La rivoluzione della luna

la rivoluzione della luna

Andrea Camilleri è un maestro che già manca, se pensiamo che non essendo più tra noi non potrà scrivere altri libri. La mia “fortuna” è che ancora ne devo leggere tanti per completare la sua ricchissima produzione letteraria, e un po’ temo il giorno in cui non avrò più nulla di nuovo da leggere di suo, anche se devo dire che ho provato a rileggere qualcosa ed è un piacere anche riscoprirlo. Oltre il successo dei molti libri che vedono protagonista il commissario Montalbano, ormai famosissimo anche per merito delle trasposizioni che la Rai ha fatto delle sue storie, se possibile sono addirittura più belli i libri di ambientazione storica: per citarne solo un paio direi ad esempio Il birraio di Preston e La concessione del telefono.

La rivoluzione della luna è uno di questi, pubblicato nel 2013 e ambientato nella Sicilia dominata dagli spagnoli del Seicento. Questi romanzi sono scritti interamente in siciliano ed è una gran goduria leggerli anche per questo motivo. La vicenda che ha ispirato Camilleri ha come sempre un’origine reale, e lo spiega lui stesso nella nota finale: il Viceré don Angel de Guzmàn muore nel 1677 ma lascia scritto “nel suo testamento che voleva come successore la propria vedova, donna Eleonora di Mora”. Fu così che una donna governò la Sicilia anche se per un breve lasso di tempo, durante il quale “seppe meritarsi ampio rispetto per tutto quello che fece”. Abbassamento del prezzo del pane, creazione del Magistrato del Commercio che riuniva le settantadue maestranze palermitane, e poi diversi provvedimenti in favore delle donne furono gli atti del suo governo. Non mi soffermo oltre sulla trama perché è da scoprire e da vivere. Del resto si legge con la stessa tranquillità e scioltezza con cui si beve un bicchiere d’acqua quando non si è troppo assetati. La ricostruzione storica è accurata quanto beffarda, nella misura in cui “tutto era lecito allora, nel Seicento, a Palermo, fuorché ciò che era lecito”, come precisa Salvatore Silvano Nigro nella bandella. La caratterizzazione dei personaggi è altrettanto efficace anche se Camilleri come suo costume non induge mai in lunghe descrizioni: gli bastano davvero brevi accenni e dice molto più attraverso le loro intenzioni e le loro gesta, riuscendo a mettere su carta personalità complesse e perfettamente “reali”. Nello scrivere il romanzo si è preso numerose libertà, dice, rispetto alla storia reale, di cui effettivamente sussistono poche tracce, e ne svela solo due minori. Sta al lettore, immergendosi nel testo, immaginare quali aspetti potrebbero essere più verosimili, fermo restando che la storia della Sicilia ci insegna che a volte le trame che potrebbero sembrare le meno plausibili sono invece quelle reali.

Le pultrune dei sei Consiglieri erano assistimate tri a mano manca e tri a mano dritta del gran trono d’oro arrisirbato alle Sò Maistà i Re di Spagna che però non avivano avuto occasioni di posarici supra il loro agusto deretano datosi che mai nisciuno di loro si era dignato di calare nell’isola.

Queste sei righe nella prima pagina per mostrare, se mai fosse necessario, lo spirito e la magnificenza della scrittura del maestro. Sono innamorata dei libri di Camilleri dal primo che ho incontrato, ormai oltre venti anni fa grazie a mia madre che iniziò a comprare i libri di questo scrittore siciliano ancor prima che la versione televisiva dei suoi romanzi lo facesse conosccere al grande pubblico. [Errata corrige: mi fanno notare che mia mamma lesse Il ladro di merendine, perché glielo regalò mia zia su consiglio del libraio. E se ne innamorò (mia mamma di Camilleri non una delle due del libraio!) Grazie anche allo stress allora!] Uno dei miei grandi impegni è quello di leggere tutto, ma proprio tutto, quello che ha scritto, e per fortuna, mi ripeto, ancora questo compito è lontano dall’essere concluso. La potenza di uno scrittore, che ci ha lasciato da quasi due anni ormai, è tutta nell’eternità delle sue parole e delle sue storie. Grazie maestro.

Sei stato felice, Giovanni

ArpinoSinceramente non ricordavo più la felice intuizione che mi fece incontrare il primo romanzo di Giovanni Arpino, ma fidandomi di una vecchia versione di me e cercando di snellire una coda di lettura che è diventata a tratti imbarazzante, l’ho preso in mano e devo dire di aver fatto proprio bene. Sei stato felice, Giovanni è un esordio brillante, e leggere che è stato scritto a 23 anni in venti giorni suscita ammirazione oltre che ‘sana’ invidia, di quella che ti sprona a far meglio, non a denigrare l’altro – semmai questa forma del sentimento esiste. La storia è un passaggio, un salto verso l’età adulta e si legge piacevolmente. Le descrizioni sono vivide, il protagonista è una figura a tutto tondo, di certo non un eroe, ma una persona con le sue idiosincrasie, coi suoi vizi e le sue crudeltà. Per citare Lagioia, ripreso da Loredana Lipperini, “La letteratura è al contrario la rappresentazione dell’umano, cioè dell’impossibile, creature contraddittorie, ambigue, complicate, incoerenti, spaventate, generose, violente, scaraventate in paradossi etici, morse da dilemmi insolubili, rovinate o salvate a volte da un tiro di dadi”. 

L’incipit è veloce, “restituisce un clima da hard boiled school”, dice Gianni Mura nella postfazione. Genova è anche protagonista coi suoi carruggi; Giovanni si muove in un mondo che può sembrare antico rispetto ad oggi ma non è poi così distante da noi. Il ritmo narrativo alto, ci dice ancora Mura, è uno dei motivi di stupore per un esordio, così pieno invece di “felicità di pennellate estranee alle nature morte”. Infatti il libro parla tanto di felicità, tra le righe sembra chiedersi cosa possa essere, la risposta pare trovarsi in un pasto caldo, in una minima stabilità, nello stare bene. Negli attimi sospesi senza dover pensare al futuro. 

Alcuni dialoghi sono meravigliosi nel loro essere surreali, uno su tutti quello tra Giovanni e un cameriere che nella vita ha fatto solo quello, a quanto pare. L’amore è complicato nonostante, o forse perché, il protagonista si innamora facilmente. C’è una fase molto bella e sentimentale, per quanto burrascosa come tutto ciò che attraversa Giovanni. La storia è intrisa di tanti, tantissimi elementi:

Il romanzo è una favola in bianco e nero che anticipa di poco i vitelloni di Fellini: vi cadono dentro l’eco della guerra appena passata, la vita maleodorante del porto, i contrabbandieri e le prostitute, i trucchi per sopravvivere, la città vecchia, le sigarette e l’alcol, un vago sentimento da reduci la volontà di rimandare il proprio destino, gli amori irresponsabili della giovinezza e un misto di felicità e disperazione avventurosa e randagia che rende ogni giornata piena di un’esuberanza irripetibile, che non potrà più tornare. 

Ho la tentazione di definirlo un romanzo di anti-formazione, anche se non credo renda appieno ciò che vorrei dire, perché mi sembra riduttivo definirlo di formazione mentre non direi neanche che è il suo contrario.  Sicuramente è un romanzo d’avventura e l’aggettivo picaresco che gli si attribuisce coglie nel segno. Una lettura azzeccata nei tempi e un libro che occorre avere, e leggere.

