La mostruositrans

FiloA Filo voglio bene per tanti motivi, dopo aver letto La mostruositrans gliene voglio ancora di più se possibile, perché mi aiuta a capire quello che la mia condizione di privilegio – anche se donna, sempre cis, bianca – mi rende opaco e incomprensibile, e invece abbiamo bisogno anche noi di maggiore consapevolezza. Ho letto il pamphlet d’un fiato, grazie alla sua bellezza sia di forma che di contenuto. Ho adorato i numerosi riferimenti letterari che, a partire da Esiodo e fino ad It, mi hanno accompagnata, intervallati da esperienze quotidiane, lungo un percorso necessario, diventando alla fine un manifesto transfemminista che dovremmo sposare. La denuncia della norma, lo scoperchiamento del vaso di Pandora, è il punto di partenza:

chi si mette nella sua tradizione ha la piena coscienza di essere costruita e rifiuta qualsiasi pretesa di naturalità. Ha imparato, come scrive Monique Wittig in Non si nasce donna, che sono le contingenze storiche, sociali, politiche e i rapporti di potere a plasmare i nostri corpi, i nostri desideri, i nostri comportamenti. Chi sceglie la parte di Pandora va oltre: dichiara orgogliosamente di appartenere al regno delle creature mostre, quelle fuori norma, quelle in grado di suscitare spavento, sconcerto, ribrezzo, disgusto. Siamo qui a turbare l’armonia sociale, la pubblica quiete e la concordia fra gli uomini.

Il ribaltamento del concetto di mostruosità, dall’essere reietti al rivendicare la propria differenza e unicità, anche imperfezione, che si sa poi la perfezione non è di questo mondo, mi sembra un momento chiave del processo di liberazione personale e auspicabilmente collettivo dalle catene dell’eteronormatività. Il rifiuto di essere integrati all’interno della norma è un punto fondamentale. Questo perché la norma è “l’orrore di questa società. È feroce, assai più terribile di noi, più violenta, apparentemente più forte”.

Due concetti mi risultano indispensabili per leggere e tentare di capire almeno in parte il vissuto delle persone mostre. Il primo è il binarismo di genere, ascritto al patriarcato eteronormativo, per cui non ci posso essere alternative ed in ogni caso bisogna essere inquadrati in uno dei due generi “esistenti”: “eppure esistiamo. Solo che non siamo maschio, non siamo femmina e quindi la nostra esistenza scompare dai rilevamenti di ciò che è interamente umano”. Un secondo apparato è uno strumento diffuso che serve a catalogare le persone nel suddetto binarismo; mi riferisco alle griglie di controllo del reale entro le quali vengono scansionati i corpi per essere posti “di qua o di là”. Sembra forse una sciocchezza, ma anche chi affianca professionalmente le persone che intraprendono un percorso di transizione utilizza queste griglie, probabilmente in buona fede. Del resto “viviamo in questo mondo in cui tutto, fin dalla prima infanzia è genderizzato: il nome, la tutina, i bagni pubblici, persino il gelato”. Questa è una realtà comune che percepisco anche io con un po’ di disturbo (che in realtà da cis non impatta negativamente la mia vita). Giusto ieri cercavo dei lupetti rossi per il video che il piccolo farà a scuola al posto della recita in presenza (e la pandemia che ci porta via…) e mi è stato chiesto prontamente “maschio o femmina?” e io perplessa. Comunque non trovando la misura per “maschio” chiedo la differenza coi lupetti per “femmina”: c’era un fiocchetto ricamato in basso a sinistra, perché i bambini in età prescolare devono essere già ben distinti per genere. Peccato mancasse la misura anche di quelli, sennò avrei risolto. Sono cose che personalmente non ho mai capito, per esempio non uso il rosa per gusto personale ma non mi sono mai permessa di dire nulla a mio figlio quando colora e seleziona quel colore anche frequentemente (e invece ne sento di ogni da altre campane). Ultimo aneddoto, mi è stato passato per il piccolo come si usa tra parenti un pigiama intero tipo coniglio rosa accompagnato da imbarazzo e dicendo “in casa lo puoi mettere”, senza considerare che intanto col pigiama di certo non esce, ma anche quando, resta la mia perplessità su quale possa essere il problema in un bambino vestito come un coniglio rosa – dico a parte il mio poco apprezzamento per il colore in sé. Ma ho divagato, mentre volevo sottolineare altri punti chiave che reputo essenziali, e soprattutto la dimensione politica e sociale della questione: “siamo persone costruite, tanto quanto le persone cis, dai rapporti di potere“. E ancora “non cerchiamo soluzione tecnologiche al nostro disagio esistenziale, ma soluzioni politiche“.

Filo si occupa pure della legge sulla omotransfobia, che è in corso di approvazione da parte delle camere, con moltra pragmaticità: “questa legge sanzionerebbe anche l’imprenditore che ci scarta al colloquio di assunzione perché siamo trans? Sanzionerebbe la struttura ospedaliera che ci impedisce di proseguire nel nostro cammino di transizione? E la guardia che durante un controllo ci riserva un interrogatorio particolarmente approfondito per l’incongruenza tra aspetto e carta d’identità? E la preside che a gennaio, a Pisa, ha impedito che una persona trans raccontasse la sua esperienza in un’assemblea studentesca perché “mancava il contraddittorio”?” La risposta alla domanda sull’utilità e la portata di questa legge è decisamente tranchant: “Noi abbiamo necessità più impellenti”. E io non sono nella posizione di poter obiettare alcunché.

