Facebook, Whatsapp, gli USA e noi

waA rigor di logica non dovrei né vorrei occuparmi di nuovo di Facebook, dopo aver appena festeggiato un anno senza, ma anche se io me ne volessi disinteressare sembra che Facebook non si disinteressi a me. Tra la nuova policy di Whatsapp che ti impone di condividere le informazioni dell’account con Facebook, che non sarebbe applicabile in Unione Europea vista la vigenza del GDPR (però anche Facebook stesso c’è nonostante il GDPR quindi…), e la relazione tra politica e piattaforme a livello sia locale che mondiale, tocca parlarne ancora. A livello locale l’esempio mi viene con il continuo utilizzo da parte delle istituzioni di comunicazioni poco istituzionali come le dirette Facebook per informare la cittadinanza alla faccia di chi non ha e non vuole aderire ad una piattaforma privata. La stessa piattaforma che ha fatto da cassa da risonanza ai deliri del presidente uscente degli Stati Uniti e dato spazio a gruppi e persone che nel modo più soft possono essere definiti suprematisti bianchi, oltre a feccia varia, per poi decidere in autonomia che ora basta, gli si toglie il palcoscenico. In base a cosa? Come dice bene Loredana Lipperini nel post di oggi:

Ma chi vigila sulla democrazia, certamente messa in pericolo ANCHE da un delirante quasi-ex-presidente degli Stati Uniti?
Perché se la difesa della democrazia viene delegata a un impero digitale non mi sembra il caso di essere così tranquilli. Come giustamente ha scritto uno dei non molti commentatori che aveva compreso il punto, siamo di fronte a “un soggetto privato che autonomamente sceglie se e quanto permettere al rappresentante in capo di uno stato di esprimersi”. E’ un cambio di paradigma incredibile (…)

E così torno a pensare, e a scrivere di queste cose. Il percorso di riflessione iniziato con la disamina del testo Il capitalismo della sorveglianza di Shoshana Zuboff, proseguito con l’analisi della necessaria, puntuale, nonché lunghissima critica di Evgeny Morozov allo stesso testo si arricchisce ancora con un’inaspettata quanto opportuna critica alle trappole pseudomarxiane delle categorie del surveillance capitalism fatta su questo blog, che incrocia anche una critica del fediverso che mi trova molto interessata e che sentenzia, non senza ragione: “Non bisogna credere che per liberarsi dei social commerciali basti crearne una versione priva di tracciamento dei dati”. L’occasione è ottima per continuare a riflettere sul potere delle piattaforme, un potere che ha diverse declinazioni, una delle quali è sulla nostra perdita della capacità di scrivere. Questa è una battaglia che ho deciso di combattere imponendomi nuovamente la scrittura, ed è uno dei numerosi motivi per cui ho abbandonato Facebook.

L’idea di abbandonare Whatsapp lo ha avuta pure ma è più complicato in base all’uso che ne faccio: principalmente ragioni di lavoro e di scuola della prole mi hanno impedito fino ad ora di farlo. Forse mi illudo che con questa nuova policy qualcosa possa cambiare a livelli significativi, perché leggo di picchi di iscrizioni ad alternative tipo Signal, anche se sulla bontà delle alternative bisognerebbe pure discutere: Signal, Telegram, what else? Su Mastodon, a proposito ancora di fediverso, se ne sta discutendo, ad esempio, e ci sono diverse posizioni, tra chi rompe senza problemi con un tot di contatti a chi si trova in difficoltà a farlo per le più varie ragioni.

capitol hill

Paladini del capitalismo nelle loro vesti più credibili

Dubbi, spinte al cambiamento, critiche del sistema dei social, sono tutti segnali importanti che non dobbiamo trascurare, e però hanno bisogno di uno sguardo complessivo. Condivido appieno quanto detto ancora da Loredana in questo caso ieri, in riferimento alla ignominiosa vicenda dell’assalto a Capitol Hill, riguardo al nostro presente: “siamo amabilmente al servizio di un capitalismo persino più feroce del precedente, quello che la rete e i social gestisce”. Questo dovrebbe essere un punto di partenza, che non nega un altro aspetto della questione: quello statunitense è un impero in decadenza, e anche la dimostrazione plastica dell’ennesima, sempre più dirompente crisi di un capitalismo che comunque si piega ma non si spezzerà da solo, senza un movimento reale che sappia agire per il cambiamento.

Una stilografica e The Raven

Nella giornata di ieri una delle mie perversioni, quella per le penne stilografiche, ha incontrato uno dei pallini che per ora mi stuzzica un sacco, e cioè la poesia. Urge qualche premessa, credo, per comprendere il contesto. Da qualche mese sto facendo la raccolta, uscita in edicola, di una serie di penne stilografiche ispirate a personaggi storici, un’occasione che non potevo perdere. Da un po’ meno tempo mi è tornata la voglia di leggere poesie, imparare qualcosa su di esse e sugli autori, a causa di una stranissima combinazione: un tutor che dovrebbe essere l’esempio perfetto del burocrate ma che ha la passione per la letteratura, e per la poesia tra l’altro, il che mi ha spinto a cercare di coltivare un po’ questo interesse sempre sopito per mia manifesta incapacità: insomma la poesia è una cosa complicata. Ad ogni buon conto, con qualche consiglio tipo seguire il blog Interno poesia datomi da Loredana Lipperini, provo ad addentrarmi in questo campo.

