Caparezza e la scrittura

Ascolto Caparezza dai tempi di Verità supposte (2003) e sono tra coloro che lo amano, non tanto per il genere che non è il mio preferito quanto per il suo talento con le parole (anche musicalmente in realtà non è mai banale, ma ripeto, non è il mio genere né sono esperta). I suoi testi sono sempre una scoperta e sono pieni di riferimenti, a volte stranianti, a volte semplicemente fantastici, qualche volta a me ignoti. Trovo sorprendente la sua capacità di scrivere e musicare pezzi come Abiura di me, pieno di citazioni di videogiochi, o più recentemente Canthology che richiama almeno 16 pezzi suoi (almeno quelli che ho riconosciuto io, ma potrebbero certamente essermene sfuggiti). Ultimamente, riascoltandolo dopo un po’ e riscoprendo in particolare i suoi lavori più recenti ho notato che spesso fa riferimento alla scrittura: con essa ha un rapporto viscerale e che mi ispira terribilmente. Per questo ho raccolto i numerosi rimandi al tema presenti nei suoi testi. Ne risulterà un post un po’ lungo ma è un bellissimo viaggio.

Nel primo album pubblicato come Caparezza, ?!, è il brano La fitta sassaiola dell’ingiuria a contenere un primo riferimento: “mi piace sapermi diverso, piacere perverso che riverso in versi su fogli sparsi nei capoversi dei giorni persi nei miei rimorsi”. In Verità supposte è la traccia Jodellavitanonhocapitouncazzo: “io sono vivo ma non vivo perché respiro, mi sento vivo solo se sfilo la stilo e scrivo”. Nel già citato Abiura di me, uno dei singoli de Le dimensioni del mio caos, quarto album in studio uscito nel 2008, sia nella strofa “io devo scrivere perché sennò sclero, non mi interessa che tu condivida il mio pensiero”, che nel ritornello torna l’argomento: “io voglio passare ad un livello successivo, voglio dare vita a ciò che scrivo sono paranoico ed ossessivo fino all’abiura di me”.

Ne Il sogno eretico ci sono due piccoli riferimenti: “Ai sistemi operativi io preferisco la biro” (Ti sorrido mentre affogo); “nel mio romanzo fantasy sono un druido, ecco perché poi quando scrivo vado fluido” (L’ottavo, capitolo).

In Prisoner 709 le canzoni sono tre:

Scrivo, va bene, rileggo, non va bene esco, vita breve, tipo “di Adele” senza le scene lesbo, attaccato alla penna come la stampa al cronista, le parole crociate come santa conquista, da stacanovista, “staccanovista” perché stacco spesso e quando scrivo un pezzo qua stappano Crystal. (Prosopagnosia)

Hai la fine, penna e il mic, quindi fila, impenna, vai! (Prisoner 709)

Il rap è psicoterapia, quindi materia mia, block notes, penna a sfera, via!

Scrivo finché faccio fumo denso (Forever Jung)

E nell’ultima fatica, Exuvia, anche questo un album notevole, ben quattro brani hanno riferimenti alla scrittura, come se col passare del tempo la necessità di affermare il legame con essa aumentasse:

Ma che porto d’armi porta una penna che possa confortarmi (Canthology)

Chiuso con l’Amiga e il quattro piste mica con l’amica a farmi quattro piste, in una mattina quattro risme, preso dalla fissa del mio viaggio, Ulisse, rime senza criteri, la voce di ieri la faccia di Keith Haring prima della posse, prima che il rap fosse sulle tracce di Lenin (Campione dei 90)

Scrivo mille lettere, faccio rumore, lotto col silenzio ma ce la farò (La scelta)

Il testo che avrei voluto scrivere non è di certo questo il testo che avrei voluto scrivere non è di certo questo perciò dovrò continuare a scrivere perché di certo riesco prima o poi.

Scrivo tanto soddisfatto mai sono il vanto per i cartolai (Il testo che avrei voluto scrivere)

Ho appositamente saltato il sesto album, Museica, perché contiene un brano che è praticamente una dichiarazione d’amore per la scrittura: è China Town e va letto/ascoltato per intero.

