Epidemie e controllo sociale

miconiIl libro di Andrea Miconi, prima citato en passant e poi recensito dai Wu Ming, è una lettura agile e importante in questo frangente. Scorrendo le pagine infatti si avverte infatti l’urgenza di scrivere in medias res anche se, come dice lo stesso autore, sarà necessario poi (ri)aprire il discorso in un secondo momento, o forse è ancora meglio lasciarlo aperto ed ampliarlo, ed è per questo motivo che cerco qui di trattare alcuni dei nodi principali del testo, che mi sembra importante far riverberare. Il testo è stato scritto prima dell’inizio della seconda ondata, pubblicato a giugno, ma è ancora pienamente attuale. L’autore stesso lo definisce un instant book ma in realtà non ha nulla da invidiare a saggi accademici di mole ben più corposa quanto a densità.

1. Emergenza e diritti

Innanzitutto è importante denunciare il rapporto mutualmente esclusivo tra emergenza e diritti che molti hanno dato per scontato, mentre “un’emergenza tragica, colma di angoscia e dolore, non giustifica la privazione dei diritti, e rende non meno ma più necessario riflettere sul futuro della società di cui siamo parte”. Sul tema Miconi dissente sia dall’uso del concetto di stato di eccezione agambeniano, perché  nel nostro caso, sostiene, il governo non sovrastima ma anzi sottovaluta i pericoli in corso, almeno in una prima fase, per poi tentare di rimediare in maniera draconiana stravolgendo la propria linea e passando da un eccesso a un altro, sia dalla posizione di Dal Lago che parla di privazione “di qualche libertà” piuttosto che “delle libertà” come se questo fosse più tollerabile. Intanto le privazioni che abbiamo subìto non erano certo poche o residuali, e poi, aggiunge, “è questo che fanno i regimi autoritari, privare i cittadini di alcuni diritti, ma mai di tutti”. Dal Lago dice anche che si tratta di una tendenza generale, che non riguarda solo l’Italia, ma secondo Miconi un confronto va fatto coi paesi europei a cui siamo più vicini per una serie di ragioni e certamente non solo per motivi geografici, e tale comparazione sarebbe comunque impietosa: “in gran parte dell’Unione Europea, la chiusura delle attività e dei locali pubblici non si è accompagnata alla misura degli arresti domiciliari e i cittadini hanno mantenuto – e ci mancherebbe altro – la libertà di uscire di casa senza doversi giustificare“. Inoltre, “i paesi che hanno imposto misure più rigide sono quelli che mostrano, contro-intuitivamente, i numeri peggiori e non quelli migliori”. Ciò non significa che non si dovesse fare nulla, ma che “non c’è nessuna relazione dimostrabile” tra la rigidità delle misur adottate e il numero delle vittime. Il modello italiano è stato a lungo sbandierato, per dimostrare in realtà presto di essere tutt’altro che di successo. Uno dei fiori all’occhiello di tale modello è stata di certo l’autocertificazione, di cui paventavo il

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ritorno nel post appena citato. Per fortuna ancora siamo esenti al momento da questo “rituale degradante”, un’assurdità giuridica e logica per cui la pubblica sicurezza poteva contestare arbitrariamente le motivazioni che i cittadini dichiaravano per uscire di casa (!): “se è la pubblica sicurezza a decidere le regole – anziché verificarne la violazione – significa che una soglia pericolosissima è stata varcata. Significa che lo Stato di Diritto, per qualche tempo, è diventato Stato di Polizia”.

2. #iorestoacasa

Lo slogan #iorestoacasa ha iniziato a circolare prima delle chiusure reali, a smentire la retorica degli italiani indisciplinati. Infatti anche i dati di geolocalizzazione confermano un notevole rispetto delle restrizioni imposte: “i dati forniti da Apple e Google (…) hanno misurato in Italia una riduzione degli spostamenti simile, e in certi casi maggiore, rispetto agli altri paesi europei in lockdown“. Il punto comunque non è neanche se fosse necessario o meno restare a casa, quanto la retorica su quanto fosse bello farlo, mentre “restare chiusi in casa per mesi non è né bello né brutto, è orribile“.