IMG_20210105_162842_resized_20210105_043030605L’incontro fatale è avvenuto ieri, quando ho ricevuto la penna stilografica ispirata a Edgar Allan Poe, autore che neanche a dirlo adoro, nella quale però ci sono incisi i primi versi della sua più famosa poesia, e su quel lato della sua produzione letteraria sono terribilmente carente. Così sono andata a leggermi The Raven, rigorosamente in lingua originale, ed è stata davvero un’epifania: fantastica, potrei rileggerla e analizzarla per ore. La condivido con voi, come dono per il nuovo anno, inaugurando quella che spero possa essere una nuova rubrica. Il consiglio è di leggerla ad alta voce.

Once upon a midnight dreary, while I pondered, weak and weary,
Over many a quaint and curious volume of forgotten lore—
    While I nodded, nearly napping, suddenly there came a tapping,
As of some one gently rapping, rapping at my chamber door.
“’Tis some visitor,” I muttered, “tapping at my chamber door—
            Only this and nothing more.”
 
    Ah, distinctly I remember it was in the bleak December;
And each separate dying ember wrought its ghost upon the floor.
    Eagerly I wished the morrow;—vainly I had sought to borrow
    From my books surcease of sorrow—sorrow for the lost Lenore—
For the rare and radiant maiden whom the angels name Lenore—
            Nameless here for evermore.
 
    And the silken, sad, uncertain rustling of each purple curtain
Thrilled me—filled me with fantastic terrors never felt before;
    So that now, to still the beating of my heart, I stood repeating
    “’Tis some visitor entreating entrance at my chamber door—
Some late visitor entreating entrance at my chamber door;—
            This it is and nothing more.”
 
    Presently my soul grew stronger; hesitating then no longer,
“Sir,” said I, “or Madam, truly your forgiveness I implore;
    But the fact is I was napping, and so gently you came rapping,
    And so faintly you came tapping, tapping at my chamber door,
That I scarce was sure I heard you”—here I opened wide the door;—
            Darkness there and nothing more.
 
    Deep into that darkness peering, long I stood there wondering, fearing,
Doubting, dreaming dreams no mortal ever dared to dream before;
    But the silence was unbroken, and the stillness gave no token,
    And the only word there spoken was the whispered word, “Lenore?”
This I whispered, and an echo murmured back the word, “Lenore!”—
            Merely this and nothing more.
 
    Back into the chamber turning, all my soul within me burning,
Soon again I heard a tapping somewhat louder than before.
    “Surely,” said I, “surely that is something at my window lattice;
      Let me see, then, what thereat is, and this mystery explore—
Let my heart be still a moment and this mystery explore;—
            ’Tis the wind and nothing more!”
 
    Open here I flung the shutter, when, with many a flirt and flutter,
In there stepped a stately Raven of the saintly days of yore;
    Not the least obeisance made he; not a minute stopped or stayed he;
    But, with mien of lord or lady, perched above my chamber door—
Perched upon a bust of Pallas just above my chamber door—
            Perched, and sat, and nothing more.
 
Then this ebony bird beguiling my sad fancy into smiling,
By the grave and stern decorum of the countenance it wore,
“Though thy crest be shorn and shaven, thou,” I said, “art sure no craven,
Ghastly grim and ancient Raven wandering from the Nightly shore—
Tell me what thy lordly name is on the Night’s Plutonian shore!”
            Quoth the Raven “Nevermore.”
 
    Much I marvelled this ungainly fowl to hear discourse so plainly,
Though its answer little meaning—little relevancy bore;
    For we cannot help agreeing that no living human being
    Ever yet was blessed with seeing bird above his chamber door—
Bird or beast upon the sculptured bust above his chamber door,
            With such name as “Nevermore.”
 
    But the Raven, sitting lonely on the placid bust, spoke only
That one word, as if his soul in that one word he did outpour.
    Nothing farther then he uttered—not a feather then he fluttered—
    Till I scarcely more than muttered “Other friends have flown before—
On the morrow he will leave me, as my Hopes have flown before.”
            Then the bird said “Nevermore.”
 
    Startled at the stillness broken by reply so aptly spoken,
“Doubtless,” said I, “what it utters is its only stock and store
    Caught from some unhappy master whom unmerciful Disaster
    Followed fast and followed faster till his songs one burden bore—
Till the dirges of his Hope that melancholy burden bore
            Of ‘Never—nevermore’.”
 
    But the Raven still beguiling all my fancy into smiling,
Straight I wheeled a cushioned seat in front of bird, and bust and door;
    Then, upon the velvet sinking, I betook myself to linking
    Fancy unto fancy, thinking what this ominous bird of yore—
What this grim, ungainly, ghastly, gaunt, and ominous bird of yore
            Meant in croaking “Nevermore.”
 
    This I sat engaged in guessing, but no syllable expressing
To the fowl whose fiery eyes now burned into my bosom’s core;
    This and more I sat divining, with my head at ease reclining
    On the cushion’s velvet lining that the lamp-light gloated o’er,
But whose velvet-violet lining with the lamp-light gloating o’er,
            She shall press, ah, nevermore!
 
    Then, methought, the air grew denser, perfumed from an unseen censer
Swung by Seraphim whose foot-falls tinkled on the tufted floor.
    “Wretch,” I cried, “thy God hath lent thee—by these angels he hath sent thee
    Respite—respite and nepenthe from thy memories of Lenore;
Quaff, oh quaff this kind nepenthe and forget this lost Lenore!”
            Quoth the Raven “Nevermore.”
 
    “Prophet!” said I, “thing of evil!—prophet still, if bird or devil!—
Whether Tempter sent, or whether tempest tossed thee here ashore,
    Desolate yet all undaunted, on this desert land enchanted—
    On this home by Horror haunted—tell me truly, I implore—
Is there—is there balm in Gilead?—tell me—tell me, I implore!”
            Quoth the Raven “Nevermore.”
 
