The drop – Chi è senza colpa

Dennis Lehane è una garanzia. Quando avrò guardato anche Gone baby gone e letto L’isola della paura (mea culpa, del primo ho letto solo il libro, del secondo ho visto solo il film), dovrò aspettare nuove uscite e lo farò in trepidante attesa.

the drop

Ho colmato le ultime (quasi!) lacune leggendo Chi è senza colpa (The Drop) e guardando il film, che al contrario del solito è precedente al libro:  infatti la pellicola è basata sul racconto breve Animal rescue e il romanzo invece segue la sceneggiatura scritta dallo stesso Lehane per l’adattamento cinematografico del primo. Il romanzo stesso non è molto lungo e si legge d’un fiato come in genere capita coi suoi libri. L’atmosfera noir è perfetta e l’ambientazione ci introduce subito nel mondo sotterraneo in cui malaffare e criminalità organizzata regnano. Protagonista è il poliedrico Tom Hardy (Bob), che personalmente amo dalla sua interpretazione di Alfie Solomon in Peaky Blinders (un giorno dovrò trovare le parole per questa serie) accompagnato da un ottimo James Gandolfini nella sua ultima, purtroppo, apparizione sulla scena. Quest’ultimo è Marv, non più proprietario del bar in cui col cugino Bob lavora, scalzato dalla mafia cecena da cui suo malgrado ormai dipende. Il bar in sé è uno dei tanti “parcheggi” (“drop”) dei soldi sporchi, designati di volta in volta dai capi per non essere scoperti. Una rapina che non si doveva fare al Cousin Marv’s dà innesco alla vicenda, insieme al ritrovamento di un cucciolo maltrattato di pitbull  da parte di Bob; Bob che è taciturno, va sempre in chiesa ma non prende mai la comunione e apparentemente ha un carattere mite e accomodante, rasentando un’educazione di altri tempi.

“Una volta” disse “quando doveva telefonare in pubblico, la gente entrava in uan cabina e si chiudeva dietro la porta. O parlava sottovoce. Adesso, invece? La gente parla, che ne so, dei suoi movimenti di pancia in diretta, mentre li sta avendo in un bagno pubblico. Non capisco”. (…) “Nessuno” disse Bob “ha più rispetto per la riservatezza. Ognuno vuole raccontarti ogni singola cazzata che gli succede. Scusami, mi dispiace. Non avrei dovuto dire quella parola davanti a una signora”.

Il titolo italiano allude all’assenza di innocenza di praticamente tutti i personaggi – eccetto il cane che in qualche modo rappresenta l’espiazione di Bob – e la storia ci conduce inesorabile verso questa rassegnata conclusione. L’esplorazione dell’animo umano fin dentro le sue oscurità è compiuta come al solito magistralmente. Nel film non c’è traccia di ostentazione e scene forzate, ma una angosciante banalità del male e silenzi che valgono più di mille scene d’azione e cruente. Leggere il libro e guardare il film sono un ottimo investimento di tempo. Ancora una volta Lehane è maestro del genere, nella doppia veste questa volta di sceneggiatore e scrittore.

Dark (serie TV)

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Non esiste la verità, esistono solo le storie. (1×09)

Scrivere di Dark è complicato. Thriller, drammatico, fantascientifico, diverse etichette che non riescono a rendere merito dell’ottimo risultato. Perché la trama è complessa, perché i campi di riflessione sono molteplici, e perché anche avendolo terminato resta una sensazione di incompiutezza, non nella trama in sé ma nella nostra comprensione. Non è un caso se sono fioriti meme sulla sua complessità, è diventata luogo comune ed è facile sentirsi dire “è complicato come la terza stagione di Dark”. True story. In ogni caso la serie vale, è ben scritta e ben girata, per cui ci provo, dopo aver letto un po’ in giro per capire se lo smarrimento è solo mio, sarò io rincoglionita? Pare di no, e questo è consolatorio. Dato l’intreccio, per seguire la storia è necessario essere concentrati e sempre attenti. A guardarla la sera, stanchi della giornata appena trascorsa, non si riesce a prestargli la dovuta attenzione e la sensazione di confusione aumenta esponenzialmente. L’idea di riguardarla dal principio per cercare di rimettere tutti i tasselli a posto c’è, anche se mi sento di dire che non credo sia la serie ad essere poco chiara; più probabilmente sono io a non essere stata nella migliore condizione, in queste settimane, per seguirla con la dovuta accortezza. Di certo non è una serie passatempo, di svago.

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The question is not where. But when.

Come ormai sarà noto, quello che caratterizza la storia sono i viaggi nel tempo. Ambientato in un paese tedesco, Winden, in cui si trova una centrale nucleare, Dark racconta le vite di alcune famiglie, tra segreti e misteri, scomparse di bambini e strani fenomeni. Tema fondamentale in filigrana è il libero arbitrio: siamo destinati a compiere determinate scelte, per di più all’infinito, oppure abbiamo la possibilità di ribellarci?

Il tempo è un ingranaggio infinito. 1×10

Dal 2019 si passa nel 1986, nel 1953, poi a ritroso fino a inizio secolo e anche nel futuro. Una difficoltà è quella di collocare i personaggi nelle loro diverse fasi della vita, quando riappaiono in altre linee temporali. Il tempo è quindi al  centro della narrazione e viene variamente definito.