È un’agonia continua, per le categorie più esposte, e in termini variabili per tutti gli altri. (…) in un diluvio di pareri di scienziati (…) né il Governo né i media  [hanno] mai consultato chi poteva dire qualcosa, in termini scientifici, sul costo umano della reclusione.

E qui entra un altro tema importante, ovvero il rapporto tra lo Stato ed i cittadini, che in Italia non è dei migliori, visto l’atteggiamento paternalista che purtroppo permea la gran parte delle azioni di governo a tutti i livelli: “Questo è mancato, tra le tante cose, uno Stato capace di trattare i cittadini da adulti“. Sull’essere considerati bambini Miconi aggiunge: “questa è la ferita peggiore che ci porteremo dietro, anche perché – per quel miracolo sociologico che si chiama self-fulfilling prophecy, l’auto-adempimento delle profezie, se i cittadini sono trattati come bambini, alcuni di loro finiranno per comportarsi come tali”. Ed è importante sottolineare che

non si tratta di un problema personale (…) ma di un tema sociale e politico a tutto tondo: l’atteggiamento di uno Stato che tratta i cittadini come bambini – che non sanno limitarsi e a cui è inutile spiegare le cose, perché non capirebbero – se non da potenziali criminali, in base ad una inammissibile presunzione di colpevolezza per cui si assume che le persone, se lasciate libere, farebbero qualcosa di male.

Col decreto del 26 aprile è iniziata invece la surreale discussione sui “congiunti“, a conferma di una visione patriarcale “che sta riportando l’economia morale del paese indietro di decenni”. L’autore nota tra l’altro che la maggior parte di chi è rientrato a lavoro sono uomini, e questo dato è confermato anche dalle statistiche sull’occupazione femminile che dopo il lockdown hanno generato dati se possibile più drammatici rispetto ad una situazione già desolante in partenza.

Miconi suggerisce inoltre che i germi del rabbioso c’è troppa gente in giro fossero inclusi già nello slogan #iorestoacasa. Ed è un tema terribilmente attuale, viste le infinite polemiche sulle persone che affollano le vie dello shopping dopo essere state spinte al consumo da bonus e altre trovate come il cashback, con la solita torsione già vista in primavera per cui si sviano sui cittadini le colpe di una classe dirigente che si dimostra ancora una volta inadeguata e colpevole.

3. Populismo rovesciato e media

Dopo aver discusso questi aspetti, l’autore ci rivolge una domanda tutt’altro che scontata a cui cerca di rispondere in maniera analitica. La premessa è che viviamo in un paese di pochissimi lettori in cui è diventato un bestseller un libro che mette alla gogna la classe politica e in cui la disaffezione verso il ceto dirigente è crescente ormai da diversi decenni. E allora,

Come si spiega che proprio il Paese dell’odio conclamato verso la Casta abbia finito per reggere il gioco alla classe dirigente, liberandola di ogni responsabilità, e scatendando la caccia selvaggia all’indisciplinato del piano di sopra?

Miconi schematizza in quattro punti le caratteristiche che accomunano la retorica classica del populismo alla volontà di colpevolizzazione dell’altro:

  • attenzione all’emotività:
  • messa dei propri pensieri al servizio delll’uomo al comando;
  • necessità di dividere il mondo in due fazioni contrapposte;
  • difficoltà ad accettare le differenze, concepire il popolo come unità.

Questi fattori quindi permettono ad una certa mentalità populista di riversarsi contro il basso, cosa che in effetti è comune a tutti i populismi per i quali i nemici in alto sono sempre astratti, mentre i subalterni sono tremendamente reali come nemici e quindi individuabili e attaccabili.