    “Prophet!” said I, “thing of evil!—prophet still, if bird or devil!
By that Heaven that bends above us—by that God we both adore—
    Tell this soul with sorrow laden if, within the distant Aidenn,
    It shall clasp a sainted maiden whom the angels name Lenore—
Clasp a rare and radiant maiden whom the angels name Lenore.”
            Quoth the Raven “Nevermore.”
 
    “Be that word our sign of parting, bird or fiend!” I shrieked, upstarting—
“Get thee back into the tempest and the Night’s Plutonian shore!
    Leave no black plume as a token of that lie thy soul hath spoken!
    Leave my loneliness unbroken!—quit the bust above my door!
Take thy beak from out my heart, and take thy form from off my door!”
            Quoth the Raven “Nevermore.”
 
    And the Raven, never flitting, still is sitting, still is sitting
On the pallid bust of Pallas just above my chamber door;
    And his eyes have all the seeming of a demon’s that is dreaming,
    And the lamp-light o’er him streaming throws his shadow on the floor;
And my soul from out that shadow that lies floating on the floor
            Shall be lifted—nevermore!

Donne e fantastico

donneefantasticoDevo ringraziare Filo tra le altre cose per il post in cui ha condiviso la chiacchierata con Giuliana Misserville sul suo testo Donne e fantastico, che mi sono presto procurata invogliato non solo dal tema in sé ma anche dagli innumerevoli spunti dati dalla loro discussione. Il saggio coniuga rigore accademico (e infatti è stato sottoposto a processo di peer review) con una piacevolezza di lettura per cui si riescono ad apprezzare anche le analisi e i nessi meno familiari, come per me quelli di autrici che non conoscevo. Partendo dal presupposto che il fantastico sconta ancora qualche pregiudizio sul suo essere letteratura minore, Misserville indaga la scrittura di diverse autrici italiane le quali secondo la sua tesi, innovando profondamente il genere con uno scarto di qualche decennio rispetto a quando si era verificato un fenomeno analogo negli Usa, a partire infatti dagli anni Settanta sulla scia di un rigenerato movimento femminista.

La produzione letteraria è notevole e anche se subisce un doppio pregiudizio, sulla scrittura “di donne” e “di genere”, riesce ad imporsi come fenomeno culturale che ha contribuito a modificare l’immaginario delle donne nella nostra società. Attraversando la scrittura di diverse autrici e i ruoli di diverse personagge si fa pressante la questione del potere, per lo più precluso al genere femminile anche all’interno della narrativa fantastica precedente, scritta soprattutto da uomini del resto. In filigrana emerge anche il ruolo che le storie hanno per noi: “come se leggere servisse a lenire il dolore. O forse sì, non è per questo che si scrivono romanzi e si raccontano storie?” si chiede l’autrice trattando di Nicoletta Vallorani. E ancora, nel capitolo dedicato a Laura Pugno, “uno dei grandi temi del fantastico, o forse l’unico tema che viene articolato con infinite e infinite varianti, è questo cercare di tenere testa alla morte. È questa la trama che il fantastico ci racconta sempre. È questo che le storie fanno dalle Mille e una notte in poi e anche da prima: addomesticare la morte”. Particolarmente apprezzato il capitolo su Loredana Lipperini che adoro, neanche a dirlo, e che illustra pure alcuni aspetti a me finora ignoti della sua scrittura. E anche qui torna il tema della morte, o meglio la sua relazione con le storie: “si racconta per proseguire la vita di chi abbiamo amato, si scrive per negoziare con la morte”. Per chi conosce le autrici di cui parla Misserville, ma anche per scoprirle, il saggio è un piccolo gioiello, e io stessa sono felice di poter “segnare” nuove letture guidata da un’analisi così interessante e coinvolgente. Del resto, i molteplici spunti e stimoli che ho colto travalicano queste poche righe e si riverberano in ulteriori pensieri perché il fantastico ha questo potere di aprire mondi e permettere di attraversarli.

Di pandemia, precarietà e angoscia

“What the hell is happening?” DEAR DIARY, BMTH

Il XXI secolo sembra l’apoteosi della cosiddetta postmodernità, intesa come una fase di smarrimento e perdita delle certezze acquisite con la modernità. Se l’11 settembre 2001 ha aperto il secolo ed il millennio gettandoci in faccia l’idea che siamo tutti potenziali bersagli di un insano terrorismo, il 2020 ha pensato che forse il messaggio di precarietà non era abbastanza chiaro. Non è sufficiente neanche la crisi climatica, ancora dibattuta, forse ormai accettata nelle sue basi teoriche mentre le sue implicazioni pratiche sono lungi dall’essere comprese e poste come punti di partenza per una reale azione di contrasto, tanto che ad oggi poco o nulla si è fatto concretamente. Allora è arrivata la pandemia che ha messo tutto sottosopra, cambiando prospettiva e anche la quotidianità praticamente ovunque nel mondo. Scrivo da un treno la cui capienza è ridotta al 50%, indosso una mascherina a cui non faccio più caso e se all’arrivo a destinazione mi fermano devo giustificare la mia presenza fuori dal comune di residenza con motivi di lavoro o comunque con ragioni di necessità e urgenza. Solo un anno fa questa sarebbe sembrata la trama di un film con l’ormai classico scenario apocalittico, anche se a ben pensarci il moltiplicarsi delle narrazioni di questo tipo è esattamente il segno che la percezione del tempo in cui viviamo è ben presente nella nostra cultura. Così accade che una scrittrice, la sempre cara Loredana Lipperini, inizia a scrivere di peste qualche anno fa e si ritrova travolta nella realtà della sua stessa storia, sarà preveggenza? Più probabile che chi coltiva la scrittura e ha doti narrative riesca a cogliere anche incosciamente lo spirito dei tempi. E per fortuna, perché è di parole che abbiamo bisogno e sono proprio le parole a mancarci.

