Il nostro desiderio è senza nome

La morte e il capitale sono l’unica cosa certa.

Gli scritti politici di Mark Fisher, pubblicati da minimum fax col titolo Il nostro desiderio è senza nome, sono una serie di articoli pubblicati principalmente sul blog k-punk ma anche altrov,e accomunati appunto dal tema politico. A differenza dell’edizione inglese che concentra tutti gli scritti, in Italia si è deciso di pubblicare quattro volumi separati per le diverse tematiche trattate e questo è il primo. La definizione di realismo capitalista è ancora un punto di partenza per la riflessione, uno strumento concettuale creato dall’autore per essere superato:

Ecco qui il “realismo” capitalista: ricondurre alla sfera dell'”impossibile” ogni iniziativa che possa prevenire l’impoverimento dell’ambiente umano. Perché a questo equivale il “realismo”: non una rappresentazione del reale, ma una determinazione di ciò che è politicamente possibile.

L’apparente contraddizione tra il cambiamento impossibile e il tempo del cambiamento è qui sottolineata:

Il realismo capitalista è caratterizzato dal fatalismo a livello politico (dove quasi nulla può mai cambiare davvero, tranne che per muovere ulteriormente in direzione del neoliberismo) e dal volontarismo magico a livello individuale: puoi fare qualsiasi cosa, se solo sei disposto a seguire altri corsi di training, (…). Il volontarismo magico, naturalmente, alimenta nei tabloid la cultura della colpa individuale (…).

Non è necessaria l’adesione entusiastica a questo sistema, del resto fino ad ora si è dimostrato che è sufficiente aver dimostrato che si tratta dell’unico sistema praticabile “e che era impossibile costruire un’alternativa”.

La raccolta di testi è ricca di spunti interessanti di cui si può parlare e per comodità divido la trattazione in paragrafi in base agli argomenti che mi sembrano più meritevoli di attenzione.

Il Regno Unito

La politica anglosassone è un tema centrale di molti post e Fisher ne parla nei momenti di sconforto così come in quelli in cui intravede barlumi di cambiamento. Ad ogni modo il focus non è mai soltanto sulla politica locale, anzi le riflessioni sono le più ampie e generali possibili.

C’è ancora qualcuno che ama illudersi che un’amministrazione conservatrice sarebbe molto peggio del New Labour, al punto che degnarsi di votare per chiunque altro costituirebbe un “lusso”. Scegliere “il meno peggio” non significa soltanto prediligere questa opzione in particolare, ma anche scegliere un sistema che ti costringe ad accettare il meno peggio come il massimo in cui tu possa sperare. Naturalmente i difensori della dittatura dell’élite, forse ingannando addirittura se stessi, fanno finta che quello specifico cumulo di menzogne, compromessi e lusinghe che ci stanno spacciando è “solo temporaneo”. Che in un qualche indefinito momento del futuro le cose miglioreranno, se oggi sosteniamo l’ala “progressista” dello status quo. Eppure una scelta tra prendere o lasciare non è una vera scelta, e l’illusione del progressismo non è un vezzo psicologico, ma l’illusione strutturale su cui si fonda la democrazia liberale. (post del 2005)

È bello e un po’ struggente col senno di poi leggere i passi in cui Fisher aderisce entusiasticamente alle proteste e alle manifestazioni nelle quali intravede spiragli di un altro futuro possibile, ed è sempre istruttivo leggere le critiche come ad esempio quella dedicata agli “Hunger Games di Londra”, riferimento alle Olimpiadi del 2012:

Il motivo della sponsorizzazione degli eventi culturali e sportivi da parte del capitale non è solo quello ovvio di aumentare la riconoscibilità del marchio. La sua funzione più importante è di dare l’impressione che il coinvolgimento del capitale sia una precondizione necessaria per la cultura in quanto tale. La presenza dei sigilli capitalistici nella pubblicità degli eventi induce un’associazione quasi behaviorista tra capitale e cultura, registrata a livello di sistema nervoso piuttosto che cognitivo. È un rinforzo assolutamente pervasivo del realismo capitalista.

Capitalismo, lavoro, classe

La critica al capitalismo è sempre puntuale e illuminante ed è uno dei motivi per cui mi sento di consigliare la lettura del libro: perché con chiarezza e semplicità, ma senza banalità, riesce ad andare al cuore della questione, come quando cita un discorso di accettazione di Ursula Le Guin: “Viviamo sotto il capitalismo, e la sua forza pare inesorabile: ma un tempo era così anche per il diritto divino dei re”.