Non è la fede che ha cambiato la mia vita ma l′inchiostro

Che guida le mie dita, la mia mano, il polso

Ancora mi scrivo addosso amore corrisposto

Scoppiato di colpo come quando corri Boston

Non è la droga a darmi la pelle d’oca ma

Pensare a Mozart in mano la penna d′oca là

Sullo scrittoio a disegnare quella nota FA la storia

Senza disco, né video, né social

Valium e Prozac non mi calmano

Datemi un calamo

O qualche penna su cui stampano

Il nome di un farmaco

Solo l’inchiostro cavalca il mio stato d’animo

Chiamalo ipotalamo

Lo immagino magico, tipo Dynamo

Altro che Freud

Ho un foglio bianco

Per volare alto lo macchio

Come l′ala di un Albatro

Per la città della China

Mi metto in viaggio (da bravo)

Pellegrinaggio

Ma non a Santiago

Vado a China Town

Vago dagli Appennini alle Ande

Nello zaino i miei pennini e le carte

Dormo nella tenda come uno scout

Scrivo appunti in un diario senza web layout

(China Town)

Il luogo non è molto distante

L′inchiostro scorre al posto del sangue

Basta una penna e rido come fa un clown

A volte la felicità costa meno di un pound

E’ China Town

Il mio Gange, la mia terra santa, la mia Mecca

Il prodigio che dà voce a chi non parla

A chi balbetta

Una landa lontana

Come un′amico di penna

Dove torniamo bambini

Come in un libro di Pennac

Lì si coltiva la pazienza degli amanuensi

L’inchiostro sa quante frasi nascondono i silenzi

D′un tratto esplode come un crepitio di mortaretti

Come i martelletti

Dell’Olivetti

Di Montanelli

Le canne a punta cariche di nero fumo

Il vizio

Di chi stende il papiro

Come uno scriba egizio

Questo pezzo lo scrivo ma parla chiaro

Nell′inchiostro mi confondo

Tipo caccia al calamaro

Sono Colombo

In pena

Che se la rema

Nell’attesa

Di un attracco

Nell’arena

Salto la cena

Scende la sera

Penna a sfera

Sulla pergamena

Ma non vado per l′America

Sono diretto a China Town

Vago dagli Appennini alle Ande

Nello zaino i miei pennini e le carte

Dormo nella tenda come uno scout

Scrivo appunti in un diario senza web layout

(China Town)

Il luogo non è molto distante

L′inchiostro scorre al posto del sangue

Basta una penna e rido come fa un clown

A volte la felicità costa meno di un pound

È con l’inchiostro

Che ho composto

Ogni mio testo

Ho dato un nuovo volto

A questi capelli da Billy Preston

Il prossimo concerto

Spero che arrivi presto

Entro sudato nel furgone

Osservo il palco spento

Lo lascio lì dov′è

Dal finestrino il film è surreale

Da Luis Buñuel

Arrivo in hotel

La stanza si accende

E’ quasi mattino

C′è sempre una penna sul comodino

China Town

Il luogo non è molto distante

L’inchiostro scorre al posto del sangue

Basta una penna e rido come fa un clown

A volte la felicità costa meno di un pound

Edit del 9 ottobre: quasi a conferma del mio post, ecco cosa posta Caparezza per il suo compleanno: “Per il mio compleanno mi sono regalato una macchina”. La macchina:

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Scrivere

Preferisco scrivere che fare qualunque altra cosa. Shirley Jackson

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Scrivere (Inedito – di Luigi Sepe Cicala, dal blog Interno poesia)

Scrivere:
dalla mattina
al ricordo,
dalla tristezza
al desiderio.

Scrivere
e non fermarsi.

Alzarsi dal letto, scrivendo.
Camminare, scrivendo.
Passare la giovinezza –
e la vecchiaia –
scrivendo.

Scrivere da tutto il giorno
e da tutta la notte.

E non mollare:
dal dolore alla nostalgia
dalla mattina all’incanto.

E andare a dormire, scrivendo.
Con gli occhi vuoti
e la mano che duole.

Scrivere tutto,
scriverlo bene.

Come se fosse la prima volta
come se fosse l’ultima volta.

Con la mano,
con il cuore.
Avendo già perso ogni speranza.

Perché un giorno tu non possa dire
di non averlo fatto,
perché mai ti sfiori il pensiero
di non averci provato.

Leggere di scrittura, riflettere sulla scrittura, insistere sulla scrittura, questo è parte di me. Dalle parole ai fatti però non è facile passare. Quando ho fatto bilanci, quando prima ancora ho buttato giù alcuni pensieri, cercando di posizionarmi e impegnarmi, ho sempre dichiarato dei propositi, non pienamente rispettati poi, però cerco di cogliere ogni occasione che possa essere di stimolo e incoraggiamento, come la poesia che ho voluto condividere qui sopra, per cui ringrazio l’autore (qui il suo blog).