Essendo sociologo dei media, l’autore si concentra inoltre sul ruolo e sulle colpe di questi ultimi, che spesso hanno fatto da megafono e hanno spettacolarizzato la presunta indisciplina degli italiani, riprendendo inseguimenti con gli elicotteri, con la quanto meno censurabile complicità delle forze dell’ordine, o rammaricandosi in diretta di non trovare assembramenti da documentare, come in un’ormai celebre esternazione di un’inviata che non credo di dover definire gaffe, quanto invece una cristallina dichiarazione d’intenti del giornalismo nostrano: “lo scopo dei media è stato quello di dimostrare l’inciviltà dei cittadini”. Stesso obiettivo raggiunto dalle fotografie di strade apparentemente affollate a causa di inquadratura studiate ad arte per schiacciare la prospettiva e non rendere la distanza reale tra le persone. E se non fosse evidente, questa non è storia passata ma la viviamo tutti i giorni nuovamente ora che a ridosso delle festività, essendo state insufficienti le misure prese dal governo, si prevede una nuova stretta e ancora una volta i media faranno il loro lavoro di colpevolizzare i cittadini per giustificare le nuove disposizioni, senza minimamente mettere in discussione i manovratori.

4. L’App Immuni

Alcuni dei temi analizzati preventivamente dallo scrittore possono essere sottoposti col senno di poi a verifica: è questo il caso dell’App Immuni, sulla quale si ribadiscono una serie di problematiche, a partire dalla considerazione che il tracciamento da solo, senza adeguati servizi territoriali di screening, sarebbe comunque stato insufficiente, per non dire poi che se l’App non è in possesso di una massa critica individuata nel 60% della popolazione, non serve a nulla. Ad ogni modo il tracciamento resterà come precedente e ancora più grave è un’altra funzione di Immuni, cioè quella di creare una cartella clinica elettronica, ovvero una banca-dati delicatissima per la qualità e la quantità di dati sensibili che raccoglie, che ovviamente non ha alcuna rilevanza rispetto al contenimento della pandemia, e ci sarebbe da fare diverse domande in proposito. Ma in conclusione oggi, a dicembre, a che punto siamo? Un articolo di Fanpage del 12 dicembre ci informa che siamo arrivati a 10 milioni di download, una soglia simbolica quanto inutile, visto che mancano all’appello ancora 26 milioni di persone per raggiungere la massa critica indispensabile a rendere efficace l’App e infatti per queste ed altre ragioni, tra cui la mancanza di un’adeguata rete territoriale, il tracciamento è saltato da un pezzo.

5. Qualche considerazione finale

Il testo di Miconi è come ho detto breve ma davvero ricco di elementi importanti e attuali perché analizza alcune questioni strutturali di cui bisogna tenere conto se si vuole comprendere e anche resistere alla presente temperie. Forse la luna di miele tra governo e opinione pubblica è finita e qualche sintomo si avverte captando casualmente le conversazioni, come ieri sul treno quando ho registrato queste testuali parole in polemica coi rumors sulle nuove chiusure per le festività: “non puoi dire alle persone ‘stai in casa perché io sono un coglione’!” Nella narrazione mainstream intanto c’è un enorme rimosso che riguarda il diverso trattamento riservato alle aziende rispetto ai cittadini: “i primi chiusi in casa e trattati da criminali; i secondi, beneficiari di tutte le deroghe del mondo, inclusa l’apertura di 155.000 fabbriche lombarde – centocinquantacinquemila – durante il picco epidemico”. Del resto i primi lavoratori mandati al macello, allo sbaraglio senza protezione adeguata sono stati gli operatori sanitari, mentre venivano vacuamente acclamati come eroi:

Mentre la classe dirigente ne combinava di tutti i colori, il Paese è stato tenuto in vita dalla sua base di lavoratori malpagati e dimenticati. Infermiere, medici precari, specializzandi, rider, commessi, trasportatori, autisti, personale di pulizia mandato nei reparti Covid per sette euro l’ora: se davvero l’emergenza ci ha insegnato qualcosa, lo capiremo, molto rapidamente, dal modo in cui verranno trattate queste categorie, incluso chi si è impoverito o ha perso il lavoro.

In chiusura vorrei sottolineare che Miconi per due volte ribadisce un dato tanto vero quanto rimosso sul rapporto – alquanto debole, di sicuro non necessario – tra capitalismo e libertà:

Non c’è dubbio che l’emergenza abbia anche portato alla luce problemi strutturali del nostro modello di sviluppo, e mostrato la faccia feroce della società in cui viviamo (…) perché il capitalismo, a dispetto di alcune interpretazioni letterarie, può prosperare facendo a meno delle libertà individuali.

