Red Mirror

red mirrorSimone Pieranni non ha alcun bisogno di spiegare il titolo, azzeccatissimo, del suo breve ma incisivo saggio. Red mirror è contemporaneamente il riferimento alla serie cult Black Mirror e la perfetta sintesi del testo: la Cina è uno specchio attraverso cui possiamo osservare il nostro prossimo futuro. Scorrevole e chiaro nel presentare le diverse sfaccettature della rivoluzione tecnologica che ha portato la Cina a competere alla pari con gli Stati Uniti, anzi a sfidarne l’egemonia, archiviando in fretta il suo essere “la fabbrica del mondo”, il saggio testimonia della profonda – e diretta – conoscenza di un autore che ha vissuto un decennio nella terra di mezzo, Zhongguo, il centro del mondo in cui si sta ricollocando la Cina oggi. Non è un caso se Zuckerberg è così interessato al colosso asiatico: WeChat, la super-app attraverso cui si può fare praticamente di tutto, prenotare, pagare, fare le pratiche di divorzio, è ciò verso cui vorrebbe tendere il suo Facebook: “è l’Occidente – oggi – che guarda alla Cina per trovare nuove idee e nuovi utilizzi per le proprie invenzioni”. E anche le città del futuro iniziano ad essere realtà dall’altra parte del mondo. Mentre da noi in confronto cominciano a prodursi vaghi progetti di smart city,

Terminus avrebbe già completato 6891 progetti di smart city in Cina. Le sue soluzioni coprirebbero un’area totale di 554 milioni di metri quadrati per una popolazione di oltre 8 milioni di persone.

Terminus è una start up cinese fondata nel 2015, che oggi è valutata oltre il miliardo di dollari (un cosiddetto “unicorno”), e che ovviamente lavora per conto del governo cinese. Smart city è sinonimo di efficienza, funzionalità e sostenibilità, ma anche sicurezza e controllo. I progetti sono spesso affascinanti, ma resta un problema di fondo “le smart city rischiano di diventare un altro dispositivo di disuguaglianza”. E ancora:

Il rischio è che  nelle smart city  possano vivere solo poche persone, presumibilmente ricche abbastanza da garantirsi la possibilità di risiedervi e utilizzare così risorse che non saranno a disposizione di tutti.

Per non dire che i metalli necessari vanno estratti attraverso processi complicati e per nulla puliti, con il risultato che “una minoranza vivrà in città sostenibili, la grande maggioranza in luoghi inquinati”. La Cina è comunque favorita nella corsa tecnologica perché ha le risorse sul proprio territorio e perché la tecnologia che serve per far funzionare le smart city “in Cina esiste già, è già testata ed è già competitiva sui mercati mondiali”.

Per quanto riguarda il mondo del lavoro, dovremmo ricordare le lotte dei lavoratori di aziende quali Foxconn contro i turni massacranti e in generale le condizioni di lavoro insostenibili (“proprio gli operai dell’azienda taiwanese avevano dato l’avvio alle lotte globali dei lavoratori hi-tech. È bene sottolinearlo: le lotte dei lavoratori hi-tech sono iniziate per la prima volta proprio in Cina. Non in Europa o negli Stati Uniti”). Ora che la Cina non è più solo, né principalmente la manifattura globale, sono emersi lavoratori dei settori di punta dell’industria hi-tech che seppure lavorano in condizioni migliori, con salari migliori, si trovano nella stessa trappola del “lavorare e basta” delle generazioni precedenti: “sono sottoposti a stress e ritmi di lavoro ugualmente usuranti, per quanto di fronte alla scrivania”.

L’illusione per cui si possono estendere diritti quasi per contagio si è già rivelata semplicemente tale una volta, quando dalla “fabbrica del mondo” “anziché portare i diritti del lavoro in Cina, le multinazionali, le imprese di mezzo mondo hanno deciso di approfittare dei bassi salari e dei pochi diritti dei lavoratori cinesi per aumentare i propri profitti”. La Foxconn “ha dato l’avvio alla sinizzazione del mondo del lavoro almeno nei paesi in cui si è stabilita e dei quali si sa molto poco, come la Turchia, la Russia, l’Ungheria o la Repubblica Ceca, dove si sta sviluppando  un’imponente industria elettronica”.