Diverse volte Fisher cita o dialoga con autori italiani come Marazzi, Negri, Bifo e questi arricchiscono il quadro teorico, dando una visione più dettagliata della realtà capitalistica:

Lavoro e vita si fanno inseparabili. Come ha osservato Marazzi, ciò avviene in parte perché oggi il lavoro è in qualche misura linguistico, ed è impossibile riporre il linguaggio nell’armadietto a fine giornata. Il capitale ti segue nei sogni. Il tempo cessa di essere lineare, diventando caotico e puntiforme. Mentre produzione e distribuzione vengono ristrutturate, lo stesso avviene per il sistema nervoso. Per funzionare in modo efficiente come componente della produzione “just in time”, devi sviluppare la capacità di rispondere a eventi imprevisti, apprendere a vivere in condizioni di totale instabilità o “precariato“, come indica lo spaventoso neologismo. Periodi di lavoro si alternano a periodi di disoccupazione. Tipicamente ci si ritrova impiegati in una serie di lavori a breve termine, senza alcuna possibilità di fare progetti per il futuro.

Il lavoro, per quanto precario, richiede oggi regolarmente l’esecuzione di metalavoro: la tenuta di registri, la messa per iscritto dettagliata di intenzioni e obiettivi, la partecipazione al cosidetto “formazione continua”.

La tendenza attuale è in pratica quella di trasformare ogni forma di lavoro in lavoro precario. Come scrive Franco Berardi, ormai “il capitale non recluta più persone, ma acquista pacchetti di tempo, separati dai loro detentori occasionali e intercambiabili”.

Particolarmente interessante la definizione di “povertà estetica“:

Ma esistono altre forme di deprivazione. Oltre alla povertà “fisica” esiste anche la povertà estetica, evidente a chiunque osservi con maggiore attenzione il triste spettacolo delle vie centrali superbrandizzate delle città inglesi. Mentre i ricchi possiedono le risorse culturali e materiali per “staccare la spina” dalla squallida banalità di questi spazi clonati, i poveri vi si ritrovano molto più intrappolati. Questa prigionia degli individui all’interno di ambienti fisici, sociali e mediatici rigidamente definiti è in effetti un importante sintomo di povertà estetica.

Queste parole riguardano anche l’illusione di essere quanto meno classe media, di prendere parte ai consumi alla pari, di condividere il benessere. Del resto noi siamo dei privilegiati, stiamo bene tutto sommato e facciamo parte della minoranza “vincente”. O no?

possedere uno smartphone oggi non significa più disporre di un “bene di lusso”. Il capitalismo comunicativo non riguarda la produzione di oggetti materiali, ma l’incessante circolazione di messaggi. Il “contenuto” di questa cultura proviene dagli utilizzatori stessi: quindi pagare per allacciarsi alla matrice comunicativa somiglia di più all’idea di pagarsi gli attrezzi da lavoro che all’acquisto di un bene di lusso. La distinzione stessa tra lavoro e non lavoro, tra fatica e divertimento si sta sgretolando. Non esiste più orario d’ufficio, né momento per timbrare il cartellino in uscita. Oltre ad assicurare la nostra perenne connessione alla matrice comunicativa, gli smartphone fungono da dispositivi guinzaglio che consentono ai datori di lavoro di convocare lavoratori a breve termine con pochissimo preavviso.

In diversi passaggi Fisher ribadisce la persistenza della divisione in classi sociali ed in ogni occasione le parole, nette sono vieppiù necessarie:

perché il neoliberismo non riguarda affatto la liberalizzazione dei mercati, ma riguarda moltissimo il potere di classe. Ciò si riflette nell’introduzione di particolari metodi e strategie, di modalità di valutazione di insegnanti e scuole, giustificati in nome di una presunta maggiore efficienza. Bene, chiunque abbia avuto a che fare con questa specie di stalinismo di mercato, per coniare un’altra espressione, sa benissimo che oggi conta soltanto ciò che sta scritto sui moduli, indipendentemente dal fatto che corrisponda o meno alla realtà.

Lo stato sociale non è nato grazie alla bontà e generosità dei capitalisti, ma come forma di “assicurazione contro la rivoluzione“, per far sì che il diffuso malcontento non si trasformasse in rivolta. I governanti attuali se ne sono dimenticati, e credono di poter continuare a eliminare le reti di sicurezza sociale come se niente fosse. I disordini dell’anno scorso danno un’idea delle possibili ripercussioni. (post del 2012)

Il realismo capitalista è una forma di lotta di classe combattuta da un lato solo, da una élite aziendale organizzata con idee molto chiare sui propri interessi di classe e su ciò che occorre fare per mantenere la situazione in linea con tali interessi.