Il transfemminismo mi sembra un buon posizionamento proprio perché “costitutivamente antifascista: orizzontale, composito, meticcio, frammentario e persino conflittuale”. Ho qualche dubbio sull’intersezionalismo nella misura in cui concretamente scompone le lotte che vanno invece unite, ma da quello che ho capito dell’uso che ne fa Filo, non è il suo caso, e la lotta anticapitalista non viene subordinata ad altre lotte, errore che secondo me renderebbe vane queste ultime. Infine ho bisogno di aiuto per la questione lessicale. Non ho seguito il dibattito e per pigrizia e anche perché mi pare che il discorso sulle desinenze resti un po’ fine a se stesso, ho dismesso ogni tentativo di utilizzare forme diverse dal “neutro maschile”. Mi piacerebbe capire la posizione di Filo su questo e sull’uso dei pronomi in genere, perché ho paura di sbagliare dal basso della mia inadeguatezza. Anche per questo ogni intervento è benvenuto.

Excursus sulla democrazia

[La parte centrale di questo testo originariamente era stata pensata per una breve rubrica, nella quale alla fine non è stato pubblicato. Le riflessioni contenute mi sembrano utili per cui ho deciso che la seppur ridotta visibilità del blog potrebbe andare bene comunque.]

Sono convinta del potere insito nel linguaggio perché esso informa il nostro mondo e ne è condizionato, per cui le parole, soprattutto alcune parole, hanno un peso particolare ed è un peccato che vengano banalizzate e in genere usate senza cognizione. Una di queste parole, che a furia di tirare la coperta vogliono ormai significare tutto e niente è democrazia; il suo utilizzo indiscriminato salta subito agli occhi se si pensa che indistintamente si elogia la grande democrazia americana (e cioè statunitense: a proposito dell’importanza delle parole, non ho mai tollerato la reductio di un continente così complesso come quello americano ai soli Stati Uniti d’America), o si definisce unica democrazia del Medio Oriente Israele, uno stato praticamente confessionale e razzista, oppure ci si riferisce all’India come alla più grande democrazia, dimenticando ad esempio l’esistenza delle caste, ma senza andare lontani anche la nostra è considerata una democrazia, nonostante tutto ciò che dovremmo sapere sulla sua nascita e il suo mantenimento nel tempo. Ma cosa significava originariamente la parola democrazia? E come si è evoluto nel tempo il concetto? Ci viene in soccorso Zygmunt Bauman.

La democrazia, dall’antica Grecia ad oggi, passando per i giacobini

“Raramente incontriamo una affermazione relativa ai rapporti sociali che non sia ideologica, che non abbia dunque carattere di classe”. Così Bauman, in un testo della sua “fase marxista” dal titolo Lineamenti di una sociologia marxista pubblicato nel 1968 poco prima di essere estromesso dall’Università, si riferisce ai termini pregni di “concezione del mondo”, che rappresentano i rapporti di forza reali e anche se vengono sbandierati come neutri non lo sono. In un lungo paragrafo il sociologo polacco fa l’esempio della parola democrazia, della sua evoluzione e ambivalenza semantica, un excursus particolarmente interessante.
L’espressione democrazia infatti ha un’interpretazione tradizionale di origine greca ed un’altra resa mainstream dal pensiero borghese che l’ha adottata a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, piegandola alle proprie necessità. Cosa vuol dire in fondo democrazia? Il legislatore ateniese Cleone la definì “governo del popolo, attraverso il popolo, per il popolo”. Ovviamente anche in epoca classica il vero significato della parola dipendeva da come si allargava o restringeva il concetto di demos: ad esempio Pericle considerava democratico il governo ateniese perché retto da molti, anche se per molti si intendevano esclusivamente i liberi, per cui dava legittimità al sistema così com’era. Per Platone il dato fondamentale era chi detiene il potere, non come lo esercita, e simile era la concezione aristotelica: “quando il potere è nelle mani dei ricchi, anche se numerosi, è un potere oligarchico, quando è nelle mani dei poveri è democrazia”; che si difendesse o criticasse il concetto in sé, si riconosceva la questione di potere e non di governo, di contenuto e non di forma. Quando è nato il sistema parlamentare basato sui partiti non è stato affatto definito come democratico, poiché erano stati i giacobini ad appropriarsi della parola e Saint Just in suo nome chiedeva il pugno di ferro contro i suoi (della democrazia, appunto) nemici; afferma Bauman che “per i giacobini democrazia significava un illimitato, indiscriminato potere del popolo e la pienezza della sua sovranità era affidata all’azione spontanea delle masse”. Per alcuni decenni rimase forte questa impronta rivoluzionaria, di classe e popolare, fino a quando alcuni borghesi tra coloro che temevano la democrazia invocata dalle e per le masse scelsero di volgere a loro vantaggio il suo significato piuttosto che demonizzarlo. Tocqueville ad esempio stravolse il concetto definendolo come indipendenza dell’individuo nei confronti dello Stato e così annullandone totalmente il valore collettivo e di riscatto popolare. Lentamente dalla sostanza la questione si è spostata alla forma e il come è divenuto predominante al punto da additare i giacobini come dittatori, e quindi estrema negazione della democrazia. Ma in realtà questi due termini, democrazia e dittatura, non sono semplicemente opposti anzi, la dittatura del proletariato, sostiene Bauman, è la forma più piena di democrazia, e per Marx essa si conquista quando il proletariato diviene classe dominante.