Il femminismo serve anche agli uomini, l’intersezionalità a nessuno

femminismo uomini

Tempo fa ho preso il libro Perché il femminismo serve anche agli uomini?, un agile libretto della collana bookbloc della case editrice Eris, dopo aver sentito la piacevole chiacchierata che ha avuto con l’autore la compagna @Filosottile, che è possibile ascoltare sul suo blog. Essendo che la mia coda di lettura si è allungata a dismisura in questa prima metà del 2021 (e spero di sbloccarmi, meglio prima che poi), sono riuscita a leggerlo solo ora, e oltre al titolo e al tema di fondo, direi necessario, purtroppo trovo poco condivisibile il frame in cui è scritto e diverse affermazioni al suo interno contenute. Non dovrebbe stupirmi, perché l’impostazione intersezionalista è il problema principale alla base delle critiche che muoverò e toccherà spiegare in breve il perché. L’intersezionalismo si basa sul principio – che direi anche sacrosanto – per cui le lotte vanno unificate. All’atto pratico però accade che molti di coloro che si ritrovano in questa impostazione tendono in realtà a frammentarle, a farne segmenti separati e in qualche modo slegati tra loro. Quello che per esempio ho sempre visto nelle parole della compagna @Filosottile ma che manca in molte analisi intersezionaliste è la lotta anticapitalista. Ovviamente non si può negare che il patriarcato sia un male più antico del capitalismo, ma è pur vero che senza abbattere quest’ultimo, che proprio del patriarcato ha fatto uno dei suoi cardini e con il quale è intrecciato inestricabilmente, sarà impossibile sconfiggere il primo. Per approfondire la critica marxista all’intersezionalismo consiglio quest’ottimo articolo su marxismo.net.

Gasparrini definisce il patriarcato “un sistema di potere che manifesta e fissa un sistema “maschile” eterosessuale di oppressione verso altri generi che hanno difficile accesso a posizioni di potere”. Sottolinea però anche che tale sistema “crea ruoli di potere che possono essere agiti da chiunque”. Potrebbe sembrare una banalità ma nel paese in cui si spacciano per posizioni avanzate quelle sulle quote rosa, e si esulta per ogni donna eletta in posizioni di vertice, come se ci fossero esistite le Thatcher (l’ho già detto quant’è bello parlarne al passato, vero?) tanto per dirne una, è importante sottolineare queste ovvietà. Il fatto che l’universo maschile debba essere coinvolto nelle lotte femministe è sacrosanto, come è bene ricordare che anche il genere maschile si trova ristretto e imbrigliato dentro i rigidi costrutti culturali del patriarcato. Possiamo dire con l’autore che in realtà “esistono tanti modi di essere uomini, tutti migliori di quello patriarcale, di quella maschilità “tradizionale””.

C’è però da dire che queste osservazioni dovrebbero essere state introiettate dalla teoria marxista, mentre le conseguenze di un’impostazione esclusivamente di genere lasciano fuori la lotta di classe e l’anticapitalismo, e questo libro ne è la dimostrazione. “Tutti i problemi sociali hanno bisogno di essere analizzati e discussi secondo un’ottica di genere”. Davvero?

La confusione teorica è limitante, come si vede quando si parla di “sovrastrutture economiche” (sic!) per sottomertterle al più antico potere patriarcale, o quando si nasconde nuovamente il capitalismo dietro il patriarcato: “ragionare in termini di vantaggi e guadagni significa replicare il modello patriarcale di comportamento”.

D’altra parte condivido l’attenzione al linguaggio, perché è uno strumento che ci aiuta a definire e quindi modellare la realtà in cui viviamo, e probabilmente faccio parte di una frazione ultraminoritaria

perché non mi oppongo a chi tenta nuove strade e credo che la lingua si adatterà grazie alle scelte delle persone; insomma ben venga un linguaggio più inclusivo.

Vorrei però ulteriormente sottolineare come il ricorso all’intersezionalismo porti a rifiutare il conflitto (“come tanti femminismi insegnano, con le loro pratiche di libertà diverse per connotati storici, geografici e culturali, l’impegno nella gestione delle tante differenze in gioco è l’unica possibile soluzione non conflittuale per la totalità dei problemi sociali”). Il conflitto è un carattere necessario della società divisa in classi, e anche per superare questa divisione è necessario agire il conflitto.

Dal rifiuto del binarismo di genere si passa inoltre, e non capisco perché, a criticare un più generale modello dualista che “non funziona più: servo padrone, proletario/capitalista”. L’idealismo porta a dire persino che solo i femminismi possono sconfiggere i fascismi! Si arriva anche a criticare la violenza della rivoluzione, come se questa potesse essere un pranzo di gala. Appare evidente che l’approccio idealista, al contrario di quello materialista, depotenzia l’analisi e alla fine lascia l’amaro in bocca.

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