Le priorità della società: finalmente la scuola?

Le decisioni su aperture e chiusure sono principalmente politiche, questo dovrebbe essere ormai assodato. Gli esperti e i tecnici analizzano e riportano, ma poi le decisioni le prende la politica e da queste ultime possiamo ragionevolmente presumere le priorità. Sulla scuola ad esempio, se a marzo poteva essere una decisione difficile ma forse necessaria la chiusura, anche se resto convinta che avrebbe avuto più senso una modulazione per zone vista la differente incidenza del virus nelle diverse regioni, così come il CTS inascoltato disse, a settembre è stata evidentemente segno chiaro di fallimento, perché c’era tutto il tempo per organizzare contromisure, trovare fondi e impiegarli, organizzare ingressi e collocazione fisica anche utilizzando strutture reperite ad hoc, e invece soprattutto ma non solo per le superiori almeno c’è stata praticamente un’autodenuncia di fallimento. La ministra che tanto ha insitito sulla riapertura sembra una voce superficiale e inascoltata; anche quando il Presidente del Consiglio, ora dimissionario, prima delle feste ha sostenuto la riapertura a gennaio  in realtà ci credeva poco. E infatti a gennaio la riapertura è stata rinviata, anzi, sono finite online anche elementari e medie in molti territori, come ad esempio in Sicilia, dove ad esempio si è organizzato lo screening su base volontaria in ritardo. Se davvero ci fosse stata la volontà univoca di riaprire, ci sarebbe stato il tempo di organizzare strutture, spazi, orari e screening in maniera composta e ordinata. Ad ogni modo alla fine in Sicilia anche se zona rossa le classi hanno ricominciato in presenza fino alla prima media, almeno dove le amministrazioni locali non hanno deciso diversamente. In altre parti d’Italia si è dovuti ricorrere ai tribunali amministrativi per chiedere la revoca di provvedimenti restrittivi che imponevano la chiusura delle scuole: è il caso tra gli altri dell’Emilia Romagna, il cui TAR mette nero su bianco alcuni punti fermi sul provvedimento di chiusura che

«va immotivatamente a comprimere, se non a conculcare integralmente, il diritto degli adolescenti a frequentare di persona la scuola, quale luogo di istruzione e apprendimento culturale nonchè di socializzazione, formazione e sviluppo della personalità, condizioni di benessere che non appaiono adeguatamente (se non sufficientemente) assicurate con la modalità in DAD, a mezzo dell’utilizzo di strumenti tecnici costituiti da videoterminali (di cui peraltro verosimilmente non tutta la popolazione scolastica interessata è dotata)».

E inoltre aggiunge:

«l’attività amministrativa di adozione di misure fronteggianti situazioni di pur così notevole gravità non può spingersi al punto tale da sacrificare in toto altri interessi costituzionalmente protetti»;

«d’altra parte riguardo alla “necessità di evitare assembramenti e sovraffollamenti” , l’Amministrazione procedente può agire con misure che incidono, “a monte” sul problema del trasporto pubblico di cui si avvale l’utenza scolastica e “a valle” con misure organizzative quali la turnazione degli alunni e la diversificazione degli orari di ingresso a scuola».

Studenti del liceo Tito Livio occupano il cortile della scuola in protesta contro la dad didattica a distanza

Studenti del liceo Tito Livio occupano il cortile della scuola in protesta contro la dad didattica a distanza – Milano 15 Gennaio 2021 Ansa/Matteo Corner

Anche le mobilitazioni studentesche si stanno intensificando, dopo una comprensibile fase di stanca, perché i ragazzi si stanno rendendo conto che restare a casa ad aspettare che le cose cambino non funziona, e così sono cominciate le manifestazioni, i presìdi, anche le occupazioni, a Milano, a Roma. Questa settimana in 13 regioni anche le superiori hanno ricominciato in presenza, mancano Puglia, Campania, Sardegna, Sicilia, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Basilicata e Calabria. Quello che si chiede da più parti è la riapertura stabile e non a singhiozzo, “deve passare il messaggio che la scuola è un bene primario, indispensabile come andare a prendere il pane” dicono ad un presidio.

E la comunità di Sant’Egidio ha lanciato l’allarme: “un bambino su quattro oggi non segue le lezioni”. I bambini e i ragazzi sono quel settore quasi sempre invisibile, per mesi neanche citato nelle misure né nelle conferenze stampa che si sono susseguite con regolarità ansiogena, e sono gli stessi che pagano le conseguenze più durature della situazione attuale. Quasi un anno è passato e probabilmente un altro anno passerà. Due anni di infanzia o di adolescenza non si possono rinviare, non tornano più, ed è compito nostro mettere bambini e ragazzi nelle condizioni di non perderli, e di garantire loro la sicurezza e un livello di benessere psicofisico accettabile anche in questo tempo difficile per tutti. Io queste le cose le penso a spanne, non ho le competenze tecniche per andare nel dettaglio, ma c’è chi le ha e lancia un segnale d’allarme:

Dobbiamo porre rapidamente l’attenzione sulla salute psicologica dei giovani, mentre il governo deve organizzarsi per garantire la riapertura di scuole, musei, teatri, palestre, sempre in sicurezza, progettando momenti di aggregazione monitorati. Questo lockdown ormai troppo lungo ruba la giovinezza e la fanciullezza e le patologie che già riscontriamo possono solo aumentare. Basta restare a guardare dalla finestra, è tempo di agire.

Epidemie e controllo sociale

miconiIl libro di Andrea Miconi, prima citato en passant e poi recensito dai Wu Ming, è una lettura agile e importante in questo frangente. Scorrendo le pagine infatti si avverte infatti l’urgenza di scrivere in medias res anche se, come dice lo stesso autore, sarà necessario poi (ri)aprire il discorso in un secondo momento, o forse è ancora meglio lasciarlo aperto ed ampliarlo, ed è per questo motivo che cerco qui di trattare alcuni dei nodi principali del testo, che mi sembra importante far riverberare. Il testo è stato scritto prima dell’inizio della seconda ondata, pubblicato a giugno, ma è ancora pienamente attuale. L’autore stesso lo definisce un instant book ma in realtà non ha nulla da invidiare a saggi accademici di mole ben più corposa quanto a densità.