Another day, another post-traumatic order

Think I’m losing my fucking mind, OBEY, BMTH

Tempi interessanti direbbe qualcuno, eppure siamo qua, con un senso di precarietà esistenziale che non pensavamo potesse essere maggiore, così profondo. L’economia non è un orizzonte stabile, non lo è la politica, ora non lo è neanche la nuda vita e lo impariamo – lo impariamo? – a nostre spese.

“When we forget the infection, will we remember the lesson?” PARASITE EVE, BMTH

Il senso di precarietà raggiunge quindi nuovi livelli, forse impensabili fino a non molto tempo fa. La teoria sociologica ci ha aiutato a tracciare i contorni di questa nuova condizione. Proprio al volgere del secolo, nel 2000, il sociologo polacco Zygmunt Bauman per superare la confusione insita nel termine postmodernità che lui stesso aveva precedentemente adottato utilizza una nuova metafora che diventa presto celebre per la sua efficacia: alla modernità solida del Novecento contrappone infatti la modernità liquida del nostro presente. Non stupisce che proprio nello stesso periodo Richard Sennett porti avanti una riflessione affine, pubblicando nel 2001 il famoso testo L’uomo flessibile in cui racconta delle conseguenze delle nuove forme di flessibilità lavorativa sull’intera vita delle persone. La parola flessibilità negli ultimi decenni è stata utilizzata moltissimo nei suoi connotati positivi nel tentativo di glorificare le nuove condizioni precarie di lavoro, con artifici retorici messi a nudo da studi brillanti come quello di Sennett. Questo senso di precarietà progressivamente si va estendendo dal mondo del lavoro all’intera vita dell’individuo passando dall’ambiente in cui vive alla sua quotidiana esistenza.

E adesso arriva la pandemia che rappresenta un punto di svolta epocale, ne è convinto Žižek – più modestamente lo ipotizzavo anche io qualche tempo fa – ed è tale da mettere in discussione le basi illuministiche della nostra modernità. Galimberti ha portato avanti queste riflessioni, osservando che l’incrollabile fede nella capacità dell’uomo di controllare la natura è messa a dura prova. Queste sono analisi che aiutano, almeno me, a trovare alcune parole per raccontare ed elaborare questi tempi difficili. Un altro suo contributo interessante è sulla differenza tra paura e angoscia, la prima è rivolta verso un oggetto determinato e ci aiuta ad affrontare un pericolo, rappresentando un meccanismo di difesa; l’angoscia invece si prova nei confronti di qualcosa di indeterminato, e reca con sé una sensazione di impotenza deleteria.

Another day, another systematic nightmare

Think I’m out of my fucking mind, OBEY, BMTH

Il termine angoscia è effettivamente adeguato perché dà il senso di una percezione che è comune, sempre più diffusa, di fronte al protrarsi della situazione emergenziale. In questo c’entra la narrazione che autorità e media hanno fatto durante la prima ondata, facendo intendere che un periodo tutto sommato contenuto di sacrifici, in perfetto stile penitenziale cattolico, avrebbe permesso di vincere la battaglia e anche la guerra, dando il tempo al sistema di attrezzarsi per le contromisure, che fossero un potenziamento dei meccanismi di prevenzione e controllo, della sanità pubblica e cioè delle strutture, dei presìdi e del personale, o del fantomatico vaccino invocato a breve nuovamente oggi con toni messianici.

Feel like nothing ever seems quite right?, KINGSLAYER, BMTH

L’estate ci ha dato l’illusione di normalità di cui avevamo estremamente bisogno e chi, pur critico nei confronti della gestione della pandemia, cercava di tenere un po’ su la guardia magari era tacciato di disfattismo, perché l’Italia era stata un modello di successo. Lo dimostrava il riacutizzarsi della pandemia all’inizio dell’autunno negli altri paesi europei, ma non da noi, no, siamo stati virtuosi e… aspetta… siamo forse tornati a marzo? L’atteggiamento schizofrenico a livello centrale ha come conseguenza in molti casi una risposta schizofrenica da parte dei cittadini,

Allo scopo di combattere un contagio che minaccia di morte i loro nonni e rischia di far collassare il sistema sanitario nazionale per i troppi ricoveri, possono frequentarsi di persona soltanto fuori da scuola e fino alle dieci di sera. Dopo, tutti in casa. In quale modo questo possa incidere sul contrasto di un’epidemia non può spiegarglielo nessuno, perché ovviamente è una cosa senza senso. Ed è a questo vivere senza senso che li stiamo abituando.

ma soprattutto ha conseguenze al momento ignorate sulla salute psicofisica di tutti noi. Io non sono affatto tranquilla, resisto, è chiaro, augurandomi di essere in grado di continuare a farlo, ma la percezione diffusa intorno a me non è solo di angoscia: ci saranno, ci sono, conseguenze di lungo periodo di cui dobbiamo tenere conto e sarebbe opportuno cominciare a provvedere ora senza aspettare un fantomatico dopo. Oggi una collega mi diceva che dopo la generazione che ha vissuto la seconda guerra mondiale, noi abbiamo questa guerra da combattere, tra l’altro contro un fantasma. Ecco, non esiste alcun dopoguerra, per quel che ne sappiamo oggi.

Oh, God, everything is so fucked, but I can’t feel a thing, TEARDROPS, BMTH

Itch for the cure (When will we be free?)

I know why you’re here, you’re fed up of the fear
Sick of the fantasy world they’ve built, so you never see clear
Something is coming unplugged (Coming unplugged)
There’s a glitch in your trust
You got an itch for the cure, but you’re scared to walk out the door
I’m here to tell you there’s a universe that lives without law
Something is coming unplugged (Unplugged)
‘Cause you keep asking yourself

When will we be free?
When will we be free?
Whеn will we be free?
When will wе be free?

