Il nostro desiderio è senza nome

La morte e il capitale sono l’unica cosa certa.

Gli scritti politici di Mark Fisher, pubblicati da minimum fax col titolo Il nostro desiderio è senza nome, sono una serie di articoli pubblicati principalmente sul blog k-punk ma anche altrov,e accomunati appunto dal tema politico. A differenza dell’edizione inglese che concentra tutti gli scritti, in Italia si è deciso di pubblicare quattro volumi separati per le diverse tematiche trattate e questo è il primo. La definizione di realismo capitalista è ancora un punto di partenza per la riflessione, uno strumento concettuale creato dall’autore per essere superato:

Ecco qui il “realismo” capitalista: ricondurre alla sfera dell'”impossibile” ogni iniziativa che possa prevenire l’impoverimento dell’ambiente umano. Perché a questo equivale il “realismo”: non una rappresentazione del reale, ma una determinazione di ciò che è politicamente possibile.

L’apparente contraddizione tra il cambiamento impossibile e il tempo del cambiamento è qui sottolineata:

Il realismo capitalista è caratterizzato dal fatalismo a livello politico (dove quasi nulla può mai cambiare davvero, tranne che per muovere ulteriormente in direzione del neoliberismo) e dal volontarismo magico a livello individuale: puoi fare qualsiasi cosa, se solo sei disposto a seguire altri corsi di training, (…). Il volontarismo magico, naturalmente, alimenta nei tabloid la cultura della colpa individuale (…).

Non è necessaria l’adesione entusiastica a questo sistema, del resto fino ad ora si è dimostrato che è sufficiente aver dimostrato che si tratta dell’unico sistema praticabile “e che era impossibile costruire un’alternativa”.

La raccolta di testi è ricca di spunti interessanti di cui si può parlare e per comodità divido la trattazione in paragrafi in base agli argomenti che mi sembrano più meritevoli di attenzione.

Il Regno Unito

La politica anglosassone è un tema centrale di molti post e Fisher ne parla nei momenti di sconforto così come in quelli in cui intravede barlumi di cambiamento. Ad ogni modo il focus non è mai soltanto sulla politica locale, anzi le riflessioni sono le più ampie e generali possibili.

C’è ancora qualcuno che ama illudersi che un’amministrazione conservatrice sarebbe molto peggio del New Labour, al punto che degnarsi di votare per chiunque altro costituirebbe un “lusso”. Scegliere “il meno peggio” non significa soltanto prediligere questa opzione in particolare, ma anche scegliere un sistema che ti costringe ad accettare il meno peggio come il massimo in cui tu possa sperare. Naturalmente i difensori della dittatura dell’élite, forse ingannando addirittura se stessi, fanno finta che quello specifico cumulo di menzogne, compromessi e lusinghe che ci stanno spacciando è “solo temporaneo”. Che in un qualche indefinito momento del futuro le cose miglioreranno, se oggi sosteniamo l’ala “progressista” dello status quo. Eppure una scelta tra prendere o lasciare non è una vera scelta, e l’illusione del progressismo non è un vezzo psicologico, ma l’illusione strutturale su cui si fonda la democrazia liberale. (post del 2005)

È bello e un po’ struggente col senno di poi leggere i passi in cui Fisher aderisce entusiasticamente alle proteste e alle manifestazioni nelle quali intravede spiragli di un altro futuro possibile, ed è sempre istruttivo leggere le critiche come ad esempio quella dedicata agli “Hunger Games di Londra”, riferimento alle Olimpiadi del 2012:

Il motivo della sponsorizzazione degli eventi culturali e sportivi da parte del capitale non è solo quello ovvio di aumentare la riconoscibilità del marchio. La sua funzione più importante è di dare l’impressione che il coinvolgimento del capitale sia una precondizione necessaria per la cultura in quanto tale. La presenza dei sigilli capitalistici nella pubblicità degli eventi induce un’associazione quasi behaviorista tra capitale e cultura, registrata a livello di sistema nervoso piuttosto che cognitivo. È un rinforzo assolutamente pervasivo del realismo capitalista.

Capitalismo, lavoro, classe

La critica al capitalismo è sempre puntuale e illuminante ed è uno dei motivi per cui mi sento di consigliare la lettura del libro: perché con chiarezza e semplicità, ma senza banalità, riesce ad andare al cuore della questione, come quando cita un discorso di accettazione di Ursula Le Guin: “Viviamo sotto il capitalismo, e la sua forza pare inesorabile: ma un tempo era così anche per il diritto divino dei re”.

