Stretti tra Popper e Voltaire – un mio contributo per Rizomatica

Per il nuovo numero di Rizomatica, uscito il 12 febbraio, avevo scritto alcune riflessioni su piattaforme e democrazia partendo dalla vicenda del ban a Trump a ridosso degli eventi di Capitol Hill. Il tema resta di stretta attualità e lo dimostra anche ciò che sta accadendo in questi giorni tra governo australiano e piattaforme digitali, e credo che ne scriverò ancora appena possibile. Intanto condivido volentieri anche qui l’articolo pubblicato su Rizomatica. Qui il link all’articolo. Il numero è anche interamente scaricabile dal blog.

I sostenitori del ban a Trump saranno in qualche modo consapevoli del paradosso della tolleranza: teorizzata da Karl Popper, tale situazione apparentemente senza via d’uscita è data dal fatto che una società tollerante è destinata ad essere travolta dagli intolleranti al suo interno, per cui è necessario che si dimostri intollerante nei loro riguardi. Una posizione un po’ più complessa è forse quella del filosofo Rawls, per il quale la società giusta deve tollerare gli intolleranti e limitarli solo nella misura in cui i tolleranti temono per la sicurezza loro e del sistema nel suo complesso.Dall’altra parte ci sono i voltairiani della domenica, che spesso citano il filosofo illuminista a sproposito perché la ormai celebre frase “non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo” è apocrifa, in quanto se ne trova traccia solo nella biografia redatta da Evelyne Beatrice Hall sotto pseudonimo, che la mise tra virgolette per errore. Tale posizione comunque implica che non si possa limitare l’espressione altrui, qualunque siano le conseguenze.Tra questi due estremi spesso si naviga a vista, e il soggetto coinvolto e le circostanze specifiche hanno un ruolo non trascurabile nel determinare i termini della questione. Nel frattempo, con l’avvento di internet sembra che la libertà di espressione possa raggiungere nuove vette, e contemporaneamente si avverte la necessità di mettere dei paletti affinché il diritto di tutti ad esprimersi liberamente non leda altri diritti. Internet va regolamentato? Di certo il tecnoentusiasmo secondo cui la rete, democratica ed immensamente libera, ci avrebbe a sua volta liberato si è dimostrata un’ingenua utopia. Internet non sfugge ai rapporti di forza, è soggetto anch’esso a relazioni di potere e ad esempio la net neutrality è più una chimera che altro. L’espressione net neutrality è stata coniata dal professore Tim Wu della facoltà di legge della Columbia University in un paper del 2003 sulla discriminazione online. Il problema si pose all’epoca nella misura in cui i provider potevano escludere dall’accesso alla rete alcuni utenti. Negli USA nel 2005 venne vietato agli ISP (Internet Service Provider) di bloccare contenuti o limitare l’accesso agli utenti, ma questo orientamento venne messo in discussione nel 2017 e ancora oggi non esiste una legislazione univoca neanche tra gli stati federati. Se non ci sono regole chiare riguardo i provider di rete, cioè a monte, figurarsi cosa accade nel momento in cui le piattaforme da aziende private – non assimilate a fornitori di “servizi pubblici” – seguono delle regole arbitrarie a cui gli utenti si devono conformare, e queste regole possono essere modificate unilateralmente dalle stesse.Il tema della libertà di espressione è ben più vecchio della rete e ancora non ha trovato una risposta definitiva; questo è un bene, dice il giurista Blengino, perché se ci fosse una distinzione netta tra dicibile e indicibile la società non sarebbe affatto libera, a prescindere dal fatto che la decisione dipenda da una legge o un algoritmo.

