Sei stato felice, Giovanni

ArpinoSinceramente non ricordavo più la felice intuizione che mi fece incontrare il primo romanzo di Giovanni Arpino, ma fidandomi di una vecchia versione di me e cercando di snellire una coda di lettura che è diventata a tratti imbarazzante, l’ho preso in mano e devo dire di aver fatto proprio bene. Sei stato felice, Giovanni è un esordio brillante, e leggere che è stato scritto a 23 anni in venti giorni suscita ammirazione oltre che ‘sana’ invidia, di quella che ti sprona a far meglio, non a denigrare l’altro – semmai questa forma del sentimento esiste. La storia è un passaggio, un salto verso l’età adulta e si legge piacevolmente. Le descrizioni sono vivide, il protagonista è una figura a tutto tondo, di certo non un eroe, ma una persona con le sue idiosincrasie, coi suoi vizi e le sue crudeltà. Per citare Lagioia, ripreso da Loredana Lipperini, “La letteratura è al contrario la rappresentazione dell’umano, cioè dell’impossibile, creature contraddittorie, ambigue, complicate, incoerenti, spaventate, generose, violente, scaraventate in paradossi etici, morse da dilemmi insolubili, rovinate o salvate a volte da un tiro di dadi”. 

L’incipit è veloce, “restituisce un clima da hard boiled school”, dice Gianni Mura nella postfazione. Genova è anche protagonista coi suoi carruggi; Giovanni si muove in un mondo che può sembrare antico rispetto ad oggi ma non è poi così distante da noi. Il ritmo narrativo alto, ci dice ancora Mura, è uno dei motivi di stupore per un esordio, così pieno invece di “felicità di pennellate estranee alle nature morte”. Infatti il libro parla tanto di felicità, tra le righe sembra chiedersi cosa possa essere, la risposta pare trovarsi in un pasto caldo, in una minima stabilità, nello stare bene. Negli attimi sospesi senza dover pensare al futuro. 

Alcuni dialoghi sono meravigliosi nel loro essere surreali, uno su tutti quello tra Giovanni e un cameriere che nella vita ha fatto solo quello, a quanto pare. L’amore è complicato nonostante, o forse perché, il protagonista si innamora facilmente. C’è una fase molto bella e sentimentale, per quanto burrascosa come tutto ciò che attraversa Giovanni. La storia è intrisa di tanti, tantissimi elementi:

Il romanzo è una favola in bianco e nero che anticipa di poco i vitelloni di Fellini: vi cadono dentro l’eco della guerra appena passata, la vita maleodorante del porto, i contrabbandieri e le prostitute, i trucchi per sopravvivere, la città vecchia, le sigarette e l’alcol, un vago sentimento da reduci la volontà di rimandare il proprio destino, gli amori irresponsabili della giovinezza e un misto di felicità e disperazione avventurosa e randagia che rende ogni giornata piena di un’esuberanza irripetibile, che non potrà più tornare. 

Ho la tentazione di definirlo un romanzo di anti-formazione, anche se non credo renda appieno ciò che vorrei dire, perché mi sembra riduttivo definirlo di formazione mentre non direi neanche che è il suo contrario.  Sicuramente è un romanzo d’avventura e l’aggettivo picaresco che gli si attribuisce coglie nel segno. Una lettura azzeccata nei tempi e un libro che occorre avere, e leggere.

La miscela segreta di casa Olivares

Allora pensavo che la felicità fosse nell’oblio. Ma è nel ricordo la salvezza: me ne accorgo oggi, quando la memoria mi restituisce brandelli di un passato fiabesco.

Felici coincidenze, quando ad agosto trovi in ufficio qualcuno che ti affianca sul lavoro e non solo, regalando pure preziosi consigli di lettura. È così che mi è stato raccontato di Giuseppina Torregrossa. Incuriosita dalla trama de La

miscela segreta casa Olivares

miscela segreta di casa Olivares, mentre sono a Palermo mi metto sulle tracce del romanzo, con anche la voglia di leggere qualcosa che mi racconti della città, e ovviamente trovo tutti tranne questo. Dopo i primi tentativi a vuoto col decisivo supporto della Spongee si trova e così lo metto in lettura appena finito Fisher. Come mi era stato detto, l’autrice racconta in maniera suggestiva Palermo prima, durante e dopo la Seconda guerra mondiale e sembra quasi di sentirne i rumori e percepirne gli odori. La storia del romanzo ruota attorno ad una famiglia che gestisce una torrefazione, ma racconta anche della vita a tutto tondo, della crescita e delle donne in particolare, ma non solo, con uno sguardo delicato e al tempo stesso deciso.

La morte è cosa di femmine, come la vita del resto.

La protagonista, oltre il caffè che pervade con il suo aroma tutto il testo, e manca davvero nelle pagine che raccontano le carenze dovute alla guerra, è Genziana (a casa Olivares tutte le donne hanno nomi di fiori, e questo è già una delizia per me) e si cresce insieme a lei con un’incredibile determinazione, tra sofferenze, ricordi e prese di coscienza. L’autrice ha un’incredibile capacità di descrivere anche gli oggetti e le cose inanimate dandogli quasi vita, e questo emerge sin dalle prime pagine, quando leggo incuriosita di Orlando senza rendermi conto subito di chi stia parlando. Sono abbastanza sicura che mi dedicherò a leggere gli altri suoi libri in tempi brevi.

Quanta forza ci vuole per diventare una donna.

Sullo sfondo, ma per nulla in secondo piano, una Palermo ferita, anzi lacerata, sventrata dalla guerra e non rimessa in piedi come avrebbe meritato e che avrebbe avuto bisogno forse di un moto d’orgoglio in più. Il riferimento alla Cassa del Mezzogiorno come progetto di riscatto del Sud, “perché nessuno sarà più costretto a lasciare la Sicilia“, col senno di poi è una bruciante sconfitta, fa male. E però non dev’essere definitiva, perché l’amore per la propria terra deve dare forza per il riscatto, altrimenti non è nulla.