Di pandemia, precarietà e angoscia

“What the hell is happening?” DEAR DIARY, BMTH

Il XXI secolo sembra l’apoteosi della cosiddetta postmodernità, intesa come una fase di smarrimento e perdita delle certezze acquisite con la modernità. Se l’11 settembre 2001 ha aperto il secolo ed il millennio gettandoci in faccia l’idea che siamo tutti potenziali bersagli di un insano terrorismo, il 2020 ha pensato che forse il messaggio di precarietà non era abbastanza chiaro. Non è sufficiente neanche la crisi climatica, ancora dibattuta, forse ormai accettata nelle sue basi teoriche mentre le sue implicazioni pratiche sono lungi dall’essere comprese e poste come punti di partenza per una reale azione di contrasto, tanto che ad oggi poco o nulla si è fatto concretamente. Allora è arrivata la pandemia che ha messo tutto sottosopra, cambiando prospettiva e anche la quotidianità praticamente ovunque nel mondo. Scrivo da un treno la cui capienza è ridotta al 50%, indosso una mascherina a cui non faccio più caso e se all’arrivo a destinazione mi fermano devo giustificare la mia presenza fuori dal comune di residenza con motivi di lavoro o comunque con ragioni di necessità e urgenza. Solo un anno fa questa sarebbe sembrata la trama di un film con l’ormai classico scenario apocalittico, anche se a ben pensarci il moltiplicarsi delle narrazioni di questo tipo è esattamente il segno che la percezione del tempo in cui viviamo è ben presente nella nostra cultura. Così accade che una scrittrice, la sempre cara Loredana Lipperini, inizia a scrivere di peste qualche anno fa e si ritrova travolta nella realtà della sua stessa storia, sarà preveggenza? Più probabile che chi coltiva la scrittura e ha doti narrative riesca a cogliere anche incosciamente lo spirito dei tempi. E per fortuna, perché è di parole che abbiamo bisogno e sono proprio le parole a mancarci.

Another day, another post-traumatic order

Think I’m losing my fucking mind, OBEY, BMTH

Tempi interessanti direbbe qualcuno, eppure siamo qua, con un senso di precarietà esistenziale che non pensavamo potesse essere maggiore, così profondo. L’economia non è un orizzonte stabile, non lo è la politica, ora non lo è neanche la nuda vita e lo impariamo – lo impariamo? – a nostre spese.

“When we forget the infection, will we remember the lesson?” PARASITE EVE, BMTH

Il senso di precarietà raggiunge quindi nuovi livelli, forse impensabili fino a non molto tempo fa. La teoria sociologica ci ha aiutato a tracciare i contorni di questa nuova condizione. Proprio al volgere del secolo, nel 2000, il sociologo polacco Zygmunt Bauman per superare la confusione insita nel termine postmodernità che lui stesso aveva precedentemente adottato utilizza una nuova metafora che diventa presto celebre per la sua efficacia: alla modernità solida del Novecento contrappone infatti la modernità liquida del nostro presente. Non stupisce che proprio nello stesso periodo Richard Sennett porti avanti una riflessione affine, pubblicando nel 2001 il famoso testo L’uomo flessibile in cui racconta delle conseguenze delle nuove forme di flessibilità lavorativa sull’intera vita delle persone. La parola flessibilità negli ultimi decenni è stata utilizzata moltissimo nei suoi connotati positivi nel tentativo di glorificare le nuove condizioni precarie di lavoro, con artifici retorici messi a nudo da studi brillanti come quello di Sennett. Questo senso di precarietà progressivamente si va estendendo dal mondo del lavoro all’intera vita dell’individuo passando dall’ambiente in cui vive alla sua quotidiana esistenza.