I wanna be a kingslayer (When will we be free?)
Something is coming unplugged (When will we be free?)
There’s a glitch in your trust
I wanna be a kingslayer (When will we be free?)
Something is coming unplugged (When will we be free?)
There’s a glitch in your trust

Nota: le frasi inserite per intervallate le mie parole, e infine il testo intero appena qui sopra, sono tutti tratti dall’ultimo album dei Bring Me The Horizon, dal titolo Post Human: Survival Horror, che si rivela la colonna sonora perfetta per questi giorni.

Sulla seconda ondata, su di noi

Another day, another post-traumatic order
Brainwashed and feeling fine
I bit off more than I could chew when I looked closer
So I stabbed a fork in my eye

Think I’m losing my fucking mind
Don’t know where to turn, now I’m blind

NapoliDa qualche parte a metà tra chi diceva “è solo un’influenza” e chi “moriremo tutti” c’era chi cercava senza troppo sensazionalismo di tenere i piedi ben saldi a terra, per quanto ciò possa essere difficile in un frangente simile, che nessuno di noi pensava davvero di poter vivere. Il rischio era ed è comunque quello di essere accusati di “negazionismo”, quando semplicemente si chiede di usare il raziocinio e soprattutto capire che ci si deve adattare ad una “normalità” completamente nuova, e che è qui per restare. Si è tentato di esorcizzarlo  durante un’estate apparentemente spensierata, che ha dato un po’ di tregua, e respiro, alle nostre ansie, lo si fa ancora ostentando il sempre imminente arrivo di un vaccino che anche nella migliore delle ipotesi non risolverà magicamente la questione in tempi ragionevolmente brevi. Ne parlavo già a fine giugno, quando si andava estendendo la fase di generale rilassamento. Ora è chiaro, si spera: non è passato e non è vero che non sta succedendo nulla. Si ripercuotono conseguenze ai livelli più disparati e non è semplice per nessuno restare sereni. Quotidianamente facciamo i conti con la paura, se siamo in giro per lavoro, se usiamo i mezzi pubblici, quando torniamo a casa come se fosse la routine di sempre e neanche togliamo la mascherina perché ormai sembra essere un complemento indispensabile. [Di contro sento ancora qualche sparuta lamentela di chi dice di non sopportarla, di non riuscire a tenerla, ed evidentemente non l’ha mai tenuta neanche per una frazione del tempo in cui la maggior parte di noi ormai la tiene da mesi]. Io per prima a volte faccio per indossarla quando “non serve” perché senza mi pare manchi qualcosa. Nel post sopra citato riprendo più volte le parole e i pensieri di Loredana Lipperini, che è rimasta una delle poche bussole di questo presente complicato, e continua ad esserlo quotidianamente. Tornano in sella dopo un silenzio meditato, forse necessario, anche i Wu Ming. Loro hanno supplito a lungo a grandi carenze nel dibattito pubblico a sinistra nei momenti più difficili della prima ondata, fino ad arrivare a sbattere. Il loro lavoro è altro del resto, anche se come narratori sanno essere una componente importante del quadro:

Va bene tutto. Perché tutto viene fatto per il più nobile dei fini, al motto «per contenere il virus dobbiamo cedere quote di libertà» (M. Giannini). Quali libertà? Le libertà di chi? In base a quali evidenze scientifiche o almeno empiriche e a quali ragioni logiche?

Sì, perché forse potremmo davvero farcene una ragione se almeno fosse chiaro che serve a qualcosa. Se per salvarci dobbiamo mascherarci (fatto), svuotare le piazze (fatto), introdurre protocolli di comportamento per i luoghi frequentati da molte persone (fatto)… be’, eccoci qua. Gli ammalati però, a quanto pare, continuano ad aumentare. E nel discorso dominante continua a essere colpa nostra, degli italiani «indisciplinati» e «furbetti», che si accaniscono ad avere una vita sociale, a dover andare al lavoro o a scuola con i mezzi pubblici, a volersi tenere in forma fisica anziché arrendersi alla cattiva salute.

È lo stesso copione che abbiamo sentito recitare da febbraio a maggio. Come allora, è un copione non solo classista e fuorviante, ma anche farsesco e tragico allo stesso tempo, perché se dopo sette mesi il sistema sanitario è di nuovo a rischio collasso significa che il provvedimento più efficace nel tempo intercorso è stato quello della rotazione inclinata dell’asse terrestre, cioè l’estate. Adesso che torna il freddo, servono diversivi. Bisogna nuovamente dire che siamo noi a non essere abbastanza «virtuosi», per spostare l’attenzione dall’incapacità gestionale di questi mesi e dai risultati catastrofici delle politiche sanitarie degli ultimi decenni, ormai sempre più manifesti.

Se si aggiunge che la comunità che ruota intorno a Giap svolge un ruolo di analisi e approfondimento veramente notevole, non resta che consigliare anche la lettura dei commenti al post, alcuni dei quali sono stati anche espunti per essere sistematizzati ed evidenziati in un successivo post.
Ed eccoci alla seconda ondata quindi. Siamo a fine ottobre e ricomincia l’ansia da Dpcm, da conferenze stampa annunciate e sempre ritardate. E perché mai poi non firmano i testi nei normali orari d’ufficio, dando l’illusione di lavorare in maniera convulsa e ininterrotta per “salvarci” da pericoli imminenti, tipo quello delle palestre che rispettano i protocolli? (O peggio “per salvare il Natale” in una riedizione dei classici film del periodo di cui possiamo francamente fare a meno). E ancora non siamo tornati alle autocertificazioni, vero incubo kafkiano, mentre ci “raccomandano fortemente”, con la stessa valenza legale di queste righe scritte tra sfogo e disperazione, di limitare le uscite a motivi di necessità, salute, lavoro, soprattutto lavoro. Per il profitto, sempre.