1. Emergenza e diritti

Innanzitutto è importante denunciare il rapporto mutualmente esclusivo tra emergenza e diritti che molti hanno dato per scontato, mentre “un’emergenza tragica, colma di angoscia e dolore, non giustifica la privazione dei diritti, e rende non meno ma più necessario riflettere sul futuro della società di cui siamo parte”. Sul tema Miconi dissente sia dall’uso del concetto di stato di eccezione agambeniano, perché  nel nostro caso, sostiene, il governo non sovrastima ma anzi sottovaluta i pericoli in corso, almeno in una prima fase, per poi tentare di rimediare in maniera draconiana stravolgendo la propria linea e passando da un eccesso a un altro, sia dalla posizione di Dal Lago che parla di privazione “di qualche libertà” piuttosto che “delle libertà” come se questo fosse più tollerabile. Intanto le privazioni che abbiamo subìto non erano certo poche o residuali, e poi, aggiunge, “è questo che fanno i regimi autoritari, privare i cittadini di alcuni diritti, ma mai di tutti”. Dal Lago dice anche che si tratta di una tendenza generale, che non riguarda solo l’Italia, ma secondo Miconi un confronto va fatto coi paesi europei a cui siamo più vicini per una serie di ragioni e certamente non solo per motivi geografici, e tale comparazione sarebbe comunque impietosa: “in gran parte dell’Unione Europea, la chiusura delle attività e dei locali pubblici non si è accompagnata alla misura degli arresti domiciliari e i cittadini hanno mantenuto – e ci mancherebbe altro – la libertà di uscire di casa senza doversi giustificare“. Inoltre, “i paesi che hanno imposto misure più rigide sono quelli che mostrano, contro-intuitivamente, i numeri peggiori e non quelli migliori”. Ciò non significa che non si dovesse fare nulla, ma che “non c’è nessuna relazione dimostrabile” tra la rigidità delle misur adottate e il numero delle vittime. Il modello italiano è stato a lungo sbandierato, per dimostrare in realtà presto di essere tutt’altro che di successo. Uno dei fiori all’occhiello di tale modello è stata di certo l’autocertificazione, di cui paventavo il

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ritorno nel post appena citato. Per fortuna ancora siamo esenti al momento da questo “rituale degradante”, un’assurdità giuridica e logica per cui la pubblica sicurezza poteva contestare arbitrariamente le motivazioni che i cittadini dichiaravano per uscire di casa (!): “se è la pubblica sicurezza a decidere le regole – anziché verificarne la violazione – significa che una soglia pericolosissima è stata varcata. Significa che lo Stato di Diritto, per qualche tempo, è diventato Stato di Polizia”.

2. #iorestoacasa

Lo slogan #iorestoacasa ha iniziato a circolare prima delle chiusure reali, a smentire la retorica degli italiani indisciplinati. Infatti anche i dati di geolocalizzazione confermano un notevole rispetto delle restrizioni imposte: “i dati forniti da Apple e Google (…) hanno misurato in Italia una riduzione degli spostamenti simile, e in certi casi maggiore, rispetto agli altri paesi europei in lockdown“. Il punto comunque non è neanche se fosse necessario o meno restare a casa, quanto la retorica su quanto fosse bello farlo, mentre “restare chiusi in casa per mesi non è né bello né brutto, è orribile“.

È un’agonia continua, per le categorie più esposte, e in termini variabili per tutti gli altri. (…) in un diluvio di pareri di scienziati (…) né il Governo né i media  [hanno] mai consultato chi poteva dire qualcosa, in termini scientifici, sul costo umano della reclusione.

E qui entra un altro tema importante, ovvero il rapporto tra lo Stato ed i cittadini, che in Italia non è dei migliori, visto l’atteggiamento paternalista che purtroppo permea la gran parte delle azioni di governo a tutti i livelli: “Questo è mancato, tra le tante cose, uno Stato capace di trattare i cittadini da adulti“. Sull’essere considerati bambini Miconi aggiunge: “questa è la ferita peggiore che ci porteremo dietro, anche perché – per quel miracolo sociologico che si chiama self-fulfilling prophecy, l’auto-adempimento delle profezie, se i cittadini sono trattati come bambini, alcuni di loro finiranno per comportarsi come tali”. Ed è importante sottolineare che

non si tratta di un problema personale (…) ma di un tema sociale e politico a tutto tondo: l’atteggiamento di uno Stato che tratta i cittadini come bambini – che non sanno limitarsi e a cui è inutile spiegare le cose, perché non capirebbero – se non da potenziali criminali, in base ad una inammissibile presunzione di colpevolezza per cui si assume che le persone, se lasciate libere, farebbero qualcosa di male.

Col decreto del 26 aprile è iniziata invece la surreale discussione sui “congiunti“, a conferma di una visione patriarcale “che sta riportando l’economia morale del paese indietro di decenni”. L’autore nota tra l’altro che la maggior parte di chi è rientrato a lavoro sono uomini, e questo dato è confermato anche dalle statistiche sull’occupazione femminile che dopo il lockdown hanno generato dati se possibile più drammatici rispetto ad una situazione già desolante in partenza.

Miconi suggerisce inoltre che i germi del rabbioso c’è troppa gente in giro fossero inclusi già nello slogan #iorestoacasa. Ed è un tema terribilmente attuale, viste le infinite polemiche sulle persone che affollano le vie dello shopping dopo essere state spinte al consumo da bonus e altre trovate come il cashback, con la solita torsione già vista in primavera per cui si sviano sui cittadini le colpe di una classe dirigente che si dimostra ancora una volta inadeguata e colpevole.

3. Populismo rovesciato e media

Dopo aver discusso questi aspetti, l’autore ci rivolge una domanda tutt’altro che scontata a cui cerca di rispondere in maniera analitica. La premessa è che viviamo in un paese di pochissimi lettori in cui è diventato un bestseller un libro che mette alla gogna la classe politica e in cui la disaffezione verso il ceto dirigente è crescente ormai da diversi decenni. E allora,

Come si spiega che proprio il Paese dell’odio conclamato verso la Casta abbia finito per reggere il gioco alla classe dirigente, liberandola di ogni responsabilità, e scatendando la caccia selvaggia all’indisciplinato del piano di sopra?

Miconi schematizza in quattro punti le caratteristiche che accomunano la retorica classica del populismo alla volontà di colpevolizzazione dell’altro:

  • attenzione all’emotività:
  • messa dei propri pensieri al servizio delll’uomo al comando;
  • necessità di dividere il mondo in due fazioni contrapposte;
  • difficoltà ad accettare le differenze, concepire il popolo come unità.