E adesso arriva la pandemia che rappresenta un punto di svolta epocale, ne è convinto Žižek – più modestamente lo ipotizzavo anche io qualche tempo fa – ed è tale da mettere in discussione le basi illuministiche della nostra modernità. Galimberti ha portato avanti queste riflessioni, osservando che l’incrollabile fede nella capacità dell’uomo di controllare la natura è messa a dura prova. Queste sono analisi che aiutano, almeno me, a trovare alcune parole per raccontare ed elaborare questi tempi difficili. Un altro suo contributo interessante è sulla differenza tra paura e angoscia, la prima è rivolta verso un oggetto determinato e ci aiuta ad affrontare un pericolo, rappresentando un meccanismo di difesa; l’angoscia invece si prova nei confronti di qualcosa di indeterminato, e reca con sé una sensazione di impotenza deleteria.

Another day, another systematic nightmare

Think I’m out of my fucking mind, OBEY, BMTH

Il termine angoscia è effettivamente adeguato perché dà il senso di una percezione che è comune, sempre più diffusa, di fronte al protrarsi della situazione emergenziale. In questo c’entra la narrazione che autorità e media hanno fatto durante la prima ondata, facendo intendere che un periodo tutto sommato contenuto di sacrifici, in perfetto stile penitenziale cattolico, avrebbe permesso di vincere la battaglia e anche la guerra, dando il tempo al sistema di attrezzarsi per le contromisure, che fossero un potenziamento dei meccanismi di prevenzione e controllo, della sanità pubblica e cioè delle strutture, dei presìdi e del personale, o del fantomatico vaccino invocato a breve nuovamente oggi con toni messianici.

Feel like nothing ever seems quite right?, KINGSLAYER, BMTH

L’estate ci ha dato l’illusione di normalità di cui avevamo estremamente bisogno e chi, pur critico nei confronti della gestione della pandemia, cercava di tenere un po’ su la guardia magari era tacciato di disfattismo, perché l’Italia era stata un modello di successo. Lo dimostrava il riacutizzarsi della pandemia all’inizio dell’autunno negli altri paesi europei, ma non da noi, no, siamo stati virtuosi e… aspetta… siamo forse tornati a marzo? L’atteggiamento schizofrenico a livello centrale ha come conseguenza in molti casi una risposta schizofrenica da parte dei cittadini,

Allo scopo di combattere un contagio che minaccia di morte i loro nonni e rischia di far collassare il sistema sanitario nazionale per i troppi ricoveri, possono frequentarsi di persona soltanto fuori da scuola e fino alle dieci di sera. Dopo, tutti in casa. In quale modo questo possa incidere sul contrasto di un’epidemia non può spiegarglielo nessuno, perché ovviamente è una cosa senza senso. Ed è a questo vivere senza senso che li stiamo abituando.

ma soprattutto ha conseguenze al momento ignorate sulla salute psicofisica di tutti noi. Io non sono affatto tranquilla, resisto, è chiaro, augurandomi di essere in grado di continuare a farlo, ma la percezione diffusa intorno a me non è solo di angoscia: ci saranno, ci sono, conseguenze di lungo periodo di cui dobbiamo tenere conto e sarebbe opportuno cominciare a provvedere ora senza aspettare un fantomatico dopo. Oggi una collega mi diceva che dopo la generazione che ha vissuto la seconda guerra mondiale, noi abbiamo questa guerra da combattere, tra l’altro contro un fantasma. Ecco, non esiste alcun dopoguerra, per quel che ne sappiamo oggi.

Oh, God, everything is so fucked, but I can’t feel a thing, TEARDROPS, BMTH

Itch for the cure (When will we be free?)

I know why you’re here, you’re fed up of the fear
Sick of the fantasy world they’ve built, so you never see clear
Something is coming unplugged (Coming unplugged)
There’s a glitch in your trust
You got an itch for the cure, but you’re scared to walk out the door
I’m here to tell you there’s a universe that lives without law
Something is coming unplugged (Unplugged)
‘Cause you keep asking yourself

When will we be free?
When will we be free?
Whеn will we be free?
When will wе be free?