The science of storytelling

Svegliarsi tutti i giorni

lavarsi i denti

guardarsi allo specchio

i lineamenti

E scoprire che sei proprio tu

la persona che ti ha fatto ridere di più

e scoprire che sei proprio tu

la persona che ti ha fatto piangere di più

un buon amico

lo stronzo che ti ha mentito

sì, sei proprio tu

La nostra pelle, Ex-Otago

science of storytellingThe science of storytelling è un libro prezioso e non solo per chi ama scrivere. Al centro del testo c’è il nostro essere visceralmente legati alle storie: “humans might be in the unique possession of the knowledge that our existence is essentially meaningless, but we carry on as if in ignorance of it (…) The cure for the horror is story”. Questo è confermato anche da recenti ricerche secondo cui il linguaggio si è sviluppato durante l’età della pietra per scambiare informazioni sociali (“in other words, we’d gossip”). Il ‘gossip’ è un comportamento umano universale, e infatti due terzi delle conversazioni riguardano argomenti ‘sociali’. A quattro anni i bambini già raccolgono le informazioni che ricevono dalla famiglia ed iniziano anche a raccontare di sé. Il testo attraversa il nostro essere erratici, sociali ed imperfetti. Seguo in parte l’andamento dei capitoli, tranne l’ultimo che è quello effettivamente in cui vi sono dei consigli pratici per costruire una storia. Will Storr comunque è un narratore eccezionale, ed è un piacere sia leggerlo che ascoltarlo. In attesa di leggere il libro, che consiglio a – letteralmente – chiunque, se volete un assaggio qui c’è un suo TedTalk (rigorosamente fuori da youtube). Il libro è disponibile anche in italiano. L’ho preso in inglese sia per motivi economici (costava la metà!) sia per mantenere l’allenamento con le letture in lingua come faccio periodicamente.

Il nostro cervello non è un calcolatore razionale ma un elaboratore di storie. Non solo, le storie che ci raccontiamo tendono a confermare la nostra visione del mondo:

if we’re psychologically healthy, our brain makes us feel as if we’re the moral heroes at the centre of the unfolding plots of our lives. Any ‘facts’ it comes across tend to be subordinate to that story. If these ‘facts’ flatter our heroic sense of ourselves, we’re likely to credulously accept them, no matter how smart we think we are. If they don’t, our minds will tend to find some crafty way of rejecting them.

È ovvio che noi crediamo di essere obiettivi, ma la realtà è che non conosciamo alcuna realtà oggettiva: noi facciamo esperienza di ciò che ci circonda plasmando una ‘realtà’ costruita dentro le nostre teste: un atto creativo del cervello narrativo. A volte ci svegliamo dopo un sogno che ci sembra terribilmente reale; questo accade perché i sogni sono costruiti con gli stessi modelli neurali in cui viviamo quando siamo svegli. Non sono i sogni ad essere realistici, è la nostra realtà che è costruita esattamente come i nostri sogni. Il nostro essere animali sociali ci permette di immedesimarci negli altri, e quest’abilità tipicamente umana si sviluppa intorno ai quattro anni, quando siamo pronti per le storie, per capire la logica narrativa. Allo stesso tempo però sovrastimiamo le nostre capacità, perché a quanto pare l’accuratezza nel comprendere pensieri ed emozioni di estranei è di appena il 20%. Non va meglio nei confronti di amici e affetti: contrariamente a quanto potremmo pensare, non si supera il 35%. Questo è alla base di molti drammi umani, ci dice Storr.

The flawed self

Ognuno di noi è imperfetto e i nostri difetti non solo fanno parte del nostro essere, ma influenzano la nostra esperienza del reale. “Our flaws (…) are not simply ideas about this and that which we can identify easily and choose to shrug off. They’re built right into our hallucinated models”.

The further you travel from those you admire, the more wrong people become until the only conclusion you’re left with is that entire tranches of the human population are stupid, evil or insane. Which leaves you, the single living human who’s right, about everything – the perfect point of light, clarity and genius who burns with godlike luminescence at the centre of the universe.

Questa allucinazione è funzionale perché ci permette di avere sotto controllo il mondo intorno a noi, di rendere l’ambiente circostante prevedibile. I primi anni di vita sono determinanti anche per il ruolo fondamentale del gioco, un ruolo che è importante in realtà nell’arco dell’intera vita degli esseri umani. Ci dice Storr che durante i primi sette anni di vita veniamo plasmati dalla cultura in cui viviamo a costruire i modelli che caratterizzeranno il nostro regno neurale. Egli distingue inoltre la cultura individualista della civiltà occidentale dlla cultura comunitaria tipica dell’estremo oriente. I miti e le storie che si tramandano dall’antica Grecia e dall’antica Cina sono profondamente diversi proprio rispetto a questi due caratteri fondamentali. Ad ogni modo, dopo aver messo le basi per i propri modelli neurali, tendiamo a difenderli per il resto della nostra vita: “when we encounter evidence that it might be wrong, because other people aren’t perceiving the world as we do, we can find it deeply disturbing. Rather than changing its models by acknowledging the perspectives of these people, our brains seek to deny them”. Ovviamente non difendiamo strenuamente ogni nostra posizione, ma in particolare quelle che formano la nostra identità, i nostri valori e che costituiscono la nostra “teoria del controllo”. La nostra percezione del sé dipende in buona misura dalla nostra memoria, ma ancora una volta, non dovremmo fidarci di essa, perché riscriviamo e a volte inventiamo il nostro passato. Il fatto che noi ci consideriamo gli eroi della nostra storia è normale e in realtà ci dà non solo benefici mentali ma anche fisici.

The dramatic question

Secondo Storr un segreto della narrazione è la domanda “Who is this person?”, “Who am I?” A questa domanda non è affatto semplice rispondere. Storr fa l’esempio di Citizen Kane (Quarto potere) che si definirebbe nobile d’animo ed altruista, perché “he’d been listening to a voice in his head – one that was telling him all the ways he was morally right. It’s not only psychotics like Mr B who hear such voices. We all do. You can hear yours now. It’s reading this book to you, commenting here and there as it goes”. Questa voce che tutti abbiamo non è affidabile, è la voce narrante che non ha accesso diretto alla verità di chi siamo: “it feels as if that voice is us. But it’s not. ‘We’ are our neural models. Our narrator is just observing what’s happening in the controlled hallucination in our skulls – including our own behaviour – and explaining it”. Nessuno di noi sa rispondere alla domanda drammatica, però il nostro senso del sé, costruito da un narratore inaffidabile, ci porta a credere di essere pienamente in controllo di chi siamo e di cosa sappiamo. La nostra personalità è sfaccettata, e i personaggi migliori sono quelli che anche sulla carta si dimostrano “tridimensionali”. Storr fa l’esempio dei bambini che non riescono a comprendere ed accettare il fatto che alcune emozioni anche contrastanti possono prendere il sopravvento. Le fiabe a quanto pare servono proprio ad insegnare la capacità di dominare le proprie emozioni.

We all exist in different worlds. And whether that world feels friendly or hostile depends, in significant part, on what happened to us as children.

Il nostro retaggio culturale è fondamentale e determina quel che siamo ancora oggi, ci dice l’autore, e si riferisce proprio agli albori della nostra civiltà, che è poi la parte predominante della nostra esperienza: sulla Terra siamo stati per la gran parte del tempo organizzati in comunità – tribù di cacciatori e abbiamo ancora i cervelli dell’età della pietra. Le comunità erano costituite da circa 150 membri e si basavano su princìpi di cooperazione, i quali ci hanno permesso di sopravvivere in condizioni ben più difficili di quelle odierne. (Mia personale riflessione: questo da solo dovrebbe servire a dimostrare come sia non solo morale ma anche efficiente basare le interazioni umane sulla cooperazione piuttosto che sulla competizione. Solo negli ultimi secoli stiamo mettendo al centro la competizione tra noi, e abbiamo visto i risultati) Il bisogno di cooperare d’altra parte è affiancato dal bisogno di emergere sugli altri. Lo status ha un valore vitale ed è un’ossessione continua per l’essere umano. Lo star bene, la stima di sé e la salute fisica e mentale dipendono dallo status che ci viene accordato.

No matter  who we really are, to the hero-making brain we’re always poor Oliver Twist: virtuous and hungry, unfairly deprived of status, ourl bowls bravely offered out: ‘Please, sir, I want some more’.

Plots, endings and meaning

“Our goals give our lives order, momentum and logic. They provide our hallucination of reality with a centre of narrative gravity. Our perception organises itself around them”. Lo psicologo Brian Little attraverso le sue ricerche ha scoperto che abbiamo mediamente quindici progetti personali in corso contemporaneamente, tra scopi triviali e ossessioni incredibili. Il nostro sistema interno di ricompense inoltre non raggiunge il picco quando abbiamo raggiunto gli obiettivi ma prima, quando agiamo per raggiungerli. Le storie sono ilmodo che abbiamo per imparare a controllare il mondo intorno a noi. “Story is both tribal propaganda and the cure for tribal propaganda”. La grande narrativa inoltre indaga nel profondo l’animo e il comportamento umano. Una parola fondamentale è cambiamento, questo è l’ossessione dei cervelli, perché il controllo è la loro primaria missione.