Per la scrittura personale innanzitutto, sulla quale faccio più fatica ad esercitare una certa costanza, sintomo che se devo mettere qualcosa da parte, quel qualcosa riguarda necessariamente prima me stessa, e non credo sia sempre giusto così. Dopo tanto Lolli (il mio taccuino) ancora mi accompagna, non l’ho ancora riempito insomma, da luglio. Parole che si ripetono, risuonano, vengono evocate più che altro, se rileggo la me stessa dei mesi trascorsi: costanza, ambizione, disciplina, sistematicità, perseveranza, ostinazione, insistere.

Scrivo poco e male, riflesso di quello che sono, forse? (da Lolli, 27 luglio)

Ho segnato appunti da interviste a Stephen King “leggi e scrivi almeno sei ore al giorno”, “se non riesci a trovare tempo per questo, non aspettarti di diventare un buono scrittore”. Ho ricopiato tante parole preziose di Shirley Jackson, in buona parte riversate poi nel post dedicato al libro in questione, ad esempio:

Voi dovete soltanto – e state attenti, per favore – non smettere mai di scrivere. Finché scrivete con regolarità, niente può davvero nuocervi. Shirley Jackson

Continuo a passeggiare accanto alla vecchia me, e alle sue lamentele, alternate agli incoraggiamenti (sempre da Lolli):

È pazzesco come quando sia a casa non scriva quasi mai qua, devo migliorare e correggere. 14 settembre

Che scarsa che sono. Butto pensieri sparsi su Twitter, corro sempre ma se volessi potrei scrivere con più costanza. 27 ottobre

Ogni volta che mi ripropongo di scrivere con continuità succede qualcosa che può ben assomigliare alla scusa buona per non averlo fatto nella realtà. 26 novembre

Eppure passano a decine i giorni. 14 dicembre 

Scrivere, scrivere, scrivere, come resistere, resistere, resistere. 3 gennaio (a inizio 2021 mi ero ripromessa tra l’altro di scrivere sul taccuino qualcosa ogni giorno, è durata senza interruzioni per ben otto giorni – facepalm!)

Scrivo quindi queste righe sul solito treno, mentre altre ne ho scritte su Lolli, che aspetta fiducioso di essere riempito. Altre ancora ne butto giù d’impeto, chissà un giorno. Intanto non mollare, ché la scrittura è terapeutica, come già devo aver scritto da qualche parte, e non solo io…

Tommyknocker. Le creature del buio

Ieri notte a tarda ora, i Tommyknocker, i Tommyknocker, hanno bussato e oggi ancora.

Vorrei uscire ma non so se posso, per la paura che mi hanno messo addosso.

Amo Stephen King eppure ne ho letto ancora troppo poco. Difficile stare al passo considerando la sua prolificità, e volendo anche leggere altro, eppure periodicamente mi dico che potrei fare di più. Nel frattempo accade la vita, con tutte le sue distrazioni. Ho preso Tommyknocker spinta dal consorte che vide la miniserie (mentre scopro solo ora che nel fatidico 2020 ne hanno fatto anche un film, ed ecco altro tempo da impiegare, sottratto alla lettura dei libri di King, e insomma). Credo tutti sappiano che non è considerato sicuramente tra i capolavori del maestro, tra l’altro si è dato la colpa in quel periodo l’uso di sostanze – è stato l’ultimo libro scritto prima di disintossicarsi – e ho letto anche che secondo alcuni la science fiction non sia il suo forte; d’altronde lui stesso lo ha definito “an awful book”.

Al netto della lentezza con cui l’ho letto io, dovuta più a motivi personali (ho attraversato anche io i proverbiali 40 giorni nel deserto di cui parla ad un tratto il protagonista, e resto col mio solito stupore per come i libri ci trovino sempre nel momento in cui devono trovarci), il libro è stato per me godibile e scorrevole; non sarei così severa nel giudizio, insomma. Le storie per me sono terapeutiche e questa non è stata da meno.

Forse il destino dipende dalla capacità di un piccolo uomo di richiudere la porta di un box al primo tentativo, riflettè confusamente.

La dose di angoscia che Stephen King sa elargire non manca affatto, accompagnata dalla sua maestria nel tratteggiare le caratteristiche essenziali dei personaggi rendendoli vivi a volte in poche righe, fino a dare vita ad un’intera comunità con tutti i dettagli che la rendono fin troppo reale. Come sempre, Stephen King è un maestro di scrittura perché tra le pieghe della storia si intuiscono tutte le regole per renderla una buona storia e basta poco per coglierne gli insegnamenti, anche una assoluta principiante come ne riconosce diverse, e insomma sapessi scrivere io libri brutti così!