Obey, we hope you have a lovely day
Obey, you don’t want us to come out and play away now, now
There’s nothing to see here, it’s under control
We’re only gambling with your soul
Obey, whatever you do
Just don’t wake up and smell the corruption

Mentre la situazione peggiora, e questa volta non in maniera territorialmente circoscritta, riparte il teatrino della colpevolizzazione individuale, assurda specialmente nel paese della retorica contro le caste, come dicono ancora i Wu Ming. E nessuno vede che hanno perso mesi dietro banchi con le ruote e bonus che sanno di elemosina? In realtà la narrazione scricchiola in maniera evidente. Lo si è visto a Napoli, anche se si cerca di derubricarlo alla voce “camorra” perché fa comodo, è rassicurante oltre che razzista, lo si inizia a vedere anche in altre città. E no, non mi dispiace per le vetrine di Gucci come non mi dispiaceva per le fioriere anni fa (“un gesto politicamente inutile ma umanamente bello” dice il compagno Vanetti). Non sarà una mossa intelligente ma l’indignazione a difesa delle cose mentre si prospetta la fame per molti anche no. E torna utile il commento di Wu Ming 1, che altrove cita anche un interessante pamphlet uscito appena per manifestolibri che, finalmente, fa giustizia e sconfessa la linea governista e di unità nazionale che obiettivamente era illeggibile.

E questo è un governo che fa i tripli salti mortali pur di tutelare gli interessi dell’1%.

La polarizzazione di classe che sta creando quest’emergenza – non la pandemia, come si dice sempre, annacquando l’analisi: la gestione della pandemia – è vertiginosa, siamo dentro un impressionante acceleratore di proletarizzazione. Da una parte le multinazionali, Confindustria, il padronato grande e medio-grande e la classe politica che ne tutela gli interessi, dall’altra tutto il resto della società: ceto medio impoverito, working class, decine di milioni di persone.

Peccato che a sinistra questa cosa non sia stata minimamente compresa, e si sia dato dell’infame “riaperturista” al tizio che gestisce una piccola palestra, al tecnico del suono a partita IVA che senza concerti si è ridotto alla fame ecc. Questi sono proletari e neo-proletarizzati che un’odiosa retorica dipinge da mesi come cinici padroni, irresponsabili, “negazionisti”, stragisti ecc.

Gran parte del corpo sociale sta andando in rovina a causa della retorica diversiva del governo e dei media governisti, una retorica che, col più puro approccio neoliberista, scarica ogni colpa sul corpo sociale, previa sua atomizzazione in singoli individui. Le cose vanno bene? Merito del governo. Siamo al collasso? Colpa dell’individuo.

Ma la gauche-caviar e, purtroppo, parte di quella ex-“radicale” dicono che le rivolte sono solo roba di camorra, di ultrà, di fasci. Proprio non vogliono capire.

Perché non siamo tutti sulla stessa barca, proprio no. Perché qualcuno in questi mesi ha arricchito i propri patrimoni del 31% mentre si ipotizzano tagli agli stipendi statali andando completamente fuori fuoco su chi siano i privilegiati. Come dice il titolo dell’articolo appena linkato: o loro o noi.

You monsters are people
You fucking monsters are people

Obey, we’re gonna show you how to behave
Obey, it’s nicer when you can’t see the chains

(Obey, BMTH with YUNGBLUD)

Magia nera

Elena non crede che chi li porta al mercatino abbia bisogno di soldi, quanto piuttosto di spazio. Anche mentale: ci sono cose che si portano dietro pezzi di vta, e liberandosene si cancellano anche quelli, che forse premono troppo forte, forse fanno troppo male per andare avanti.

Magia nera

Magia nera – per trovare l’immagine di copertina del libro in rete ho dovuto spulciare in mezzo a parecchie immagini di libri di magia nera!

Di cosa è fatto, poi, il tempo?

Con un po’ di ritardo sulla tabella di marcia finalmente ho preso in mano Magia nera di Loredana Lipperini, una persona, prima che una scrittrice, che ho particolarmente a cuore. Il libro ha avuto un bel viaggiare dalla Gran Bretagna dove è stato preso come regalo e fatto autografare fino allaphoto6012547812165792648 sua attuale collocazione, la libreria di casa mia e le mie mani. Non posso dire di averlo divorato, non è un libro che almeno io possa leggere d’un fiato: dopo il primo racconto mi sono dovuta fermare a respirare. Ho lasciato decantare, ché l’impatto è stato notevole, e poi ho proseguito. Sono storie di donne, storie varie, di non netta collocazione di genere, mentre noi siamo “animali che vivono di tassonomie” come dice Vera Gheno in questa intervista che leggevo poco prima di mettermi a scrivere. Loredana Lipperini le colloca comunque nell’ampio genere del fantastico, “perché scelgono di percorrere la strada obbligata del realismo. Eppure al tempo stesso parlano di realtà”. Dodici racconti, dodici donne “come potreste incontrarne ogni giorno”, ci dice ancora Lipperini.

I roghi non illuminano le tenebre.