Il tempo è un’illusione. 2×02

Di frasi da trascrivere ce n’è, infatti mi sono ritrovata più volte a prendere il taccuino per appuntarmi alcune sentenze che definirei iconiche:

L’intero universo non è altro che un nodo gigantesco dal quale non esiste via di fuga. 2×05

Il senso di ineluttabilità incombe sulle vite dei personaggi che sembrano annaspare senza riuscire ad impedire che la storia si ripeta, e con essa le sue tragedie. Essendo materialista diffido in maniera categorica delle impostazioni deterministiche, e temevo che l’idea forte della necessità, spesso ribadita da chi pare muova le fila delle vicende finisse per prevaricare alla fine della storia. Da frasi come quella citata all’inizio di questo post emerge però un altra forza che resiste alla necessità. Tutto sommato mi sembra una buona notizia.

Quello che sappiamo è una goccia, quello che non sappiamo è un oceano. 3×08

La terza stagione porta una novità, oltre i due mondi che avevamo conosciuto, in maniera tale da complicare ulteriormente non solo il tempo ma anche lo spazio. Questa soluzione narrativa, lungi dall’essere scontata o semplicistica, immette nuova energia verso la conclusione delle vicende. Si potrebbe scrivere ancora delle numerose suggestioni anche filosofiche che la serie suscita, però sarebbe opportuno confrontarsi con chi l’ha vista ed evitare di spoilerare quella è che una storia da seguire fino alla fine.

La morte è una cosa incomprensibile, tuttavia ci si può rinconciliare con essa. 3×08

 

 

Moonlight Mile

moonlight mile.jpgIl thriller è un genere tra i miei preferiti e ciò dipende anche dal fatto che anni fa mi imbattei in e lessi alcuni libri di Dennis Lehane, sicuramente un maestro. Quando lo scoprii mi ripromisi di leggere tutto ciò che aveva/avrebbe pubblicato ma come spesso accade l’impegno è scivolato nella quotidianità, tra distrazioni letterarie e non. Per fortuna ultimamente ho avuto l’occasione di guardare Mystic river e la visione ha riattivato la mia voglia di leggere Lehane. Ancora non mi spiego perché non l’abbia fatto anni fa quando vidi Shutter Island, tratto da un altro libro di Lehane, L’isola della paura e anche questo trasposto cinematograficamente in maniera adeguata, miracoli che ogni tanto càpitano. Ad ogni modo ho ripreso la lettura da Moonlight Mile, un libro che sicuramente non delude le pur alte aspettative. È l’ultimo pubblicato (che verrà scritto?) della serie Kenzie/Gennaro, già amata in passato, e mi ha riportata nella Boston che l’autore mi aveva già fatto conoscere. Come ha detto un amico che lo apprezza almeno quanto me “mai stato a Boston, ma dopo averlo letto è come se ci fossi nato…”

Il bello di Lehane secondo me è la sua capacità di andare oltre gli stereotipi del genere e rappresentare la realtà della città contemporanea con tratti working class. In Moonlight Mile, pubblicato nel 2012, ad esempio si respira la crisi economica così come impatta sulle classi medio basse e sì, si percepisce l’esistenza, la persistenza delle classi sociali, dal viziato ragazzo ricco sfondato con cui si apre il romanzo agli squilibrati di cui alla citazione seguente:

«Non ho intenzione di raccontarle una serie di cazzate strappalacrime, di dirle che Bigs è un bravo ragazzo» cominciò Coach Mayfield. «Era sempre nervoso, incapace di pensare al futuro. Saltava su per niente. Se voleva qualcosa, la pretendeva subito. Ma non era comunque così.» Mise la mano fuori dal finestrino della sua Chrysler 300 mentre attraversavamo le strade con le chiese dai campanili bianchi, grandi giardini pubblici verdi e pittoreschi bed&breakfast. «Dietro la facciata che questa città si è costruita, si nascondono molti squilibrati. Disoccupazione a due cifre e stipendi da fame. Sussidi?» Scoppiò a ridere. «Niente da fare. Assicurazione?» Scosse la testa. «Tutto quello che i nostri padri davano per scontato lavorando sodo, l’assistenza sociale, un salario equo, l’orologio d’oro al momento della pensione… Qui da noi è tutto finito, amico mio.» «Anche a Boston» osservai. «Dappertutto, immagino.»

Lehane ci restituisce storie difficili e tocca tematiche dure: qui ritornano le complesse vicissitudini dei personaggi di La casa buia, e Kenzie e Gennaro devono nuovamente fare i conti con il proprio lato oscuro. Non ci sono solo il bianco e il nero ma mille gradazioni di grigi a rendere l’animo umano e il suo essere sociale. Le storie così vale sempre la pena leggerle, se poi la scrittura ti coinvolge con maestria spingendoti a continuare, impedendoti di interrompere la lettura perché devi sapere cosa accadrà. aspetto essenziale proprio nei thriller, e non solo aggiungerei, non si può chiedere di meglio.