Tech, media e democrazia

L’annuncio della separazione dei Daft Punk dopo 28 anni di successi internazionali mi ha un po’ confusa e però mi ha dato il suggerimento adatto per la giusta musica di sottofondo per ragionare sul tema: la colonna sonora di Tron: Legacy

Sarebbe bello se internet fosse fatto di gatti come vagheggiava una vecchia canzone su youtube, in realtà però è composta di nodi molto più reali, complessi e meno carini, al punto che neanche Shoshana Zuboff nel suo pur notevole studio sul capitalismo della sorveglianza coglie le relazioni di potere e i rapporti di forza alla base dell’ambiente tecnologico con cui siamo ormai praticamente in simbiosi. Del resto, come ho riportato parlando dell’analisi critica di Morozov al testo, e ribadito nel mio recente contributo a Rizomatica, ripubblicato anche sul blog, il lavoro di Shoshana Zuboff è influenzato dallo strutturalismo parsonsiano che ne compromette la reale radicalità.
In un bellissimo articolo uscito su Internazionale Wolf Bukowski parlando del governo del territorio e del fallimento della sinistra nel contrastare entità mostruose come la BreBeMi mette insieme alcune riflessioni che possono benissimo essere applicate all’economia digitale: “la pianificazione insomma sembra rimbalzare tra istituzioni, lasciandosi pianificare dalle forze del mercato e dalle sue abili fughe in avanti”. Sta accadendo lo stesso per la formazione e lo sviluppo dell’ecosistema digitale: le forze del mercato lo governano e modellano grazie alle loro posizioni dominanti, mentre la regolamentazione ‘democratica’ del fenomeno resta sempre non un passo, ma parecchi chilometri indietro. Va detto che alcuni tentativi di regolamentazione del nuovo ecosistema, spesso timidi, goffi o maldestri, i governi e le organizzazioni sovranazionali li hanno fatti e li stanno facendo, ma ad oggi con scarsi risultati.
Il tema della regolamentazione dell’economia digitale è complesso e si scontra da un lato con la concezione, in realtà utopistica dati gli assetti attuali, della libertà della rete a garanzia di democraticità e dall’altro con la visione liberale dominante per cui la concorrenza deve fare il suo corso per avere risultati ottimali, visione condivisa nella culla decadente del capitalismo, gli Stati Uniti, e dai nuovi paladini del libero mercato, all’interno delle istituzioni europee, che hanno costruito una complessa struttura interstatale per sostenere i princìpi dell’economia di mercato a livello continentale.

Questo tweet fa parte di un thread che si riferisce alla spinosa questione della regolamentazione online balzata agli onori della cronaca con la recente proposta di legge australiana, in via di approvazione, che impone a Google e Facebook di prendere accordi con gli editori dei media per la condivisione all’interno delle loro piattaforme delle notizie. Al di là degli allarmismi sulla imminente rottura del web (li abbiamo sentiti tante volte, ed è giusto attenzionare perché si teme, e forse a ragione, che i legislatori non comprendano appieno ciò che pretendono di regolare) credo sia opportuno ragionare partendo appunto dalle strutture di potere esistenti.
Il fatto che il governo australiano sia spinto dalla ‘potenza di fuoco’ di Murdoch e della sua News Corp va considerato senza però dimenticare che dall’altra parte non c’è Davide ma altri Golia: mentre i media tradizionali sono in declino, e fanno lobby per cercare di fermare questa piega, Facebook e Google, in parte li hanno scalzati, hanno posizioni dominanti incredibili e tentano di mantenere tali vantaggi comodamente ottenuti, anche perché è in gioco qui non solo la legislazione di un paese: mezzo mondo è in attesa di vedere come andrà a finire per capire come muoversi per cercare di frenare lo strapotere delle piattaforme: la battaglia è appena iniziata. Intanto ad esempio in Francia già l’equivalente del nostro Antitrust aveva chiesto a Google di pagare per le news.
È notizia di oggi che la proposta di legge australiana verrà “congelata” per due mesi, grazie alla mossa di Facebook, che, ricordiamolo, dalla sua posizione dominante ha oscurato nella sua piattaforma australiana tutte le news, commettendo inizialmente anche diversi errori (bloccando siti governativi, anche il dipartimento della salute, durante una pandemia, metereologici mentre era in corso un’emergenza incendi, oltre a siti di ONG e il suo stesso sito corporate!)