Il potere delle storie

Gli scrittori creano un simulacro della coscienza umana. Quando leggiamo a volte siamo “trasportati” al punto che perdiamo il senso del tempo, ad esempio, su un treno o su un autobus possiamo perdere la nostra fermata. In quei frangenti le nostre credenze, attitudini e intenzioni sono influenzabili dalla storia che stiamo leggendo: “transportation changes people, and then it changes the world”. Infine, le storie ci legano tra noi, ci ricordano che non siamo soli e sono in un certo senso “magiche”.

We all inhabit foreign worlds. Each of us is ultimately alone in our black vault, wandering our singular neural realms, ‘seeing’ things differently, feeling different passions and hatreds and associations of memory as our attention grazes over them. We laugh at different things, are moved by different pieces of music and transported by different kinds of stories. All of us are in search of writers who somehow capture the distinct music made by the agonies in our heads. (…) what we often crave in art is the same connection with otheres we seek in friendship and love.

Story (…) at its best, it reminds us that, beneath our many differences, we remain beasts of one species.

The magic of story is its ability to connect mind with mind in a manner that’s unrivalled even by love. Story’s gift is the hope that we might not be quite so alone, in that dark bone vault, after all.

Magia nera

Elena non crede che chi li porta al mercatino abbia bisogno di soldi, quanto piuttosto di spazio. Anche mentale: ci sono cose che si portano dietro pezzi di vta, e liberandosene si cancellano anche quelli, che forse premono troppo forte, forse fanno troppo male per andare avanti.

Magia nera

Magia nera – per trovare l’immagine di copertina del libro in rete ho dovuto spulciare in mezzo a parecchie immagini di libri di magia nera!

Di cosa è fatto, poi, il tempo?

Con un po’ di ritardo sulla tabella di marcia finalmente ho preso in mano Magia nera di Loredana Lipperini, una persona, prima che una scrittrice, che ho particolarmente a cuore. Il libro ha avuto un bel viaggiare dalla Gran Bretagna dove è stato preso come regalo e fatto autografare fino allaphoto6012547812165792648 sua attuale collocazione, la libreria di casa mia e le mie mani. Non posso dire di averlo divorato, non è un libro che almeno io possa leggere d’un fiato: dopo il primo racconto mi sono dovuta fermare a respirare. Ho lasciato decantare, ché l’impatto è stato notevole, e poi ho proseguito. Sono storie di donne, storie varie, di non netta collocazione di genere, mentre noi siamo “animali che vivono di tassonomie” come dice Vera Gheno in questa intervista che leggevo poco prima di mettermi a scrivere. Loredana Lipperini le colloca comunque nell’ampio genere del fantastico, “perché scelgono di percorrere la strada obbligata del realismo. Eppure al tempo stesso parlano di realtà”. Dodici racconti, dodici donne “come potreste incontrarne ogni giorno”, ci dice ancora Lipperini.

I roghi non illuminano le tenebre.

Quando si tratta di racconti, come in questo caso, non c’è solo il testo nella sua interezza ma anche i singoli racconti, per cui mi sento di dire che il primo, Tu stessa, per inseguirlo, l’ho trovato il più potente, mentre quello che più mi ha incantata è Who is that girl? Una storia per Carlotta. Ci sono racconti che mi hanno colpito di più, altri di meno, ma nel complesso il libro mi è piaciuto molto; una parola che mi è venuta in mente durante la lettura è vividezza. E poi ho incontrato Lovecraft e Stephen King nel corso della lettura, direttamente o meno, per citarne due, e questo è sicuramente un bene. Non so quanto  ci sia di autobiografico in realtà, riconosco gatti e altri dettagli disseminati rispetto a quel che presumo di conoscere, ma ho trovato molta Loredana nelle storie, nel tratto, nell’atmosfera. Inoltre ha stuzzicato la mia fame di scrittura, e quanto è bello un libro quando ti fa venire voglia di cimentarti nella magica arte di mettere insieme parole? Abracadabra!

Bella non avrebbe mai incontrato le parole senza scopo, quelle che dormono per anni nel fondo e un giorno, senza motivo, salgono in superficie come bolle luminose perché è arrivato il momento straordinario in cui si possono usare.

La miscela segreta di casa Olivares

Allora pensavo che la felicità fosse nell’oblio. Ma è nel ricordo la salvezza: me ne accorgo oggi, quando la memoria mi restituisce brandelli di un passato fiabesco.

Felici coincidenze, quando ad agosto trovi in ufficio qualcuno che ti affianca sul lavoro e non solo, regalando pure preziosi consigli di lettura. È così che mi è stato raccontato di Giuseppina Torregrossa. Incuriosita dalla trama de La

miscela segreta casa Olivares

miscela segreta di casa Olivares, mentre sono a Palermo mi metto sulle tracce del romanzo, con anche la voglia di leggere qualcosa che mi racconti della città, e ovviamente trovo tutti tranne questo. Dopo i primi tentativi a vuoto col decisivo supporto della Spongee si trova e così lo metto in lettura appena finito Fisher. Come mi era stato detto, l’autrice racconta in maniera suggestiva Palermo prima, durante e dopo la Seconda guerra mondiale e sembra quasi di sentirne i rumori e percepirne gli odori. La storia del romanzo ruota attorno ad una famiglia che gestisce una torrefazione, ma racconta anche della vita a tutto tondo, della crescita e delle donne in particolare, ma non solo, con uno sguardo delicato e al tempo stesso deciso.

La morte è cosa di femmine, come la vita del resto.

La protagonista, oltre il caffè che pervade con il suo aroma tutto il testo, e manca davvero nelle pagine che raccontano le carenze dovute alla guerra, è Genziana (a casa Olivares tutte le donne hanno nomi di fiori, e questo è già una delizia per me) e si cresce insieme a lei con un’incredibile determinazione, tra sofferenze, ricordi e prese di coscienza. L’autrice ha un’incredibile capacità di descrivere anche gli oggetti e le cose inanimate dandogli quasi vita, e questo emerge sin dalle prime pagine, quando leggo incuriosita di Orlando senza rendermi conto subito di chi stia parlando. Sono abbastanza sicura che mi dedicherò a leggere gli altri suoi libri in tempi brevi.

Quanta forza ci vuole per diventare una donna.

Sullo sfondo, ma per nulla in secondo piano, una Palermo ferita, anzi lacerata, sventrata dalla guerra e non rimessa in piedi come avrebbe meritato e che avrebbe avuto bisogno forse di un moto d’orgoglio in più. Il riferimento alla Cassa del Mezzogiorno come progetto di riscatto del Sud, “perché nessuno sarà più costretto a lasciare la Sicilia“, col senno di poi è una bruciante sconfitta, fa male. E però non dev’essere definitiva, perché l’amore per la propria terra deve dare forza per il riscatto, altrimenti non è nulla.

The drop – Chi è senza colpa

Dennis Lehane è una garanzia. Quando avrò guardato anche Gone baby gone e letto L’isola della paura (mea culpa, del primo ho letto solo il libro, del secondo ho visto solo il film), dovrò aspettare nuove uscite e lo farò in trepidante attesa.

the drop

Ho colmato le ultime (quasi!) lacune leggendo Chi è senza colpa (The Drop) e guardando il film, che al contrario del solito è precedente al libro:  infatti la pellicola è basata sul racconto breve Animal rescue e il romanzo invece segue la sceneggiatura scritta dallo stesso Lehane per l’adattamento cinematografico del primo. Il romanzo stesso non è molto lungo e si legge d’un fiato come in genere capita coi suoi libri. L’atmosfera noir è perfetta e l’ambientazione ci introduce subito nel mondo sotterraneo in cui malaffare e criminalità organizzata regnano. Protagonista è il poliedrico Tom Hardy (Bob), che personalmente amo dalla sua interpretazione di Alfie Solomon in Peaky Blinders (un giorno dovrò trovare le parole per questa serie) accompagnato da un ottimo James Gandolfini nella sua ultima, purtroppo, apparizione sulla scena. Quest’ultimo è Marv, non più proprietario del bar in cui col cugino Bob lavora, scalzato dalla mafia cecena da cui suo malgrado ormai dipende. Il bar in sé è uno dei tanti “parcheggi” (“drop”) dei soldi sporchi, designati di volta in volta dai capi per non essere scoperti. Una rapina che non si doveva fare al Cousin Marv’s dà innesco alla vicenda, insieme al ritrovamento di un cucciolo maltrattato di pitbull  da parte di Bob; Bob che è taciturno, va sempre in chiesa ma non prende mai la comunione e apparentemente ha un carattere mite e accomodante, rasentando un’educazione di altri tempi.