Giocheranno sporco, ma questa non è una partita di cricket: è guerra di classe, loro lo sanno benissimo, e neanche noi dobbiamo mai dimenticarcelo.

Persiste la realtà di classe, ma non la coscienza. Il lavoro di Beverley Skeggs ed Helen Wood sui fondamenti di classe della reality tv e l’analisi di Owen Jones sulla “demonizzazione della classe operaia” mostrano che la collocazione di classe continua a manifestarsi, anche se poi è negata dalla cultura contemporanea.

Quello che manca dopo la diagnosi è la cura adatta, nel momento in cui Fisher riconosce i limiti dello spontaneismo e delle forme auto-organizzate che mancano di direzione ma allo stesso tempo ritiene impossibile ritornare al partito leninista, cioè quello che storicamente è stato in grado di cambiare il mondo, tra l’altro cadendo lui stesso in una forma di “realismo” nel momento in cui non dà motivazioni alla sua tesi: “non è in alcun modo possibile tornare al vecchio partito leninista, non più di quanto sia possibile tornare al capitalismo fordista. Ma neppure l’autonomismo naïf ha mostrato di avere gran presa sul momento attuale. L’anticapitalismo e la sua scorta di strategie (occupazioni, proteste) non hanno mai generato alcun serio allarme nel capitale. Il Sessantotto affermava che le strutture non scendono in strada: ma se l’anticapitalismo ci ha insegnato qualcosa, è che l’attivismo di strada esercita ben poco impatto sulle strutture”.

Contro l’anarchismo

Sono invece molto sensate le critiche all’anarchismo, contro il quale non usa mezzi termini:

Be’, per prima cosa è necessario sconfiggere gli anarchici, e non sto scherzando.  Dobbiamo chiederci perché le idee neoanarchiche siano tanto diffuse tra i giovani, specialmetne tra gli universitari di primo livello. La risposta brutale è che, sebbene le tattiche anarchiche siano assolutamente inefficaci per battere il capitale, il capitale ha distrutto tutte le tattiche (che) un tempo lo erano, permettendo a questo gruppuscolo di persone  di moltiplicarsi all’interno del movimento. Esiste una sgradevole sinergia tra la retorica della Big Society e molte idee e concezioni neoanarchiche. Per esempio, uno degli aspetti particolarmente deleteri di certe idee dominanti dell’attuale anarchismo è la loro presa di distanza da ciò che è mainstream.

Di nuovo, l’idea neoanarchica che lo stato è finito, che non dobbiamo prendere parte in alcun modo in esso, è profondamente pericolosa. Il punto non è che la politica parlamentare sarà da sola in grado di fare chissà cosa: il classico esempio di quello che ti succede quando si sposa un’idea simile è rappresentato dal New Labour. Potere senza egemonia, ecco in effetti la sostanza del New Labour. Ma ciò non significa nulla. D’accordo, non è possibile pensare di ottenere qualcosa solo attraverso la macchina elettorale. Ma è anche difficile capire come le lotte possano avere successo senza far parte di un insieme. Dobbiamo riappropriarci dell’idea che la battaglia egemonica nella società va vinta su diversi fronti contemporaneamente.

La critica neoanarchica è pericolosa perché essenzializza lo stato, la democrazia parlamentare  e i “mainstream media”: ma nessuna di queste istituzioni resta stabile per sempre. Si tratta di terreni mutevoli sui quali lottare, e la cui configurazione odierna è essa stessa il risultato delle lotte precedenti.

Fisher inoltre rimprovera i movimenti scesi in strada per aver trascurato la politica sui luoghi di lavoro e nel quotidiano e inoltre aggiunge “quando non esiste qualcosa di simile a una struttura di partito, manca anche la memoria istituzionale  e si tende a ripetere sempre gli stessi errori“.