Deplatforming e liberalismo

Per parlare dei rapporti tra la rete e la democrazia, è opportuno mettere in chiaro subito alcuni presupposti, e partirei da Shoshana Zuboff, che scrive: “le tecnologie sono sempre dei mezzi al servizio dell’economia, e non dei fini: nell’epoca moderna, il dna della tecnologia è segnato in partenza da quello che il sociologo Max Weber chiama “orientamento economico”. (Zuboff, 2019, pos. 382)
Anche se l’analisi compiuta dalla Zuboff ha determinati bias teorici – il funzionalismo parsonsiano su tutti – che ne inficiano buona parte delle conclusioni, è evidentemente corretto che contestare le Big Tech per le violazioni della privacy ha fatto perdere di vista la portata delle trasformazioni in atto, come rileva Morozov nella sua lunga critica alle tesi della studiosa intitolata I nuovi abiti del capitalismo. Quello che manca alla base delle analisi cosiddette del surveillance capitalism è il riconoscimento delle strutture di potere, sempre presenti anche nel mondo digitale. Questo è ciò che dovremmo tenere presente in primis quando ragioniamo del rapporto tra le piattaforme e la democrazia.Dopo l’assalto a Capitol Hill, prima Twitter e a seguire Facebook e Instagram hanno sospeso e poi bannato Trump, aprendo un dibattito a volte banale, spesso inutilmente dicotomico, tra trionfalisti soddisfatti della presa di posizione e scandalizzati che gridavano alla censura inaccettabile. La prima cosa che si deve dire è che abbiamo un problema, lo dovremmo già sapere, però questi avvenimenti ce lo mettono di fronte in maniera molto chiara e netta: queste piattaforme possono essere considerate piazze pubbliche ma sono, e sono gestite, come spazi privati, ed hanno comunque un potere enorme. La posizione dei trionfalisti è di base viziata dal fatto che, volenti o nolenti, ignorano che per anni questi ritrovati paladini della giustizia online sono stati il balcone da cui si è affacciato Trump e anche la piazza dove si sono espressi, incontrati e organizzati, suprematisti bianchi e altri estremisti tra cui i seguaci del Donald. Nel momento in cui il presidente uscente era al tramonto, e solo dopo che si è dimostrato abbastanza chiaramente che la bilancia dell’equilibrio politico era contro di lui, si è chiesta a gran voce la sua esclusione da tutte le piattaforme, come forma estrema di “difesa della democrazia”. Il deplatforming è una questione complessa per la quale il paradosso di Popper non è certamente sufficiente. Tra le giustificazioni alla propria posizione c’è quella che le regole debbano essere uguali per tutti. Punto che avrebbe anche senso se non fosse che per quattro anni qualcuno si è dimostrato sicuramente più uguale degli altri. Se ad un cittadino sono vietati determinati comportamenti online, ciò deve valere anche per “l’uomo più potente del mondo”. Ma il problema è a monte, perché chi decide quali comportamenti vietare sono sempre loro, le piattaforme. E in caso di movimento di massa che spinga per un rovesciamento del sistema, la censura sarebbe la stessa, perché l’obiettivo, anche delle piattaforme, è mantenere lo status quo e conservare il potere, certamente non marginale, che hanno.Alcune posizioni si possono non condividere e ovviamente si ha il diritto di esprimere il proprio pensiero, ma negare la problematicità della questione come fa Arianna Ciccone di Valigia Blu dichiarando che la scelta delle piattaforme è lineare (e magari dalla parte della giustizia interstellare) mi sembra pericoloso, oltre che superficiale. Si scrive addirittura che le piattaforme hanno il merito di aver ampliato l’accesso e la partecipazione al dibattito pubblico. Bisogna pure ringraziarli per l’esistenza di Black Lives Matter e del movimento del #metoo, come se senza la rete nei secoli precedenti non fossero nati movimenti e non si fossero anche fatte rivoluzioni, come se la forza non venisse dalle persone ma dalle tecnologie. Nel corso della storia umana, non è stata certamente la tecnologia il primo e l’unico motore della trasformazione sociale. Si rifletta un attimo sulla primavera araba, di cui ora ricorre il decennale: la miope visione occidentale è che le rivoluzioni, poi fallite, sono comunque originate dai e grazie ai social media, attraverso cui molti giovani si sono potuti organizzare dando origine ad una serie di sollevazioni popolari che hanno scosso il Nord Africa e in generale il Medio Oriente. Come sostiene Haythem Guesmi, quello sul ruolo dei social media è un mito, infatti diversi scienziati sociali lo hanno messo in discussione sostenendo che sono stati uno degli strumenti utilizzati dai manifestanti per fare rete e nulla più. Nel frattempo le Big Tech grazie a questa narrativa hanno ulteriormente incrementato i loro numeri ed anche aggirato le richieste da parte di diverse organizzazioni che si occupano non solo di tutela della privacy ma anche di diritti umani: “despite posing as a force for progress and development, Big Tech was collaborating with repressive governments in the Middle East and North Africa even before the Arab Spring started”. Dopo lo scoppio della primavera araba, continua Guesmi, “instead of protecting free speech against government censorship efforts, social media platforms suspended and removed thousands of accounts of political dissidents in Tunisia, Palestine, Egypt, Syria and elsewhere”. Questa è una forma di deplatforming che già avviene senza clamore generale. Sicuramente i sostenitori della democrazia borghese si trovano a loro agio a difendere il ban di Trump, ammettendo spesso candidamente di essere i difensori prima di tutto del liberalismo, per cui The Donald avrebbe potuto dire quel che voleva finché fosse rimasto il presidente eletto. Inoltre, contraddicendosi, pensano che visto che fino ad ora l’unico strumento politico per depotenziarlo, l’impeachment, non ha funzionato, il ban dai social gli potrà impedire un eventuale successo alle elezioni del 2024.