Per me Stephen King resta un mirabile mastro artigiano delle storie che anche in condizioni non ottimali, per usare un eufemismo, riesce a creare un universo che non è mai puro intrattenimento (e non ci sarebbe nulla di male poi) perché è in grado di scandagliare le profondità dell’animo umano anche narrando di improbabili civiltà aliene.

Alla lunga il mondo del domani si riduceva sempre a un luogo deserto dove esseri tanto intelligenti da catturare le stelle perdevano la testa e si facevano a pezzi con gli artigli che avevano ai piedi.

Sullo sfondo la possibilità di una catastrofe nucleare – il libro è stato scritto tra il 1982 e il 1987, nel frattempo c’è stato l’incidente di Chernobyl nel 1986 – Stephen King ci ricorda infine che l’essere umano è la creatura più complessa e terrificante con cui abbiamo a che fare, che l’orrore più autentico è quello del reale. Riprendendo le mie riflessioni mi torna alla mente il meraviglioso incipit de L’incubo di Hill House, “nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà”.

Non c’è niente nell’universo che possa durare così a lungo senza subire danni, riflettè Gardener e trovò l’idea rassicurante.

Com’è andato il 2020 qui?

I-Sensi-della-poesia-la-scritturaFine anno e tempo di bilanci, quest’anno penso sia giusto farne uno riguardo il mio stare in rete, il blog e la scrittura. Un anno fa maturavo la decisione di uscire da Facebook e Instagram, con lo scopo dichiarato, oltre al disintossicarmi da questi social, di liberare tempo per la lettura e la scrittura. Al blog avevo iniziato a dedicare un tempo maggiore e più costante già a metà 2019 e i primi risultati li avevo esposti in questo post di agosto. Prima di dare i numeri complessivi del 2020 vorrei però partire dalla strada – molta – che ancora devo fare: mi riferisco alla scrittura per me, che ancora arranca, nonostante il taccuino che procede per salti e spesso in via esclusivamente residuale. Per il 2021 vorrei migliorare proprio questo. Come riesco a ritagliare il tempo per leggere e scrivere per il blog, devo farlo un po’ di più per me stessa. Come ho già detto, è terapeutico, e dedicatre tempo a se stessi è in generale importante. Il taccuino ce l’ho da sei mesi quindi avrei potuto decisamente far meglio.

Sul fronte blog restano valide le considerazioni sulla loro utilità e sulla necessità di ritornarci ribadite anche tramite le parole dei Wu Ming nel primo post citato sopra. Il 2020 ha visto un picco di visite: 3795 al momento della pubblicazione di questo post, con 2607 visitatori, un incremento davvero notevole visto che nel 2019 il dato era 909 visite e 741 visitatori. L’anno migliore fino ad ora era stato il 2011, quando in seguito alla migrazione del blog su wordpress da spaces, e presa dall’entusiasmo – era poi davvero un’altra epoca per i blog – avevo pubblicato 31 post e totalizzato 2701 visite (il dato dei visitatori invece è disponibile dal 2012). Ho scritto comunque molto di più: se nel 2019 ho pubblicato 18 post, di cui 16 nella seconda metà dell’anno, quando ho davvero deciso di rimetterci mano, nel 2020 con questo arrivo a quota 54 post mantenendo l’ottima media di un post a settimana. Mi dichiaro quindi ampiamente soddisfatta, e spero di sostenere almeno lo stesso ritmo per l’anno prossimo. Come detto altrove, scrivere dei libri che leggo aiuta a garantire il ritmo ma non solo, mi spinge a riflettere di più e a tenere traccia meglio degli innumerevoli spunti dati dalla lettura, oltre ad essere, infine, un buon esercizio di scrittura.

Mi ero data ad agosto l’obiettivo di scrivere qualcosa tutti i giorni, tocca riproporlo perché ancora non ci sono. Il tempo, se voglio, lo trovo. Quando la quotidianità – e mi riferisco in particolare a quella domestica perché quando lavoro sul treno trovo sempre moolto tempo – mi scoraggia, penso a Shirley Jackson e mi dico che sì, anche io posso (devo, forse?) scrivere per sopravvivere.

Magia nera

Elena non crede che chi li porta al mercatino abbia bisogno di soldi, quanto piuttosto di spazio. Anche mentale: ci sono cose che si portano dietro pezzi di vta, e liberandosene si cancellano anche quelli, che forse premono troppo forte, forse fanno troppo male per andare avanti.

Magia nera

Magia nera – per trovare l’immagine di copertina del libro in rete ho dovuto spulciare in mezzo a parecchie immagini di libri di magia nera!

