Dark (serie TV)

dark

Non esiste la verità, esistono solo le storie. (1×09)

Scrivere di Dark è complicato. Thriller, drammatico, fantascientifico, diverse etichette che non riescono a rendere merito dell’ottimo risultato. Perché la trama è complessa, perché i campi di riflessione sono molteplici, e perché anche avendolo terminato resta una sensazione di incompiutezza, non nella trama in sé ma nella nostra comprensione. Non è un caso se sono fioriti meme sulla sua complessità, è diventata luogo comune ed è facile sentirsi dire “è complicato come la terza stagione di Dark”. True story. In ogni caso la serie vale, è ben scritta e ben girata, per cui ci provo, dopo aver letto un po’ in giro per capire se lo smarrimento è solo mio, sarò io rincoglionita? Pare di no, e questo è consolatorio. Dato l’intreccio, per seguire la storia è necessario essere concentrati e sempre attenti. A guardarla la sera, stanchi della giornata appena trascorsa, non si riesce a prestargli la dovuta attenzione e la sensazione di confusione aumenta esponenzialmente. L’idea di riguardarla dal principio per cercare di rimettere tutti i tasselli a posto c’è, anche se mi sento di dire che non credo sia la serie ad essere poco chiara; più probabilmente sono io a non essere stata nella migliore condizione, in queste settimane, per seguirla con la dovuta accortezza. Di certo non è una serie passatempo, di svago.

dark 2

The question is not where. But when.

Come ormai sarà noto, quello che caratterizza la storia sono i viaggi nel tempo. Ambientato in un paese tedesco, Winden, in cui si trova una centrale nucleare, Dark racconta le vite di alcune famiglie, tra segreti e misteri, scomparse di bambini e strani fenomeni. Tema fondamentale in filigrana è il libero arbitrio: siamo destinati a compiere determinate scelte, per di più all’infinito, oppure abbiamo la possibilità di ribellarci?

Il tempo è un ingranaggio infinito. 1×10

Dal 2019 si passa nel 1986, nel 1953, poi a ritroso fino a inizio secolo e anche nel futuro. Una difficoltà è quella di collocare i personaggi nelle loro diverse fasi della vita, quando riappaiono in altre linee temporali. Il tempo è quindi al  centro della narrazione e viene variamente definito.

Il tempo è un’illusione. 2×02

Di frasi da trascrivere ce n’è, infatti mi sono ritrovata più volte a prendere il taccuino per appuntarmi alcune sentenze che definirei iconiche:

L’intero universo non è altro che un nodo gigantesco dal quale non esiste via di fuga. 2×05

Il senso di ineluttabilità incombe sulle vite dei personaggi che sembrano annaspare senza riuscire ad impedire che la storia si ripeta, e con essa le sue tragedie. Essendo materialista diffido in maniera categorica delle impostazioni deterministiche, e temevo che l’idea forte della necessità, spesso ribadita da chi pare muova le fila delle vicende finisse per prevaricare alla fine della storia. Da frasi come quella citata all’inizio di questo post emerge però un altra forza che resiste alla necessità. Tutto sommato mi sembra una buona notizia.

Quello che sappiamo è una goccia, quello che non sappiamo è un oceano. 3×08

La terza stagione porta una novità, oltre i due mondi che avevamo conosciuto, in maniera tale da complicare ulteriormente non solo il tempo ma anche lo spazio. Questa soluzione narrativa, lungi dall’essere scontata o semplicistica, immette nuova energia verso la conclusione delle vicende. Si potrebbe scrivere ancora delle numerose suggestioni anche filosofiche che la serie suscita, però sarebbe opportuno confrontarsi con chi l’ha vista ed evitare di spoilerare quella è che una storia da seguire fino alla fine.

La morte è una cosa incomprensibile, tuttavia ci si può rinconciliare con essa. 3×08

 

 