Quando si tratta di racconti, come in questo caso, non c’è solo il testo nella sua interezza ma anche i singoli racconti, per cui mi sento di dire che il primo, Tu stessa, per inseguirlo, l’ho trovato il più potente, mentre quello che più mi ha incantata è Who is that girl? Una storia per Carlotta. Ci sono racconti che mi hanno colpito di più, altri di meno, ma nel complesso il libro mi è piaciuto molto; una parola che mi è venuta in mente durante la lettura è vividezza. E poi ho incontrato Lovecraft e Stephen King nel corso della lettura, direttamente o meno, per citarne due, e questo è sicuramente un bene. Non so quanto  ci sia di autobiografico in realtà, riconosco gatti e altri dettagli disseminati rispetto a quel che presumo di conoscere, ma ho trovato molta Loredana nelle storie, nel tratto, nell’atmosfera. Inoltre ha stuzzicato la mia fame di scrittura, e quanto è bello un libro quando ti fa venire voglia di cimentarti nella magica arte di mettere insieme parole? Abracadabra!

Bella non avrebbe mai incontrato le parole senza scopo, quelle che dormono per anni nel fondo e un giorno, senza motivo, salgono in superficie come bolle luminose perché è arrivato il momento straordinario in cui si possono usare.

Paranoia

Non  sono sicura che la realtà mi piaccia.

Preferisco scrivere che fare qualunque altra cosa.

Parlando di Shirley Jackson ho sicuramente un pregiudizio, nel caso specifico positivo, dovuto probabilmente al fatto che ho conosciuto questa scrittrice attraverso le parole di Loredana Lipperini, la quale ha il dono di incantarti e spingerti a seguire spassionatamente i suoi consigli letterari. Inoltre è una delle muse ispiratrici di Stephen King e questo vuol dire sicuramente più di qualcosa. Ho letto L’incubo di Hill House, colpevolmente dopo aver visto la serie ad esso ispirata – comunque ben fatta – e ne ho parlato qui. Per un gioco di risonanze ho ritrovato qualche citazione di un altro testo particolare della Jackson, già menzionato su Lipperatura, e mi sono decisa a “dargli la caccia”. [Come promemoria personale devo aggiungere di ricordarmi di segnare pure la fonte di ispirazione quando mi appunto un libro da prendere, sono riuscita a risalire all’articolo solo tramite la ricerca avanzata di Twitter, che incredibile ma vero, esiste e funziona, anche se è difficile da trovare, bel paradosso!]

paranoia

Dicevo, un testo particolare perché Paranoia è composto da quattro racconti inediti più una serie di articoli e riflessioni principalmente su famiglia e scrittura, che permettono di conoscere più da vicino Shirley Jackson. Il testo è stato curato dai figli dopo aver ritrovato una serie di manoscritti inediti e questa è una buona notizia perché purtroppo l’autrice ci ha lasciato troppo presto. Sarà il momento felice o le tante ore da pendolare  sul treno, sono riuscita ad iniziarlo e finirlo nella giornata di martedì 8 settembre. Una scrittura impeccabile, schietta e mai banale mi ha tenuta incollata a quelle pagine, prima di fiction e poi ibride, perché non è  semplice saggistica la prosa della restante parte del libro.

I bambini di casa nostra hanno un motto: una cosa può essere vera, non vera, oppure una fissazione della mamma.

I quattro racconti inediti sono spiazzanti e inquietanti al punto giusto – non saprei scegliere il preferito tra Paranoia e Mrs. Spencer e gli Oberon, ma quest’ultimo ha forse un merito particolare perché riesce magistralmente a personificare il decoro borghese, tema che mi sta molto a cuore. Per quanto riguarda gli altri testi il senso di spiazzamento spesso ricompare, insieme ad una buona dose di divertimento e folgoranti rivelazioni sulla scrittura, per cui devo necessariamente prendere appunti su Lolli, il mio taccuino.

Niente è inutile e niente va mai perduto.

La parte per me più interessante non sono i seppur simpatici quadretti familiari, che tra l’altro vista la storia di Shirley Jackson sono più una trasfigurazione del reale che una cronaca letterale, quanto proprio l’ultima parte dedicata alla scrittura. Tocca quindi riportare qui alcune citazioni per darne un saggio (enfasi mia):

La cosa più bella dell’essere una scrittrice è che puoi permetterti di abbandonarti alla stranezza quanto vuoi, e, a patto che continui a scrivere e in un certo senso a consumarla, nessuno potrà farci niente.

Voi dovete soltanto – e state attenti, per favore – non smettere mai di scrivere. Finché scrivete con regolarità, niente può davvero nuocervi.

Mentre rifaccio i letti e lavo i piatti e vado in paese a cercare le scarpette da ballo, mi racconto delle storie. Storie su qualunque cosa. Semplici storie. Dopotutto, chi può concentrarsi sui propri gesti mentre passa l’aspirapolvere? Io mi racconto delle storie.

Non ho alcuna pazienza per chi pensa che si cominci a scrivere quando ci si siede alla scrivania e si prende in mano la penna e si finisca quando si rimette giù la penna: lo scrittore scrive sempre, vede tutto attraverso una sottile nebbiolina di parole, crea piccole rapide descrizioni per ogni cosa che vede, osserva di continuo.

Soprattutto gli ultimi due testi, Come scrivo e L’aglio nella narrativa sono illuminanti e ricchi di spunti, e in più ci portano dentro la costruzione de L’incubo di Hill House ed è un processo oltremodo affascinante.

Una delle cose più belle del lavoro di scrittrice è che nulla va mai sprecato.

Una scrittrice seria e parsimoniosa può conservare piccoli frammenti di idee, fatti e conversazioni, e persino vezzi ed espressioni del viso, per poi usarli in futuro. Sono convinta, per esempio, che in qualche angolo della mia mente ci sia una specie di deposito con dentro centinaia di piccoli dettagli che un giorno mi saranno utili, e allora me li ricorderò.