Questi fattori quindi permettono ad una certa mentalità populista di riversarsi contro il basso, cosa che in effetti è comune a tutti i populismi per i quali i nemici in alto sono sempre astratti, mentre i subalterni sono tremendamente reali come nemici e quindi individuabili e attaccabili.

Essendo sociologo dei media, l’autore si concentra inoltre sul ruolo e sulle colpe di questi ultimi, che spesso hanno fatto da megafono e hanno spettacolarizzato la presunta indisciplina degli italiani, riprendendo inseguimenti con gli elicotteri, con la quanto meno censurabile complicità delle forze dell’ordine, o rammaricandosi in diretta di non trovare assembramenti da documentare, come in un’ormai celebre esternazione di un’inviata che non credo di dover definire gaffe, quanto invece una cristallina dichiarazione d’intenti del giornalismo nostrano: “lo scopo dei media è stato quello di dimostrare l’inciviltà dei cittadini”. Stesso obiettivo raggiunto dalle fotografie di strade apparentemente affollate a causa di inquadratura studiate ad arte per schiacciare la prospettiva e non rendere la distanza reale tra le persone. E se non fosse evidente, questa non è storia passata ma la viviamo tutti i giorni nuovamente ora che a ridosso delle festività, essendo state insufficienti le misure prese dal governo, si prevede una nuova stretta e ancora una volta i media faranno il loro lavoro di colpevolizzare i cittadini per giustificare le nuove disposizioni, senza minimamente mettere in discussione i manovratori.

4. L’App Immuni

Alcuni dei temi analizzati preventivamente dallo scrittore possono essere sottoposti col senno di poi a verifica: è questo il caso dell’App Immuni, sulla quale si ribadiscono una serie di problematiche, a partire dalla considerazione che il tracciamento da solo, senza adeguati servizi territoriali di screening, sarebbe comunque stato insufficiente, per non dire poi che se l’App non è in possesso di una massa critica individuata nel 60% della popolazione, non serve a nulla. Ad ogni modo il tracciamento resterà come precedente e ancora più grave è un’altra funzione di Immuni, cioè quella di creare una cartella clinica elettronica, ovvero una banca-dati delicatissima per la qualità e la quantità di dati sensibili che raccoglie, che ovviamente non ha alcuna rilevanza rispetto al contenimento della pandemia, e ci sarebbe da fare diverse domande in proposito. Ma in conclusione oggi, a dicembre, a che punto siamo? Un articolo di Fanpage del 12 dicembre ci informa che siamo arrivati a 10 milioni di download, una soglia simbolica quanto inutile, visto che mancano all’appello ancora 26 milioni di persone per raggiungere la massa critica indispensabile a rendere efficace l’App e infatti per queste ed altre ragioni, tra cui la mancanza di un’adeguata rete territoriale, il tracciamento è saltato da un pezzo.

5. Qualche considerazione finale

Il testo di Miconi è come ho detto breve ma davvero ricco di elementi importanti e attuali perché analizza alcune questioni strutturali di cui bisogna tenere conto se si vuole comprendere e anche resistere alla presente temperie. Forse la luna di miele tra governo e opinione pubblica è finita e qualche sintomo si avverte captando casualmente le conversazioni, come ieri sul treno quando ho registrato queste testuali parole in polemica coi rumors sulle nuove chiusure per le festività: “non puoi dire alle persone ‘stai in casa perché io sono un coglione’!” Nella narrazione mainstream intanto c’è un enorme rimosso che riguarda il diverso trattamento riservato alle aziende rispetto ai cittadini: “i primi chiusi in casa e trattati da criminali; i secondi, beneficiari di tutte le deroghe del mondo, inclusa l’apertura di 155.000 fabbriche lombarde – centocinquantacinquemila – durante il picco epidemico”. Del resto i primi lavoratori mandati al macello, allo sbaraglio senza protezione adeguata sono stati gli operatori sanitari, mentre venivano vacuamente acclamati come eroi:

Mentre la classe dirigente ne combinava di tutti i colori, il Paese è stato tenuto in vita dalla sua base di lavoratori malpagati e dimenticati. Infermiere, medici precari, specializzandi, rider, commessi, trasportatori, autisti, personale di pulizia mandato nei reparti Covid per sette euro l’ora: se davvero l’emergenza ci ha insegnato qualcosa, lo capiremo, molto rapidamente, dal modo in cui verranno trattate queste categorie, incluso chi si è impoverito o ha perso il lavoro.

In chiusura vorrei sottolineare che Miconi per due volte ribadisce un dato tanto vero quanto rimosso sul rapporto – alquanto debole, di sicuro non necessario – tra capitalismo e libertà:

Non c’è dubbio che l’emergenza abbia anche portato alla luce problemi strutturali del nostro modello di sviluppo, e mostrato la faccia feroce della società in cui viviamo (…) perché il capitalismo, a dispetto di alcune interpretazioni letterarie, può prosperare facendo a meno delle libertà individuali.

Nelle conclusioni torna proprio su questo punto mentre fa notare che se non fosse per la necessità (del sistema) del consumo nessuno si sarebbe preoccupato di tirarci fuori di casa:

Assistiamo così ad un perverso incontro tra due logiche di dominio, quella economica del profitto e quella muscolare dello stato. Una sorta di duplice sovranità (…) un assemblaggio tra due strutture, per usare un termine di Saskia Sassen, che forse sono meno nemiche di quanto si creda. Specie se ammettiamo che il capitalismo, con buona pace della retorica egemone, non ha affatto bisogno delle libertà individuali per evolvere e prosperare.