Contro l’indignazione

Per il principio della fottuta risonanza, resto piacevolmente sorpresa quando anche nelle parole di Fisher leggo una sonora critica al sentimento dell’indignazione, già apprezzata in Caparròs

L’indignazione non è soltanto un sentimento impotente, ma anche controproducente, perché alimenta lo stesso nemico che dichiariamo di voler combattere. (…) visto che esiste una riserva infinita di cose per cui indignarsi, la tendenza all’indignazione ci tiene intrappolati in una serie di battaglie difensive, combattute in territorio nemico e alle sue condizioni. (…) l’indignazione riflette un fondamentale fraintendimento politico, sia nei confronti dei nostri avversari sia della guerra che stiamo combattendo. Tale indignazione, come spiega Wendy Brown nel suo fondamentale saggio “Moralism as Anti-Politics”, “raffigura implicitamente lo stato (e altre grandi istituzioni) come se non fosse caratterizzato da uno specifico collocamento politico ed economico, come se non fosse il prodotto di varie forze sociali dominanti, ma soltanto un genitore malaccorto che ha dimenticato la sua promessa di trattare tutti i figli allo stesso modo”.

La malattia mentale, problema politico

Già in altri suoi scritti si trovano cenni sul tema della malattia mentale, cui Fisher è strettamente legato anche per i suoi problemi di depressione, ma qui trovo più compiutamente i suoi pensieri in proposito.

La malattia mentale è stata depoliticizzata, al punto che ormai accettiamo senza problemi una situazione in cui la depressione costituisce oggi la malattia più curata dal sistema sanitario nazionale (NHS). Le politiche neoliberiste implementate dai governi Thatcher negli anni Ottanta e poi proseguite dal New Labour e dall’attuale coalizione hanno condotto a una privatizzazione dello stress. Sotto il regime neoliberista, i lavoratori hanno visto ristagnare i salari e farsi sempre più precarie le condizioni di lavoro e la certezza di un impiego. (Perché la salute mentale è un problema politico, uscito su The Guardian nel 2012)

Ma la vera radice di tali ansie, oggi sperimentate come patologie psichiche individuali, non risiede nella chimica del cervello, quanto piuttosto nel più ampio contesto sociale. Siccome però non esiste più un agente, un mediatore che agisce collettivamente per conto di una classe, non esiste modo di affrontare quel terreno sociale più ampio.

Prospettive

occorre chiedersi perché, nonostante tutto, il realismo capitalista continui a esistere. A mio modo di vedere ciò succede perché il realismo capitalista non ha mai tentato di persuadere la gente che il capitalismo fosse un sistema particolarmente efficace: mirava piuttosto a convincerla che fosse l’unico sistema praticabile e che era impossibile costruire un’alternativa.

Torniamo al realismo capitalista, anzi a quello che dovrebbe soppiantarlo:

È necessario un nuovo realismo, un realismo comunista, che affermi che un’attività economica è sostenibile soltanto se è in grado di pagare un minimo salariale ai lavoratori. (…) Ma il concetto di realismo comunista suggerisce anche un particolare tipo di orientamento. Non si tratta di attendere il grande evento, scommettendo tutto su una trasformazione finale e improvvisa. Né di utopismo, che cede al nemico tutto ciò che è “realistico”. Si tratta di valutare in modo responsabile e pragmatico le risorse a nostra disposizione qui e ora, e di riflettere su come utilizzarle al meglio e incrementarle. Di muovere – magari lentamente, ma con assoluta determinazione – da dove ci troviamo oggi a un luogo molto diverso.

Il capitale è indifferente a tutto, ma gli esseri umani non possono fare a meno di prendersi cura gli uni degli altri. Nonostante l’atteggiarsi del realismo capitalista, è sotto gli occhi di tutti che gli esseri umani continuano a impegnarsi in pratiche di salvaguardia e arricchimento reciproco, pratiche che, per giunta, rimangono per loro più importanti di qualunque altra cosa il capitale possa offrirgli.

Il libro che non leggeremo

Leggendo Mark Fisher mi è capitato spesso di pensare a cosa scriverebbe dell’oggi, se fosse ancora qui. Il rammarico aumenta pensando al progetto di libro a cui aveva iniziato a lavorare, e del quale possiamo leggere solo un’introduzione non definitiva, posta alla fine della raccolta degli scritti politici. Dal titolo di lavoro Comunismo acido, avrebbe dovuto ripercorrere gli anni Sessanta e Settanta per comprendere l’ascesa del realismo capitalista e decostruirne le narrazioni per edificarne di nuove. Doveva essere un “controesorcismo” dello spettro di un mondo che potrebbe essere libero: “ho battezzato tale spettro con il nome di “comunismo acido”. (…) è una provocazione e insieme una promessa. Una sorta di scherzo, ma i cui obiettivi restano piuttosto seri. Indica qualcosa che a un certo punto sembrava inevitabile, mentre oggi appare impossibile”:

L’ipotesi di questo libro è che gli ultimi quarant’anni siano stati dedicati a esorcizzare “lo spettro di un mondo che potrebbe essere libero“. L’adozione del punto di vita di quel mondo ci consente di capovolgere la prospettiva di molte delle recenti battaglie della sinistra. Invece di cercare di sconfiggere il capitale, faremmo meglio a concentrare lo sguardo su ciò che il capitale tenta costantemente di ostacolare: la capacità di produrre, di prenderci cura di cose e persone e di godere collettivamente. (…) La nostra vittoria in pratica dev’essere fondata sulla semplice consapevolezza che, piuttosto che “creare ricchezza”, il capitale impedisce sempre e necessariamente la produzione di ricchezza comune.

Capitalismo: un sistema che genera penuria artificiale per produrre penuria reale; un sistema che produce penuria reale per poter generare penuria artificiale. La penuria effettiva (penuria di risorse naturali) oggi perseguita il capitale, in quanto Reale che la sua fantasia di espansione infinita deve sforzarsi di reprimere di continuo. La penuria artificiale, che è essenzialmente una penuria di tempo, è necessaria, sostiene Marcuse, per distrarci dalla possibilità immanente di libertà.

Anche qui torna distintamente la questione delle classi sociali, in uno scorcio storico davvero suggestivo:

Siamo in ogni caso ben lontani dalla scomparsa delle classi sociali strombazzata più tardi dagli ideologi neoliberisti. Gli accordi tra lavoro e capitale raggiunti in paesi come Stati Uniti e Gran Bretagna accettavano l’esistenza delle classi come un aspetto naturale dell’organizzazione sociale. Davano per scontata l’esistenza di interessi di classe diversi che dovevano essere riconciliati, e il fatto che qualunque forma di governo efficace, per non dire giusta, avrebbe dovuto includere anche le organizzazioni operaie. I sindacati erano potenti, imbaldanziti nelle loro richieste dal basso tasso di disoccupazione. I lavoratori avevano aspettative alte: alcuni miglioramenti erano stati ottenuti, ma senza dubbio si poteva chiedere molto di più. Allora era facile supporre che le precarie tregue tra capitale e lavoro sarebbero finite non con una rinascita della destra, ma con l’accettazione di politiche più marcatamente socialiste, se non proprio con il “comunismo pieno” che secondo Nikita Krusciov si sarebbe affermato entro il 1980. Dopotutto la destra era sulla difensiva (o almeno così si pensava), screditata e forse colpita a morte negli Stati Uniti dal prolungato e terribile fallimento della guerra in Vietnam. Il “sistema” non ispirava più la deferenza istintiva dei cittadini: al contrario, era considerato esaurito, antiquato, superato, mentre attendeva malfermo di essere spazzato via dalle nuove ondate culturali e politiche che stavano erodendo le vecchie certezze.

Questo affresco non è un elogio del passato contrapposto al presente, anzi come dice Fisher in un altro passaggio, ciò che deve distinguere la destra dalla sinistra “è la dedizione all’idea che la liberazione sta nel futuro, non nel passato“. Per questo motivo, e sono le ultime parole del lavoro incompiuto, 

È necessario ritrovare l’ottimismo di quella fase degli anni Settanta, esattamente come lo è analizzare nei dettagli i meccanismi dispiegati dal capitale per trasformare la fiducia in sconforto. Comprendere la lofica di un simile processo di logoramento della coscienza è il primo passo per invertirne la direzione.

Quello che penso di aver capito leggendo Fisher fino ad ora è che seguiva, consapevolmente o meno, il materialismo. Sicuramente non si definiva leninista, non so marxista, ma mi azzardo a sostenere che inconsapevolmente fosse sia l’uno che l’altro.