Le piattaforme e l’approccio community based, aspettando il sol dell’avvenire

Il ruolo delle piattaforme, il contesto in cui agiscono e la loro natura necessiterebbero un dibattito pubblico a monte che però non si è mai svolto: queste piattaforme si sono imposte nei fatti in un sistema deregolato, con le legislazioni nazionali e sovranazionali a rincorrere l’implementazione sempre più rapida di nuove tecnologie a livello globale. Oltre la disparità di atteggiamento nel Nord e nel Sud del mondo, il contesto sta ulteriormente mutando e da più parti si richiede una regolamentazione, più o meno rigida, se non lo scorporamento di colossi troppo grandi per essere agevolmente sottoposti a vincoli statali. Nella storia USA ad esempio questo è accaduto per rompere alcuni monopoli, considerati nocivi per l’ideologia del libero mercato. Ma quando si parla di comunicazioni non è solo una questione di monopolio versus concorrenza, c’è invece un superiore interesse pubblico che va tutelato. La pluralità dei media è un primo tassello per una informazione libera ma non è sufficiente. Come sostiene Nick Srnicek, se non emergono proposte di sinistra il dibattito sarà dominato da una parte dalla tutela della concorrenza di matrice europea e dall’altra da una blanda regolamentazione del monopolio negli Stati Uniti. Ci sono, ancora una volta, rapporti di potere che condizionano le diverse fonti, ed è appena il caso di citare la questione della diffusione di fake news. Accusati come principali artefici i social media, è opportuno ricordare che ancora buona parte delle notizie circola tramite i media tradizionali o dagli stessi è veicolato online. D’altra parte gli stessi social hanno iniziato a attrezzarsi dimostrando di essere interessati a combattere il fenomeno, almeno apparentemente. È proprio questo il primo strumento usato da Facebook o Twitter di fronte all’abnorme mole di contenuti borderline o proprio falsi condivisi spesso anche da Trump, quando era ancora presidente. “Questa notizia è controversa”, “questo fatto non è accertato” comparivano sotto diversi post condivisi. È successo recentemente anche mentre cercava di contestare il voto continuando a denunciare frodi e brogli elettorali, non comprovati da alcunché. Il fact checking, come viene chiamato, è un processo a volte complicato, che un tempo era parte del lavoro dei giornalisti, i quali ormai forse hanno dimenticato cosa significhi (o magari alcuni non lo hanno mai saputo); oggi, data la mole di informazioni che chiunque può collezionare da miriadi di fonti diverse, potrebbe essere organizzato dal basso. L’alternativa ci riporta al problema delle piattaforme che mantengono in sé un potere sproporzionato e soprattutto non controllato, in un ambito in cui l’interesse pubblico deve prevalere. Sembra essere diversa invece l’idea di Twitter, che ha annunciato recentemente la sperimentazione di Birdwatch, un approccio basato sulla comunità per combattere la disinformazione. Lo stesso account ufficiale @birdwatch dichiara che ricerche accademiche (come quella di Hyunuk Kim e Dylan Walker da loro citata) sembrerebbero provare che approcci di questo tipo risultino più efficaci rispetto ad altri gestiti in chiave centralistica. I primi test, dichiara ancora la piattaforma, stanno dando segnali incoraggianti, e così hanno deciso di iniziare la sperimentazione su larga scala a partire dall’utenza che risiede negli Stati Uniti. Se ci si riflette, Wikipedia è un esempio di successo che dimostra che l’approccio cooperativo è efficace e nel tempo dà ottimi risultati. Fintantoché le piattaforme saranno parte integrante di un contesto capitalistico, questa soluzione parziale potrebbe essere un’alternativa alla censura che comunque è sempre rischiosa. Come spiegava Trotskij, “sia l’esperienza storica che quella teorica dimostrano che qualsiasi restrizione della democrazia nella società borghese è, in ultima analisi, invariabilmente diretta contro il proletariato”. In un testo in cui attacca i “compagni” messicani, seguaci della linea stalinista, che propagandavano la censura della stampa reazionaria, Trotskij fa delle riflessioni che sono ancora oggi attuali e che possono essere benissimo traslate dalla stampa alle nuove tecnologie: “è essenziale condurre una lotta instancabile contro la stampa reazionaria. Ma i lavoratori non possono permettere al pugno repressivo dello stato borghese di sostituirli in questo compito (…), qualsiasi legislazione restrittiva esistente verrà utilizzata contro i lavoratori”. Forse non è necessario scegliere se stare dalla parte di uno stato che è comunque a tutela degli interessi dei pochi o dalla parte dei colossi privati, dialetticamente, tra le due opzioni, occorre trovare una sintesi che risponda alle esigenze dei molti.

