa del Rojava, ad esempio?), al punto che pure il calcio, argomento che normalmente almeno una volta a settimana da noi prende il sopravvento nel discorso pubblico, ne è fortemente condizionato con stop e rinvii. Dev’essere davvero grave allora, anche se a livello mediatico siamo in realtà in una sorta di fase 2, che consiste nel minimizzare e normalizzare una situazione che rischia di avere pesanti conseguenze, in buona parte dovute alla fase 1 di assoluto allarme e caratterizzata da toni sensazionalistici e apocalittici. Ma ripeto, non voglio parlare della questione sanitaria in sé, quanto piuttosto delle sue implicazioni socioeconomiche e politiche (vedere ad esempio questo lucidissimo comunicato dei centri sociali del NordEst). Questo dovrebbe essere l’argomento principale sulla bocca di tutti, e per fortuna non è obbligatorio essere esperti per avere una propria idea in merito (e anzi guai a delegare tutto agli esperti, se i problemi sono “tecnici”, le soluzioni sono sempre politiche, con buona pace dei nedestrinesinistri).

elefanteTorna in mente anche il necessario insegnamento di Lakoff sui frame. Ho letto molto circa le conseguenze della diffusione del virus alle nostre latitudini, e quel che si riaffaccia continuamente è il bisogno di farne discorso politico, quasi che da ciò che accade possa nascere un’opportunità di riappropriarsi del discorso politico e sociale. D’altronde come dice il mio amico Pietro si tratta di un oggetto culturale e politico. E se è vero che esagera Agamben nel definire immotivata l’emergenza, è anche vero che lo stato d’eccezione è un qualcosa che è sempre più presente e anche in questa occasione si può ben cogliere. E allora ben vengano le analisi che intendono sviscerare non tanto le intenzioni quanto gli effetti, quelli sì importanti per le ricadute sul quotidiano di tutti noi, come quelle svolte in questi giorni dai Wu Ming, qui e qui e sapientemente arricchite dal sempre attento commentarium dei giapsters. Ben venga anche il fermarsi a riflettere sul come si fa analisi e quanto sia importante non soffermarsi sulla critica negativa pura, come fa bene Davide Grasso su minima&moralia con particolare riferimento ad Agamben.  Non si tratta dunque di schierarsi, bisogna rigettare i due frame uguali e contrari che si sostengono mutualmente, quello dell’emergenza assoluta e quello “complottista” della minimizzazione. Dal punto di vista sanitario e medico per chiunque voglia accertarsene è evidente che non bisogna sottovalutare ciò che sta accadendo e i possibili scenari futuri. Occorre invece prendere atto da subito che la riflessione debba spostarsi sulla reale tutela della salute e quindi non può che partire dal necessario potenziamento del sistema sanitario nazionale, e dalla sua riunificazione contro i numerosi tentativi di regionalizzazione. Si deve difendere la sanità pubblica non per partito preso ma perché niente di meglio dell’evidenza data da questo genere di accadimento dimostra quanto sia insensato affidare a chi rincorre i profitti un bene comune come la salute. Questo significa anche tutelare i lavoratori della sanità, ricordarsi ad esempio che hanno un contratto scaduto da 18 mesi. Nel frattempo nel criticare le ordinanze emesse da governo, governatori regionali e sindaci per la loro variabilità, incoerenza e spesso contradditorietà, bisogna sottolineare come chiudere settorialmente solo le istituzioni e gli eventi culturali qualsiasi sia la motivazione intrinseca la prima banale conseguenza è la solita confessione: che la cultura è sacrificabile. Anche la chiusura di asili e scuole è oggetto di dibattito, ma prima ancora di pensare se sia giusto o sbagliato, si è discusso se ciò sia affordabile dalle famiglie che magari non hanno alternative? E i lavoratori precari e meno garantiti che stanno rischiando o direttamente perdendo il posto di lavoro a causa delle chiusure improvvisate? Tutto questo ci dice che c’è un conflitto latente pronto a scoppiare e che andrebbe reso esplicito, spiegato a noi stessi e a chi ci circonda, perché non viviamo su Marte, ma magari vicino ad una coppia di genitori lavoratori che con le scuole chiuse non sanno a chi lasciare i figli e se si assentano da lavoro rischiano di essere licenziati o che non gli venga rinnovato il contratto. Siamo immersi nel realismo capitalista, e proprio un giapster nel secondo dei post linkati sopra cita Fisher:

“La lunga e oscura notte della fine della storia deve essere considerata come un’enorme opportunità. La pervasività molto opprimente del realismo capitalista significa che anche i barlumi di possibilità politiche ed economiche alternative possono avere un grande effetto di impatto sproporzionato. Il più piccolo evento può aprire un buco nella tenda grigia della reazione che ha segnato gli orizzonti delle possibilità sotto il realismo capitalista. Da una situazione in cui nulla può accadere, all’improvviso tutto è nuovamente possibile.”

E infine si può e si deve parlare della normalizzazione delle misure eccezionali restrittive della libertà: com’è possibile che ci si possa ammassare nei centri commerciali magari per fare incetta di prodotti igienizzanti spinti dal terrorismo mediatico e poi vengano vietate le assemblee sindacali? L’emergenza, se tale, non deve derogare ai princìpi se non per lo stretto necessario, e una tantum, mentre non è peregrino chi paragona le misure adottate in questo frangente con quelle adottate sull’ondata emotiva indotta dal terrorismo (post 11 settembre e successivo) e progressivamente normalizzate.

Al momento il frame dominante è che bisogna ripartire altrimenti le conseguenze sull’economia (già fragile e prossima ad una recessione se possibile più grave di quella del 2008*) saranno devastanti. Dopo averci spaventato a morte con dirette h24 dalle zone rosse, senza minimamente preoccuparsi dell’espressione, che a me mette i brividi almeno dal 2001, dopo l’hype mediatico ora, anzi già da qualche giorno è arrivato il contro ordine, e pure i titoli di Libero, nella loro bestialità tra le migliori cartine tornasole del livello dei media mainstream, si sono ridimensionati. Quello che noi dobbiamo fare invece è rifiutare la presunta normalità e rovesciare il frame: ci vogliono far credere che sia normale socializzare le perdite e privatizzare i profitti, e anche questa emergenza la pagheranno i più deboli. Questo va denunciato e combattutto.

*A questo proposito, quando arriverà la crisi, perché è questione di tempo, scommetto che si farà a gara per dare la colpa all’eccezionalità del virus, mentre sarà nostro compito dimostrare che al massimo quello ha accelerato un processo che era già in corso, come una pallina che scivola su un piano inclinato.