 

Realismo capitalista

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Tra l’1 e il 2 novembre 2018 lessi Realismo capitalista e ricordo che mi colpì molto. Non sono molti i libri che ho voluto rileggere, ma sicuramente questo rientra tra i pochi fortunati. Curiosamente, dopo che pochi giorni fa ho sentito l’esigenza di rileggerlo ho visto nella timeline di twitter un articolo del bibliopatologo di Internazionale su Dove vanno a finire i libri che abbiamo letto? del quale condivido le conclusioni: “Non si può leggere due volte lo stesso libro, non più di quanto si possa immergersi due volte nello stesso fiume. Lo specchietto a conchiglia in cui ti guardasti ragazzina è uguale oggi a com’era allora, ma ogni volta che tornerai ad aprirlo rifletterà un’immagine diversa”. Ed effettivamente ho riletto il testo di Mark Fisher con uguale voracità eppure ne ho colto spunti nuovi e diversi. Ricordo che all’epoca mi lasciò una strana sensazione di ottimismo, poco spiegabile considerato lo smarrimento politico in cui mi trovavo, praticamente da sempre. Ad oggi quello stesso spirito positivo è forse meno entusiastico e più razionale, oserei dire reale.

A questo proposito, cos’è il realismo capitalista? Nella definizione dell’autore “la sensazione diffusa che non solo il capitalismo sia l’unico sistema politico ed economico oggi percorribile, ma che sia impossibile anche solo immaginarne un’alternativa coerente”. E ancora: “Per come lo concepisco, il realismo capitalista non può restare confinato alle arti o ai meccanismi semipropagandistici della pubblicità. È più un’atmosfera che pervade e condiziona non solo la produzione culturale ma anche il modo in cui vengono regolati il lavoro e l’educazione, e che agisce come una specie di barriera invisibile che limita tanto il pensiero quanto l’azione”. L’espressione realismo capitalista ed il suo senso aiutano a spiegare l’impotenza e l’assenza di qualsiasi opposizione al capitalismo durata decenni. Non finisce qui perché attraverso tutto il testo Fisher descrive il capitalismo con la giusta crudezza: “ogni attività è talmente concentrata sulla produzione del profitto da non essere nemmeno più in grado di venderti niente”; con onestà, parlando dei call center come emblema del capitalismo “È nell’esperienza di un sistema tanto impersonale, indifferente, astratto, frammentario e senza centro, che più ci avviciniamo a guardare negli occhi tutta la stupidità artificiale del Capitale”; con lucidità “Il genio supremo di Kafka sta nell’aver esplorato quella specie di ateologia negativa propria del Capitale: il centro non c’è, ma non possiamo smettere di cercarlo né di ipotizzarlo. Non è che però non ci sia proprio niente: è che quello che c’è non è in grado di esercitare le proprie responsabilità”; e ancora “non è che aziende e compagnie siano gli agenti occulti che tutto manovrano; sono esse stesse espressioni e prodotto della massima causa che un soggetto non è: il Capitale”. Queste ultime due citazioni mi riportano ad un tema ultimamente spesso discusso, in particolare con coloro che sostengono come l’attuale pandemia danneggiando alcuni capitalisti dimostri in qualche imprecisato modo l’impotenza del Capitale in sé, o che comunque il capitalismo non riesca a guadagnare dall’attuale impasse. Questi ragionamenti sono fallaci nella misura in cui vedono il capitalismo come un blocco a se stante, una sorta di Moloch che agisce come un corpo unico per il proprio interesse, mentre la storia del capitalismo si erge davanti a noi a dimostrazione del contrario: un sistema fondamentalmente anarchico in cui soprattutto nei momenti di crisi ci sono vincitori e perdenti anche tra i capitalisti, ed è quello che avviene anche in questa fase dove alcuni colossi effettivamente stanno guadagnando dalla messa in “quarantena” delle nostre vite, vedi Amazon, ma non solo, anche la GDO ad esempio, mentre altri piccoli o grandi attori arrancano e molti ne usciranno sconfitti. Lo stesso è accaduto nelle precedenti crisi, ultima quella del 2008, e così andando a ritroso, confermando quello che già Marx aveva intuito con la sua risaputa lungimiranza quando scriveva ne Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte: “(…) per il volgare egoismo per cui il borghese ordinario è sempre disposto a sacrificare l’interesse generale della sua classe a questo o a quel motivo privato”.

Tornando a Realismo capitalista, il secondo capitolo si intitola “Che succederebbe se organizzassi una protesta e venissero tutti?” e tratta ancora del capitale e in particolare della sua incredibile capacità di sussumere tutto, pure ciò che nominalmente gli si oppone, per metterlo a profitto.

Dopo tutto, come Žižek ha provocatoriamente fatto notare, l’anticapitalismo è ampiamente diffuso tra le pieghe del capitalismo stesso: quante volte nei film di Hollywood il cattivo di turno altri non è che qualche cattivissima corporation? È un anticapitalismo gestuale che, anziché indebolire il realismo capitalista, finisce per rinforzarlo.