Note

  1. Il futuro delle piattaforme tra pandemia e democrazia, Intervista a Nick Srnicek, Dinamo Print, anno 1 n. 02, dicembre 2020.

Bibliositografia

Carlo Blengino, Il paradosso dei social, parte 1https://www.ilpost.it/carloblengino/2021/01/18/il-paradosso-dei-social-parte-i/

Fabio Chiusi, Il dilemma non sono i socialhttps://www.valigiablu.it/social-media-dilemma-societa/

Arianna Ciccone, “Deplatforming” Trump: la giusta decisione di Facebook e Twitter di bloccare gli account del presidente uscentehttps://www.valigiablu.it/deplatforming-trump-facebook-twitter/

Arianna Ciccone, Trump, la libertà di espressione e l’ipocrisia di giornalisti e politici,https://www.valigiablu.it/trump-social-media-regole-ban/

Alberto De Nicola e Tania Rispoli, Il futuro delle piattaforme tra pandemia e democrazia, Intervista a Nick Srnicek, Dinamo Print, anno 1 n. 02, dicembre 2020.

Haythem Guesmi, The social media myth about the Arab Springhttps://www.aljazeera.com/opinions/2021/1/27/the-social-media-myth-about-the-arab-spring

Jeff Jarvis, The case of Trump v. Facebookhttps://medium.com/whither-news/the-case-of-trump-v-facebook-1d82cc7dc193

Hyunuk Kim e Dylan Walker, Leveraging volunteer fact checking to identify misinformation about COVID-19 in social media, HKS Misinformation Review https://misinforeview.h*ks.harvard.edu/article/leveraging-volunteer-fact-checking-to-identify-misinformation-about-covid-19-in-social-media/

Evgeny Morozov, Capitalism’s new clotheshttps://thebaffler.com/latest/capitalisms-new-clothes-morozov

Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici, 2vv, Armando, Roma, 1973-74.

John Rawls, Una teoria della giustizia, Feltrinelli, Milano, 2008.

S. G. Tallentyre, The friends of Voltaire, Open library, https://archive.org/stream/friendsofvoltair00hallrich#page/n11/mode/2up

Lev Trotskij, Libertà di stampa e classe operaiahttps://www.rivoluzione.red/liberta-di-stampa-e-classe-operaia-di-l-trotskij/

Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, Luiss University Press, Roma, 2019.

Facebook, Whatsapp, gli USA e noi

waA rigor di logica non dovrei né vorrei occuparmi di nuovo di Facebook, dopo aver appena festeggiato un anno senza, ma anche se io me ne volessi disinteressare sembra che Facebook non si disinteressi a me. Tra la nuova policy di Whatsapp che ti impone di condividere le informazioni dell’account con Facebook, che non sarebbe applicabile in Unione Europea vista la vigenza del GDPR (però anche Facebook stesso c’è nonostante il GDPR quindi…), e la relazione tra politica e piattaforme a livello sia locale che mondiale, tocca parlarne ancora. A livello locale l’esempio mi viene con il continuo utilizzo da parte delle istituzioni di comunicazioni poco istituzionali come le dirette Facebook per informare la cittadinanza alla faccia di chi non ha e non vuole aderire ad una piattaforma privata. La stessa piattaforma che ha fatto da cassa da risonanza ai deliri del presidente uscente degli Stati Uniti e dato spazio a gruppi e persone che nel modo più soft possono essere definiti suprematisti bianchi, oltre a feccia varia, per poi decidere in autonomia che ora basta, gli si toglie il palcoscenico. In base a cosa? Come dice bene Loredana Lipperini nel post di oggi:

Ma chi vigila sulla democrazia, certamente messa in pericolo ANCHE da un delirante quasi-ex-presidente degli Stati Uniti?
Perché se la difesa della democrazia viene delegata a un impero digitale non mi sembra il caso di essere così tranquilli. Come giustamente ha scritto uno dei non molti commentatori che aveva compreso il punto, siamo di fronte a “un soggetto privato che autonomamente sceglie se e quanto permettere al rappresentante in capo di uno stato di esprimersi”. E’ un cambio di paradigma incredibile (…)

E così torno a pensare, e a scrivere di queste cose. Il percorso di riflessione iniziato con la disamina del testo Il capitalismo della sorveglianza di Shoshana Zuboff, proseguito con l’analisi della necessaria, puntuale, nonché lunghissima critica di Evgeny Morozov allo stesso testo si arricchisce ancora con un’inaspettata quanto opportuna critica alle trappole pseudomarxiane delle categorie del surveillance capitalism fatta su questo blog, che incrocia anche una critica del fediverso che mi trova molto interessata e che sentenzia, non senza ragione: “Non bisogna credere che per liberarsi dei social commerciali basti crearne una versione priva di tracciamento dei dati”. L’occasione è ottima per continuare a riflettere sul potere delle piattaforme, un potere che ha diverse declinazioni, una delle quali è sulla nostra perdita della capacità di scrivere. Questa è una battaglia che ho deciso di combattere imponendomi nuovamente la scrittura, ed è uno dei numerosi motivi per cui ho abbandonato Facebook.

L’idea di abbandonare Whatsapp lo ha avuta pure ma è più complicato in base all’uso che ne faccio: principalmente ragioni di lavoro e di scuola della prole mi hanno impedito fino ad ora di farlo. Forse mi illudo che con questa nuova policy qualcosa possa cambiare a livelli significativi, perché leggo di picchi di iscrizioni ad alternative tipo Signal, anche se sulla bontà delle alternative bisognerebbe pure discutere: Signal, Telegram, what else? Su Mastodon, a proposito ancora di fediverso, se ne sta discutendo, ad esempio, e ci sono diverse posizioni, tra chi rompe senza problemi con un tot di contatti a chi si trova in difficoltà a farlo per le più varie ragioni.

capitol hill

Paladini del capitalismo nelle loro vesti più credibili

Dubbi, spinte al cambiamento, critiche del sistema dei social, sono tutti segnali importanti che non dobbiamo trascurare, e però hanno bisogno di uno sguardo complessivo. Condivido appieno quanto detto ancora da Loredana in questo caso ieri, in riferimento alla ignominiosa vicenda dell’assalto a Capitol Hill, riguardo al nostro presente: “siamo amabilmente al servizio di un capitalismo persino più feroce del precedente, quello che la rete e i social gestisce”. Questo dovrebbe essere un punto di partenza, che non nega un altro aspetto della questione: quello statunitense è un impero in decadenza, e anche la dimostrazione plastica dell’ennesima, sempre più dirompente crisi di un capitalismo che comunque si piega ma non si spezzerà da solo, senza un movimento reale che sappia agire per il cambiamento.

I nuovi abiti del capitalismo

morozov

Il tema del capitalismo della sorveglianza è più attuale che mai nel mutato contesto in cui ci troviamo. Rispetto a febbraio, mese in cui ne scrivevo dopo aver letto il libro di Shoshana Zuboff, la situazione è se possibile più ghiotta per questo nuovo abito del capitalismo e trova noi più indifesi e proni nell’accettare le sue forme. Con l’imposizione della DAD ma non solo, emerge ancor più di prima la necessità di una nuova consapevolezza digitale e di strumenti alternativi allo strapotere dei GAFAM (Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft).