Diverse volte Fisher cita o dialoga con autori italiani come Marazzi, Negri, Bifo e questi arricchiscono il quadro teorico, dando una visione più dettagliata della realtà capitalistica:

Lavoro e vita si fanno inseparabili. Come ha osservato Marazzi, ciò avviene in parte perché oggi il lavoro è in qualche misura linguistico, ed è impossibile riporre il linguaggio nell’armadietto a fine giornata. Il capitale ti segue nei sogni. Il tempo cessa di essere lineare, diventando caotico e puntiforme. Mentre produzione e distribuzione vengono ristrutturate, lo stesso avviene per il sistema nervoso. Per funzionare in modo efficiente come componente della produzione “just in time”, devi sviluppare la capacità di rispondere a eventi imprevisti, apprendere a vivere in condizioni di totale instabilità o “precariato“, come indica lo spaventoso neologismo. Periodi di lavoro si alternano a periodi di disoccupazione. Tipicamente ci si ritrova impiegati in una serie di lavori a breve termine, senza alcuna possibilità di fare progetti per il futuro.

Il lavoro, per quanto precario, richiede oggi regolarmente l’esecuzione di metalavoro: la tenuta di registri, la messa per iscritto dettagliata di intenzioni e obiettivi, la partecipazione al cosidetto “formazione continua”.

La tendenza attuale è in pratica quella di trasformare ogni forma di lavoro in lavoro precario. Come scrive Franco Berardi, ormai “il capitale non recluta più persone, ma acquista pacchetti di tempo, separati dai loro detentori occasionali e intercambiabili”.

Particolarmente interessante la definizione di “povertà estetica“:

Ma esistono altre forme di deprivazione. Oltre alla povertà “fisica” esiste anche la povertà estetica, evidente a chiunque osservi con maggiore attenzione il triste spettacolo delle vie centrali superbrandizzate delle città inglesi. Mentre i ricchi possiedono le risorse culturali e materiali per “staccare la spina” dalla squallida banalità di questi spazi clonati, i poveri vi si ritrovano molto più intrappolati. Questa prigionia degli individui all’interno di ambienti fisici, sociali e mediatici rigidamente definiti è in effetti un importante sintomo di povertà estetica.

Queste parole riguardano anche l’illusione di essere quanto meno classe media, di prendere parte ai consumi alla pari, di condividere il benessere. Del resto noi siamo dei privilegiati, stiamo bene tutto sommato e facciamo parte della minoranza “vincente”. O no?

possedere uno smartphone oggi non significa più disporre di un “bene di lusso”. Il capitalismo comunicativo non riguarda la produzione di oggetti materiali, ma l’incessante circolazione di messaggi. Il “contenuto” di questa cultura proviene dagli utilizzatori stessi: quindi pagare per allacciarsi alla matrice comunicativa somiglia di più all’idea di pagarsi gli attrezzi da lavoro che all’acquisto di un bene di lusso. La distinzione stessa tra lavoro e non lavoro, tra fatica e divertimento si sta sgretolando. Non esiste più orario d’ufficio, né momento per timbrare il cartellino in uscita. Oltre ad assicurare la nostra perenne connessione alla matrice comunicativa, gli smartphone fungono da dispositivi guinzaglio che consentono ai datori di lavoro di convocare lavoratori a breve termine con pochissimo preavviso.

In diversi passaggi Fisher ribadisce la persistenza della divisione in classi sociali ed in ogni occasione le parole, nette sono vieppiù necessarie:

perché il neoliberismo non riguarda affatto la liberalizzazione dei mercati, ma riguarda moltissimo il potere di classe. Ciò si riflette nell’introduzione di particolari metodi e strategie, di modalità di valutazione di insegnanti e scuole, giustificati in nome di una presunta maggiore efficienza. Bene, chiunque abbia avuto a che fare con questa specie di stalinismo di mercato, per coniare un’altra espressione, sa benissimo che oggi conta soltanto ciò che sta scritto sui moduli, indipendentemente dal fatto che corrisponda o meno alla realtà.

