Teoria della classe disagiata

Se mi chiedono quali speranze ci restano, io risponderò con Kafka: c’è molta speranza, ma nessuna per noi.

Se questo è il migliore dei mondi possibili, figuriamoci gli altri.

ravDa aspirante disagiata, tenevo da un po’ in coda di lettura l’esordio saggistico di Raffaele Alberto Ventura, sul quale avevo visto molti rimandi e citazioni. Tocca leggerlo, mi dissi e finalmente l’ho fatto. Come mi ha detto Pietro ha molti spunti interessanti. Da sociologa mancata (a proposito di disagio) apprezzo molto i continui richiami teorici, sin dal titolo che evidentemente cita il classico di Veblen, così come gli innumerevoli rimandi letterari. L’autore ci parla invece del rischio concreto, nel senso che è già realtà in non pochi casi, del declassamento del ceto medio occidentale.

Siamo praticamente coetanei e la percezione del disagio è una condizione comune della nostra generazione, educata ad avere grandi aspirazioni in un contesto in cui il boom economico è un ricordo irripetibile e il capitalismo è in una fase di declino “vistoso”. Sembra passato un secolo dagli anni Novanta:

Una generazione che si è impegnata ad accumulare titoli, “capitale posizionale” per poi scoprire che non c’è posto per tutti: “I più pragmatici tra di noi sceglieranno un compromesso con la realtà, ovvero la condanna a una vita quotidiana fatta di fatica, noia, umiliazione e risentimento, insomma il cosiddetto successo.”

La critica del sistema economico è necessaria, Ventura coglie il punto col riferimento alla caduta tendenziale del saggio di profitto, riconoscendo la crisi strutturale del capitalismo. Però ammette che questa non è universalmente riconosciuta e ne dà una spiegazione forse un po’ prosaica: “c’è innanzitutto una ragione culturale: una grande maggioranza della popolazione oggi vivente è nata dopo gli anni Trenta e non conosce nient’altro che la società del benessere”.

È interessante tra l’altro tutto il discorso intorno ai livelli di istruzione in rapporto alla crescita economica, una correlazione che non è affatto dimostrata:

Se un’ipotetica società ripartisce la ricchezza in funzione dei risultati a una corsa, il più veloce avrà un guadagno superiore a quello del più lento. Ma questo non implica che correndo si sia creata della ricchezza, né che correndo tutti più veloce si possa influire sulla ricchezza complessiva. Al contrario, saremo soltanto tutti più stanchi.

Sarebbe plausibile al contrario una relazione inversa, per cui all’aumentare della ricchezza aumentano anche le possibilità educative e quindi i livelli di istruzione.

Del resto il sistema educativo, fondato sulla carta sul diritto all’istruzione di tutti, è concepito e modellato per garantire forza lavoro “utile” e adattabile al sistema produttivo, e questo mi pare sfugga all’autore. Guardandoci intorno non sembrano tanto campate in aria, anzi piuttosto profetiche, le parole di Ivan Illich così parafrasate: “il sistema educativo rappresenta innanzitutto un costo privato per coloro che inseguono la promessa di un’improbabile ascesa sociale” e “un costo pubblico poiché si chiede allo Stato di finanziare una crescente domanda di educazione drogata dalla competizione per l’accesso al mondo del lavoro.”

Le osservazioni e i ragionamenti lungo il testo sono stimolanti, come quando riflette sul fatto che gli economisti ortodossi non avrebbero mai potuto prevedere la crisi del 2008 essendo immersi nei loro modelli, fallati alla base, o quando denuncia il carattere distruttivo del modello competitivo, cardine del sistema. La perla finale è la riproduzione del tema scritto da Marx per la licenza liceale, il suo primo scritto conosciuto, del 1835. Resta comunque la contraddizione insanabile di essere uno che è “riuscito”, che è emerso dalla massa della classe disagiata, e parlando personalmente, a me è rimasto un po’ di amaro in bocca una volta finito di leggerlo. Diversi spunti validi ma il quadro mi sembra alla fine confuso. Sarà pure un libro da leggere però continuo ad avere le mie perplessità… potrebbe anche darsi che non riesca a perdonargli di sentirsi superiore a Walter White, e forse a tutti noi. Cercando di capire cosa non mi convince di questo testo sono andata a caccia di recensioni, fino a trovare quella su commonware relativa in realtà alla “trilogia” risultante dai tre libri ormai pubblicati da Raffaele Alberto Ventura. Leggendola mi sono resa conto che l’uso strumentale del termine ‘classe‘ è probabilmente il principale elemento che mi disturba. Dice infatti Roggero nell’articolo:

La classe per noi resta al contrario una definizione politica, la posta in palio di un processo di lotta. Non è una banale questione terminologica bensì di sostanza, di postura e prospettiva politica. L’autore legge il declassamento degli ex agiati come una «tragedia della borghesia». Cosa succede, però, quando cambia la collocazione materiale di queste stesse figure, quando le promesse si infrangono, quando il ceto medio non può più continuare a vivere come prima? Questi soggetti non sono oppressi ma mancati oppressori, ci dice: la seconda parte è probabilmente vera ma ciò non significa che sia vera la prima. Anche gli operai possono essere mancati capitalisti, ma ciò non significa che non siano operai. Ci sembra che l’autore resti fermo su una fotografia dell’esistente, una fotografia molto nitida e ottimamente scattata, che tuttavia non riesce a cogliere le possibili tendenze, i punti di tensione, le faglie potenziali. La sua analisi corre cioè il rischio di essere statica, di non presupporre il movimento, di guardare indietro e non avanti. Pur criticando l’ideologia, Ventura ne resta parzialmente impigliato, perdendo di vista la materialità dei rapporti sociali, dunque la talora rapida tumultuosità dei processi e la possibilità della loro rottura e sovversione.