In questo contesto è opportuno ritornare sul frame teorico e riconoscere, dopo aver letto la lunghissima recensione critica di Evgeny Morozov (qui in italiano) che mi dev’essere sfuggito qualcosa, e non si tratta di dettagli. Come dice @kappazeta nel segnalarmi il testo, anche io devo essermi concentrata sugli aspetti di denuncia senza riflettere  troppo sul quadro teorico, probabilmente perché ho dato per scontata la critica al sistema nel suo complesso. In realtà io ho fatto anche qualche accenno (entusiasta!) ai riferimenti teorici ignorando totalmente il quadro d’insieme, per cui è particolarmente illuminante il testo di Morozov. Banalmente mi sono esaltata per aver letto riferimenti a sociologi che apprezzo abbastanza o molto (Braudel, Weber, Polanyi, Bauman) non rendendomi conto dell’impostazione complessivamente fuori fuoco del libro.

Morozov inizia la sua analisi dicendo che la Zuboff afferma in maniera corretta che criticare le Big Tech per le violazioni della privacy “ha fatto perdere di vista la portata della trasformazione”, per proseguire risalendo alle origini del lavoro della Zuboff, una figura comunque lontana da circoli anticapitalisti (professoressa di Harvard, ha lavorato per Business Week, in Italia il suo libro è stato ad esempio pubblicato dalla LUISS, cosa che aveva lasciato perplessa anche me). Ha lavorato sull’impatto dell’Information Technology (IT) sul posto di lavoro per quarant’anni, e, nelle parole di Morozov:

il disallineamento tra il possibile e il reale ha inquadrato il contesto intellettuale in cui, precedentemente cautamente ottimista sia sul capitalismo che sulla tecnologia, ha costruito la sua teoria del capitalismo della sorveglianza, lo strumento più oscuro e distopico del suo arsenale intellettuale fino ad oggi.

Morozov osserva che in precedenti scritti, comunque critici, era completametne assente la parola capitalismo mentre “la proprietà privata, la classe, la proprietà dei mezzi di produzione – la materia dei precedenti conflitti legati al lavoro – erano per lo più esclusi dal suo quadro”. Nel percorso di Shoshana Zuboff ha influito molto, ed è essenziale per comprenderne l’approccio, il suo professore di Harvard Alfred Chandler, “bardo del capitalismo manageriale”, il quale aveva affermato che la mano invisibile di Adam Smith era stata sostituita dalla mano visibile dei manager. Chandler era stato uno studente di Talcott Parsons, padre del funzionalismo, e la storia aziendale che insegnava assomiglia più ad una sociologia funzionalista sotto mentite spoglie “ed è di tipo piuttosto volgare”, chiosa Morozov. Attraverso l’approccio chandleriano scompaiono le relazioni di potere, e la Zuboff adotta lo stesso sistema: elabora un metodo analitico portando gli esempi a conferma piuttosto che mettere a confronto diversi modelli per verificare quale possa risultare migliore. L’autrice si appoggia poi a Schumpeter, altro mentore di Chandler, nel mettere il consumatore al centro del cambiamento storico. All’interno del quadro chandleriano si configurano tre regimi rappresentati da imprese che ne sintetizzano i valori: la General Motors e la Ford e il capitalismo manageriale così come descritto da Chandler; Google e Facebook e il capitalismo della sorveglianza descritto nel suo dispiegarsi da Zuboff; Apple e Amazon (prima di Alexa, specifica) e il capitalismo della promozione dei diritti così come vagheggiato dalla stessa Zuboff.

Un grosso problema delle spiegazioni funzionaliste è che non ammettono l’esistenza di narrazioni alternative. Ad esempio nel corso del libro non c’è alcun riferimento ai concetti di capitalismo delle piattaforme o cognitivo, o neanche biocapitalismo, categorie che permetterebbero di approfondire diverse sfaccettature e allargare lo sguardo dell’analisi.

La struttura Chandleriana, nonostante tutte le sue intuizioni analitiche, è cronicamente cieca alle relazioni di potere, il risultato della sua innata mancanza di curiosità verso le spiegazioni non funzionaliste.