“Una volta” disse “quando doveva telefonare in pubblico, la gente entrava in uan cabina e si chiudeva dietro la porta. O parlava sottovoce. Adesso, invece? La gente parla, che ne so, dei suoi movimenti di pancia in diretta, mentre li sta avendo in un bagno pubblico. Non capisco”. (…) “Nessuno” disse Bob “ha più rispetto per la riservatezza. Ognuno vuole raccontarti ogni singola cazzata che gli succede. Scusami, mi dispiace. Non avrei dovuto dire quella parola davanti a una signora”.

Il titolo italiano allude all’assenza di innocenza di praticamente tutti i personaggi – eccetto il cane che in qualche modo rappresenta l’espiazione di Bob – e la storia ci conduce inesorabile verso questa rassegnata conclusione. L’esplorazione dell’animo umano fin dentro le sue oscurità è compiuta come al solito magistralmente. Nel film non c’è traccia di ostentazione e scene forzate, ma una angosciante banalità del male e silenzi che valgono più di mille scene d’azione e cruente. Leggere il libro e guardare il film sono un ottimo investimento di tempo. Ancora una volta Lehane è maestro del genere, nella doppia veste questa volta di sceneggiatore e scrittore.

La fame

Questo libro è un fallimento. Prima di tutto, perché ogni libro lo è. Ma soprattutto perché un’esplorazione del maggior fallimento vissuto dal genere umano non poteva che fallire.

la fame

Scrivere una recensione del libro La fame non è semplice, forse la cosa migliore da fare sarebbe dire “leggetelo!” e chiuderla lì. Però il testo è così denso e importante che non sarebbe giusto farlo passare, scivolare via come se fosse un libro qualunque. Non lo è. Dovrebbe essere una lettura fondamentale per chiunque creda che viviamo nel migliore dei mondi possibili, per chiunque creda che forse non è così, ma non ci possiamo fare niente, e per chiunque sa o intuisce già che il sistema così com’è non va bene e che occorre fare qualcosa. Il libro non dà facili soluzioni, però risponde in maniera più che esaustiva a tutti i profeti del TINA, ai cultori del capitalismo, alla chiusura mentale che non ci possiamo permettere. È un pugno allo stomaco, doloroso ma comunque apprezzabile, seppure non si possa dire che sia bello per ciò che racconta. Centotrentaquattro (134) volte ho sottolineato una o più frasi, per cui la mia abitudine di attingere a piene mani dalle citazioni deve darsi una ridimensionata, o rischio di scrivere un altro libro. Selezionarle è stato impegnativo, ci ho messo tanto tempo anche solo a rileggerle. Ne ho scelte circa venticinque alla fine.
Il libro è scevro da facili pietismi, è chiaro e determinato sulla beneficenza e sulla seppur meritoria opera delle tante ONG che sono solo gocce nel mare: “Gli alimenti che vengono concessi come aiuti rappresentano lo 0,015 per cento di quelli che il mondo consuma: un grande progresso sulla via verso il niente”.

Per scrivere questo libro Caparròs è stato in Niger, India, Bangladesh, Stati Uniti, Kenya, Argentina, Sud Sudan, Madagascar, Spagna.

Aisha, che mi diceva quanto sarebbe stata diversa la sua vita con due vacche. Se proprio devo spiegarlo – non so se devo spiegarlo – : niente mi ha colpito di più di capire come la povertà più crudele, la più estrema, sia quella che ti ruba anche la possibilità di pensarti diverso. Quella che ti lascia senza prospettive, senza neanche desideri: condannato per sempre alla stessa situazione inevitabile.

(…) Questa miseria che consiste anche nel non credere né aver imparato né sospettare che esistono altre vite e che le altre vite non sono sempre soltanto degli altri. Non è solo un restringimento delle frontiere materiali; anche di quelle mentali, la riduzione dell’orizzonte di ciò che è possibile immaginare (…) Il futuro è il lusso di coloro che si nutrono.

“Come cazzo riusciamo a vivere sapendo che succedono queste cose?” è un mantra che si ripete, quando si raccolgono le voci, i luoghi comuni, rassegnati. “Ma la fame non esiste al di fuori delle persone che la patiscono. L’argomento non è la fame; sono quelle persone”. Mentre la carestia si spiega facilmente, ha carattere episodico ed eccezionale, la malnutrizione è più diffusa e rappresenta la banalità del male.

La pericolosità delle malattie è sempre stata, in qualche misura, una questione di classe. È sempre stato così, ma mai come adesso: con i progressi della medicina e dell’industria farmaceutica, avere o non avere denaro è la condizione più importante per sapere se si guarirà o non si guarirà.

Raccontando il Niger, la sua situazione particolare, Caparròs riflette su quanto sia facile cadere nel cliché “(…) ho impiegato del tempo per accorgermi di essermi arreso a una certa ideologia. Non c’è una fame strutturale, inevitabile. Ci sono sempre cause, ragioni, decisioni”. Nel 1970 c’erano 90 milioni di denutriti in Africa, nel 2010 erano più di 400 milioni, quindi qualcosa dev’essere andato storto. Diverse volte l’autore ripete che non c’è niente di fatalistico o immutabile nell’assetto socioeconomico globale e mi sembra un primo punto fermo tanto necessario quanto poco considerato.

Per pigrizia, ignoranza o chissà quale altra grande virtù siamo soliti pensare che la storia del mondo potesse essere soltanto così come è stata. È l’arma più efficace di chi preferisce farci accettare il mondo così come è: ciò che è stato è ciò che doveva essere – e ciò che è, è anche ciò che deve essere o, al limite: l’unica possibilità.

Sembra una sciocchezza, ma il mito più forte in quest’epoca di cambiamenti incessanti è che non ci sono cambiamenti possibili nell’essenziale, nell’ordine che ordina le nostre vite.

La presunta naturalità del capitalismo è strettamente collegata alla presunta naturalità dell’istituto della proprietà privata:

(…) non c’è maggior successo ideologico del rispetto della proprietà privata. La base miracolosa di tutto l’edificio. Il fatto sorprendente che, in genere, i padroni non hanno bisogno di usare la violenza per impedire a qualcuno di prendersi quello che gli serve quando se lo vede sotto il naso.

Il capitalismo e il suo concetto di proprietà privata si presentano come la forma naturale. E, pertanto, accettarlo è realistico. Ci sono risposte e sono, ovviamente, politiche: stabilire che accettarlo è una scelta. Non accettarlo è un’altra, opposta; non garantisce il cambiamento: soltanto che uno vorrebbe che cambiasse.

Pertanto, senza possibilità di esagerazioni: questo è il mondo che il capitalismo e la democrazia americani hanno creato. La povertà e la fame di tutti quei milioni di persone sono il risultato di questo mondo – non un errore di questo mondo. Il fatto che – quando non pensiamo – pensiamo il contrario è uno dei suoi grandi successi. E tutta la sua strategia consiste nel considerarlo un errore passeggero e correggibile.

Gli aiuti umanitari, nel migliore dei casi, sono un tentativo, con le migliori intenzioni, di correggere certi errori ed eccessi del sistema: di sostenerlo. Anche se – come tutto – ammettono descrizioni diverse.