Di seguito Fisher fa l’esempio del film Wall-E e afferma “il film inscena il nostro anticapitalismo per noi stessi, dandoci al contempo la possibilità di continuare a consumare impunemente”. Un po’ come dire che il capitalismo sta su grazie a noi più che nonostante noi: “Quello che dobbiamo tenere a mente, è sia che il capitalismo è una struttura impersonale e iperastratta, sia che questa struttura non esisterebbe senza la nostra cooperazione”.

Un aspetto che rende particolarmente scorrevole e piacevole da leggere il testo è secondo me il sapiente uso di una serie di citazioni, soprattutto cinematografiche, televisive e di testi scritti, di cui vorrei elencare in maniera forse non esaustiva, film e libri per darne un’idea:

elenco fisher

Vorrei fare anche un accenno all’argomento internet. Fisher cita un’intervista al documentarista Curtis che attacca i nuovi media perché creano reti interpassive e bolle in cui ci si ritrova tra individui simili in cui si ripete il bias di conferma, creando ed alimentando continuamente circuiti chiusi. Nel riconoscere la sensatezza di tale analisi Fisher risponde però distinguendo: “un fenomeno come i blog è stato ad esempio capace di generare un discorso nuovo e articolato in una rete che non ha corrispettivi nel campo sociale esterno al cyberspazio. Nel momento in cui i vecchi media vengono sempre più assorbita dalla logica delle public relations e in cui al saggio critico si preferisce la relazione sui consumi, alcune aree del cyberspazio hanno offerto una resistenza a quella compressione critica che altrove è diventata dominante”. Le osservazioni di Fisher si riferiscono ad un periodo che potremmo considerare d’oro per i blog, e Fisher stesso dal 2003 curò un blog, K-punk, che divenne un punto di riferimento di una certa area. Ad oggi i blog hanno avuto sicuramente un arretramento con l’esplosione dei nuovi social media e della loro pervasività. C’è però la speranza e da alcune parti la voglia di restituire centralità ai blog perché il loro potenziale non è affatto esaurito. Come dicevano i Wu Ming in un bellissimo post a fine 2019 annunciando l’abbandono di Twitter:

A chi per ora non se la sente di chiudere gli account sui social commerciali, chiediamo di dare comunque una mano a riattivare voci e canali indipendenti, macchine di comunicazione non gamificate. Chi ha un blog e in questi anni lo ha negletto, torni a scriverci sopra e a promuoverlo, lo rivitalizzi e ne faccia l’epicentro della sua comunicazione quando ha qualcosa da dire. I social, soltanto come rimbalzo. Per le situazioni militanti, come scritto nella prima puntata, questa è una necessità vitale, ma in fondo lo è anche per il singolo individuo. Non è più tempo di essere ex-blogger.

Uno dei temi che attraversa il testo ed è chiaramente presente per la conoscenza che ne ha l’autore è quello della salute mentale: “il realismo capitalista insiste a trattare la salute mentale come se fosse un fatto naturale alla stregua del clima”. Sempre più relegato a problema individuale, è evidente che andrebbe socializzato, poiché le cause sistemiche dell’aumento dei disturbi e delle malattie mentali appaiono in realtà lampanti. Per questo “ripoliticizzare la malattia mentale è un compito urgente per qualsiasi sinistra che voglia lanciare una sfida al realismo capitalista”. Nell’ultimo capitolo del libro Fisher dichiara:

Dobbiamo prendere i problemi di salute mentale oggi così diffusi e convertirli da una condizione di medicalizzazione a un antagonismo reale; i disordini affettivi sono forme di scontento acquisito, e questa disaffezione può e deve essere indirizzata altrove, verso fuori, verso la sua vera causa: il Capitale.

L’estrema individualizzazione che tende a colpevolizzare i singoli si ripete in altri ambiti, come ad esempio quello del cambiamento climatico, e a proposito della citazione che sopra si riferisce anche al clima, in un inciso Fisher afferma che neanche quello è un fatto naturale quanto un effetto politico-economico. Più avanti afferma: “La causa della catastrofe ecologica è una struttura impersonale che, nonostante sia capace di produrre effetti di tutti i tipi, non è un soggetto capace di esercitare responsabilità. Il soggetto che servirebbe – un soggetto collettivo – non esiste: ma la crisi ambientale, così come tutte le altre crisi globali che stiamo affrontando, richiede che venga costruito. E però l’appello all’intervento etico immediato (…) rinvia continuamente l’emergere di un tale soggetto”.