Morozov si lancia poi in un parallelo a prima vista “straniante” tra Shoshana Zuboff e Toni Negri, e più ampiamente il marxismo autonomo italiano. Questi ultimi avevano visto l’IT come forza potenzialmente liberatrice, considerano l’estrazione di valore della fabbrica sociale mentre i capitalisti diventano solo percettori di rendita e la moltitudine si emancipa, e da qui discende la richiesta di un reddito di base universale. È evidente che i percorsi non sono sovrapponibili ma il presupposto della teoria degli autonomi “era un’ipotesi funzionalista”: la capacità del lavoro di essere sempre un passo avanti al capitale. Per chiudere il discorso sugli autonomi italiani, la premessa chiave della loro teoria, dice Morozov, “che il capitale stava diventando esterno al lavoro, consentendo ai lavoratori cognitivi abilitati, ora sparsi attraverso la fabbrica sociale, di autovalorizzarsi, sembra sempre più discutibile”. Resta comunque una differenza fondamentale: mentre il concetto di moltitudine “per quanto ambiguo e fuorviante”, rievoca un soggetto collettivo, per la Zuboff c’è solo il singolo consumatore sovrano.

A metà del testo Morozov si riferisce al proprio preludio “piuttosto lungo di 8 capitoli” e dichiara “questa recensione aspira a competere con il libro nella prolissità”, prima di analizzare nel dettaglio il quadro teorico de Il capitalismo della sorveglianza. Nel libro invece di chiedersi il perché Amazon, Apple e Google siano a caccia di surplus comportamentale, la caccia di surplus comportamentale diventa la causa; una teoria più semplice, afferma, sarebbe la seguente: “le aziende tecnologiche, come tutte le aziende, sono guidate dalla necessità di assicurare una redditività  a lungo termine”. E quindi:

 In effetti, il regime è solo uno – il capitalismo – e usarlo come una categoria analitica aiuta a rimediare a numerose carenze nei confronti del capitalismo manageriale e del capitalismo della sorveglianza.

La centralità della categoria del consumo inficia tutta l’analisi: nel momento in cui non c’è consumo non esiste capitalismo della sorveglianza, così come senza lavoro non c’è capitalismo per Marx: “Pertanto, un hedge fund che impiega satelliti per rilevare il movimento di veicoli vicino a supermercati o magazzini – una pratica comune per misurare il livello dell’attività commerciale di una sede – si trova al di fuori del capitalismo della sorveglianza, rigorosamente interpretato”. A quanto pare per la Zuboff la vera preoccupazione non è la sorveglianza ma la manipolazione del comportamento che ne consegue.

Un’altra critica di Morozov riguarda l’utilizzo improprio dei concetti di ‘spoliazione’ e ‘accumulazione primitiva’ impiegati ignorando la mercificazione: in genere la Zuboff definisce coi primi situazioni che andrebbero definite con quest’ultima espressione. Una delle principali conseguenze denunciate da Morozov è quindi presto spiegata:

Il concetto di capitalismo della sorveglianza sposta il luogo dell’inchiesta e le lotte che informa, dalla giustizia dei rapporti di produzione e distribuzione all’interno della fabbrica sociale digitalizzata all’etica dello scambio tra le aziende e i loro utenti. Per rendere il surplus comportamentale degli utenti (…) così cruciale per la teoria occorre concludere che l’estrazione del surplus da tutte le altre parti non ha importanza, o forse non esiste.

Questo comporta un “passo indietro nella nostra comprensione della dinamica dell’economia digitale” però non tutto è perduto: “anche quadri analitici errati possono produrre effetti sociali benefici”. Che si definisca tale o meno, il capitalismo della sorveglianza ha effetti concreti nel nostro presente e ne siamo tutti in qualche modo investiti, mentre la liberazione invocata anche dagli autonomi. oltre che dai tecnoentusiasti della prima ora, non ha affatto avuto luogo: “Steve Jobs ci ha promesso i computer come ‘biciclette per la mente’; ciò che abbiamo ottenuto sono invece le catene di montaggio per lo spirito”.

Il meccanismo suggerito da Morozov, per cui si può accettare l’utilità politica mentre si respinge la validità analitica del testo è delicato e pericoloso, ma sicuramente ha senso, dato il successo che ha investito il libro e la concreta possibilità che questo aiuti ad aumentare la nostra consapevolezza digitale: “rivisto come un avvertimento contro il sistema dei dati della sorveglianza, il libro regge abbastanza bene”. Dopo aver letto la lunga recensione di Morozov ho riflettuto sulle fallacie di un testo che mi ha in qualche modo travolta e che ritengo fondamentale oggi. Nonostante sia evidentemente flawed, e ringrazio Evgeny Morozov per aver spiegato in maniera accurata il frame teorico in cui si situa, Il capitalismo della sorveglianza, con i dovuti accorgimenti, resta un libro imprescindibile per il nostro presente.