Sulla seconda ondata, su di noi

Another day, another post-traumatic order
Brainwashed and feeling fine
I bit off more than I could chew when I looked closer
So I stabbed a fork in my eye

Think I’m losing my fucking mind
Don’t know where to turn, now I’m blind

NapoliDa qualche parte a metà tra chi diceva “è solo un’influenza” e chi “moriremo tutti” c’era chi cercava senza troppo sensazionalismo di tenere i piedi ben saldi a terra, per quanto ciò possa essere difficile in un frangente simile, che nessuno di noi pensava davvero di poter vivere. Il rischio era ed è comunque quello di essere accusati di “negazionismo”, quando semplicemente si chiede di usare il raziocinio e soprattutto capire che ci si deve adattare ad una “normalità” completamente nuova, e che è qui per restare. Si è tentato di esorcizzarlo  durante un’estate apparentemente spensierata, che ha dato un po’ di tregua, e respiro, alle nostre ansie, lo si fa ancora ostentando il sempre imminente arrivo di un vaccino che anche nella migliore delle ipotesi non risolverà magicamente la questione in tempi ragionevolmente brevi. Ne parlavo già a fine giugno, quando si andava estendendo la fase di generale rilassamento. Ora è chiaro, si spera: non è passato e non è vero che non sta succedendo nulla. Si ripercuotono conseguenze ai livelli più disparati e non è semplice per nessuno restare sereni. Quotidianamente facciamo i conti con la paura, se siamo in giro per lavoro, se usiamo i mezzi pubblici, quando torniamo a casa come se fosse la routine di sempre e neanche togliamo la mascherina perché ormai sembra essere un complemento indispensabile. [Di contro sento ancora qualche sparuta lamentela di chi dice di non sopportarla, di non riuscire a tenerla, ed evidentemente non l’ha mai tenuta neanche per una frazione del tempo in cui la maggior parte di noi ormai la tiene da mesi]. Io per prima a volte faccio per indossarla quando “non serve” perché senza mi pare manchi qualcosa. Nel post sopra citato riprendo più volte le parole e i pensieri di Loredana Lipperini, che è rimasta una delle poche bussole di questo presente complicato, e continua ad esserlo quotidianamente. Tornano in sella dopo un silenzio meditato, forse necessario, anche i Wu Ming. Loro hanno supplito a lungo a grandi carenze nel dibattito pubblico a sinistra nei momenti più difficili della prima ondata, fino ad arrivare a sbattere. Il loro lavoro è altro del resto, anche se come narratori sanno essere una componente importante del quadro:

Va bene tutto. Perché tutto viene fatto per il più nobile dei fini, al motto «per contenere il virus dobbiamo cedere quote di libertà» (M. Giannini). Quali libertà? Le libertà di chi? In base a quali evidenze scientifiche o almeno empiriche e a quali ragioni logiche?

Sì, perché forse potremmo davvero farcene una ragione se almeno fosse chiaro che serve a qualcosa. Se per salvarci dobbiamo mascherarci (fatto), svuotare le piazze (fatto), introdurre protocolli di comportamento per i luoghi frequentati da molte persone (fatto)… be’, eccoci qua. Gli ammalati però, a quanto pare, continuano ad aumentare. E nel discorso dominante continua a essere colpa nostra, degli italiani «indisciplinati» e «furbetti», che si accaniscono ad avere una vita sociale, a dover andare al lavoro o a scuola con i mezzi pubblici, a volersi tenere in forma fisica anziché arrendersi alla cattiva salute.

È lo stesso copione che abbiamo sentito recitare da febbraio a maggio. Come allora, è un copione non solo classista e fuorviante, ma anche farsesco e tragico allo stesso tempo, perché se dopo sette mesi il sistema sanitario è di nuovo a rischio collasso significa che il provvedimento più efficace nel tempo intercorso è stato quello della rotazione inclinata dell’asse terrestre, cioè l’estate. Adesso che torna il freddo, servono diversivi. Bisogna nuovamente dire che siamo noi a non essere abbastanza «virtuosi», per spostare l’attenzione dall’incapacità gestionale di questi mesi e dai risultati catastrofici delle politiche sanitarie degli ultimi decenni, ormai sempre più manifesti.

Se si aggiunge che la comunità che ruota intorno a Giap svolge un ruolo di analisi e approfondimento veramente notevole, non resta che consigliare anche la lettura dei commenti al post, alcuni dei quali sono stati anche espunti per essere sistematizzati ed evidenziati in un successivo post.
Ed eccoci alla seconda ondata quindi. Siamo a fine ottobre e ricomincia l’ansia da Dpcm, da conferenze stampa annunciate e sempre ritardate. E perché mai poi non firmano i testi nei normali orari d’ufficio, dando l’illusione di lavorare in maniera convulsa e ininterrotta per “salvarci” da pericoli imminenti, tipo quello delle palestre che rispettano i protocolli? (O peggio “per salvare il Natale” in una riedizione dei classici film del periodo di cui possiamo francamente fare a meno). E ancora non siamo tornati alle autocertificazioni, vero incubo kafkiano, mentre ci “raccomandano fortemente”, con la stessa valenza legale di queste righe scritte tra sfogo e disperazione, di limitare le uscite a motivi di necessità, salute, lavoro, soprattutto lavoro. Per il profitto, sempre.

Obey, we hope you have a lovely day
Obey, you don’t want us to come out and play away now, now
There’s nothing to see here, it’s under control
We’re only gambling with your soul
Obey, whatever you do
Just don’t wake up and smell the corruption

Mentre la situazione peggiora, e questa volta non in maniera territorialmente circoscritta, riparte il teatrino della colpevolizzazione individuale, assurda specialmente nel paese della retorica contro le caste, come dicono ancora i Wu Ming. E nessuno vede che hanno perso mesi dietro banchi con le ruote e bonus che sanno di elemosina? In realtà la narrazione scricchiola in maniera evidente. Lo si è visto a Napoli, anche se si cerca di derubricarlo alla voce “camorra” perché fa comodo, è rassicurante oltre che razzista, lo si inizia a vedere anche in altre città. E no, non mi dispiace per le vetrine di Gucci come non mi dispiaceva per le fioriere anni fa (“un gesto politicamente inutile ma umanamente bello” dice il compagno Vanetti). Non sarà una mossa intelligente ma l’indignazione a difesa delle cose mentre si prospetta la fame per molti anche no. E torna utile il commento di Wu Ming 1, che altrove cita anche un interessante pamphlet uscito appena per manifestolibri che, finalmente, fa giustizia e sconfessa la linea governista e di unità nazionale che obiettivamente era illeggibile.

E questo è un governo che fa i tripli salti mortali pur di tutelare gli interessi dell’1%.

La polarizzazione di classe che sta creando quest’emergenza – non la pandemia, come si dice sempre, annacquando l’analisi: la gestione della pandemia – è vertiginosa, siamo dentro un impressionante acceleratore di proletarizzazione. Da una parte le multinazionali, Confindustria, il padronato grande e medio-grande e la classe politica che ne tutela gli interessi, dall’altra tutto il resto della società: ceto medio impoverito, working class, decine di milioni di persone.