Di cosa è fatto, poi, il tempo?

Con un po’ di ritardo sulla tabella di marcia finalmente ho preso in mano Magia nera di Loredana Lipperini, una persona, prima che una scrittrice, che ho particolarmente a cuore. Il libro ha avuto un bel viaggiare dalla Gran Bretagna dove è stato preso come regalo e fatto autografare fino allaphoto6012547812165792648 sua attuale collocazione, la libreria di casa mia e le mie mani. Non posso dire di averlo divorato, non è un libro che almeno io possa leggere d’un fiato: dopo il primo racconto mi sono dovuta fermare a respirare. Ho lasciato decantare, ché l’impatto è stato notevole, e poi ho proseguito. Sono storie di donne, storie varie, di non netta collocazione di genere, mentre noi siamo “animali che vivono di tassonomie” come dice Vera Gheno in questa intervista che leggevo poco prima di mettermi a scrivere. Loredana Lipperini le colloca comunque nell’ampio genere del fantastico, “perché scelgono di percorrere la strada obbligata del realismo. Eppure al tempo stesso parlano di realtà”. Dodici racconti, dodici donne “come potreste incontrarne ogni giorno”, ci dice ancora Lipperini.

I roghi non illuminano le tenebre.

Quando si tratta di racconti, come in questo caso, non c’è solo il testo nella sua interezza ma anche i singoli racconti, per cui mi sento di dire che il primo, Tu stessa, per inseguirlo, l’ho trovato il più potente, mentre quello che più mi ha incantata è Who is that girl? Una storia per Carlotta. Ci sono racconti che mi hanno colpito di più, altri di meno, ma nel complesso il libro mi è piaciuto molto; una parola che mi è venuta in mente durante la lettura è vividezza. E poi ho incontrato Lovecraft e Stephen King nel corso della lettura, direttamente o meno, per citarne due, e questo è sicuramente un bene. Non so quanto  ci sia di autobiografico in realtà, riconosco gatti e altri dettagli disseminati rispetto a quel che presumo di conoscere, ma ho trovato molta Loredana nelle storie, nel tratto, nell’atmosfera. Inoltre ha stuzzicato la mia fame di scrittura, e quanto è bello un libro quando ti fa venire voglia di cimentarti nella magica arte di mettere insieme parole? Abracadabra!

Bella non avrebbe mai incontrato le parole senza scopo, quelle che dormono per anni nel fondo e un giorno, senza motivo, salgono in superficie come bolle luminose perché è arrivato il momento straordinario in cui si possono usare.

Paranoia

Non  sono sicura che la realtà mi piaccia.

Preferisco scrivere che fare qualunque altra cosa.

Parlando di Shirley Jackson ho sicuramente un pregiudizio, nel caso specifico positivo, dovuto probabilmente al fatto che ho conosciuto questa scrittrice attraverso le parole di Loredana Lipperini, la quale ha il dono di incantarti e spingerti a seguire spassionatamente i suoi consigli letterari. Inoltre è una delle muse ispiratrici di Stephen King e questo vuol dire sicuramente più di qualcosa. Ho letto L’incubo di Hill House, colpevolmente dopo aver visto la serie ad esso ispirata – comunque ben fatta – e ne ho parlato qui. Per un gioco di risonanze ho ritrovato qualche citazione di un altro testo particolare della Jackson, già menzionato su Lipperatura, e mi sono decisa a “dargli la caccia”. [Come promemoria personale devo aggiungere di ricordarmi di segnare pure la fonte di ispirazione quando mi appunto un libro da prendere, sono riuscita a risalire all’articolo solo tramite la ricerca avanzata di Twitter, che incredibile ma vero, esiste e funziona, anche se è difficile da trovare, bel paradosso!]

paranoia

Dicevo, un testo particolare perché Paranoia è composto da quattro racconti inediti più una serie di articoli e riflessioni principalmente su famiglia e scrittura, che permettono di conoscere più da vicino Shirley Jackson. Il testo è stato curato dai figli dopo aver ritrovato una serie di manoscritti inediti e questa è una buona notizia perché purtroppo l’autrice ci ha lasciato troppo presto. Sarà il momento felice o le tante ore da pendolare  sul treno, sono riuscita ad iniziarlo e finirlo nella giornata di martedì 8 settembre. Una scrittura impeccabile, schietta e mai banale mi ha tenuta incollata a quelle pagine, prima di fiction e poi ibride, perché non è  semplice saggistica la prosa della restante parte del libro.