Ed è facile il passaggio da “La fame, il più grande problema risolvibile del mondo” a “Il capitalismo, il più grande problema risolvibile del mondo”. Sulla proprietà privata cita anche Oscar Wilde: “Ricorrere alla proprietà privata per alleviare i terribili mali che derivano dall’istituzione della proprietà privata medesima è un atto, oltre che ingiusto, profondamente immorale”. Ed effettivamente succede proprio questo:

c’è una strana logica nel dover ringraziare i grandi capitalisti che per secoli si sono appropriati del prodotto del lavoro di milioni di persone perché adesso sono gli unici che possono investire un po’ di soldi per continuare ad appropriarsene. (…) Di nuovo: si vantano di creare posti di lavoro come se questo li trasformasse in benefattori dell’umanità – o almeno di quel pezzetto di umanità che lavora nei loro campi. Di nuovo, ancora: il plusvalore. Se impiegano gente è perché possono prendersi una parte importante del valore prodotto dal lavoro di quella gente; se impiegano quella gente – gli abitanti di quel determinato luogo – è perché possono pagarli infinitamente meno rispetto a quanto gli costerebbe nei loro luoghi di origine. Ma ritengono – e non sono gli unici – che i loro operai dovrebbero ringraziarli perché li sfruttano.

Che esistano paesi come il Bangladesh, che esistano milioni di operai che lavorano per 40 dollari al mese è la condizione necessaria per l’ordine mondiale: non soltanto perché producono merce economica che miliardi di persone consumano, ma anche perché dànno un determinato aspetto alla mappa dell’industria – che passa dai paesi più prosperi, dove nessuno lavorerebbe per quelle cifre, a questi dove invece sì. “Dobbiamo delocalizzare un certo tipo di produzione nei paesi in cui avremo una maggiore redditività, così potremo mantenere un alto livello di guadagno che ci permetterà di investire nella ricerca e nelle innovazioni” dichiarava al New York Times un grande imprenditore americano. Un’altra funzione del progresso tecnico: giustificare il più violento capitalismo. Se non fabbricassimo questo con lavoratori supersfruttati, non guadagneremmo a sufficienza per continuare a “innovare”, dicono, e fanno una faccia seria, capitani del domani trasformato in mercato.

Nel libro c’è spazio anche per la bioingegneria e gli OGM, che non vengono criticati in quanto tali ma sempre nell’ottica del loro utilizzo capitalistico:

La proprietà privata della riproduzione è una grande invenzione contemporanea. È un’espressione brutale dell’idea di proprietà: non su un capo, non sul prodotto di quel campo, ma su un modello naturale – il seme – che soltanto il “padrone” ha il diritto di produrre: la proprietà intellettuale della natura. Tutto il processo è una sintesi del modo in cui funziona il capitalismo: gli scienziati raggiungono un progresso tecnologico che può giovare a milioni di persone. Ma lavorano per un’azienda privata, quindi la compagnia tiene per sé i risultati. E, dietro di loro, gli Stati hanno la funzione di garantire che le aziende riscuotano: con le leggi sui brevetti si assicurano che tutti li paghino. In questo schema il progresso tecnologico non è un tentativo di migliorare la vita ma di fare in modo che alcuni accumulino più ricchezza.

Il racconto è potente perché lo è l’argomento, ma la prosa ha una sua parte notevole ed è decisamente all’altezza e per rendere l’idea inserisco uno dei passi che considero particolarmente successivi ancorché terribilmente reali:

I sacchetti neri che volano sulla campagna. I sacchetti di plastica nera che volano sulla campagna. I sacchetti di plastica nera del mercato che svolazzano in tutti gli angoli del Niger, dispersi dalla modernità, residui della modernità che qui arriva soltanto quando diventa un residuo.

L’analisi del capitalismo e della proprietà privata sono in qualche modo impeccabili. L’unica nota che mi sento di dover fare è quando contrappone i poveri dei paesi ricchi ai poveri degli altri paesi affermando inoltre che manca ormai la base economica comune su cui si fondava il “proletari del mondo unitevi”. In realtà non è così perché ancora oggi ciò che accomuna i lavoratori di tutto il mondo, ancor più che in passato, è la mancanza della proprietà dei mezzi di produzione, accentrata nel capitale in maniera se possibile più pervasiva rispetto ai tempi in cui scrivevano Marx ed Engels.

Quello che c’è di fondamentale nel libro è la spietata analisi del perché ancora oggi sia drammaticamente attuale il tema della fame nel mondo. In realtà non è che manchi cibo, perché ce n’è in sovrabbondanza. Tra l’altro c’è da notare un “dettaglio” che potrebbe stupire:

Il consumo mondiale di alimenti sembra molto variegato, ma tre quarti del cibo consumato nel pianeta è costituito da riso, grano o mais; da solo il riso costituisce metà del cibo mondiale. Dico: metà di tutto il cibo che noi sette miliardi di umani mangiamo ogni giorno è costituito dal riso.

Il consumo di carne invece, è molto ineguale. “Mangiare carne è uno sfoggio bestiale di potere”. A noi sembra normale consumare carne anche quotidianamente, ma non molto tempo fa era un lusso per pochi, ed in realtà per buona parte della popolazione mondiale è ancora così. Non solo, potrebbe tornare ad esserlo per tutti. Al più i cinesi con il loro incredibile miglioramento contribuiscono ad aumentare in maniera significativa il consumo di carne oltre l’Occidente. E sui cinesi c’è un discorso più ampio da fare., perché ancora oggi un miliardo e quattrocento milioni di persone vivono in povertà estrema.

E, di fronte a loro, la frase più classica del liberalismo trionfante sul suo miglior mezzo di informazione, The economist: “nonostante due secoli di crescita economica, oltre un miliardo di persone vivono in povertà estrema”. Dove l’accento è sul “nonostante”: per insistere sul fatto che l’economia degli ultimi due secoli non è la causa di quella povertà estrema”.

Eppure ci sono gli sforzi della comunità internazionale, di tantissime organizzazioni che si impegnano meritoriamente. Nel 2010 erano in povertà estrema 1,9 miliardi di persone. Ora dicono che sono 1,2 anche se secondo la Banca mondiale sono 1,4. Ad ogni modo nell’ipotesi migliore si parla di

(…) 700 milioni di persone in meno. In quel periodo, circa 600 milioni di cinesi sono usciti dalla soglia della povertà estrema grazie allo sviluppo economico del loro paese. Cioè: una grande maggioranza della popolazione che è uscita dalla povertà estrema in questi vent’anni sono i cinesi che grazie allo sviluppo economico del loro paese si sono integrati in un sistema sempre più diseguale ma molto più ricco. Cioè: quasi tutta la riduzione della povertà è avvenuta nel Paese in cui gli organismi internazionali non hanno avuto la minima influenza, dove non gli è stato permesso di attuare le loro politiche. Il che non impedisce a quegli organismi di vantarsi comunque dei loro risultati: la riduzione della povertà estrema.

Nel frattempo la fame rappresenta sempre il rischio maggiore per gli abitanti dell’Altro Mondo, come lo chiama Caparròs, perché uccide ogni giorno più persone di AIDS, malaria e tubercolosi messi insieme. Tutto questo mentre l’aspettativa di vita cresce, sì, ma solo se nasci nella parte “giusta” del mondo.

Sarebbe semplice sentenziare che chi ha fame è perché è povero, ma si tratta di “pura mistificazione retorica”:

povertà e fame non hanno una relazione causa-effetto; in realtà condividono la stessa causa. Sono forme della stessa privazione, dello stesso esproprio. La principale causa della fame nel mondo è la ricchezza: il fatto che una minoranza si prenda ciò di cui molti hanno bisogno, compreso il cibo.

Non è sufficiente come spiegazione neanche la corruzione dilagante di molti paesi, perché “quello che rubano non è niente in confronto a quello che perdono i loro paesi e i loro cittadini a causa dell’ordine internazionale in cui sono integrati da un secolo e mezzo”. Ma anche dividere la colpa tra il sistema e la corruzione dei governanti non risolve l’equazione: “entrambe le cose sono vere – e questo rende meno vera ognuna di queste se la si enuncia come ragione unica. Ed entrambe aggirano il problema della proprietà privata e della distribuzione della ricchezza, quelle minuzie”.

Anche senza fare nulla di particolare, abbiamo la nostra parte di colpa perché come abbiamo detto la fame non deriva dalla povertà ma dalla ricchezza. Quando diciamo che siamo complici si potrebbe fare l’errore di pensare che ad esempio il nostro essere grassi è cibo rubato agli affamati, ma non è vero neanche questo: “al contrario è vero che le stesse industrie che ci riempiono di spazzatura controllano i mercati e si accaparrano i cibi di cui potrebbero nutrirsi quelli che non mangiano. I grassi e gli affamati sono vittime – diverse – della stessa cosa. Chiamiamola disuguaglianza, capitalismo, la vergogna“.

