Cuori allo schermo

Cuori allo schermo.jpgL’antropologia è una disciplina che mi affascina e che purtroppo  ho solo sfiorato durante il mio percorso di studi. Tra gli autori sicuramente fondamentali c’è Marc Augé, per cui appena avuta la possibilità e l’occasione ho preso il testo Cuori allo schermo. Vincere la solitudine dell’uomo digitale. Si tratta di una lunga chiacchierata tra l’etnologo e Raphaël Bessis dalla quale si possono cogliere molti spunti interessanti. Il testo è denso, e probabilmente la mia poca conoscenza della materia mi ha spinto ad annotare davvero parecchie cose, per cui il post risulterà lungo.

Si parte dall’apparente analogia tra l’etnologo e l’homo cyber sul trovarsi contemporaneamente dentro e fuori, quindi in uno spazio liminale, tesi comunque non incoraggiata da Augé il quale sostiene che l’esperienza dell’etnologo può essere simile per alcuni versi ma nella sostanza è decisamente più intensa. Molto interessante è la definizione di antropologia: la centralità data alla relazione e la conseguente importanza dell’esperienza dell’alterità. Per Augé la questione del senso corrisponde al senso sociale; si tratta del simbolico, ovvero la relazione rappresentata ad altri. L’antropologia cambia faccia una volta terminato il sistema coloniale, ma in realtà allarga il suo orizzonte fino a ricomprendere il mondo intero, poiché “la colonizzazione prefigurava le forme attuali di mondializzazione. Oggi siamo nell’era della postcolonizzazione, in cui a operare è il sistema nella sua relazione con ciò che è fuori da quello stesso sistema, e dove esiste una nuova frontiera, un nuovo limite, una nuova esteriorità che del resto, nel linguaggio del turismo e del tempo libero, può mascherarsi da esotismo da quattro soldi”.

Nell’immaginario globalizzato spicca l’assenza di pensiero sul futuro, da cui anche un proliferare di sette e piccoli movimenti, come già in Africa o in America Latina. Sull’assenza di futuro: “sono convinto, senza nessuna ironia, che le scommesse, le  corse e il campionato di calcio migliorino la vita di molte persone; proprio perché aperti sull’avvenire, anche se a brevissimo termine, e perché alimentano il senso di un’attesa”. Forse il concetto per cui Augé è più noto è quello di nonluogo. Nel testo si chiarisce come uno spazio non sia luogo o nonluogo una volta per tutte, ma possa diventare uno o l’altro in base alla situazione particolare e al soggetto coinvolto. Ad ogni modo c’è una tendenza alla moltiplicazione dei nonluoghi, ovvero spazi di comunicazione, di circolazione e di consumo. I nonluoghi in generale si caratterizzano per essere spazi sociali in cui sono assenti identità, relazione e storia.

Il dialogo prosegue sull’onnipresenza delle immagini (nella definizione dell’autore sono sostituti delle persone) e su come queste influenzino o addirittura determinino la realtà: “da una parte eventi di importanza diversa sono considerati allo stesso livello, dall’altra sperimentiamo una specie di attenuazione, quasi un annullamento, della distinzione tra realtà e finzione”. A questo proposito è opportuno citare la definizione di finzionalizzazione: “Il mondo (…) ogni giorno viene disposto meglio per essere visitato, ma ancor più filmato e alla fine proiettato su uno schermo. (…) la finzione invade tutto e l’autore scompare. Il mondo è penetrato da una finzione senza autore”. Augé elabora inoltre l’importante concetto di stadio dello schermo, traslando lo stadio dello specchio che caratterizza una fase della crescita dei bambini, quella in cui riconoscono che l’Io che vedono riflesso è l’Altro. Nello stadio dello schermo accade l’inverso, per cui riconosco che colui che vedo allo schermo, l’Altro, sono io.

Ciò che caratterizza la contemporaneità è la consapevolezza di appartenere allo stesso pianeta: “forse per la prima volta l’umanità è coinvolta nella stessa storia”. L’individualità invece in diverse forme è sempre esistita però “se non c’è più alterità non c’è più individualità”. L’individualismo contemporaneo è costituito da passività e consumo, mentre “la relazione è in crisi, in particolare da quando le sue forme principali sono veicolate dall’immagine”.

Prima di chiudere vorrei condividere alcune definizioni scelte tra quelle riportate alla fine del volume, che mi sembra debbano di diritto stare nella cassetta degli attrezzi di chi si occupa del mondo contemporaneo.