Peccato che a sinistra questa cosa non sia stata minimamente compresa, e si sia dato dell’infame “riaperturista” al tizio che gestisce una piccola palestra, al tecnico del suono a partita IVA che senza concerti si è ridotto alla fame ecc. Questi sono proletari e neo-proletarizzati che un’odiosa retorica dipinge da mesi come cinici padroni, irresponsabili, “negazionisti”, stragisti ecc.

Gran parte del corpo sociale sta andando in rovina a causa della retorica diversiva del governo e dei media governisti, una retorica che, col più puro approccio neoliberista, scarica ogni colpa sul corpo sociale, previa sua atomizzazione in singoli individui. Le cose vanno bene? Merito del governo. Siamo al collasso? Colpa dell’individuo.

Ma la gauche-caviar e, purtroppo, parte di quella ex-“radicale” dicono che le rivolte sono solo roba di camorra, di ultrà, di fasci. Proprio non vogliono capire.

Perché non siamo tutti sulla stessa barca, proprio no. Perché qualcuno in questi mesi ha arricchito i propri patrimoni del 31% mentre si ipotizzano tagli agli stipendi statali andando completamente fuori fuoco su chi siano i privilegiati. Come dice il titolo dell’articolo appena linkato: o loro o noi.

You monsters are people
You fucking monsters are people

Obey, we’re gonna show you how to behave
Obey, it’s nicer when you can’t see the chains

(Obey, BMTH with YUNGBLUD)

Red Mirror

red mirrorSimone Pieranni non ha alcun bisogno di spiegare il titolo, azzeccatissimo, del suo breve ma incisivo saggio. Red mirror è contemporaneamente il riferimento alla serie cult Black Mirror e la perfetta sintesi del testo: la Cina è uno specchio attraverso cui possiamo osservare il nostro prossimo futuro. Scorrevole e chiaro nel presentare le diverse sfaccettature della rivoluzione tecnologica che ha portato la Cina a competere alla pari con gli Stati Uniti, anzi a sfidarne l’egemonia, archiviando in fretta il suo essere “la fabbrica del mondo”, il saggio testimonia della profonda – e diretta – conoscenza di un autore che ha vissuto un decennio nella terra di mezzo, Zhongguo, il centro del mondo in cui si sta ricollocando la Cina oggi. Non è un caso se Zuckerberg è così interessato al colosso asiatico: WeChat, la super-app attraverso cui si può fare praticamente di tutto, prenotare, pagare, fare le pratiche di divorzio, è ciò verso cui vorrebbe tendere il suo Facebook: “è l’Occidente – oggi – che guarda alla Cina per trovare nuove idee e nuovi utilizzi per le proprie invenzioni”. E anche le città del futuro iniziano ad essere realtà dall’altra parte del mondo. Mentre da noi in confronto cominciano a prodursi vaghi progetti di smart city,

Terminus avrebbe già completato 6891 progetti di smart city in Cina. Le sue soluzioni coprirebbero un’area totale di 554 milioni di metri quadrati per una popolazione di oltre 8 milioni di persone.

Terminus è una start up cinese fondata nel 2015, che oggi è valutata oltre il miliardo di dollari (un cosiddetto “unicorno”), e che ovviamente lavora per conto del governo cinese. Smart city è sinonimo di efficienza, funzionalità e sostenibilità, ma anche sicurezza e controllo. I progetti sono spesso affascinanti, ma resta un problema di fondo “le smart city rischiano di diventare un altro dispositivo di disuguaglianza”. E ancora:

Il rischio è che  nelle smart city  possano vivere solo poche persone, presumibilmente ricche abbastanza da garantirsi la possibilità di risiedervi e utilizzare così risorse che non saranno a disposizione di tutti.

Per non dire che i metalli necessari vanno estratti attraverso processi complicati e per nulla puliti, con il risultato che “una minoranza vivrà in città sostenibili, la grande maggioranza in luoghi inquinati”. La Cina è comunque favorita nella corsa tecnologica perché ha le risorse sul proprio territorio e perché la tecnologia che serve per far funzionare le smart city “in Cina esiste già, è già testata ed è già competitiva sui mercati mondiali”.

Per quanto riguarda il mondo del lavoro, dovremmo ricordare le lotte dei lavoratori di aziende quali Foxconn contro i turni massacranti e in generale le condizioni di lavoro insostenibili (“proprio gli operai dell’azienda taiwanese avevano dato l’avvio alle lotte globali dei lavoratori hi-tech. È bene sottolinearlo: le lotte dei lavoratori hi-tech sono iniziate per la prima volta proprio in Cina. Non in Europa o negli Stati Uniti”). Ora che la Cina non è più solo, né principalmente la manifattura globale, sono emersi lavoratori dei settori di punta dell’industria hi-tech che seppure lavorano in condizioni migliori, con salari migliori, si trovano nella stessa trappola del “lavorare e basta” delle generazioni precedenti: “sono sottoposti a stress e ritmi di lavoro ugualmente usuranti, per quanto di fronte alla scrivania”.

L’illusione per cui si possono estendere diritti quasi per contagio si è già rivelata semplicemente tale una volta, quando dalla “fabbrica del mondo” “anziché portare i diritti del lavoro in Cina, le multinazionali, le imprese di mezzo mondo hanno deciso di approfittare dei bassi salari e dei pochi diritti dei lavoratori cinesi per aumentare i propri profitti”. La Foxconn “ha dato l’avvio alla sinizzazione del mondo del lavoro almeno nei paesi in cui si è stabilita e dei quali si sa molto poco, come la Turchia, la Russia, l’Ungheria o la Repubblica Ceca, dove si sta sviluppando  un’imponente industria elettronica”.

I media non ne parlano più per due ordini di motivi, dice Pieranni: da una parte lo sviluppo di IA, applicazioni e piattaforme ha dato vita a nuove forme di sfruttamento, dall’altra in molti casi i robot stanno via via sostituendo il lavoro umano nelle linee di produzione. Una delle nuove forme di lavoro, sicuramente alienato, che mi ha colpito di più è quella degli etichettatori, coloro che passano al setaccio immagini, video e audio, tutti i contenuti multimediali online per associarvi dei tag – e che praticamente alimentano le IA.