(A volte non mi sembra sorprendente che adesso, ogni giorno, lasciamo che tanta gente muoia di fame: che non ci importi, che sappiamo guardare così bene da un’altra parte. Siamo, in ultima analisi, gli stessi che eravamo settant’anni fa, gli stessi che lo fecero già settant’anni fa, quando c’erano Hitler e Stalin e Roosevelt e i campi e le bombe).

Adesso dare da mangiare agli affamati dipende soltanto dalla volontà. Se c’è gente che non mangia a sufficienza – se c’è gente che si ammala di fame, che muore di fame – è perché chi ha il cibo non vuole darlo a quella gente: noi che abbiamo il cibo non vogliamo darlo a quella gente. Il mondo produce più cibo di quanto ne occorra ai suoi abitanti; tutti sappiamo chi non ne ha a sufficienza; mandare a quelle persone ciò di cui hanno bisogno può essere una questione di ore. Questo è ciò che rende la fame attuale, in qualche modo, più brutale, più orribile rispetto a quella di cento o mille anni fa. O, per lo meno, molto più eloquente su ciò che siamo.

Il denaro della nostra prosperità è denaro molto insanguinato. Non è piacevole riconoscere che a pagare è la fame di milioni di persone. Non dovrebbe risultare così comodo, così facile, così economico.

Caparròs è netto nei giudizi anche sulle religioni, ha parole definitive su Madre Teresa e anche su Amartya Sen (“non mette in discussione l’idea di proprietà”), ci ricorda che l’urbanizzazione crescente non è solo belle città ma soprattutto immense baraccopoli, critica il nazionalismo, arma spuntata del capitale per dividere il “nemico”: “la nazionalità è una riduzione dell’umanità: la legittimazione di un certo egoismo”. Critica la retorica del 99% che prendeva piede negli anni in cui scriveva il libro e anche quella degli indignados. La prima “mette in discussione il tema della ricchezza estrema – ma non il tema della ricchezza, della proprietà, delle forme di appropriazione della ricchezza”. La seconda sembra una posa: “mi sembra un sentimento elegante, controllato, di chi ha a disposizione alternative: ah, ma questo m’indigna, mio caro”.

Mi sembra chiaro che potrei continuare a riprendere citazioni, ma il post è già lunghissimo e poi, se non l’avete capito, dovete leggerlo questo libro! Chiudo con una citazione che mi sembra possa andare bene come conclusione:

Per me invece si tratta di ideologia: sapere come si fa per non avere più poveri del mondo – non per dargli qualche briciola in più, le briciole sufficienti. E questa è un’ideologia, senza alcun dubbio. Per questo l’enorme campagna di discredito delle ideologie: perché per ottenere cambiamenti bisogna volerli, avere idee – un'”ideologia”. Tra le altre cose, perché l’unico motivo per il quale c’è la fame in un mondo che produce abbastanza cibo è un’altra ideologia. Quella che dice di non esserlo, che si presenta come la natura stessa: quella che sostiene che il mio è mio – e il tuo poi vedremo. Per un ragazzo degli anni Sessanta – per un adulto degli anni Dieci – è strano che tanti credano che sia quella l’unica opzione. Anche se lo fosse converrebbe pensare di no, per metterla alla prova. Il problema è che viviamo un tempo senza futuro. (O, peggio: dove il futuro è una minaccia).

La legge della notte – Tutti i miei errori – Dennis Lehane

Il tempo si affitta ma non si possiede mai. (TimE)

la legge della notteSe Quello era l’anno è forse il più bello, il più compiuto, Tutti i miei errori è sicuramente il più sofferto, il più doloroso della trilogia. Avevo già letto quest’ultimo ma resami conto di aver saltato il secondo capitolo, come ho già spiegato, ho deciso di ricominciare con ordine. Il protagonista del secondo e del terzo libro non è più Danny Coughlin ma il fratello più piccolo – e “problematico” – Joe, che sceglie di vivere dall’altra parte della barricata, si immagina di essere un fuorilegge, a tratti romantico, mentre diventa un gangster, arrivando a sedere nella commissione di Cosa Nostra. Arriviamo ai tempi di Lucky Luciano, e della seconda guerra mondiale. Il contesto storico in questi due libri resta sullo sfondo, mentre le scelte si Joe, il suo ambiente, i suoi tormenti, forse soprattutto i suoi fantasmi, sono i veri protagonisti. Joe Coughlin non è il classico eroe negativo, sicuramente non è stereotipato, la verità è più complicata di così; come dice Donato Carrisi, Lehane ha la capacità di “trasformare un personaggio in una persona in carne e ossa”. Spesso Joe si ritrova a corto di parole, non sa che dire, o meglio si rende conto che non sempre ci sono le parole: “Joe non disse nulla. Non c’era niente da dire”. Joe si avvicina, o viene avvicinato da Cosa Nostra quando finisce in prigione. Il racconto degli anni in carcere ne La legge della notte, è duro ma efficace.

Questo posto ti toglie ogni speranza. Anche se sei qui da poco, sono sicuro che sei arrivato alla stessa conclusione. (LLdN)

Divora gli uomini. E non li risputa più fuori. (LLdN)

Se al momento di entrare nutrivano qualche illusione sulla decenza del genere umano, la perdevano all’istante. C’erano troppi prigionieri e poche guardie perché il carcere potesse assumere una funzione diversa da quella che aveva: anzitutto una discarica, e poi un banco di prova, per animali. Se ci entravi uomo, ne uscivi bestia. E se ci entravi già animale, dentro non facevi che affinare le tue doti. (LLdN)

la legge della notte filmNel film tratto dal film, diretto e con protagonista Ben Affleck, gli anni della prigione vengono praticamente saltati, l’incontro con Maso Pescatore avviene fuori e quest’ultimo non è quindi mai stato incarcerato. Il film non è male ma è ovviamente una riduzione del libro, e Ben Affleck come regista sarà bravo però come attore non mi è mai piaciuto.

Il tema del carcere mi preme molto per diversi motivi e la resa che ne dà Lehane, per quanto possa sembrare scenica, è terribilmente attuale. Da noi manca una riflessione seria collettiva, e putroppo spesso ci distinguiamo per essere manettari senza rifletterci neanche un po’ sopra, su cosa comporta la privazione della libertà, salvo lamentarsi di un breve periodo di “lockdown”. Qualche spunto potrebbe darlo questo testo di Cesare Battisti, giusto per mollare un po’ la nostra zona di comfort e pensare seriamente al tema. Ma ho divagato…

Uscito di prigione comunque, Joe diventa un capo in Florida e aiuta anche i cubani ad armarsi per la rivoluzione, seguendo un percorso anomalo ma che nonostante i rischi, grazie alla sua sfrontatezza gli frutta ancora successo. Più avanti la collaborazione della mafia col regime di Batista non desterà alcun dubbio morale, a riprova dell’essenza di anti-eroe del protagonista.

L’inerzia umana, quella resistenza al cambiamento di cui avevamo letto nel primo capitolo torna anche qua:

Il mondo può cambiare, ma la gente no, la gente resta sempre più o meno uguale. (LLdN)

Tutti crediamo alle menzogne che ci danno più conforto della verità. (LLdN)

Non ho sottolineato moltissimo durante la lettura, però rileggendo quelle parole sono tutte importanti e memorabili a loro modo.

La certezza. È la menzogna più meravigliosa di tutte. (LLdN)

Mentre aspettava nel buio di quello che immaginava dovesse essere il ristorante del secondo piano, gli venne in mente che le persone erano come torce elettriche: irradiavano luce, si affievolivano, tremolavano e si spegnevano. (LLdN)

“Buffo come funzionava il potere”

tutti i miei erroriIn Tutti i miei errori si chiude la parabola di Joe, indurito dalla vita da gangster e dalle sue conseguenze. Potremmo per certi versi definirlo un romanzo sul potere, viste le ripetute riflessioni in merito che vi compaiono:

Quello che nessuno dice sul potere è che non è mai assoluto; nell’ istante esatto in cui ce l’hai, c’è già qualcuno pronto a togliertelo.