Quando comincio a scrivere un libro giro per casa prendendo appunti, e intendo proprio dire che vado in giro; tengo taccuini e matite in ogni angolo, e mentre rifaccio i letti o separo la biancheria da lavare o cerco di recuperare i sei calzini spaiati che si sono infilati dietro i cassettoni dei bambini, rifletto continuamente su possibili scene e situazioni per un romanzo, e quando un’idea prende forma corro al foglio e alla matita più vicini e la scrivo.

Come spesso mi accade quando un testo mi entusiasma, lascio parlare l’autore attraverso molteplici citazioni perché si presenta meglio di come lo farei io. Non è solo la memorabilità di frasi e periodi, sì spesso lo è anche, ma in generale, e ciò vale vieppiù per un’autrice mostruosa come Shirley Jackson, la voce originale può essere un portentoso mezzo più di mille parole di elogio, per quanto sincere e disinteressate. Dovrò leggere il resto della sua produzione, il prima possibile, ma prima mi aspetta un libro che troppo a lungo ho rimandato, a cui tengo particolarmente, per restare in tema di Magia… nera.

Parasite Eve (with lyrics)

I’ve got a fever, don’t breathe on me
I’m a believer in nobody
Won’t let me leave ‘cause I’ve seen something
Hope I don’t sneeze, I don’t *sneeze*

Really we just need to fear something
Only pretending to feel something
I know you’re dying to run
I wanna turn you around

È ancora evidentemente presto per dire se gli storici di domani stabiliranno in maniera convenzionale che il XXI secolo sarebbe iniziato con l’11 settembre, con la crisi del 2008 o con la pandemia del 2020. La percezione oggi per me, che ho vissuto in maniera diretta tutte e tre questi pointbreak, è che quest’ultima sia la più straordinaria, nel senso etimologico del termine, non perché non ci siano state pandemie ugualmente o maggiormente letali in passato, quanto per le sue conseguenze rispetto al grado di interconnessione globale, questo sì mai visto prima.

Please remain calm
The end has arrived
We cannot save you
Enjoy the ride
This is the moment
You’ve been waiting for
Don’t call it a warning

This is a war

Che ne siamo consapevoli o meno, questi mesi ci hanno segnato profondamente e per quanto i tentativi, per di più affrettati, di recuperare una presunta tranquillizzante normalità siano numerosi, non dovremmo incoraggiarli. Quello che voglio dire è che non possiamo far finta di nulla, voltare pagina come se nulla fosse successo o come se fosse già passato. Prova e riprova a dirlo Loredana Lipperini, denunciando anche una generale nostra afasia sulla questione, e condivido la sua percezione di non essere più quella di prima.

It’s the Parasite Eve
Got a feeling in your stomach ‘cause you know that it’s coming for ya
Leave your flowers and grieve
Don’t forget what they told ya, ayy, ayy
When we forget the infection
Will we remember the lesson?
If the suspense doesn’t kill you
Something else will, ayy, ayy
Move

Non possiamo far finta di nulla per due ordini di motivi. Il primo è che passato non è, si continua a morire, in altre regioni del mondo non si è ancora raggiunto il picco mentre qui da noi “riapriamo tutto” e anche qui, seppur in sordina, continuano a comparire focolai. Se l’attenzione m

duccio
ediatica cala, si minimizza perché l’imperativo è ormai ripartire, ciò non ci deve trarre in inganno. Piuttosto dovrebbe aiutare a riflettere sulla pretestuosità di tutta una serie di misure adottate nella fase uno volte a criminalizzare la stessa aria, mentre si continuavano (e continuano) a verificare i contagi nei luoghi chiusi e in primis nei luoghi di lavoro. Il secondo ordine di motivi, non meno importante del primo, riguarda le condizioni sistemiche che hanno “permesso” per non dire generato la pandemia, che non riuscirebbero a prevenirne un’altra non troppo remota, né ad affrontarla compiutamente, così come accade oggi.

I heard they need better signal
Put chip and pins in the needles
Quarantine all of those secrets
In that black hole you call a brain before it’s too late

Really we just wanna scream something
Only pretend to believe something
I know you’re baying for blood
I wanna turn you around (Hey)

Per capirci, provo lo stesso disagio che ho percepito più volte nei post di Loredana verso la fretta di ritornare alla normalità; accade quando in luoghi chiusi e (potenzialmente) affollati mi si dice che se voglio posso togliere la mascherina: “eh già il caldo, e pure la mascherina dobbiamo sopportare!” Sarò diventata paranoica, eppure ho criticato duramente la strada scelta per la fase uno, ma proprio per le stesse ragioni – scientifiche – non riesco a capire come il fatto che fin qui in Sicilia e in generale al Sud siamo stati “graziati” ci possa esimere dal mantenere le precauzioni ragionevoli. Allo stesso tempo vedo un sacco di persone sole in auto con la mascherina o peggio ancora sulle biciclette… tutto questo non è stoltezza degli individui ma il risultato di una comunicazione pubblica confusa e in larga misura fuorviante. Ma più ci manca la consapevolezza più a rischio siamo per l’immediato futuro, e anche oltre.

You can board up your windows
You can lock up your doors, yeah
But you can’t keep washing your hands
Of this shit anymore
When all the king’s sources and all the king’s friends
Don’t know their arses from their pathogens

When life is a prison and death is the door
This ain’t a warning
This is a war, war
This is a war, ayy, ayy, oh, oh

(Parasite Eve, BMTH)

(Le prime parole di questo post sono state scritte settimane fa… la riflessione si è ampliata leggendo costantemente, ad esempio, il blog di Loredana Lipperini qui sopra citato e la deflagrazione finale è dovuta all’ascolto del nuovo pezzo dei Bring Me The Horizon del quale ho riportato il testo lungo il post).