E come sempre accade in un sistema capitalistico, c’è chi usufruirà – persone, corporation e Stati – dei servizi realizzati da altre persone sfruttate, e non poco, per rendere sempre migliori i servizi.

La conclusione sul punto rispecchia, scusate il gioco di parole, ancora una volta il titolo del saggio: “sarà all’interno della potenza cinese che il mondo del lavoro – tanto quello tradizionale che dovrà far fronte all’avanzata dell’automazione, quanto quello ultraprecario e deregolamentato della gig economy – troverà nuovi strumenti e nuovi conflitti da affrontare”. IA, super-app e smart city “frutto del lavoro oscuro di milioni di persone, stanno tratteggiando un nuovo concetto di cittadinanza”.

Superata la lettura di metà del libro ero già sufficientemente inquieta prima ancora di immergermi nella spiegazione del sistema dei crediti sociali. Di che cosa si tratta?

In generale  il Scs è un sistema di monitoraggio e controllo costante, 24 ore su 24, del comportamento di cittadini, aziende ed enti, messo in atto grazie all’applicazione su larga scala di tutte le nuove tecnologie sviluppate dall’espansione del comparto tecnologico cinese: videocamere intelligenti, riconoscimenti facciali, algoritmi, Intelligenza artificiale, sensori delle smart city, tutte le attività compiute dalle varie società come Terminus, unitamente alla velocità di calcolo garantita dal 5G.

Ad oggi non c’è un unico standard nazionale ma molte sperimentazioni parziali e locali. E se superficialmente, conoscendo l’inciviltà di qualcuno dalle mie parti, stuzzica un po’ la fantasia “una nuova moda in vigore a Shangai: proiettare su schermi giganti, sparsi per le tante arterie e sopraelevate della metropoli, le targhe dei conducenti che suonano il clacson perché, oltre a essere multati, venissero esposti alla pubblica gogna”, razionalmente parlando non credo proprio che vorrei vivere in una realtà del genere. Eppure Pieranni ci mette in guardia anche dai pericoli dell’orientalismo, in questo caso del tecno-orientalismo: le black list esistono anche da noi, anche se non così pervasive, e di sicuro con un maggior senso delle proporzioni. Da noi è impensabile – al momento – vedersi rifiutato un biglietto aereo perché ad esempio non si è pagata una multa. Un’altra differenza è che i sistemi di rating sono normalmente in mano ai cittadini, mentre in Cina è lo stato a giudicare tutti, in una sorta di “economia reputazionale”. Nel frattempo scopro che i cinesi sono all’avanguardia anche nei quantum pc, un settore in cui il ritardo di un competitor è molto più discriminante rispetto alle tecnologie di riconoscimento facciale.

L’arrivo del Covid-19, apparso proprio a Wuhan, nella provincia dello Hubei, ha comunque portato all’attenzione il livello di pervasività della società del controllo cinese. Qualche ingenuo potrebbe pensare che ne ha accentuato la natura, ma è più esatto dire che ha trovato nuovi usi a strumenti già adottati e largamente accettati dai cinesi. Il punto alla fine non è quindi come ci rapporteremo a queste tecnologie quando in un vago futuro arriveranno a noi, perché in Cina sono già realtà, e dovremmo piuttosto chiederci se vogliamo seguire il solco già tracciato o preferire un modello alternativo, più centrato sull’autonomia e la tutela della privacy.

Parasite Eve (with lyrics)

I’ve got a fever, don’t breathe on me
I’m a believer in nobody
Won’t let me leave ‘cause I’ve seen something
Hope I don’t sneeze, I don’t *sneeze*

Really we just need to fear something
Only pretending to feel something
I know you’re dying to run
I wanna turn you around

È ancora evidentemente presto per dire se gli storici di domani stabiliranno in maniera convenzionale che il XXI secolo sarebbe iniziato con l’11 settembre, con la crisi del 2008 o con la pandemia del 2020. La percezione oggi per me, che ho vissuto in maniera diretta tutte e tre questi pointbreak, è che quest’ultima sia la più straordinaria, nel senso etimologico del termine, non perché non ci siano state pandemie ugualmente o maggiormente letali in passato, quanto per le sue conseguenze rispetto al grado di interconnessione globale, questo sì mai visto prima.

Please remain calm
The end has arrived
We cannot save you
Enjoy the ride
This is the moment
You’ve been waiting for
Don’t call it a warning

This is a war

Che ne siamo consapevoli o meno, questi mesi ci hanno segnato profondamente e per quanto i tentativi, per di più affrettati, di recuperare una presunta tranquillizzante normalità siano numerosi, non dovremmo incoraggiarli. Quello che voglio dire è che non possiamo far finta di nulla, voltare pagina come se nulla fosse successo o come se fosse già passato. Prova e riprova a dirlo Loredana Lipperini, denunciando anche una generale nostra afasia sulla questione, e condivido la sua percezione di non essere più quella di prima.

It’s the Parasite Eve
Got a feeling in your stomach ‘cause you know that it’s coming for ya
Leave your flowers and grieve
Don’t forget what they told ya, ayy, ayy
When we forget the infection
Will we remember the lesson?
If the suspense doesn’t kill you
Something else will, ayy, ayy
Move

Non possiamo far finta di nulla per due ordini di motivi. Il primo è che passato non è, si continua a morire, in altre regioni del mondo non si è ancora raggiunto il picco mentre qui da noi “riapriamo tutto” e anche qui, seppur in sordina, continuano a comparire focolai. Se l’attenzione m

duccio
ediatica cala, si minimizza perché l’imperativo è ormai ripartire, ciò non ci deve trarre in inganno. Piuttosto dovrebbe aiutare a riflettere sulla pretestuosità di tutta una serie di misure adottate nella fase uno volte a criminalizzare la stessa aria, mentre si continuavano (e continuano) a verificare i contagi nei luoghi chiusi e in primis nei luoghi di lavoro. Il secondo ordine di motivi, non meno importante del primo, riguarda le condizioni sistemiche che hanno “permesso” per non dire generato la pandemia, che non riuscirebbero a prevenirne un’altra non troppo remota, né ad affrontarla compiutamente, così come accade oggi.