Lo stato sociale non è nato grazie alla bontà e generosità dei capitalisti, ma come forma di “assicurazione contro la rivoluzione“, per far sì che il diffuso malcontento non si trasformasse in rivolta. I governanti attuali se ne sono dimenticati, e credono di poter continuare a eliminare le reti di sicurezza sociale come se niente fosse. I disordini dell’anno scorso danno un’idea delle possibili ripercussioni. (post del 2012)

Il realismo capitalista è una forma di lotta di classe combattuta da un lato solo, da una élite aziendale organizzata con idee molto chiare sui propri interessi di classe e su ciò che occorre fare per mantenere la situazione in linea con tali interessi.

Giocheranno sporco, ma questa non è una partita di cricket: è guerra di classe, loro lo sanno benissimo, e neanche noi dobbiamo mai dimenticarcelo.

Persiste la realtà di classe, ma non la coscienza. Il lavoro di Beverley Skeggs ed Helen Wood sui fondamenti di classe della reality tv e l’analisi di Owen Jones sulla “demonizzazione della classe operaia” mostrano che la collocazione di classe continua a manifestarsi, anche se poi è negata dalla cultura contemporanea.

Quello che manca dopo la diagnosi è la cura adatta, nel momento in cui Fisher riconosce i limiti dello spontaneismo e delle forme auto-organizzate che mancano di direzione ma allo stesso tempo ritiene impossibile ritornare al partito leninista, cioè quello che storicamente è stato in grado di cambiare il mondo, tra l’altro cadendo lui stesso in una forma di “realismo” nel momento in cui non dà motivazioni alla sua tesi: “non è in alcun modo possibile tornare al vecchio partito leninista, non più di quanto sia possibile tornare al capitalismo fordista. Ma neppure l’autonomismo naïf ha mostrato di avere gran presa sul momento attuale. L’anticapitalismo e la sua scorta di strategie (occupazioni, proteste) non hanno mai generato alcun serio allarme nel capitale. Il Sessantotto affermava che le strutture non scendono in strada: ma se l’anticapitalismo ci ha insegnato qualcosa, è che l’attivismo di strada esercita ben poco impatto sulle strutture”.

Contro l’anarchismo

Sono invece molto sensate le critiche all’anarchismo, contro il quale non usa mezzi termini:

Be’, per prima cosa è necessario sconfiggere gli anarchici, e non sto scherzando.  Dobbiamo chiederci perché le idee neoanarchiche siano tanto diffuse tra i giovani, specialmetne tra gli universitari di primo livello. La risposta brutale è che, sebbene le tattiche anarchiche siano assolutamente inefficaci per battere il capitale, il capitale ha distrutto tutte le tattiche (che) un tempo lo erano, permettendo a questo gruppuscolo di persone  di moltiplicarsi all’interno del movimento. Esiste una sgradevole sinergia tra la retorica della Big Society e molte idee e concezioni neoanarchiche. Per esempio, uno degli aspetti particolarmente deleteri di certe idee dominanti dell’attuale anarchismo è la loro presa di distanza da ciò che è mainstream.

Di nuovo, l’idea neoanarchica che lo stato è finito, che non dobbiamo prendere parte in alcun modo in esso, è profondamente pericolosa. Il punto non è che la politica parlamentare sarà da sola in grado di fare chissà cosa: il classico esempio di quello che ti succede quando si sposa un’idea simile è rappresentato dal New Labour. Potere senza egemonia, ecco in effetti la sostanza del New Labour. Ma ciò non significa nulla. D’accordo, non è possibile pensare di ottenere qualcosa solo attraverso la macchina elettorale. Ma è anche difficile capire come le lotte possano avere successo senza far parte di un insieme. Dobbiamo riappropriarci dell’idea che la battaglia egemonica nella società va vinta su diversi fronti contemporaneamente.

La critica neoanarchica è pericolosa perché essenzializza lo stato, la democrazia parlamentare  e i “mainstream media”: ma nessuna di queste istituzioni resta stabile per sempre. Si tratta di terreni mutevoli sui quali lottare, e la cui configurazione odierna è essa stessa il risultato delle lotte precedenti.

Fisher inoltre rimprovera i movimenti scesi in strada per aver trascurato la politica sui luoghi di lavoro e nel quotidiano e inoltre aggiunge “quando non esiste qualcosa di simile a una struttura di partito, manca anche la memoria istituzionale  e si tende a ripetere sempre gli stessi errori“.