Nelle conclusioni torna proprio su questo punto mentre fa notare che se non fosse per la necessità (del sistema) del consumo nessuno si sarebbe preoccupato di tirarci fuori di casa:

Assistiamo così ad un perverso incontro tra due logiche di dominio, quella economica del profitto e quella muscolare dello stato. Una sorta di duplice sovranità (…) un assemblaggio tra due strutture, per usare un termine di Saskia Sassen, che forse sono meno nemiche di quanto si creda. Specie se ammettiamo che il capitalismo, con buona pace della retorica egemone, non ha affatto bisogno delle libertà individuali per evolvere e prosperare.

Cosa ci dice il nuovo rapporto Censis (che già sapevamo?)

Da qualche tempo leggo con attenzione i dati e le conclusioni del rapporto Censis che esce con cadenza annuale e che ha il merito di fotografare con una certa precisione la situazione socioeconomico italiana, ma non solo, perché pone molta attenzione anche alle tendenze “emotive” e alle percezioni della popolazione. In alcuni passaggi mi sembra possa essere illuminante e per questo ad esempio due anni fa mi soffermai sul concetto di sovranismo psichico così definito :

è una reazione pre-politica che ha profonde radici sociali, che hanno finito per alimentare una sorta di sovranismo psichico, prima ancora che politico. Un sovranismo psichico che talvolta assume i profili paranoici della caccia al capro espiatorio, quando la cattiveria diventa la leva cinica di un presunto riscatto e si dispiega in una conflittualità latente, individualizzata, pulviscolare e disperata, ma non più espressa nelle manifestazioni, negli scioperi, negli scontri di piazza tipici del conflitto sociale tradizionale. Il processo strutturale chiave dell’attuale situazione è l’assenza di prospettive di crescita, individuale e collettiva.

Le mie osservazioni in merito riguardavano appunto le cause strutturali, riportando diversi dati e concludendo: “a fronte di questi dati si può affermare che il problema è tutt’altro che psicologico. La questione è strettamente materiale, socioeconomica e di non facile risoluzione, soprattutto se l’attenzione è sviata sempre più verso capri espiatori impedendo di fatto qualsiasi riflessione e analisi che possano produrre significativi cambiamenti di rotta”. L’anno scorso, per il 53° rapporto la parola chiave era incertezza : “ora il focus è sull’individualismo delle soluzioni agite in un contesto dove continua a pesare l’assenza di futuro”. E continua “che non si tratti di percezioni campate in aria ma seriamente dipendenti dalle condizioni materiali è chiaro ad esempio osservando il “bluff dell’occupazione che non produce reddito e crescita”. Tutto questo prima che la pandemia si palesasse dimostrandosi, come dovrebbe essere ormai evidente, un formidabile acceleratore di processi già in atto quali l’individualismo, l’assenza di prospettive per il futuro, l’impoverimento o nel migliore dei casi lo stallo, ovvero l’impossibilità di migliorare la propria condizione (il 50,3% dei giovani vive una condizione socioeconomica peggiore rispetto ai genitori alla stessa età). Com’era prevedibile il 54° rapporto Censis fa una fotografia impietosa del sistema Italia, i titoli dei comunicati stampa come di consueto rimbalzano per 24 ore o poco più sulle maggiori testate e poi tutto tace, frutto della solita bulimia informativa che tutto divora e butta via. Invece io continuo a ritenere che quei dati e quelle analisi siano importanti, anche al netto della ricerca del sensazionalismo e della definizione ad effetto che un po’ si avverte nella loro presentazione, e per questo motivo cerco di dargli un’occhiata anche quest’anno. Online uno dei pochi spunti interessanti l’ho trovato su minima&moralia dove ci si concentra sulla terribile e temibile “voglia di pena di morte” nel paese di Beccaria, con un breve excursus storico degno di nota, e la meritoria attenzione per la progressione pluriennale delle analisi effettuate dal Censis. Senza alcun legame diretto col rapporto c’è invece il testo di due antropologhe comparso su Giap e che ho già avuto occasione di citare (ma in questo caso repetita iuvant) che mi sembra imprescindibile per comprendere l’Italia ai tempi del virus, e come al solito la discussione in calce al post è altrettanto densa e importante.