I bambini di casa nostra hanno un motto: una cosa può essere vera, non vera, oppure una fissazione della mamma.

I quattro racconti inediti sono spiazzanti e inquietanti al punto giusto – non saprei scegliere il preferito tra Paranoia e Mrs. Spencer e gli Oberon, ma quest’ultimo ha forse un merito particolare perché riesce magistralmente a personificare il decoro borghese, tema che mi sta molto a cuore. Per quanto riguarda gli altri testi il senso di spiazzamento spesso ricompare, insieme ad una buona dose di divertimento e folgoranti rivelazioni sulla scrittura, per cui devo necessariamente prendere appunti su Lolli, il mio taccuino.

Niente è inutile e niente va mai perduto.

La parte per me più interessante non sono i seppur simpatici quadretti familiari, che tra l’altro vista la storia di Shirley Jackson sono più una trasfigurazione del reale che una cronaca letterale, quanto proprio l’ultima parte dedicata alla scrittura. Tocca quindi riportare qui alcune citazioni per darne un saggio (enfasi mia):

La cosa più bella dell’essere una scrittrice è che puoi permetterti di abbandonarti alla stranezza quanto vuoi, e, a patto che continui a scrivere e in un certo senso a consumarla, nessuno potrà farci niente.

Voi dovete soltanto – e state attenti, per favore – non smettere mai di scrivere. Finché scrivete con regolarità, niente può davvero nuocervi.

Mentre rifaccio i letti e lavo i piatti e vado in paese a cercare le scarpette da ballo, mi racconto delle storie. Storie su qualunque cosa. Semplici storie. Dopotutto, chi può concentrarsi sui propri gesti mentre passa l’aspirapolvere? Io mi racconto delle storie.

Non ho alcuna pazienza per chi pensa che si cominci a scrivere quando ci si siede alla scrivania e si prende in mano la penna e si finisca quando si rimette giù la penna: lo scrittore scrive sempre, vede tutto attraverso una sottile nebbiolina di parole, crea piccole rapide descrizioni per ogni cosa che vede, osserva di continuo.

Soprattutto gli ultimi due testi, Come scrivo e L’aglio nella narrativa sono illuminanti e ricchi di spunti, e in più ci portano dentro la costruzione de L’incubo di Hill House ed è un processo oltremodo affascinante.

Una delle cose più belle del lavoro di scrittrice è che nulla va mai sprecato.

Una scrittrice seria e parsimoniosa può conservare piccoli frammenti di idee, fatti e conversazioni, e persino vezzi ed espressioni del viso, per poi usarli in futuro. Sono convinta, per esempio, che in qualche angolo della mia mente ci sia una specie di deposito con dentro centinaia di piccoli dettagli che un giorno mi saranno utili, e allora me li ricorderò.

Quando comincio a scrivere un libro giro per casa prendendo appunti, e intendo proprio dire che vado in giro; tengo taccuini e matite in ogni angolo, e mentre rifaccio i letti o separo la biancheria da lavare o cerco di recuperare i sei calzini spaiati che si sono infilati dietro i cassettoni dei bambini, rifletto continuamente su possibili scene e situazioni per un romanzo, e quando un’idea prende forma corro al foglio e alla matita più vicini e la scrivo.

Come spesso mi accade quando un testo mi entusiasma, lascio parlare l’autore attraverso molteplici citazioni perché si presenta meglio di come lo farei io. Non è solo la memorabilità di frasi e periodi, sì spesso lo è anche, ma in generale, e ciò vale vieppiù per un’autrice mostruosa come Shirley Jackson, la voce originale può essere un portentoso mezzo più di mille parole di elogio, per quanto sincere e disinteressate. Dovrò leggere il resto della sua produzione, il prima possibile, ma prima mi aspetta un libro che troppo a lungo ho rimandato, a cui tengo particolarmente, per restare in tema di Magia… nera.

Scrittura e blog, riflessioni e spunti

scrivere

Comincio di numeri, giusto per rendere un’idea. Ad oggi, 6 agosto 2020, il blog nel 2020 ha fatto 1745 visite. Nel 2019, intero anno, erano state 909. Il dato più basso nel 2017 (179), il più alto nel 2011 (2701).

Contesto: ho trasferito il vecchio blog su wordpress nel settembre 2010 e il picco di visite del 2011 è dovuto sicuramente all’attività più intensa rispetto agli anni successivi, quindi ad un certo entusiasmo iniziale e anche, non meno importante, al maggiore peso che avevano i blog allora all’interno del world wide web.

