De Bende van Jan de Lichte – Thieves of the Wood

In questi giorni su Netflix abbiamo guardato la serie storica belga De Bende van Jan de Lichte, tratta dal romanzo del 1957 De bende van Jan de Lichte di Louis Paul Boon. La storia è ambientata durante la guerra di successione austriaca, tra il 1740 e il 1748, ad Aalst, una cittadina fiamminga dell’attuale Belgio. Il protagonista Jan de Lichte e la sua “banda” sono esuli, cacciati dalla città perché criminali, o più realisticamente criminali perché cacciati dalla città, colpevoli di furti, rapine e omicidi. Jan all’inizio della serie torna dalla guerra e sembra celare un terribile segreto quando rivela al padre di un amico combattente della sua morte in battaglia. In realtà sembra tormentato dal fatto di essere lui il responsabile dell’uccisione dell’amico, una questione che verrà spiegata solo verso il termine degli episodi. In città è arrivato un nuovo sovrintendente deciso a far rispettare la legge anche a chi abita nella foresta, spinto prima controvoglia dal borgomastro, che poi lo ritiene utile ai suoi scopi, e dal rappresentante della Chiesa. Le autorità cittadine e quindi la nobiltà sono interessate ad arricchirsi costruendo strade per le quali pagano una miseria gli esiliati e ignorano che la realtà della guerra contribuisce ad accentuare una povertà già dilagante. Poveri e malati tendono ad aggredirsi principalmente tra loro per sopravvivere finché la banda guidata da Jan non intravede nell’attaccare i ricchi cittadini la soluzione ai loro problemi. C’è del conflitto di classe evidente nella trama ed un’accurata resa della miseria in cui versava la maggiorparte della popolazione mentre la classe aristocratica e la borghesia nascente si rafforzavano l’un l’altra. Semplificando si potrebbe dire che Jan de Lichte è un Robin Hood fiammingo, ma forse la sua idea di conflitto è più complessa e ciò emerge quando unisce gli esuli contro le autorità della città per ottenere condizioni migliori per lavorare all’importante “grande opera” che è la strada che stanno costruendo. Quando l’esercito francese si ritira in seguito alla pace firmata, in una ricostruzione plastica del capitalismo vorace non molto diversa da quello attuale il governo della città decide di inaugurare una nuova grande opera: un canale per potenziare i commerci e permettere alla piccola cittadina di competere con le più grandi vicine. Come dice Daniel Hart in una breve ma bella recensione che mi ha anche aiutato a riflettere: “The Netflix series manages to truly capture the time, with escalating violence and a terrible sense of reality for those at the bitter end of abusive power. It’s worth adding to your list.”

Proseguire nel racconto rovinerebbe il piacere di una trama complessa e che riesce più volte a sorprendere, anche se il finale non è difficile da immaginare posto che non ricordiamo una rivoluzione belga nel Settecento, purtroppo. Per questo mi sento di chiudere con le parole con cui Eloise, una dei protagonisti, ci congeda nell’ultima puntata:

ciò che più conta in questo mondo non è la morte per quanto crudele possa essere ma la vita che la precede, la fede di Jan in una vita migliore ha illuminato per un istante il nostro mondo buio come fanno di notte le stelle del firmamento, sprazzi di speranza e amore che dobbiamo custodire con affetto e tramandare per dare un senso al futuro.

Non siamo poveri?

Lo stato sociale non sta bene, si dice sia stata l’austerità, o anche quelle regole imposte dalla miope versione europea del neoliberismo che invece di avvicinare le economie nazionali le hanno addirittura allontanate. Il nostro rapporto debito/PIL al 2016 è al 131,6% alla faccia dei sacrifici. La disoccupazione è in media quasi il doppio del livello pre-crisi (taceforbice rischio povertàndo le differenze tra le diverse macro-aree, così determinanti) mentre la pressione fiscale non ha corrispettivo nei servizi che riceviamo. Infatti il costo della spesa sociale sul PIL è solo all’11,9% e allo stesso tempo i dati su rischio povertà ed esclusione sociale sono allarmanti. Il 30% della popolazione, si trova in una delle condizioni previste dall’indicatore di rischio povertà ed esclusione, in termini assoluti un aumento in dieci anni da 15 a 18 milioni di persone. E parliamo a livello nazionale, perché al Sud, ed in particolare in Sicilia, Campania e Calabria riguarda una persona su due, come si può vedere nella tabella sottostante:

tabella rischio povertà regioniI dati e le immagini riportati derivano da uno studio della CGIA di Mestre pubblicato da pochi giorni, e passato come è ovvio sotto silenzio  nel dibattito convulso di questi giorni sulle cariche da eleggere e sui governi da far nascere. Eppure si tratterebbe di argomenti essenziali dal punto di vista politico perché parte tutto da lì, dalla condizione materiale delle persone, che elaborano risposte, anche le più svariate e contraddittorie di fronte ad un impoverimento generalizzato e che sembra sia invisibile o inesistente nella vulgata pubblica. E poi non ci si può stupire se elettoralmente le cose hanno preso la piega che tutti sappiamo. Forse non è chiaro però cosa vuol dire essere a rischio povertà o esclusione sociale, perché noi siamo convinti di stare bene ed essere privilegiati, e in fondo ancora lo siamo, ma leggete qui sotto come si ricava questo indicatore e pensate a tutto ciò che è intorno a voi, i vostri vicini, i parenti, gli amici, e ancora, rifletteteci su.

indicatore rischio povertà