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I figli degli uomini (2006)

Come sempre la situazione contingente interagisce con la lettura, spingendomi a sottolineare passaggi come il seguente: “La cosiddetta guerra al terrore ci ha già preparato a simili sviluppi; la normalizzazione della crisi ha prodotto una situazione nella quale la fine delle misure d’emergenza è diventata un’eventualità semplicemente impensabile: quand’è che la guerra potrà davvero dirsi conclusa?” Suona terribilmente attuale vero? E non è il primo autore in cui risuona il paragone con la guerra al terrore iniziata dopo l’11 settembre, altri ancora viventi l’hanno potuto cogliere esplicitamente. Parlando del film I figli degli uomini, “(…) lo spazio pubblico è abbandonato, popolato da null’altro che immondizia e animali in libertà (una scena particolarmente suggestiva è ambientata in una scuola ormai a pezzi dentro la quale troviamo una renna che corre). I neoliberali, ovvero i reali capitalisti per eccellenza, hanno più volte celebrato la distruzione dello spazio pubblico: ma contrariamente alle loro aspirazioni ufficiali, (…) non assistiamo a nessun arretramento dello Stato, quanto semmai un ritorno dello Stato alle sue originarie funzioni di stampo militare e poliziesco”. Se non sembra scritto oggi, potrebbe benissimo essere scritto in un domani non troppo remoto, e terribilmente plausibile.

E per quanto riguarda il neoliberismo o neoliberalismo, Fisher non si lasciata affatto ingannare dalla definizione che potrebbe sfociare nel considerare questo cattivo e il capitalismo in sé buono, e mette le cose nella giusta prospettiva:

dopo il salvataggio delle banche, il neoliberismo si è ritrovato – in ogni senso possibile – screditato. Questo non vuol dire che il neoliberismo sia da un giorno all’altro scomparso: al contrario, i suoi presupposti continuano a dominare la politica economica; ma non lo fanno più come ingrediente di un progetto ideologico mosso dalla fiducia per le proprie prospettive future, quando come una specie di ripiego inerziale, di morto che cammina. Quello che oggi appare chiaro è che se il neoliberismo non poteva che essere realista capitalista, il realismo capitalista non ha invece alcun bisogno di essere neoliberale. Anzi: ai fini della propria salvaguardia il capitalismo potrebbe benissimo riconvertirsi al vecchio modello socialdemocratico, oppure a un autoritarismo in stile I figli degli uomini. Senza un’alternativa coerente e credibile al capitalismo, il realismo capitalista continuerà a dominare l’incoscio politico-economico.

La (ri)lettura di Realismo capitalista mi ha motivata a ricercare gli altri testi di Mark Fisher che sono in via di pubblicazione anche in lingua italiana, e mi lascia con il dubbio di cosa scriverebbe Fisher dell’attuale sconvolgente situazione se non ci avesse lasciato, forse sarebbe ancora più speranzoso grazie a e nonostante la pandemia. Restano comunque importanti alcuni dei passaggi dell’ultimo capitolo, tradotto in italiano “super-tata marxista”, con i quali vorrei avvicinarmi alla fine di questo post.

Contro l’allergia postmoderna alle grandi narrazioni dobbiamo riaffermare che, anziché trattarsi di problemi contingenti e isolati, sono tutti effetti di un’unica causa sistemica: il Capitale. Dobbiamo insomma cominciare, come se fosse la prima volta, a sviluppare strategie contro un Capitale che si presenta ontologicamente (oltre che geograficamente) ubiquo.

E infine

Anche se è chiaro che la crisi non porterà da sola a nessuna fine del capitalismo, ha avuto comunque l’effetto di sciogliere in parte una certa paralisi mentale. Siamo adesso in un panorama politico disseminato di quelli che Alex Williams ha chiamato “detriti ideologici”; è un nuovo anno zero, e c’è spazio perché emerga un nuovo anticapitalismo non più costretto dai vecchi linguaggi e dalle vecchie tradizioni.

La paralisi mentale di cui parla qui Fisher ha sicuramente subìto un’altra scossa imponente dall’attuale pandemia. Non è mai stato chiaro come oggi alle diverse generazioni che ora si affacciano nel XXI secolo quanto il capitalismo sia un vicolo cieco per sicurezza non solo economica e sociale ma anche per la salute collettiva. Da questi punti fermi, tocca costruire l’alternativa.