Rischiare grosso

Ricordate un consiglio di Tony Ciccione: cercate sempre di fare, più che di parlare. E soprattutto di fare, prima di parlare. Fare senza parlare è superiore a parlare senza fare: è una verità che sarà sempre valida.

Rischiare-grosso

Il volume è considerato parte della più ampia indagine Incerto, composta anche, oltre che dal testo citato all’inizio del post, dal bellissimo Il cigno nero (con l’addendum Robustezza e fragilità), Antifragile e Il letto di Procuste – quest’ultimo, composto di aforismi filosofici, è l’unico che non ho. 

Leggo Nassim Nicholas Taleb da una decina d’anni almeno, da quando incrociai il suo Giocati dal caso, Fooled by Randomness, e restai folgorata dalla scrittura coinvolgente e mai banale e dalla capacità dell’autore di spiegare la complessità attraverso aneddoti senza disdegnare stoccate, da subito amate, ad economisti in particolare e agli accademici in generale. Il suo essere trader con un background tra filosofia e matematica gli permette di essere contemporaneamente scanzonato e rigoroso, una miscela a tratti esplosiva. Pur non condividendo alcuni suoi assunti sulla bontà del libero mercato e sulla necessità di imprenditori (del resto è un fan di Hayek), trovo i suoi scritti e anche l’ultimo, Rischiare grosso, illuminanti e necessari. Quel che manca sicuramente è la visione di classe, una lacuna che non si può colmare ma che si deve accettare per cogliere una serie di argomenti interessanti.  Tra quelli sicuramente condivisibili la preferenza per i “sistemi politici che partono dal basso, dalla dimensione municipale (…), anziché seguire il percorso inverso (cosa che non funziona, come hanno dimostrato i grandi stati). Una certa dose di tribalismo non è necessariamente una brutta cosa; e anziché fondere tutte le tribù in un unico, grande calderone, dobbiamo adottare un approccio frattale in un quadro di armoniose relazioni organizzate tra tribù” (p. 80). Interessante, anche dal punto di vista politico, l’esposizione sul potere delle minoranze e l’«effetto veto»: “per orientare le scelte di un gruppo basta anche una sola persona”. Il passaggio dalla regola di minoranza al paradosso di Karl Popper è presto fatto:

La regola di minoranza ci consente di dare risposta a queste domande. Sì, una minoranza intollerante può effettivamente assumere il controllo della democrazia e distruggerla, e se può farlo lo farà: distruggerà tutto il nostro mondo.

Quindi, con certe minoranze intolleranti è assolutamente necessario essere intolleranti.  (p. 111)

Non posso non citare poi la descrizione del lavoro dipendente come schiavitù moderna: perfettamente marxista se non nelle intenzioni nel risultato: “qualsiasi organizzazione aspira a togliere la libertà a colo che vi lavorano, a impadronirsi di loro”. Taleb spiega così perché la fornitura di servizi non potrà sostituire completamente il rapporto di lavoro subordinato e ci dice di più:

L’uomo d’azienda è più o meno finito, è stato soppiantato dall’uomo delle aziende. Le persone non sono più soggette a un’azienda, ma a qualcosa di peggio: all’imperativo dell’occupabilità. Un lavoratore occupabile non appartiene a un’azienda ma a un’industria, vive nel timore di contrariare non solo il proprio datore di lavoro, ma anche gli altri potenziali datori di lavoro.

La parte che mi diverte forse di più nei libri di Taleb è quella in cui descrive gli economisti, probabilmente perché rivivo l’epifania che mi colse quando, studiando la sociologia economica, trovai conferma che non ero io quella sbagliata quando studiavo le teorie economiche. Purtroppo non è tenero neanche coi sociologi, e ora scopro la sua avversione per gli studi di genere e postcoloniali, qualcosa che necessiterebbe un’articolata spiegazione. Ma torniamo alla parte divertente, gli economisti:

Uno dei problemi degli economisti (soprattutto di quelli che non hanno mai rischiato) è che hanno evidenti difficoltà di ragionamento con le cose che si muovono e non riescono a capire che esse hanno attributi diversi dalle cose che restano ferme. È per questo che la maggior parte di loro non ha alcuna familiarità con la teoria della complessità e con le code larghe (…); inoltre, molti di loro hanno (serie) difficoltà a cogliere le idee matematiche e concettuali necessarie per comprendere a fondo la teoria della probabilità.

E a proposito di economisti non manca di citare Piketty, sul quale ha pubblicato articoli di confutazione con tanto di teoremi, ma dice di essere stato ignorato. Il punto che a me interessa è però il seguente: “ci siamo soffermati ampiamente su Piketty perché l’ondata di entusiasmo suscitata dal suo libro è tipica di quel genere di persone che adorano teorizzare ed esprimere falsa solidarietà agli oppressi mentre consolidano i propri privilegi”. La grande mole di dati del lavoro dell’economista francese è un’altro elemento che secondo Taleb volge a suo sfavore: “quando hai ragione ti bastano pochi dati significativi”.

Un’ultima cosa che vorrei segnalare è la convinta adesione al principio di precauzione, che lo ha portato anche a combattere gli OGM: “io sono rinnovabile; l’umanità e l’ecosistema no”. Concetti fondamentali ancora di più oggi, che inizia la settimana di scioperi globali per il clima.

 

Ps. Se interessa “assaggiare” il pensiero di Taleb è possibile leggerlo su Medium.