Contro l’indignazione

Per il principio della fottuta risonanza, resto piacevolmente sorpresa quando anche nelle parole di Fisher leggo una sonora critica al sentimento dell’indignazione, già apprezzata in Caparròs

L’indignazione non è soltanto un sentimento impotente, ma anche controproducente, perché alimenta lo stesso nemico che dichiariamo di voler combattere. (…) visto che esiste una riserva infinita di cose per cui indignarsi, la tendenza all’indignazione ci tiene intrappolati in una serie di battaglie difensive, combattute in territorio nemico e alle sue condizioni. (…) l’indignazione riflette un fondamentale fraintendimento politico, sia nei confronti dei nostri avversari sia della guerra che stiamo combattendo. Tale indignazione, come spiega Wendy Brown nel suo fondamentale saggio “Moralism as Anti-Politics”, “raffigura implicitamente lo stato (e altre grandi istituzioni) come se non fosse caratterizzato da uno specifico collocamento politico ed economico, come se non fosse il prodotto di varie forze sociali dominanti, ma soltanto un genitore malaccorto che ha dimenticato la sua promessa di trattare tutti i figli allo stesso modo”.

La malattia mentale, problema politico

Già in altri suoi scritti si trovano cenni sul tema della malattia mentale, cui Fisher è strettamente legato anche per i suoi problemi di depressione, ma qui trovo più compiutamente i suoi pensieri in proposito.

La malattia mentale è stata depoliticizzata, al punto che ormai accettiamo senza problemi una situazione in cui la depressione costituisce oggi la malattia più curata dal sistema sanitario nazionale (NHS). Le politiche neoliberiste implementate dai governi Thatcher negli anni Ottanta e poi proseguite dal New Labour e dall’attuale coalizione hanno condotto a una privatizzazione dello stress. Sotto il regime neoliberista, i lavoratori hanno visto ristagnare i salari e farsi sempre più precarie le condizioni di lavoro e la certezza di un impiego. (Perché la salute mentale è un problema politico, uscito su The Guardian nel 2012)

Ma la vera radice di tali ansie, oggi sperimentate come patologie psichiche individuali, non risiede nella chimica del cervello, quanto piuttosto nel più ampio contesto sociale. Siccome però non esiste più un agente, un mediatore che agisce collettivamente per conto di una classe, non esiste modo di affrontare quel terreno sociale più ampio.

Prospettive

occorre chiedersi perché, nonostante tutto, il realismo capitalista continui a esistere. A mio modo di vedere ciò succede perché il realismo capitalista non ha mai tentato di persuadere la gente che il capitalismo fosse un sistema particolarmente efficace: mirava piuttosto a convincerla che fosse l’unico sistema praticabile e che era impossibile costruire un’alternativa.

Torniamo al realismo capitalista, anzi a quello che dovrebbe soppiantarlo:

È necessario un nuovo realismo, un realismo comunista, che affermi che un’attività economica è sostenibile soltanto se è in grado di pagare un minimo salariale ai lavoratori. (…) Ma il concetto di realismo comunista suggerisce anche un particolare tipo di orientamento. Non si tratta di attendere il grande evento, scommettendo tutto su una trasformazione finale e improvvisa. Né di utopismo, che cede al nemico tutto ciò che è “realistico”. Si tratta di valutare in modo responsabile e pragmatico le risorse a nostra disposizione qui e ora, e di riflettere su come utilizzarle al meglio e incrementarle. Di muovere – magari lentamente, ma con assoluta determinazione – da dove ci troviamo oggi a un luogo molto diverso.

Il capitale è indifferente a tutto, ma gli esseri umani non possono fare a meno di prendersi cura gli uni degli altri. Nonostante l’atteggiarsi del realismo capitalista, è sotto gli occhi di tutti che gli esseri umani continuano a impegnarsi in pratiche di salvaguardia e arricchimento reciproco, pratiche che, per giunta, rimangono per loro più importanti di qualunque altra cosa il capitale possa offrirgli.