Per tornare al rapporto, cosa ci dice quest’anno? Diverse cose e alcune che già sapevamo: “il nostro modello individualista è stato il migliore alleato del virus, unitamente ai problemi sociali di antica data (…) uno degli effetti dell’epidemia è di aver coperto sotto la coltre della paura e dietro le reazioni suscitate dallo stato d’allarme le nostre annose vulnerabilità e i nostri difetti strutturali (…)” L’Italia si presenta “spaventata, dolente, indecisa tra risentimento e speranza”. Se il 68,6% degli italiani nel 2019 si dichiarava in ansia, un dato già notevole, oggi il 73,4% indica nella paura dell’ignoto e nell’ansia conseguente il sentimento prevalente. Epidemia come acceleratore di processi quindi, mentre il rapporto spara alto con lo slogan “meglio sudditi che morti” che accomunerebbe gli italiani. Apocalittico forse, di certo si cerca appunto la definizione ad effetto, ma alcuni dati sono veramente preoccupanti, oltre il dato che risalta subito all’occhio sulla pena di morte: più di un italiano su tre, il 38,5% è pronto a rinunciare ai propri diritti civili per un maggiore benessere economico (come se poi ci fosse una relazione inversa tra i due ambiti), accettando limiti al diritto di sciopero, alla libertà di opinione e di iscriversi a sindacati e associazioni. Più della metà chiede il carcere per i contagiati che non rispettano rigorosamente le regole della quarantena, e per un giovane su due, il 49,3% per l’esattezza, è giusto che gli anziani vengano assistiti solo dopo di loro. Una conclusione su cui mi trovo pienamente d’accordo: “oltre al ciclopi o debito pubblico, le scorie dell’epidemia saranno molte. Tra antichi risentimenti e nuove inquietudini e malcontenti, persino una misura indicibile per la società italiana come la pena di morte torna nella sfera del praticabile”, “a sorpresa” dice il rapporto, il 43,7% degli italiani è a favore, il 44,7% tra i giovani. Però forse ci rendiamo conto almeno in parte della china che abbiamo preso, anche se rassegnati: il 44,8% si dice convinto che usciremo peggiori dalla pandemia, solo il 20,5% pensa che ci renderà migliori. Il rapporto evidenzia inoltre il diffuso senso di distacco tra “garantiti” e “non garantiti” (in occasione dello sciopero del settore pubblico del 9 dicembre se ne sono lette di cose…) mentre non sembra chiaro a nessuno che la spirale al ribasso non servirà, e la battaglia non dovrebbe essere per togliere a chi ha (diritti – non patrimoni, per dire) ma aggiungere a chi non ha. Come stride infatti con queste polemiche la levata di scudi contro la modesta proposta di una ridotta patrimoniale per i redditi superiori a 500.000€! Il Censis si sofferma anche sulla cosiddetta bonus economy, e qualcuno doveva pur dirlo, non c’è visione e la soluzione non sta certo da questa parte. Intanto chi può mette da parte invece di spendere, e dovrebbe essere prevedibile. Tanti dati sono sconfortanti, da quelli sulla perdita dei posti di lavoro, sia tra i dipendenti che tra indipendenti e indipendenti a tempo determinato, per non parlare degli irregolari, completamente invisibili ai radar, fino a quelli sulla mancata inclusività delle scuole; in tutti i casi a pagare il prezzo più caro sono i più deboli, sul lavoro donne e giovani, nella scuola chi ha bisogni speciali ma anche le prime generazioni di non italiani. A fine 2019 sono in povertà assoluta 4,5 milioni di persone, il 7,7% della popolazione, un dato raddoppiato nell’ultimo decennio, in un paese in cui la produttività del lavoro nello stesso periodo è “aumentata” dello 0,1%. Sono già pronti a dirci che è tutta colpa della pandemia, che però ci riprenderemo, e anche il rapporto  Censis riprende un certo wishful thinking oltre alla solita retorica sull’Italia che dimostra il suo valore nei momenti più bui (davvero?) ma se non riconosciamo le radici profonde, le ragioni strutturali, della crisi, che è di lungo corso e sistemica, non andremo da nessuna parte.