I heard they need better signal
Put chip and pins in the needles
Quarantine all of those secrets
In that black hole you call a brain before it’s too late

Really we just wanna scream something
Only pretend to believe something
I know you’re baying for blood
I wanna turn you around (Hey)

Per capirci, provo lo stesso disagio che ho percepito più volte nei post di Loredana verso la fretta di ritornare alla normalità; accade quando in luoghi chiusi e (potenzialmente) affollati mi si dice che se voglio posso togliere la mascherina: “eh già il caldo, e pure la mascherina dobbiamo sopportare!” Sarò diventata paranoica, eppure ho criticato duramente la strada scelta per la fase uno, ma proprio per le stesse ragioni – scientifiche – non riesco a capire come il fatto che fin qui in Sicilia e in generale al Sud siamo stati “graziati” ci possa esimere dal mantenere le precauzioni ragionevoli. Allo stesso tempo vedo un sacco di persone sole in auto con la mascherina o peggio ancora sulle biciclette… tutto questo non è stoltezza degli individui ma il risultato di una comunicazione pubblica confusa e in larga misura fuorviante. Ma più ci manca la consapevolezza più a rischio siamo per l’immediato futuro, e anche oltre.

You can board up your windows
You can lock up your doors, yeah
But you can’t keep washing your hands
Of this shit anymore
When all the king’s sources and all the king’s friends
Don’t know their arses from their pathogens

When life is a prison and death is the door
This ain’t a warning
This is a war, war
This is a war, ayy, ayy, oh, oh

(Parasite Eve, BMTH)

(Le prime parole di questo post sono state scritte settimane fa… la riflessione si è ampliata leggendo costantemente, ad esempio, il blog di Loredana Lipperini qui sopra citato e la deflagrazione finale è dovuta all’ascolto del nuovo pezzo dei Bring Me The Horizon del quale ho riportato il testo lungo il post).

Guardare il dito

Articolo 1(Ulteriori misure urgenti per il contenimento del contagio)

1.Le uscite per gli acquisti essenziali, ad eccezione di quelle per i farmaci, vanno limitate ad una sola volta al giorno e ad un solo componente del nucleo familiare.

2.E’ vietata la pratica di ogni attività motoria e sportiva all’aperto, anche in forma individuale.

3.Gli spostamenti con l’animale da affezione, per le sue esigenze fisiologiche, sono consentiti solamente in prossimità della propria abitazione. (Ordinanza contingibile e urgente n°6 del 19.03.2020 Ulteriori misure per la prevenzione e gestione dell’emergenza epidemiologica da Covid-19. )

Questo dispone la Regione Sicilia nella giornata di ieri, seguendo a ruota le ordinanze comunali o regionali, ad esempio di Messina o dell’Emilia Romagna. La correlazione tra le persone che fanno attività fisica all’aperto e i ricoverati in terapia intensiva, o i contagiati da Covid-19? Nessuna. Piuttosto il fatto che l’area più produttiva (e più inquinata, cosa da non sottovalutare) del paese, con lo slogan “Bergamo is running” abbia imposto di non chiudere le attività non essenziali e abbia subìto il più alto tasso di casi, tendenza che purtroppo non accenna a ridursi dice niente?

ConfBG

Qui il video completo, non rimosso da Confindustria Bergamo che non si scusa ma si limita, chiamata in causa, a twittare:

confbg2

Perché la gogna per chi fa attività fisica mentre i veri colpevoli sono da tutt’altra parte, a partire da chi nei decenni scorsi ha smantellato la sanità pubblica, e per finire a coloro che continuano ad anteporre i loro profitti alla salute di tutti? Come spiega un lodevole articolo di The Submarine, le FAQ del governo, almeno finché la pressione delle amministrazioni locali e regionali non cambierà l’inerzia, prevedono espressamente la possibilità di fare attività fisica all’aperto.

GovernoFAQ

Il virus non va a caccia dei solitari o comunque socialmente distanziati runners, semmai si annida negli spazi chiusi, affollati, come i mezzi di trasporto ridotti dall’emergenza e tragicamente più affollati perché i lavoratori costretti a recarsi ogni giorno a lavoro non sono diminuiti di conseguenza, o come le fabbriche o i magazzini della logistica che continuano ad essere aperti finché i lavoratori non si uniscono per difendere la loro salute proclamando scioperi con lo slogan ricorrente “non siamo carne da macello!“. Anche Amazon riduce le consegne, orientandosi sui beni di prima necessità, evidentemente a seguito delle proteste dei lavoratori che denunciavano condizioni di lavoro tutt’altro che esenti dal rischio contagio. Nel frattempo, invece di discutere della tutela della salute degli operatori sanitari in primis, e di tutti gli altri lavoratori che per necessità rischiano quotidianamente, gli stolti puntano il dito contro gli “egoisti” che corrono all’aria aperta sprezzanti del male intorno.

La sensazione è che le amministrazioni abbiano troppa fretta di dimostrarsi efficienti prima ancora che efficaci in questo frangente emergenziale, e aumentino le prove muscolari cercando di rispondere a, ma incrementando, le ansie e le paure della popolazione, la quale avrebbe bisogno di risposte circostanziate e ragionevoli, ben lontane dal panico morale che si sta creando, e concretamente efficaci. Purtroppo sollevare obiezioni, mantenere sguardo critico e lucido sembra essere ogni giorno più difficile e per fortuna resistono spazi come Giap in cui si analizza la questione dal punto di vista legale e non solo. E sono più che mai necessarie le analisi e le prese di posizione come quella di Sara Gandini su Effimera. Sembra una vita fa quando esponevo i miei dilemmi sull’uscire all’aria aperta con il bambino per portarlo in spiaggia. Per fortuna poi l’ho fatto, e sono stata serena un po’ di più, sopportando le marachelle solite dei “terribili due” col sorriso invece che con l’esasperazione. Riusciremo a rivedere il mare?