Il potere – o almeno la maggior parte (…) è come la mosca che pensa di essere un falco. Comanda solo su chi accetta di chiamarla falco anche se è una mosca, tigre anche se è un gatto, re anche se è un uomo.

In tutta la vita c’era una cosa che aveva imparato sul potere: quelli che lo perdevano di solito non se ne rendevano conto finché non era irrimediabilmente svanito.

Qui ritorna anche l’idea secondo cui le persone non cambiano: “i tempi cambiano, gli sussurrò la voce. Gli uomini no”.

Come già detto, non c’è lo stesso sguardo ampio sul contesto che aveva caratterizzato Quello era l’anno, ma il restringimento visuale non impedisce di far emergere qua e là le stesse tematiche, così come lo sfondo storico che ogni tanto si riaffaccia, pur nel susseguirsi spesso concitato della vicenda, fino alla conclusione, amara ma necessaria, un po’ come la vita.

“Per quanto mi riguarda, l’unica differenza che c’è tra un ladro e un banchiere è solo il titolo di studio”. Lei scosse la testa “i banchieri non si sparano addosso per strada, Joe”. “Perché a loro non piacciono i vestiti sgualciti, Vanessa. Il fatto che facciano porcherie con una penna non li rende più puliti”.

L’ultimo capitolo del libro si intitola Orfani, ed è indicativo del riallacciarsi dei fili tra l’epilogo e il primo volume, in cui il rapporto tra Joe e il padre era venuto alla luce per la prima volta. Joe cerca disperatamente di essere migliore del suo modello eppure la vita che si è scelto difficilmente potrebbe renderlo un padre migliore. In conclusione la lettura dei libri di Lehane è sempre un’attività piacevole, da lettrice e non solo, perché la bella scrittura è di ispirazione anche per chi ama scrivere, per cui non smetto mai di consigliare di leggere questo autore!

La scrittura non si insegna

La scrittura è qualcosa cui tendere ma anche un esercizio costante, inoltre è strettamente intrecciata con la lettura. Da quando ho iniziato a leggere, ed ho iniziato presto grazie alla meritoria influenza di mia madre (e non le sarò mai grata abbastanza per questo, ovunque lei sia), il desiderio di scrivere – farlo bene, in maniera compiuta – mi ha sempre accompagnata: nei primi anni con trasognato romanticismo, poi col disincanto di chi impara la rassegnazione, fino ad arrivare ad una consapevolezza più realista. Ho preso e mollato diari per lungo tempo, poi ho iniziato a fare lo stesso col blog. Ad oggi ho raggiunto un certo equilibrio, mi sono resa conto che una dose di regolarità aiuta e almeno nel mio piccolo mi reputo soddisfatta. Non sarò una famosa blogger, e tra l’altro quella è una strada che forse avrebbe potuto funzionare diversi anni fa, però a livello personale gestisco questo blog bene, nel senso che pubblico quando mi va, e mi va abbastanza spesso. Mi sono data come regola generale comunque di scrivere di ciò che leggo e questo aiuta molto. Ogni tanto avverto la necessità di scrivere dei film o delle serie che vedo, ed è anche questo un buon esercizio; vorrei scrivere più spesso riflessioni autonome e compiute ma dovrei prendere la buona abitudine di avere un taccuino sempre a portata di mano (ok, questo è un buon proposito da… subito!). Mi rendo conto che il ritmo che ho preso mi dà stimoli e a volte mi capita di dovermi appuntare qualcosa mentre faccio tutt’altro, credo sia un buon segno. Fin qui ho parlato di non fiction. La narrativa è un percorso che mi sono sempre preclusa per timore di non essere all’altezza e perché sapevo, me lo ha insegnato Stephen King, che la costanza è determinante e quindi non ci provo neanche se non voglio/posso fare sul serio.

santoniTutto ciò premesso, quando ho letto della pubblicazione di La scrittura non si insegna di Vanni Santoni sono corsa a cercarlo. L’ho ordinato nella mia libreria di fiducia perché un’altra regola che mi sono data è quella di sostenere per quanto possibile le librerie fisiche e indipendenti. Dopo un’attesa di qualche giorno in più perché dovevo finire di leggere il libro di Lehane (intanto ho iniziato il secondo della serie Coughlin!) l’ho praticamente divorato ieri. Alcune conferme, buoni spunti pratici (le riviste letterarie!) e il profondo senso di inadeguatezza che ne è scaturito non mi ha abbattuta. So che delle liste di letture fondamentali ho letto pochissimo, ma sono consapevole che ho letto comunque moltissimo – altro – e non ho nessuna intenzione di smettere di leggere. Pensavo di essere una lettrice onnivora ma col tempo ho scoperto che in realtà ho sempre fatto una discreta selezione a monte per cui non ho quasi mai abbandonato la lettura di un libro, anche se alcuni li ho trovati ostici. Del resto non tutti i libri sono per tutti e non tutti i libri sono per tutti i momenti. Mi sono scoperta ccomunque attenta allo stile e al linguaggio, e chissà se un domani potrei davvero provare a cimentarmi con la scrittura narrativa. Quando si esce dal regno dell’impossibile, tutte le opzioni diventano realistiche.

La buona notizia è che dopo aver letto il libro di Santoni la mia lista di letture si è decisamente ampliata. Di certo è che ho compreso di aver definitivamente abbandonato l’ideale romantico del talento letterario e mi sembra già un primo traguardo. Da ultimo avrei un appunto riguardo la lista delle banality (forme ricorrenti di cattiva scrittura) in cui ritrovo “basso muro a secco”, che non ricordo di avere mai individuato nelle mie letture e però, da amante della mia terra e in particolare del ragusano dove sono forse ridondanti, io stessa mi sono trasformata in un cliché, cioè ogni volta che li vedo devo elogiare quegli “adorabili muretti a secco” con ormai scontato disappunto di chi mi accompagna. Sono sicura che se dovessi mai scrivere qualcosa finirò per inserire quella che forse è un’insana passione per un elemento tipico del paesaggio di certa Sicilia. Me ne farò una ragione, ma soprattutto vorrà dire che avrò scritto davvero qualcosa!

Quello era l’anno

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Che anno! Se fosse vissuto per dodici vite, avrebbe mai visto niente di simile a quei dodici mesi?

Di riletture ho già parlato a proposito di Realismo capitalista di Mark Fisher, quindi non mi ripeto, però vorrei spendere due parole riguardo la “fottuta risonanza”, quelle coincidenze che non sembrano tali, quei richiami imprevisti eppure necessari una volta colti, quelle epifanie nel ritrovarsi a (ri)leggere un libro esattamente nel momento giusto. Così, ho riletto Quello era l’anno di Dennis Lehane perché mi sono resa conto che è il primo di una trilogia sul protagonista e mi ero procurata il terzo pochi mesi fa, quindi ho deciso di ripartire daccapo; la prima volta infatti lo lessi diversi anni fa e conoscendo la mia memoria da pesce rosso ho avuto piacere nel cimentarmi di nuovo nell’atmosfera della Boston di un secolo fa. Il libro è infatti ambientato sul finire della Prima guerra mondiale e affronta le vicende del nascente sindacato di polizia cittadino, la sua tentata affiliazione al più grande AFL-CIO (che sta per American Federation of Labour – Congress of Industrial Organizations, e nel frattempo leggo le proteste contro lo stesso, perché disconosca il sindacato di polizia!)

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e il primo sciopero dei poliziotti di Boston, sullo sfondo di un paese orgogliosamente razzista in cui ovviamente vigeva ancora una netta separazione sulla linea del colore, oltre che su quella di classe. Scrivendo di Moonlight mile avevo già accennato alla capacità di Lehane di descrivere la working class nelle sue storie. Qui si vede perfettamente anche la linea del colore, appunto intrecciata sempre con la linea di classe, che resta la prima discriminante cent’anni fa come ora.