Il 2020 è l’anno della svolta perché, oltre ad aver chiuso Faceboook, ho deciso di dare in generale una più chiara direzione al mio stare in rete e mi sono data come obiettivo una certa costanza, che non ho voluto quantificare esattamente, innanzitutto perché non sapevo se sarei stata in grado di valutare correttamente dei numeri realisti e soprattutto perché ritengo che nella scrittura certe rigidità e vincoli potrebbero essere controproducenti. In realtà so benissimo che per scrivere, occorre scrivere il più possibile, e anche imporsi di farlo tutti i giorni; per le finalità del blog questo però non credo sia necessario. In conclusione comunque ho mantenuto un discreto ritmo ed in qualche modo inizio a vederne i frutti.

Anche se i blog non sono più luogo privilegiato della rete, dato il sovraffollamento dei social network, sono un punto di riferimento serio per alcune nicchie (vedi i blog letterari, in Italia ce ne sono davvero tanti validi) e in generale hanno il pregio di tenere memoria, tramite i propri archivi interni, a differenza dell’incessante flusso dei vari Facebook e compagnia, costruiti appunto sul principio dell’immediatezza, e nei quali si perde presto traccia anche del recente passato.

L’abitudine di scrivere porta a scrivere di più e ne ho parlato qui, dove del resto mi ripromettevo di adottare un taccuino, cosa che ho in effetti fatto – si chiama Lolli! -, e grazie al positivo influsso di @cronomaestro; da leggere sicuramente i due post sui taccuini (qui e qui) ma il suo blog in generale è davvero interessante e di esempio. Come dice anche Cronomaestro quindi, scrivere serve prima di tutto a se stessi, si mette ordine tra i pensieri e ci si aiuta anche a svilupparli e a migliorare le proprie riflessioni. Nondimeno, ci si dedica del tempo, cosa che facciamo davvero poco. Scrivere online e offline insomma, per me e per chi passa di qui, credetemi, è un’ottima terapia.

Come ho spiegato più sopra i blog sono molto più adatti dei cosiddetti social, anche per fare rete, e ne sono stata sempre convinta in qualche modo, anche negli anni in cui ho trascurato il mio. Non ho mai smesso di seguirne tanti, e con la scelta di uscire da Facebook – e Instagram – di cui accennavo sopra ho liberato ulteriore tempo per leggere e scrivere. Nel post in cui spiegavo la mia decisione rimandavo tra gli altri al blog della Wu Ming Foundation ed in particolare al doppio post in cui spiegano la loro scelta di fuoriuscire da Twitter (un passo che io non ho scelto di fare, nonostante tutti i peggioramenti che Twitter ha subìto/voluto negli anni). Proprio nella seconda parte di quel post ho letto l’invito a tornare ai blog, che condivido, nel suo duplice senso:

A chi per ora non se la sente di chiudere gli account sui social commerciali, chiediamo di dare comunque una mano a riattivare voci e canali indipendenti, macchine di comunicazione non gamificate. Chi ha un blog e in questi anni lo ha negletto, torni a scriverci sopra e a promuoverlo, lo rivitalizzi e ne faccia l’epicentro della sua comunicazione quando ha qualcosa da dire. I social, soltanto come rimbalzo. Per le situazioni militanti, come scritto nella prima puntata, questa è una necessità vitale, ma in fondo lo è anche per il singolo individuo. Non è più tempo di essere ex-blogger.

Queste parole sono state una conferma e un’ulteriore incoraggiamento per la mia scelta, che era andata maturando in realtà già nel corso del 2019: con quello che state leggendo sono 31 post nel 2020, 18 in tutto il 2019, di cui però 16 nella seconda metà dell’anno, quando in effetti ho iniziato a darmi un ritmo. Per questo mi ha aiutato anche la decisione di scrivere sempre qualcosa dei testi che leggo, e anche di film/serie che mi colpiscono. Scriverne mi aiuta anche a rifletterci sopra e a mantenere più tracce nella memoria di ciò che leggo e vedo.

Scrivere, scrivere e rendersi conto di avere qualcosa da dire, magari non troppo banale, magari che piace. E se non lo nota nessuno, cosa che in realtà col tempo accade se si scrive bene e di cose interessanti, quando ti rileggerai ne trarrai comunque qualcosa.

Prossimi obiettivi: scrivere tutti i giorni, perché fa bene, perché aumenta la consapevolezza di sé e non solo, e aumentare il ritmo del blog, perché sì.