Mondializzazione: termine generale che si riferisce al cambiamento di scala e di riferimento.

Globalizzazione: si riferisce in particolare agli ambiti economico e tecnologico.

Planetarizzazione: si utilizza nelle accezioni ecologiche ed etiche.

Surmodernità: “con questo termine vorrei indicare gli effetti di accelerazione, esuberanza ed eccesso che, lungi dall’abolire o superare la modernità com’era concepita nel XIX secolo, la sovradeterminano e allo stesso tempo la rendono meno leggibile e più problematica”.

 

Quando ero piccola leggevo libri

downloadDa quando ne ho sentito parlare Loredana Lipperini, fonte inesauribile di ottimi consigli libreschi, ho avuto il desiderio di leggere qualcosa di Marilynne Robinson. In attesa di riuscire a leggere la sua narrativa, ho avuto occasione di iniziare da una sua raccolta di saggi. Quando ero piccola leggevo libri spazia tra diverse tematiche etiche, religiose e politiche e fondamentalmente racconta l’essere umano. Se non sono perfettamente in sintonia col suo sentire religioso, né con la sua alta considerazione degli Stati Uniti d’America, riesco comunque ad apprezzarne la scrittura delicata e profonda, a tratti pungente, mai banale e che coglie spesso il punto rivelandosi. Mi sono quindi avventurata per sentieri che non sempre erano a me congeniali eppure ne sono uscita con maggiore ricchezza di riflessioni e contenuti, per cui non posso che dire di apprezzare enormemente il testo. Credo che più che spiegarlo occorrerebbe leggerlo, per cui vorrei condividere alcune citazioni che ho annotato durante la lettura:

Per quelli di noi che hanno un’istruzione, le teorie ammuffite che abbiamo imparato al secondo anno di università e memorizzato in vista di un esame, per poi non ripensarci più consciamente, esercitano un’autorità che ci metterebbe in imbarazzo se ci fermassimo a riflettere. (p. 16)

Ma l’unica cosa che sappiamo riguardo a ciò che siamo è ciò che facciamo. (p. 21)

Una lingua è una collaborazione magnifica, una forma d’arte collettiva che cominciamo a padroneggiare da neonati e da lattanti, e conserviamo, modifichiamo, selezioniamo, ampliamo nel corso della nostra vita. (p. 38)

Sfogliando il testo alla ricerca delle annotazioni mi rendo conto che spesso torna l’idea di collettività o di comunità, un qualcosa che la nostra società va dimenticando ma che andrebbe sicuramente rilanciata:

La comunità possiede il grande dono di arricchire le vite singole, e ciascun individuo possiede il dono di ampliare e arricchire la comunità.

La grande verità che si dimentica troppo spesso è che farsi del bene a vicenda è nella natura delle persone. (p. 51)

La capacità di lettura e descrizione della realtà che ci circonda è un dono che pochi hanno, sicuramente Marilynne Robinson si trova in quell’insieme:

In questo clima di paura generalizzata, le libertà civili sono finite sotto pressione, e chi cerca di difenderle viene considerato indifferente a ogni minaccia alla libertà comune. Certo, il mondo è pericoloso, e proprio per questo motivo il ribellarsi della nostra società e di quella occidentale contro se stesse cozza nettamente con qualsiasi strategia razionale di autodifesa. D’altro canto è perfettamente in linea con il nuovo predominio del pensiero ideologico e con l’attuale passione per l’austerity, che ne emerge rafforzata come necessità pratica e al contempo ideale morale. L’ansia ha assunto una vita propria. È diventata una sorta di succubo della nostra vita nazionale.  (p. 59)

Allo stesso tempo, l’avanzata dell’austerity, con tutte le sue implicazioni, è internazionale. Dal punto di vista storico non rappresenta nulla di nuovo. È un’asserzione e un consolidamento del potere, capace di neutralizzare le usanze e l’adeguamento sociale. Invoca la forza della necessità. E quando si deve affrontare la necessità bisogna accantonare altre considerazioni. Noi in Occidente abbiamo creato delle società che, secondo criteri storici, possono essere definite generose e aperte. Lo abbiamo fatto gradualmente, con il lavorio della nostra politica. Sotto la bandiera della necessità, tutto questo potrebbe essere spazzato via. (p. 71)

Vorrei continuare con una manciata di altre citazioni che ritengo interessanti per cogliere il pensiero dell’autrice e la sua incisività nel descrivere il reale:

Nella migliore delle ipotesi l’ideologia presenta due problemi gravi. Il primo è che non rappresenta la realtà, né le corrisponde né, tantomeno, le si rivolge. È un righello dal bordo dritto in un universo frattale. (p. 70)

Se Mozart giova al cervello nell’utero, giova altrettanto al cervello nella mezza età. E lo stesso vale per la cultura in generale, che ci fornisce i paradigmi del pensiero. (p. 77)

Noi abbiamo quasi spento le stelle con il nostro bozzolo di luce artificiale, ma a quanto pare gli antichi non smettevano un momento di osservarle. Considerare significa, etimologicamente, osservare gli altri, allo scopo di prendere una decisione. Etimologicamente, un disastro è una cattiva stella. Queste parole derivano dal latino, che venne al mondo tardi, ma che esprime una fiducia prescientifica nell’intercoinvolgimento del cosmo e del genere umano. Una cosa di questo tipo è considerata primitiva, quindi perché non dovrebbe essere uno dei nostri tratti primitivi? Forse è esclusa perché somiglia troppo alla metafisica. (p. 192)

Non ho mai sentito nessuno riflettere sulle origini e sulla funzione dell’ironia, ma posso dire con certezza che nel nostro universo è solo un pochino meno pervasiva del carbonio. (p. 229)

Chiudo con un’ultima citazione sulla necessità delle storie che condivido appieno:

Per qualche motivo il fatto di essere umani ci fa amare e agognare le narrazioni grandiose. I ragazzi dell’antica Grecia e di Roma imparavano a memoria Omero. Questa pratica costituiva una parte importante della loro istruzione, proprio come imparare a memoria il Corano lo è oggi per molti ragazzi nelle culture islamiche, Si tratta di un mezzo per preservare tradizioni importanti, e ha addirittura formato i maggiori dialetti delle rispettive civiltà. La narrazione implica sempre una causa e un effetto. Crea delle strutture paradigmatiche intorno alle quali l’esperienza può essere ordinata, e questo spiegherebbe senz’altro il forte desiderio che suscita, che potrebbe anche essere definito bisogno. (p. 157)

Contro la meritocrazia

“Il sistema dovrebbe essere meritocratico”. Sono abbastanza sicura che quasi tutti sottoscriverebbero un’affermazione del genere senza rifletterci, pensando di essere nel giusto. Un sistema democratico e aperto a tutti: ma siamo sicuri che la meritocrazia sia proprio questo?

Di certo non lo credeva chi ha coniato la parola: Michael Young, ci ricorda Davide Villani nel terzo numero di Jacobin Italia, è il sociologo che ha immaginato una distopia basata proprio sul potere meritocratico (un articolo approfondito sulla figura di Young si trova sul Guardian), un sistema che legittima lo status quo, che “permette di giustificare le disuguaglianze più estreme: non più sulla base della discendenza e sul binomio popolo vs aristocrazia, ma in base al merito“. Infatti come si legge sul sito inglese: “A system of class filtered by meritocracy would, in his view, still be a system of class”. Young metteva in guardia su un siffatto tipo di società e sicuramente non auspicava venisse celebrato come ideale cui giungere.

Oggi molti sono convinti di vivere in un sistema meritocratico, nel Regno Unito e negli USA ma anche in altri paesi, seppure in misura minore. Come ci spiega Clifton Mark su The Vision quest’idea è falsa; che siano più determinanti le capacità personali della fortuna è infatti infondato, così come è fallace credere che il sistema dia le stesse opportunità a tutti. Non si tratta però di un inganno innocuo, perché credere nella meritocrazia tende invece a rinforzare le disuguaglianze: “un numero sempre più ricco di ricerche di psicologia e neuroscienze suggerisce che credere nella meritocrazia non solo sia fallace, ma renda le persone più egoiste, meno autocritiche e più inclini ad atteggiamenti discriminatori”.

Soffermarsi sulla meritocrazia incoraggia le discriminazioni che dovrebbe eliminare, hanno scoperto alcuni studiosi che

suggeriscono che questo “paradosso della meritocrazia” avvenga perché adottandola esplicitamente come un valore, convince i soggetti della legittimità della propria morale. Convinti di essere nel giusto, diventano meno inclini a cercare nel loro comportamento i segnali del pregiudizio.

Queste riflessioni dovrebbero mettere in guardia dall’idolatria che oggi circonda certi concetti, presi per buoni senza alcuna preliminare né tanto meno approfondita discussione, col concreto rischio di sparare grosse stupidaggini come una ministra ha recentemente fatto:

Terranova Meritocrazia