I media non ne parlano più per due ordini di motivi, dice Pieranni: da una parte lo sviluppo di IA, applicazioni e piattaforme ha dato vita a nuove forme di sfruttamento, dall’altra in molti casi i robot stanno via via sostituendo il lavoro umano nelle linee di produzione. Una delle nuove forme di lavoro, sicuramente alienato, che mi ha colpito di più è quella degli etichettatori, coloro che passano al setaccio immagini, video e audio, tutti i contenuti multimediali online per associarvi dei tag – e che praticamente alimentano le IA.

E come sempre accade in un sistema capitalistico, c’è chi usufruirà – persone, corporation e Stati – dei servizi realizzati da altre persone sfruttate, e non poco, per rendere sempre migliori i servizi.

La conclusione sul punto rispecchia, scusate il gioco di parole, ancora una volta il titolo del saggio: “sarà all’interno della potenza cinese che il mondo del lavoro – tanto quello tradizionale che dovrà far fronte all’avanzata dell’automazione, quanto quello ultraprecario e deregolamentato della gig economy – troverà nuovi strumenti e nuovi conflitti da affrontare”. IA, super-app e smart city “frutto del lavoro oscuro di milioni di persone, stanno tratteggiando un nuovo concetto di cittadinanza”.

Superata la lettura di metà del libro ero già sufficientemente inquieta prima ancora di immergermi nella spiegazione del sistema dei crediti sociali. Di che cosa si tratta?

In generale  il Scs è un sistema di monitoraggio e controllo costante, 24 ore su 24, del comportamento di cittadini, aziende ed enti, messo in atto grazie all’applicazione su larga scala di tutte le nuove tecnologie sviluppate dall’espansione del comparto tecnologico cinese: videocamere intelligenti, riconoscimenti facciali, algoritmi, Intelligenza artificiale, sensori delle smart city, tutte le attività compiute dalle varie società come Terminus, unitamente alla velocità di calcolo garantita dal 5G.

Ad oggi non c’è un unico standard nazionale ma molte sperimentazioni parziali e locali. E se superficialmente, conoscendo l’inciviltà di qualcuno dalle mie parti, stuzzica un po’ la fantasia “una nuova moda in vigore a Shangai: proiettare su schermi giganti, sparsi per le tante arterie e sopraelevate della metropoli, le targhe dei conducenti che suonano il clacson perché, oltre a essere multati, venissero esposti alla pubblica gogna”, razionalmente parlando non credo proprio che vorrei vivere in una realtà del genere. Eppure Pieranni ci mette in guardia anche dai pericoli dell’orientalismo, in questo caso del tecno-orientalismo: le black list esistono anche da noi, anche se non così pervasive, e di sicuro con un maggior senso delle proporzioni. Da noi è impensabile – al momento – vedersi rifiutato un biglietto aereo perché ad esempio non si è pagata una multa. Un’altra differenza è che i sistemi di rating sono normalmente in mano ai cittadini, mentre in Cina è lo stato a giudicare tutti, in una sorta di “economia reputazionale”. Nel frattempo scopro che i cinesi sono all’avanguardia anche nei quantum pc, un settore in cui il ritardo di un competitor è molto più discriminante rispetto alle tecnologie di riconoscimento facciale.

L’arrivo del Covid-19, apparso proprio a Wuhan, nella provincia dello Hubei, ha comunque portato all’attenzione il livello di pervasività della società del controllo cinese. Qualche ingenuo potrebbe pensare che ne ha accentuato la natura, ma è più esatto dire che ha trovato nuovi usi a strumenti già adottati e largamente accettati dai cinesi. Il punto alla fine non è quindi come ci rapporteremo a queste tecnologie quando in un vago futuro arriveranno a noi, perché in Cina sono già realtà, e dovremmo piuttosto chiederci se vogliamo seguire il solco già tracciato o preferire un modello alternativo, più centrato sull’autonomia e la tutela della privacy.