La classe disagiata nei fatti è la classe lavoratrice, che non coincide con gli operai di fabbrica – che non definivano la totalità della classe neanche nell’Ottocento, è bene ricordarlo – ma con tutti coloro che vivono del loro lavoro. E siamo la stragrande maggioranza: l’illusione di essere ceto medio era appunto solo un’illusione, e il boom economico del dopoguerra è stato l’eccezione che ha forse confuso e spiazzato la percezione del nostro collocamento di classe. Il mio timore è che un lavoro come quello di Raffaele Alberto Ventura allontani questa consapevolezza, il risveglio della coscienza di classe che è oggi più necessario che mai, per non soccombere allo stato di cose presente.

Edit: un doveroso aggiornamento dopo la segnalazione ricevuta di due articoli importanti sul libro:

Il disagio della classe disagiata

33780 battute contro la teoria della classe disagiata

Excursus sulla democrazia

[La parte centrale di questo testo originariamente era stata pensata per una breve rubrica, nella quale alla fine non è stato pubblicato. Le riflessioni contenute mi sembrano utili per cui ho deciso che la seppur ridotta visibilità del blog potrebbe andare bene comunque.]

Sono convinta del potere insito nel linguaggio perché esso informa il nostro mondo e ne è condizionato, per cui le parole, soprattutto alcune parole, hanno un peso particolare ed è un peccato che vengano banalizzate e in genere usate senza cognizione. Una di queste parole, che a furia di tirare la coperta vogliono ormai significare tutto e niente è democrazia; il suo utilizzo indiscriminato salta subito agli occhi se si pensa che indistintamente si elogia la grande democrazia americana (e cioè statunitense: a proposito dell’importanza delle parole, non ho mai tollerato la reductio di un continente così complesso come quello americano ai soli Stati Uniti d’America), o si definisce unica democrazia del Medio Oriente Israele, uno stato praticamente confessionale e razzista, oppure ci si riferisce all’India come alla più grande democrazia, dimenticando ad esempio l’esistenza delle caste, ma senza andare lontani anche la nostra è considerata una democrazia, nonostante tutto ciò che dovremmo sapere sulla sua nascita e il suo mantenimento nel tempo. Ma cosa significava originariamente la parola democrazia? E come si è evoluto nel tempo il concetto? Ci viene in soccorso Zygmunt Bauman.

La democrazia, dall’antica Grecia ad oggi, passando per i giacobini

“Raramente incontriamo una affermazione relativa ai rapporti sociali che non sia ideologica, che non abbia dunque carattere di classe”. Così Bauman, in un testo della sua “fase marxista” dal titolo Lineamenti di una sociologia marxista pubblicato nel 1968 poco prima di essere estromesso dall’Università, si riferisce ai termini pregni di “concezione del mondo”, che rappresentano i rapporti di forza reali e anche se vengono sbandierati come neutri non lo sono. In un lungo paragrafo il sociologo polacco fa l’esempio della parola democrazia, della sua evoluzione e ambivalenza semantica, un excursus particolarmente interessante.
L’espressione democrazia infatti ha un’interpretazione tradizionale di origine greca ed un’altra resa mainstream dal pensiero borghese che l’ha adottata a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, piegandola alle proprie necessità. Cosa vuol dire in fondo democrazia? Il legislatore ateniese Cleone la definì “governo del popolo, attraverso il popolo, per il popolo”. Ovviamente anche in epoca classica il vero significato della parola dipendeva da come si allargava o restringeva il concetto di demos: ad esempio Pericle considerava democratico il governo ateniese perché retto da molti, anche se per molti si intendevano esclusivamente i liberi, per cui dava legittimità al sistema così com’era. Per Platone il dato fondamentale era chi detiene il potere, non come lo esercita, e simile era la concezione aristotelica: “quando il potere è nelle mani dei ricchi, anche se numerosi, è un potere oligarchico, quando è nelle mani dei poveri è democrazia”; che si difendesse o criticasse il concetto in sé, si riconosceva la questione di potere e non di governo, di contenuto e non di forma. Quando è nato il sistema parlamentare basato sui partiti non è stato affatto definito come democratico, poiché erano stati i giacobini ad appropriarsi della parola e Saint Just in suo nome chiedeva il pugno di ferro contro i suoi (della democrazia, appunto) nemici; afferma Bauman che “per i giacobini democrazia significava un illimitato, indiscriminato potere del popolo e la pienezza della sua sovranità era affidata all’azione spontanea delle masse”. Per alcuni decenni rimase forte questa impronta rivoluzionaria, di classe e popolare, fino a quando alcuni borghesi tra coloro che temevano la democrazia invocata dalle e per le masse scelsero di volgere a loro vantaggio il suo significato piuttosto che demonizzarlo. Tocqueville ad esempio stravolse il concetto definendolo come indipendenza dell’individuo nei confronti dello Stato e così annullandone totalmente il valore collettivo e di riscatto popolare. Lentamente dalla sostanza la questione si è spostata alla forma e il come è divenuto predominante al punto da additare i giacobini come dittatori, e quindi estrema negazione della democrazia. Ma in realtà questi due termini, democrazia e dittatura, non sono semplicemente opposti anzi, la dittatura del proletariato, sostiene Bauman, è la forma più piena di democrazia, e per Marx essa si conquista quando il proletariato diviene classe dominante.