“Ah, sì! Hai fatto un buon lavoro da noi e cercheremo di trovarti un posto, un modo per tirare avanti, ma i ragazzi… quelli che tornano, sono tantissimi, Hanno combattuto duro laggiù, e lo Zio Sam… insomma vuole ringraziarli”. “Va bene.” “Ascolta,” disse Bill un po’ frustrato come se Luther stesse per attaccare briga “tu capisci, no? Non vorrai costringerci a mettere in strada quei giovani, quei patrioti. Voglio dire, come sarebbe? Non sarebbe giusto, te lo dico io. Non potresti andare per la strada a testa alta vedendo uno di loro che cerca lavoro mentre tu intaschi una bella paga”.

Luther non disse niente. Non disse che molti di quei giovani, di quei patrioti che avevano rischiato la vita per il loro paese, erano ragazzi di colore, e che di sicuro il suo posto non sarebbe andato a nessuno di loro. Diavolo! Era sicuro che se fosse tornato in fabbrica di lì a un anno, le uniche facce di colore sarebbero state di quelli che facevano le pulizie, impegnati a svuotare i cestini della carta straccia e a raccogliere i trucioli di metallo dal pavimento.

Non è necessario riferirsi alla rinascita del movimento Black Lives Matter per testimoniare come la questione razziale negli USA sia comunque da sempre all’ordine del giorno, connaturata non al sistema di governo ma a quello socioeconomico, e che quindi sopravvive a qualunque legge o tentativo di riforma che non coinvolga il sistema nel suo complesso. Ad ogni modo è davvero interessante leggere proprio in questo frangente le vicende dei neri americani in un momento, come quello dell’immediato primo dopoguerra, in cui la paura rossa la faceva da padrona nella società statunitense (e non solo).

“Cosa crede? Crede che quattro gatti di colore si metteranno a correre armati per queste strade? Che daremo a lei e agli stronzi razzisti la scusa per ammazzarci tutti? Crede che vogliamo farci massacrare?” Levò lo sguardo e vide che McKenna stringeva il pugno. “C’è una combriccola di stranieri, figli di puttana, che vogliono fare la rivoluzione oggi, e allora, vada a prenderli, li ammazzi come cani. Non ho simpatia per loro. Nessuno di colore ha simpatia per loro. Questo paese è anche nostro”.

McKenna indietreggiò di un passo e lo guardò con un sorrisino ironico. “Cos’hai detto?”

Luther sputò per terra e respirò a fondo. “Ho detto che questo paese è anche nostro”.

“No, ragazzo, non lo è. Non lo sarà mai.”

La scrittura di Lehane è avvincente e coinvolgente anche uscendo dallo schema di genere, perché questo libro, ben più lungo dei suoi thriller, ha sicuramente respiro più ampio. Le capacità narrative e descrittive dell’autore giganteggiano ed emergono prepotentemente anche nella serie Kenzie-Gennaro, e riescono ad avere uguale se non maggiore incisività nelle storie che esulano dal genere. Sono naturali e a volte magici i dialoghi tra i personaggi e in generale Lehane riesce a dipingere un affresco della società terribilmente reale, come penso si possa osservare leggendo alcuni brani:

Pensava che per costruire un posto così ci sarebbe voluto un secolo, ma questo paese non aveva tempo di aspettare, non gli interessava la pazienza e non aveva neppure motivo di averne.

“Voi americani… non avete storia. Soltanto il presente, adesso, adesso, adesso. Voglio questo adesso, voglio quello adesso.” Danny provò un improvviso moto di irritazione. “Eppure tutti hanno una furia indiavolata di andarsene dal loro paese e venire qui”. “Ah, sì. Le strade pavimentate d’oro. La grande America dove si diventa ricchi. E quelli che non ci riescono? E gli operai, caro il mio poliziotto? Lavorano, lavorano, lavorano, e se il lavoro li fa ammalare si sentono dire: “Be’, vai a casa e non tornare”. Si fanno male sul lavoro? La stessa cosa. Voi americani parlate di libertà, ma io vedo schiavi che si credono liberi. Vedo grandi aziende che sfruttano i bambini e le famiglie neanche fossero maiali e…”.

“Il fondamento del capitalismo, signori, è la produzione o l’estrazione di merci con lo scopo di venderle. Ecco qual è. Il fondamento di questo nostro paese. Gli eroi di questo paese non sono i soldati, gli atleti, neanche i presidenti. Gli eroi sono gli uomini che hanno costruito le nostre ferrovie e le nostre automobili, i nostri cotonifici e le nostre fabbriche. Sono loro che mandano avanti tutto. E gli uomini che lavorano per loro devono essere grati di far parte del processo che plasma la società più libera del mondo”. Tese le mani e diede una pacca a Luther su entrambe le spalle. “Eppure, incredibile, da qualche tempo non sono più grati”.

“Compagni, osservate quello che fa una società corrotta per conservare l’illusione di se stessa. La chiamano la Terra degli uomini liberi, ma dov’è la libertà di parola? Dov’è la libertà di riunione? Non oggi, non per noi. Abbiamo seguito la procedura. Abbiamo chiesto l’autorizzazione a manifestare in corteo, ma questo diritto ci è stato negato. Perché?” Fraina volse lo sguardo sulla folla. “Perché hanno paura di noi”.

Lehane scrive di poliziotti. In questa storia la polizia si trova in una situazione particolarmente difficile, come servizio pubblico non gli sono riconosciuti i diritti degli altri lavoratori, dopo la guerra si ritrovano tra i più poveri dopo promesse di aumenti e adeguamenti al costo della vita disattese, rispetto alla classe lavoratrice sono altro.

Danny non poteva fare a meno di sorprendersi per l’ironia della sorte – quegli uomini che per lavoro disperdevano gli scioperanti si ritrovavano nelle stesse situazioni senza sbocco di quelli che malmenavano o picchiavano davanti alle fabbriche e agli stabilimenti.

Non c’è lieto fine nelle rivendicazioni della polizia e non ci sono neanche risposte nette. La complessità della questione si scontra con un arretramento delle coscienze che oggi è decisamente superato. Da BLM a Defund the police sicuramente i passi in avanti sono incredibili, il momento oggi si spinge molto oltre. Da noi è più difficile articolare un discorso del genere, siamo il paese dove si travisa regolarmente un gigante come Pasolini per assecondare la retorica delle forze dell’ordine come classe lavoratrice, piuttosto che riconoscere la loro essenza: tutela dello status quo e quindi dell’ordine borghese, cosa che Pasolini ovviamente avrebbe sottoscritto.

A proposito di complessità, è caratteristica pure dei personaggi ed in effetti dell’animo umano. Mal tollero i personaggi bidimensionali, l’assenza di sfumature e la distinzione netta tra bene e male perché la realtà è ben diversa. Per questo motivo apprezzo chi riesce a rendere tale complessità reale su carta e/o su pellicola e Lehane è sicuramente molto bravo, dimostrandosi fine conoscitore della natura umana.

“L’esplosione non è stata un atto terroristico.” “Ma la rabbia rimane”. Ridacchiò. “Siamo noi i più sorpresi. Pensavamo che il giudizio affrettato sul disastro ci avrebbe fatti fuori. Tutto il contrario. La gente non vuole la verità, vuole certezza“. Si strinse nelle spalle. “O l’illusione della certezza”.

“Con, però li odia”. “Sì. Ha molto odio dentro di sé”. Joe finì l’ultimo pezzo del secondo wurstel. “Perché?” Danny si strinse nelle spalle. “Forse perché, vedendo molte cose che lo mettono in confusione, vuole subito una risposta. E se non trova quella giusta, allora prende la prima che gli capita e si dice che è la risposta“.

Gli uomini non amano i cambiamenti. Non vogliono sconquassi. Vogliono poter bere qualcosa di fresco nelle giornate calde e trovare il piatto pieno in tavola.

Gli uomini dovevano fare qualcosa per coloro che amavano. Semplice. Puro e semplice. Si era lasciato risucchiare, ingannare dal bisogno di muoversi – in qualunque luogo, momento e modo – e alla fine aveva dimenticato che il movimento ha bisogno di uno scopo.

Il libro è lungo ma si lascia leggere velocemente, io ho rallentato solo per motivi di tempo sennò lo avrei divorato. Prossimamente leggerò il secondo e il terzo con protagonista un Coughlin e spero di poterne scrivere con lo stesso entusiasmo.

“Che c’è da ridere?” gli chiese Lila. “Tutto”.