I wanna be a kingslayer (When will we be free?)
Something is coming unplugged (When will we be free?)
There’s a glitch in your trust
I wanna be a kingslayer (When will we be free?)
Something is coming unplugged (When will we be free?)
There’s a glitch in your trust

Nota: le frasi inserite per intervallate le mie parole, e infine il testo intero appena qui sopra, sono tutti tratti dall’ultimo album dei Bring Me The Horizon, dal titolo Post Human: Survival Horror, che si rivela la colonna sonora perfetta per questi giorni.

Excursus sulla democrazia

[La parte centrale di questo testo originariamente era stata pensata per una breve rubrica, nella quale alla fine non è stato pubblicato. Le riflessioni contenute mi sembrano utili per cui ho deciso che la seppur ridotta visibilità del blog potrebbe andare bene comunque.]

Sono convinta del potere insito nel linguaggio perché esso informa il nostro mondo e ne è condizionato, per cui le parole, soprattutto alcune parole, hanno un peso particolare ed è un peccato che vengano banalizzate e in genere usate senza cognizione. Una di queste parole, che a furia di tirare la coperta vogliono ormai significare tutto e niente è democrazia; il suo utilizzo indiscriminato salta subito agli occhi se si pensa che indistintamente si elogia la grande democrazia americana (e cioè statunitense: a proposito dell’importanza delle parole, non ho mai tollerato la reductio di un continente così complesso come quello americano ai soli Stati Uniti d’America), o si definisce unica democrazia del Medio Oriente Israele, uno stato praticamente confessionale e razzista, oppure ci si riferisce all’India come alla più grande democrazia, dimenticando ad esempio l’esistenza delle caste, ma senza andare lontani anche la nostra è considerata una democrazia, nonostante tutto ciò che dovremmo sapere sulla sua nascita e il suo mantenimento nel tempo. Ma cosa significava originariamente la parola democrazia? E come si è evoluto nel tempo il concetto? Ci viene in soccorso Zygmunt Bauman.

La democrazia, dall’antica Grecia ad oggi, passando per i giacobini

“Raramente incontriamo una affermazione relativa ai rapporti sociali che non sia ideologica, che non abbia dunque carattere di classe”. Così Bauman, in un testo della sua “fase marxista” dal titolo Lineamenti di una sociologia marxista pubblicato nel 1968 poco prima di essere estromesso dall’Università, si riferisce ai termini pregni di “concezione del mondo”, che rappresentano i rapporti di forza reali e anche se vengono sbandierati come neutri non lo sono. In un lungo paragrafo il sociologo polacco fa l’esempio della parola democrazia, della sua evoluzione e ambivalenza semantica, un excursus particolarmente interessante.
L’espressione democrazia infatti ha un’interpretazione tradizionale di origine greca ed un’altra resa mainstream dal pensiero borghese che l’ha adottata a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, piegandola alle proprie necessità. Cosa vuol dire in fondo democrazia? Il legislatore ateniese Cleone la definì “governo del popolo, attraverso il popolo, per il popolo”. Ovviamente anche in epoca classica il vero significato della parola dipendeva da come si allargava o restringeva il concetto di demos: ad esempio Pericle considerava democratico il governo ateniese perché retto da molti, anche se per molti si intendevano esclusivamente i liberi, per cui dava legittimità al sistema così com’era. Per Platone il dato fondamentale era chi detiene il potere, non come lo esercita, e simile era la concezione aristotelica: “quando il potere è nelle mani dei ricchi, anche se numerosi, è un potere oligarchico, quando è nelle mani dei poveri è democrazia”; che si difendesse o criticasse il concetto in sé, si riconosceva la questione di potere e non di governo, di contenuto e non di forma. Quando è nato il sistema parlamentare basato sui partiti non è stato affatto definito come democratico, poiché erano stati i giacobini ad appropriarsi della parola e Saint Just in suo nome chiedeva il pugno di ferro contro i suoi (della democrazia, appunto) nemici; afferma Bauman che “per i giacobini democrazia significava un illimitato, indiscriminato potere del popolo e la pienezza della sua sovranità era affidata all’azione spontanea delle masse”. Per alcuni decenni rimase forte questa impronta rivoluzionaria, di classe e popolare, fino a quando alcuni borghesi tra coloro che temevano la democrazia invocata dalle e per le masse scelsero di volgere a loro vantaggio il suo significato piuttosto che demonizzarlo. Tocqueville ad esempio stravolse il concetto definendolo come indipendenza dell’individuo nei confronti dello Stato e così annullandone totalmente il valore collettivo e di riscatto popolare. Lentamente dalla sostanza la questione si è spostata alla forma e il come è divenuto predominante al punto da additare i giacobini come dittatori, e quindi estrema negazione della democrazia. Ma in realtà questi due termini, democrazia e dittatura, non sono semplicemente opposti anzi, la dittatura del proletariato, sostiene Bauman, è la forma più piena di democrazia, e per Marx essa si conquista quando il proletariato diviene classe dominante.