The End of the F***ing World

theendofthefBasata su una graphic novel, The End of the F***ing World ne riprende la freschezza dei tempi, con un formato tipico delle sit-com e insolito per un drama dai toni piuttosto cupi: otto episodi di venti minuti per stagione; ed è un gran pregio, visto che la serie scorre senza inutili lungaggini e ottiene effettivamente il necessario e l’essenziale. Per riprendere la recensione del Guardian, che condivido, “In much the same way as a brilliantly made 90-minute film makes you wonder why any director needs three and a half hours for a single movie, these 20-minute instalments are hymns to brevity”. Il successo confermato anche per la seconda stagione potrebbe spingere a proseguire, ma a credere all’autrice questo sarebbe sbagliato; parlando dello show dice “I like where we’ve left it”. La storia è quella propria di un drama, col protagonista che si crede psicopatico e pensa di non provare niente, si immerge la mano nella friggitrice e quindi si ustiona, per vedere l’effetto che fa e uccide animali di tutti i tipi, finché non si convince che dovrebbe uccidere “qualcosa” di più grosso per verificare se effettivamente non prova nulla. Qui inizia propriamente la serie, quando Alyssa, apparentemente annoiata da tutto, si avvicina a James e lui pensa di aver trovato la possibile risposta alla sua domanda. Da lì in poi tutto scorre e si resta avvinghiati alla storia fino alla fine della prima stagione, che coincide con la fine della graphic novel originaria, e poteva benissimo essere lì la fine del mondo. Invece no, arriva la seconda stagione, superba come la prima, partendo da un nuovo personaggio possibilmente più problematico dei due protagonisti: Bonnie. Ma ritorna una tematica di fondo: le relazioni, soprattutto le relazioni disfunzionali, in cui spiccano quelle tra genitori e figli: Alyssa e la madre, ma anche il padre non è da meno; James e la madre nella sua infanzia, che evidentemente ha scatenato la sua convinzione di essere psicopatico, e poi il padre; Bonnie e la madre, un nuovo orrore. La bellezza di raccontare storie tanto tristi sta nell’alternanza tra diversi registri, e si riesce a ridere pure dopo omicidi e drammi personali non meno gravi. Come scrive il Guardian: “It is gruesome and violent and scatalogical, but then it is funny and pointed and wry, and then it defers to a tender look, or an affectionate touch, and shows its heart. Lesser shows would give you whiplash, but the tone here is uniquely its own, and just perfectly, recognisably, The End of the F***ing World”.

Ps. Se non fosse che i due protagonisti sono troppo perfettamente fatti uno per l’altro, e parteggiare è troppo difficile, oserei dire di essere #teamJames.

La casa de papel

PREMESSA

Soprattutto ultimamente scrivo dei libri che leggo, per fermare su carta, e poi in versione digitale quel che mi viene in mente, condividere qualche spunto e chiarire prima di tutto con me stessa cosa ne penso. Non l’ho mai fatto per le serie TV anche se ne ho viste molte negli anni, e di recente ad un discreto ritmo, complici la tecnologia e la comune passione del consorte. Eppure scriverne sarebbe un buon esercizio per fermare impressioni, emozioni ed in generale idee che dalla loro visione arrivano non meno che dai libri. Comincio allora con La casa di carta, di cui ho appena terminato la terza stagione.

ALERT: Cercherò di fare considerazioni generali perché mi interessano di più la cornice e le tematiche trattate rispetto ai singoli momenti che caratterizzano gli episodi, quindi spero di non spoilerare nulla. Nondimeno mi soffermo forse in particolare sulla terza stagione, quindi chi non l’ha ancora vista è avvisato.

De La casa di carta mi colpiscono alcune cose, altre mi piacciono meno, ma facendo una valutazione generale la trovo molto buona. Ciò che proprio non mi entusiasma sono alcuni aspetti delle relazioni interpersonali tra i personaggi che a volte rievocano i cliché delle soap opera. Nonostante ciò alcune tematiche si affacciano ed è bene che se ne parli perché sarebbero quanto meno URGENTI. Mi riferisco al patriarcato ad esempio, un argomento che nella nostra società è sottaciuto o considerato insignificante, secondario. Quando nella seconda stagione Nairobi inaugura il matriarcato è un momento di puro orgoglio, anche se lo so, è fiction, e per di più dura una sola puntata.

Matriarcato

Il tema sottotraccia resta in tutta la serie e nella terza è nel rapporto tra Denver e Stoccolma che emerge a sprazzi. Detto per inciso, Nairobi sa sempre il fatto suo. Solo un appunto sul tema omosessualità: mi sembra narrata con la giusta naturalezza, è un fatto e come tale rientra nella “norma”. 10+.

All’interno delle prime due parti il tema della carta, cioè delle banconote, è centrale. “È solo carta”, dice il Professore a Raquel e condensa in poche battute una grossa verità che non dovremmo mai dimenticare. È soprattutto nella terza stagione però che viene sviluppato il tema fondamentale della natura dello Stato. Noi italiani dovremmo saperlo bene, specialmente nelle giornate di luglio (di un caldo torrido, di Africa nera…) che non ci sono poteri buoni, eppure è tutto un cianciare di “sempre dalla parte della polizia”, per dirne una. Il tema scottante della tortura non è affatto mainstream nonostante casi come quello di Cucchi, purtroppo avvenuti, siano riusciti a “bucare lo schermo“. Che una serie popolare possa instillare qualche dubbio nelle menti dei più mi sembra per lo meno meritorio, al di là dei giudizi personali soggettivi sulla qualità della stessa.

Credits: questo post non sarebbe stato possibile senza le belle chiacchierate con SantaLù. T’aspetto in zona 🙂