Rivoltando

E’ arrivato il 2011, e quello che ci aspetta non sembra nulla di positivo, forse. In realtà i sintomi di un risveglio ci sono tutti, ma chissà cosa accadrà. La crisi si sta rivelando profonda e sistemica, ormai lo ammettono quasi tutti. Non è solo economica perché questa mette in luce di riflesso una crisi sociale e politica.

Ci si riempie la bocca di sostenibilità da un pezzo, ma quel che dovrebbe essere evidente oggi è proprio il suo contrario. C’è un problema di insostenibilità, che non è soltanto ambientale. La crisi dell’ambiente forse è la più evidente, ma probabilmente neanche la più sottovalutata. Il sistema, qualcuno nota, è insostenibile dal punto di vista sociale. Con qualche decennio di ritardo si scopre che l’età dell’oro del capitalismo è finita e che il connubio tra produzione capitalistica e benessere sempre crescente (verticalmente ma anche orizzontalmente) è stato solo un miraggio passeggero. Semplicemente, non funziona. Riprendo da un articolo pubblicato proprio oggi su Carmilla, a firma di Valerio Evangelisti:

Uno spettro si aggira per l’Europa e per il mondo: è un errore di calcolo. Non ha niente a che vedere con l’economia propriamente intesa, cioè con la ripartizione delle risorse tra gli appartenenti al genere umano, cercando di far sì che esistano beni per tutti. E’ una follia collettiva che va oltre le atrocità del capitalismo, cioè la versione moderna del rapporto tra padroni e schiavi. Siamo alla servitù delle cifre, si produca o no.

E torna sempre utile riprendere la storica frase di Keynes “In the long run we are all dead”. Morti. A parte la ovvia e naturale conclusione della vita, anche se nelle nostre società in un certo senso logicamente è rimossa, la morte piò essere intesa come termine, e penso proprio che si adatti alla strada verso cui stiamo andando: morte sociale. Ci dicono che è necessario, per mantenere un sistema comunque insostenibile, rendere insostenibili le nostre stesse vite, per andare in ogni caso verso il vuoto. La Fiat fa scuola, e quel che si sta accettando è un segnale, liberi tutti (i “padroni”). Che poi andranno ugualmente dove più gli aggrada, come hanno sempre fatto. Io non credo che sia meglio schiavo che morto di fame, ma per chi preferisce barattare la libertà per il pane, vorrei far notare che quello che si sta scegliendo è di diventare schiavi comunque morti di fame.

Poi bisogna allenare lo “sguardo obliquo” e inquadrare l’Italia nei più ampi contesti, europeo e mondiale ( Pensando alle rivolte del 2011: Tamburi a Genova (nell’anno del decennale) | Giap, la stanza dei bottoni di Wu Ming. Particolarmente interessante, come spesso accade, la discussione che si sviluppa e si amplia nei commenti).

Alla fine dell’articolo di Valerio Evangelisti ho letto un’affermazione che mi sembra scontata, soprattutto oggi, ma son sicura che troppi perbenisti a targhe alterne in giro si scandalizzerebbero:

Ma ricordiamoci anche di un vecchio motto: “Senza la forza la ragion non vale” (Andrea Costa, Avanti!, 1881). Non è un invito al terrorismo, bensì un’esortazione a tenere le piazze con la determinazione del dicembre scorso.

Il tono è smorzato nella conclusione, ma lo accetterei ben volentieri anche senza specificazioni. La violenza è necessaria, piaccia o meno. A me per prima non piace, ma se non ci fosse la violenza non avremmo bisogno di reclamare il diritto usarla oggi per difendere qualcosa che con essa abbiamo ottenuto ieri (diciamo la costituzione, per non abusare della parola democrazia). E’ un circolo vizioso, è la storia dei popoli. (Leggere la “pacifica difesa della violenza”, un volantino apparso durante le manifestazioni del 22 dicembre, non curiosamente a firma Luther Blissett)

Auspico la rivolta? Potrei anche dire di no, ma non sarei credibile. Io a 26 futuro non ne vedo, eppure le possibilità in teoria ce le ho. Molte altre persone stanno peggio di me, dopotutto, e credo nella forza della disperazione. Se sono disposta ad ammetterla per me…

OP (off post?): 10 buoni motivi per non dare assistenza informatica ad amici e parenti

In realtà non sono affatto un tecnico informatico, si adatta di più a , di tecnico. Però ho la (s)fortuna di capirci qualcosa e ciò è deleterio. Ho riso leggendo il post perché è terribilmente vero!

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