Postilla: la scusa della mancanza di tempo è appunto una scusa. Io per esempio riesco sempre a trovare il tempo per leggere ( e leggere, mi sembra superfluo dirlo, è necessario per scrivere). Nella vita possiamo essere impegnati per molte ore al giorno, ma se davvero ci teniamo a qualcosa ci ritagliamo del tempo per dedicarglielo. Non è questione di tempo quindi ma di scelte.

La scrittura non si insegna

La scrittura è qualcosa cui tendere ma anche un esercizio costante, inoltre è strettamente intrecciata con la lettura. Da quando ho iniziato a leggere, ed ho iniziato presto grazie alla meritoria influenza di mia madre (e non le sarò mai grata abbastanza per questo, ovunque lei sia), il desiderio di scrivere – farlo bene, in maniera compiuta – mi ha sempre accompagnata: nei primi anni con trasognato romanticismo, poi col disincanto di chi impara la rassegnazione, fino ad arrivare ad una consapevolezza più realista. Ho preso e mollato diari per lungo tempo, poi ho iniziato a fare lo stesso col blog. Ad oggi ho raggiunto un certo equilibrio, mi sono resa conto che una dose di regolarità aiuta e almeno nel mio piccolo mi reputo soddisfatta. Non sarò una famosa blogger, e tra l’altro quella è una strada che forse avrebbe potuto funzionare diversi anni fa, però a livello personale gestisco questo blog bene, nel senso che pubblico quando mi va, e mi va abbastanza spesso. Mi sono data come regola generale comunque di scrivere di ciò che leggo e questo aiuta molto. Ogni tanto avverto la necessità di scrivere dei film o delle serie che vedo, ed è anche questo un buon esercizio; vorrei scrivere più spesso riflessioni autonome e compiute ma dovrei prendere la buona abitudine di avere un taccuino sempre a portata di mano (ok, questo è un buon proposito da… subito!). Mi rendo conto che il ritmo che ho preso mi dà stimoli e a volte mi capita di dovermi appuntare qualcosa mentre faccio tutt’altro, credo sia un buon segno. Fin qui ho parlato di non fiction. La narrativa è un percorso che mi sono sempre preclusa per timore di non essere all’altezza e perché sapevo, me lo ha insegnato Stephen King, che la costanza è determinante e quindi non ci provo neanche se non voglio/posso fare sul serio.

santoniTutto ciò premesso, quando ho letto della pubblicazione di La scrittura non si insegna di Vanni Santoni sono corsa a cercarlo. L’ho ordinato nella mia libreria di fiducia perché un’altra regola che mi sono data è quella di sostenere per quanto possibile le librerie fisiche e indipendenti. Dopo un’attesa di qualche giorno in più perché dovevo finire di leggere il libro di Lehane (intanto ho iniziato il secondo della serie Coughlin!) l’ho praticamente divorato ieri. Alcune conferme, buoni spunti pratici (le riviste letterarie!) e il profondo senso di inadeguatezza che ne è scaturito non mi ha abbattuta. So che delle liste di letture fondamentali ho letto pochissimo, ma sono consapevole che ho letto comunque moltissimo – altro – e non ho nessuna intenzione di smettere di leggere. Pensavo di essere una lettrice onnivora ma col tempo ho scoperto che in realtà ho sempre fatto una discreta selezione a monte per cui non ho quasi mai abbandonato la lettura di un libro, anche se alcuni li ho trovati ostici. Del resto non tutti i libri sono per tutti e non tutti i libri sono per tutti i momenti. Mi sono scoperta ccomunque attenta allo stile e al linguaggio, e chissà se un domani potrei davvero provare a cimentarmi con la scrittura narrativa. Quando si esce dal regno dell’impossibile, tutte le opzioni diventano realistiche.

La buona notizia è che dopo aver letto il libro di Santoni la mia lista di letture si è decisamente ampliata. Di certo è che ho compreso di aver definitivamente abbandonato l’ideale romantico del talento letterario e mi sembra già un primo traguardo. Da ultimo avrei un appunto riguardo la lista delle banality (forme ricorrenti di cattiva scrittura) in cui ritrovo “basso muro a secco”, che non ricordo di avere mai individuato nelle mie letture e però, da amante della mia terra e in particolare del ragusano dove sono forse ridondanti, io stessa mi sono trasformata in un cliché, cioè ogni volta che li vedo devo elogiare quegli “adorabili muretti a secco” con ormai scontato disappunto di chi mi accompagna. Sono sicura che se dovessi mai scrivere qualcosa finirò per inserire quella che forse è un’insana passione per un elemento tipico del paesaggio di certa Sicilia. Me ne farò una ragione, ma soprattutto vorrà dire che avrò scritto davvero qualcosa!