Il libro che non leggeremo

Leggendo Mark Fisher mi è capitato spesso di pensare a cosa scriverebbe dell’oggi, se fosse ancora qui. Il rammarico aumenta pensando al progetto di libro a cui aveva iniziato a lavorare, e del quale possiamo leggere solo un’introduzione non definitiva, posta alla fine della raccolta degli scritti politici. Dal titolo di lavoro Comunismo acido, avrebbe dovuto ripercorrere gli anni Sessanta e Settanta per comprendere l’ascesa del realismo capitalista e decostruirne le narrazioni per edificarne di nuove. Doveva essere un “controesorcismo” dello spettro di un mondo che potrebbe essere libero: “ho battezzato tale spettro con il nome di “comunismo acido”. (…) è una provocazione e insieme una promessa. Una sorta di scherzo, ma i cui obiettivi restano piuttosto seri. Indica qualcosa che a un certo punto sembrava inevitabile, mentre oggi appare impossibile”:

L’ipotesi di questo libro è che gli ultimi quarant’anni siano stati dedicati a esorcizzare “lo spettro di un mondo che potrebbe essere libero“. L’adozione del punto di vita di quel mondo ci consente di capovolgere la prospettiva di molte delle recenti battaglie della sinistra. Invece di cercare di sconfiggere il capitale, faremmo meglio a concentrare lo sguardo su ciò che il capitale tenta costantemente di ostacolare: la capacità di produrre, di prenderci cura di cose e persone e di godere collettivamente. (…) La nostra vittoria in pratica dev’essere fondata sulla semplice consapevolezza che, piuttosto che “creare ricchezza”, il capitale impedisce sempre e necessariamente la produzione di ricchezza comune.

Capitalismo: un sistema che genera penuria artificiale per produrre penuria reale; un sistema che produce penuria reale per poter generare penuria artificiale. La penuria effettiva (penuria di risorse naturali) oggi perseguita il capitale, in quanto Reale che la sua fantasia di espansione infinita deve sforzarsi di reprimere di continuo. La penuria artificiale, che è essenzialmente una penuria di tempo, è necessaria, sostiene Marcuse, per distrarci dalla possibilità immanente di libertà.

Anche qui torna distintamente la questione delle classi sociali, in uno scorcio storico davvero suggestivo:

Siamo in ogni caso ben lontani dalla scomparsa delle classi sociali strombazzata più tardi dagli ideologi neoliberisti. Gli accordi tra lavoro e capitale raggiunti in paesi come Stati Uniti e Gran Bretagna accettavano l’esistenza delle classi come un aspetto naturale dell’organizzazione sociale. Davano per scontata l’esistenza di interessi di classe diversi che dovevano essere riconciliati, e il fatto che qualunque forma di governo efficace, per non dire giusta, avrebbe dovuto includere anche le organizzazioni operaie. I sindacati erano potenti, imbaldanziti nelle loro richieste dal basso tasso di disoccupazione. I lavoratori avevano aspettative alte: alcuni miglioramenti erano stati ottenuti, ma senza dubbio si poteva chiedere molto di più. Allora era facile supporre che le precarie tregue tra capitale e lavoro sarebbero finite non con una rinascita della destra, ma con l’accettazione di politiche più marcatamente socialiste, se non proprio con il “comunismo pieno” che secondo Nikita Krusciov si sarebbe affermato entro il 1980. Dopotutto la destra era sulla difensiva (o almeno così si pensava), screditata e forse colpita a morte negli Stati Uniti dal prolungato e terribile fallimento della guerra in Vietnam. Il “sistema” non ispirava più la deferenza istintiva dei cittadini: al contrario, era considerato esaurito, antiquato, superato, mentre attendeva malfermo di essere spazzato via dalle nuove ondate culturali e politiche che stavano erodendo le vecchie certezze.

Questo affresco non è un elogio del passato contrapposto al presente, anzi come dice Fisher in un altro passaggio, ciò che deve distinguere la destra dalla sinistra “è la dedizione all’idea che la liberazione sta nel futuro, non nel passato“. Per questo motivo, e sono le ultime parole del lavoro incompiuto, 

È necessario ritrovare l’ottimismo di quella fase degli anni Settanta, esattamente come lo è analizzare nei dettagli i meccanismi dispiegati dal capitale per trasformare la fiducia in sconforto. Comprendere la lofica di un simile processo di logoramento della coscienza è il primo passo per invertirne la direzione.

Quello che penso di aver capito leggendo Fisher fino ad ora è che seguiva, consapevolmente o meno, il materialismo. Sicuramente non si definiva leninista, non so marxista, ma mi azzardo a sostenere che inconsapevolmente fosse sia l’uno che l’altro.