Immemori

Come ha sottolineato Žižek, oggi molti bevono caffè senza caffeina e birra senza alcol. Adottano bambini a distanza e seguono la politica internazionale o più recentemente le fluttuazioni dello spread, sentendosi fieri del proprio senso di responsabilità e della propria virtù, incapaci però, alla prova dei fatti, di sacrificare una parte del proprio io per riuscire a provare autentica empatia per le persone significative della loro vita. É di questa nuova maggioranza desensibilizzata, che dispone di droni e tastiere d’una potenza inaudita per fare le guerre senza sporcarsi neppure un alluce sul terreno nemico, che dobbiamo avere paura. (Riccardo Mazzeo)

Con qubaumaneste parole Mazzeo conclude l’introduzione al breve testo di Bauman Le sorgenti del male, un libro che idealmente prosegue il percorso di Modernità e olocausto nel tentare di capire come il male non sia altro da noi, né eccezione sulla strada della modernità. Sarebbe facile se il mondo si dividesse in buoni e cattivi, se il bene e il male fossero distinti e separati, ma questa è una retorica di destra che poco ha a che fare con la realtà.

Leggere questo libro proprio a ridosso del giorno della memoria è stata una felice coincidenza, che incoraggia anche ad approfondire le questioni poste dal caso e dal tempo.

La memoria non è mai abbastanza, e non deve mai diventare alibi o paravento. Eppure è quello che succede sempre più spesso, nell’indifferenza e nella falsa responsabilità di cui ci sentiamo anche fieri. E nel gioco della fottuta risonanza che mi stupisce ogni volta avevo letto qualche giorno prima questo post di Loredana Lipperini che richiama un articolo di Thomas Friedman, The Age of Protest,ripreso lungamente da Il Post e che presenta la fin troppo breve vita dell’indignazione al giorno d’oggi.

In ogni caso è ridicolo celebrare il giorno della memoria mentre proprio in Europa si continuano ad alzare muri, il mar Mediterraneo sta diventando il più grande cimitero del mondo e pure nazioni apparentemente “perfette” prendono decisioni disumane che ci riportano agli anni più bui del Ventesimo secolo. E le stesse persone che come automi velano la loro foto del profilo con una bandiera francese e condividono qualche frase ormai mainstream sull’olocausto poi inneggiano all’affondamento dei barconi o in maniera più sottilmente brutale fanno dei distinguo tra chi dovrebbe avere il diritto ad essere accolto e chi no. Tutto questo smentisce ancora una volta la tesi dell’eccezionalità dell’Olocausto e ci dovrebbe rendere tutti orgogliosi “fomentatori di panico” come si è dichiarato Anders:

ai giorni nostri, il più importante compito morale è quello di rendere le persone consapevoli che hanno bisogno di essere allarmate, e che le paure che le assillano hanno valide ragioni.

Bauman, chiudendo il testo con queste parole, si rammarica di non aver appreso le conclusioni di Anders durante la stesura di Modernità e olocausto. Noi tutti dovremmo evitare di rimpiangere l’aver ignorato i terribili segnali che la realtà ogni giorno ci invia.