Già il fatto che una singola azienda sia talmente grande e pervasiva da poter compiere una mossa del genere mettendo “in difficoltà” un intero paese dovrebbe essere una red flag, e questo può accadere perché lo si è permesso. Purtroppo, come avveniva qualche decennio fa con Internet Explorer, una significativa fetta dell’utenza identifica Facebook con la rete e questo è certamente parte del problema.
Per tornare al testo della legge, un lungo articolo di Valigia Blu tenta di approfondire, ma lo fa nuovamente, come spiegavo nella mia critica alla loro difesa delle piattaforme sul ban a Trump, dal suo punto di vista liberale, lasciando sullo sfondo il ruolo di Facebook e difendendo l’inviolabilità di una rete che sembra vada bene così com’è costruita oggi. Suggerisco  invece di leggere anche tutto il thread di @doctorow già citato sopra:

Il thread intero è visionabile anche a questo link. Consiglio anche di leggere il thread di @matthewstoller per approfondire ulteriormente il perché riferirsi alla proposta di legge australiana come ad una link-tax sia fuorviante.

La legge australiana è sicuramente perfettibile, ma come dice @doctorow “if you want to get there, I wouldn’t start from here”. Il focus sulla link-tax è sbagliato anche perché dirotta l’attenzione dal duopolio che Facebook e Google hanno sulla pubblicità, che alla fine  è il vero cuore della questione.
“Taking power back is key” dice Kappazeta perché come il caso del deplatforming dimostra l’ecosistema digitale riflette le strutture di potere e l’inuguaglianza nella società, e l’erosione del potere delle piattaforme per come siamo messi andrebbe condotto “con ogni mezzo necessario”.
Come dicevo all’inizio, le forze del mercato con la loro fuga in avanti sono parecchio in vantaggio, questi cui assistiamo sono primi tentativi di dettare nuove regole che governino la nostra realtà e dovremmo essere tutti d’accordo che è necessaria più regolamentazione, non meno. Dev’essere ovviamente adeguata, ma è bene sapersi posizionare e capire da che parte si vuole stare, perché dire oggi che le piattaforme sono un faro di democrazia è malafede oppure complicità, eppure ho letto cose simili scritte dai difensori del libero web guidato da Facebook e Google.

Il coronavirus e noi

p-402-maschera_naso_scaramouche_ironNon mi piace scrivere dell’argomento del giorno perché è evidente che il cosa sia importante prima ancora del come e del perché; si tratta dell’annosa questione dell’agenda setting, che sovradetermina il resto. Tutto vorrei fare fuorché parlare del coronavirus, tema che ormai domina l’intero spettro informativo relegando ai margini tutto ciò che accade (ehi, il mondo non si ferma, nonostante tutto, al massimo si ferma Milano… frega ancora qualcosa del Rojava, ad esempio?), al punto che pure il calcio, argomento che normalmente almeno una volta a settimana da noi prende il sopravvento nel discorso pubblico, ne è fortemente condizionato con stop e rinvii. Dev’essere davvero grave allora, anche se a livello mediatico siamo in realtà in una sorta di fase 2, che consiste nel minimizzare e normalizzare una situazione che rischia di avere pesanti conseguenze, in buona parte dovute alla fase 1 di assoluto allarme e caratterizzata da toni sensazionalistici e apocalittici. Ma ripeto, non voglio parlare della questione sanitaria in sé, quanto piuttosto delle sue implicazioni socioeconomiche e politiche (vedere ad esempio questo lucidissimo comunicato dei centri sociali del NordEst). Questo dovrebbe essere l’argomento principale sulla bocca di tutti, e per fortuna non è obbligatorio essere esperti per avere una propria idea in merito (e anzi guai a delegare tutto agli esperti, se i problemi sono “tecnici”, le soluzioni sono sempre politiche, con buona pace dei nedestrinesinistri).