Il coronavirus e noi

p-402-maschera_naso_scaramouche_ironNon mi piace scrivere dell’argomento del giorno perché è evidente che il cosa sia importante prima ancora del come e del perché; si tratta dell’annosa questione dell’agenda setting, che sovradetermina il resto. Tutto vorrei fare fuorché parlare del coronavirus, tema che ormai domina l’intero spettro informativo relegando ai margini tutto ciò che accade (ehi, il mondo non si ferma, nonostante tutto, al massimo si ferma Milano… frega ancora qualcosa del Rojava, ad esempio?), al punto che pure il calcio, argomento che normalmente almeno una volta a settimana da noi prende il sopravvento nel discorso pubblico, ne è fortemente condizionato con stop e rinvii. Dev’essere davvero grave allora, anche se a livello mediatico siamo in realtà in una sorta di fase 2, che consiste nel minimizzare e normalizzare una situazione che rischia di avere pesanti conseguenze, in buona parte dovute alla fase 1 di assoluto allarme e caratterizzata da toni sensazionalistici e apocalittici. Ma ripeto, non voglio parlare della questione sanitaria in sé, quanto piuttosto delle sue implicazioni socioeconomiche e politiche (vedere ad esempio questo lucidissimo comunicato dei centri sociali del NordEst). Questo dovrebbe essere l’argomento principale sulla bocca di tutti, e per fortuna non è obbligatorio essere esperti per avere una propria idea in merito (e anzi guai a delegare tutto agli esperti, se i problemi sono “tecnici”, le soluzioni sono sempre politiche, con buona pace dei nedestrinesinistri).

elefanteTorna in mente anche il necessario insegnamento di Lakoff sui frame. Ho letto molto circa le conseguenze della diffusione del virus alle nostre latitudini, e quel che si riaffaccia continuamente è il bisogno di farne discorso politico, quasi che da ciò che accade possa nascere un’opportunità di riappropriarsi del discorso politico e sociale. D’altronde come dice il mio amico Pietro si tratta di un oggetto culturale e politico. E se è vero che esagera Agamben nel definire immotivata l’emergenza, è anche vero che lo stato d’eccezione è un qualcosa che è sempre più presente e anche in questa occasione si può ben cogliere. E allora ben vengano le analisi che intendono sviscerare non tanto le intenzioni quanto gli effetti, quelli sì importanti per le ricadute sul quotidiano di tutti noi, come quelle svolte in questi giorni dai Wu Ming, qui e qui e sapientemente arricchite dal sempre attento commentarium dei giapsters. Ben venga anche il fermarsi a riflettere sul come si fa analisi e quanto sia importante non soffermarsi sulla critica negativa pura, come fa bene Davide Grasso su minima&moralia con particolare riferimento ad Agamben.  Non si tratta dunque di schierarsi, bisogna rigettare i due frame uguali e contrari che si sostengono mutualmente, quello dell’emergenza assoluta e quello “complottista” della minimizzazione. Dal punto di vista sanitario e medico per chiunque voglia accertarsene è evidente che non bisogna sottovalutare ciò che sta accadendo e i possibili scenari futuri. Occorre invece prendere atto da subito che la riflessione debba spostarsi sulla reale tutela della salute e quindi non può che partire dal necessario potenziamento del sistema sanitario nazionale, e dalla sua riunificazione contro i numerosi tentativi di regionalizzazione. Si deve difendere la sanità pubblica non per partito preso ma perché niente di meglio dell’evidenza data da questo genere di accadimento dimostra quanto sia insensato affidare a chi rincorre i profitti un bene comune come la salute. Questo significa anche tutelare i lavoratori della sanità, ricordarsi ad esempio che hanno un contratto scaduto da 18 mesi. Nel frattempo nel criticare le ordinanze emesse da governo, governatori regionali e sindaci per la loro variabilità, incoerenza e spesso contradditorietà, bisogna sottolineare come chiudere settorialmente solo le istituzioni e gli eventi culturali qualsiasi sia la motivazione intrinseca la prima banale conseguenza è la solita confessione: che la cultura è sacrificabile. Anche la chiusura di asili e scuole è oggetto di dibattito, ma prima ancora di pensare se sia giusto o sbagliato, si è discusso se ciò sia affordabile dalle famiglie che magari non hanno alternative? E i lavoratori precari e meno garantiti che stanno rischiando o direttamente perdendo il posto di lavoro a causa delle chiusure improvvisate? Tutto questo ci dice che c’è un conflitto latente pronto a scoppiare e che andrebbe reso esplicito, spiegato a noi stessi e a chi ci circonda, perché non viviamo su Marte, ma magari vicino ad una coppia di genitori lavoratori che con le scuole chiuse non sanno a chi lasciare i figli e se si assentano da lavoro rischiano di essere licenziati o che non gli venga rinnovato il contratto. Siamo immersi nel realismo capitalista, e proprio un giapster nel secondo dei post linkati sopra cita Fisher:

“La lunga e oscura notte della fine della storia deve essere considerata come un’enorme opportunità. La pervasività molto opprimente del realismo capitalista significa che anche i barlumi di possibilità politiche ed economiche alternative possono avere un grande effetto di impatto sproporzionato. Il più piccolo evento può aprire un buco nella tenda grigia della reazione che ha segnato gli orizzonti delle possibilità sotto il realismo capitalista. Da una situazione in cui nulla può accadere, all’improvviso tutto è nuovamente possibile.”

E infine si può e si deve parlare della normalizzazione delle misure eccezionali restrittive della libertà: com’è possibile che ci si possa ammassare nei centri commerciali magari per fare incetta di prodotti igienizzanti spinti dal terrorismo mediatico e poi vengano vietate le assemblee sindacali? L’emergenza, se tale, non deve derogare ai princìpi se non per lo stretto necessario, e una tantum, mentre non è peregrino chi paragona le misure adottate in questo frangente con quelle adottate sull’ondata emotiva indotta dal terrorismo (post 11 settembre e successivo) e progressivamente normalizzate.

Al momento il frame dominante è che bisogna ripartire altrimenti le conseguenze sull’economia (già fragile e prossima ad una recessione se possibile più grave di quella del 2008*) saranno devastanti. Dopo averci spaventato a morte con dirette h24 dalle zone rosse, senza minimamente preoccuparsi dell’espressione, che a me mette i brividi almeno dal 2001, dopo l’hype mediatico ora, anzi già da qualche giorno è arrivato il contro ordine, e pure i titoli di Libero, nella loro bestialità tra le migliori cartine tornasole del livello dei media mainstream, si sono ridimensionati. Quello che noi dobbiamo fare invece è rifiutare la presunta normalità e rovesciare il frame: ci vogliono far credere che sia normale socializzare le perdite e privatizzare i profitti, e anche questa emergenza la pagheranno i più deboli. Questo va denunciato e combattutto.

*A questo proposito, quando arriverà la crisi, perché è questione di tempo, scommetto che si farà a gara per dare la colpa all’eccezionalità del virus, mentre sarà nostro compito dimostrare che al massimo quello ha accelerato un processo che era già in corso, come una pallina che scivola su un piano inclinato.