elefanteTorna in mente anche il necessario insegnamento di Lakoff sui frame. Ho letto molto circa le conseguenze della diffusione del virus alle nostre latitudini, e quel che si riaffaccia continuamente è il bisogno di farne discorso politico, quasi che da ciò che accade possa nascere un’opportunità di riappropriarsi del discorso politico e sociale. D’altronde come dice il mio amico Pietro si tratta di un oggetto culturale e politico. E se è vero che esagera Agamben nel definire immotivata l’emergenza, è anche vero che lo stato d’eccezione è un qualcosa che è sempre più presente e anche in questa occasione si può ben cogliere. E allora ben vengano le analisi che intendono sviscerare non tanto le intenzioni quanto gli effetti, quelli sì importanti per le ricadute sul quotidiano di tutti noi, come quelle svolte in questi giorni dai Wu Ming, qui e qui e sapientemente arricchite dal sempre attento commentarium dei giapsters. Ben venga anche il fermarsi a riflettere sul come si fa analisi e quanto sia importante non soffermarsi sulla critica negativa pura, come fa bene Davide Grasso su minima&moralia con particolare riferimento ad Agamben.  Non si tratta dunque di schierarsi, bisogna rigettare i due frame uguali e contrari che si sostengono mutualmente, quello dell’emergenza assoluta e quello “complottista” della minimizzazione. Dal punto di vista sanitario e medico per chiunque voglia accertarsene è evidente che non bisogna sottovalutare ciò che sta accadendo e i possibili scenari futuri. Occorre invece prendere atto da subito che la riflessione debba spostarsi sulla reale tutela della salute e quindi non può che partire dal necessario potenziamento del sistema sanitario nazionale, e dalla sua riunificazione contro i numerosi tentativi di regionalizzazione. Si deve difendere la sanità pubblica non per partito preso ma perché niente di meglio dell’evidenza data da questo genere di accadimento dimostra quanto sia insensato affidare a chi rincorre i profitti un bene comune come la salute. Questo significa anche tutelare i lavoratori della sanità, ricordarsi ad esempio che hanno un contratto scaduto da 18 mesi. Nel frattempo nel criticare le ordinanze emesse da governo, governatori regionali e sindaci per la loro variabilità, incoerenza e spesso contradditorietà, bisogna sottolineare come chiudere settorialmente solo le istituzioni e gli eventi culturali qualsiasi sia la motivazione intrinseca la prima banale conseguenza è la solita confessione: che la cultura è sacrificabile. Anche la chiusura di asili e scuole è oggetto di dibattito, ma prima ancora di pensare se sia giusto o sbagliato, si è discusso se ciò sia affordabile dalle famiglie che magari non hanno alternative? E i lavoratori precari e meno garantiti che stanno rischiando o direttamente perdendo il posto di lavoro a causa delle chiusure improvvisate? Tutto questo ci dice che c’è un conflitto latente pronto a scoppiare e che andrebbe reso esplicito, spiegato a noi stessi e a chi ci circonda, perché non viviamo su Marte, ma magari vicino ad una coppia di genitori lavoratori che con le scuole chiuse non sanno a chi lasciare i figli e se si assentano da lavoro rischiano di essere licenziati o che non gli venga rinnovato il contratto. Siamo immersi nel realismo capitalista, e proprio un giapster nel secondo dei post linkati sopra cita Fisher:

“La lunga e oscura notte della fine della storia deve essere considerata come un’enorme opportunità. La pervasività molto opprimente del realismo capitalista significa che anche i barlumi di possibilità politiche ed economiche alternative possono avere un grande effetto di impatto sproporzionato. Il più piccolo evento può aprire un buco nella tenda grigia della reazione che ha segnato gli orizzonti delle possibilità sotto il realismo capitalista. Da una situazione in cui nulla può accadere, all’improvviso tutto è nuovamente possibile.”

E infine si può e si deve parlare della normalizzazione delle misure eccezionali restrittive della libertà: com’è possibile che ci si possa ammassare nei centri commerciali magari per fare incetta di prodotti igienizzanti spinti dal terrorismo mediatico e poi vengano vietate le assemblee sindacali? L’emergenza, se tale, non deve derogare ai princìpi se non per lo stretto necessario, e una tantum, mentre non è peregrino chi paragona le misure adottate in questo frangente con quelle adottate sull’ondata emotiva indotta dal terrorismo (post 11 settembre e successivo) e progressivamente normalizzate.

Al momento il frame dominante è che bisogna ripartire altrimenti le conseguenze sull’economia (già fragile e prossima ad una recessione se possibile più grave di quella del 2008*) saranno devastanti. Dopo averci spaventato a morte con dirette h24 dalle zone rosse, senza minimamente preoccuparsi dell’espressione, che a me mette i brividi almeno dal 2001, dopo l’hype mediatico ora, anzi già da qualche giorno è arrivato il contro ordine, e pure i titoli di Libero, nella loro bestialità tra le migliori cartine tornasole del livello dei media mainstream, si sono ridimensionati. Quello che noi dobbiamo fare invece è rifiutare la presunta normalità e rovesciare il frame: ci vogliono far credere che sia normale socializzare le perdite e privatizzare i profitti, e anche questa emergenza la pagheranno i più deboli. Questo va denunciato e combattutto.

*A questo proposito, quando arriverà la crisi, perché è questione di tempo, scommetto che si farà a gara per dare la colpa all’eccezionalità del virus, mentre sarà nostro compito dimostrare che al massimo quello ha accelerato un processo che era già in corso, come una pallina che scivola su un piano inclinato.