Il punto sul mercato del lavoro. Dati Istat

L’economia è in ripresa, il Pil italiano continua a crescere (+0,3% nel quarto trimestre 2017) e il commercio mondiale è in salute nonostante Trump, con un +4,5% su base annua. Come riporta la nota mensile sull’andamento dell’economia italiana diffusa dall’Istat, la crescita nel quarto trimestre “è stata sostenuta dall’intensificazione del processo di accumulazione del capitale“. Allo stesso tempo “le prospettive per l’occupazione si mantengono stabili”. I dati Istat sul mercato del lavoro nel quarto trimestre del 2017 ci dicono che l’aumento congiunturale degli occupati è dovuto ai dipendenti a tempo determinato, +57.000 ovvero +2,0%, mentre i dipendenti a tempo indeterminato diminuiscono di 25.000 unità, -0,2% e gli indipendenti di 20.000, -0,4% (questi ultimi sono in calo da sette anni). I dati complessivi del 2017 sono 371.000 dipendenti in più, di cui 298.000 a tempo determinato e 73.000 permanenti. Sono però i lavoratori in somministrazione a crescere più di tutti, +6,7% a livello congiunturale e +25,2% su base annua. La media 2017 dei somministrati è 23,5%, il valore più alto degli ultimi quindici anni.

Indicatori del lavoro

Lo dice l’Istat, circa nove nuovi occupati su 10 sono a termine. Come abbiamo visto, ancora peggio è il vero e proprio boom di lavoratori in somministrazione, cioè assunti da agenzie interinali per conto delle imprese, con un notevole risparmio per quest’ultime sui costi del lavoro (gli stessi costi nell’ultimo anno risultano aumentati per via della cessazione degli sgravi sulle assunzioni a tempo indeterminato) mentre aumentano il monte ore lavorate e la produttività del lavoro.

Dei dati diffusi dall’Istat meritano menzione anche quelli riferiti all’andamento territoriale dell’offerta di lavoro. La questione meridionale è terribilmente attuale, perché anche se i dati spesso dimostrano miglioramenti più o meno timidi un po’ ovunque, il Nord procede sempre più velocemente e il distacco non potrebbe mai colmarsi a questi ritmi. Ad esempio il tasso di disoccupazione diminuisce quasi ovunque ma al Sud (19,4%) è quasi tre volte quello del Nord (6,9%) e circa il doppio del Centro (10,0%).

Tasso di occupazione/tasso di disoccupazione 2017

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Horror vacui

Si sa, la politica non ammette vuoti. In Italia poi, abbiamo un particolare estro per riempire gli spazi nei modi più originali, creando avanguardie che fanno scuola. In una fase di crisi profonda, perché al netto delle narrazioni fantascientifiche che ci vengono propinate lì siamo, teoricamente a sinistra si aprirebbero praterie. Ma come la nascita e la vittoria del fascismo quasi cento anni fa ci (dovrebbe) insegna(re), questo paese non sembra mai pronto da quel lato. Sinistra, non quella secondo Ezio Mauro, che teneramente chiama tale il Pd, sinistra che è praticamente irrilevante nel discorso pubblico, eppure avrebbe tutte le armi, gli argomenti e i motivi per essere se non maggioritaria quantomeno significativa. Il M5S è una risposta sbagliata ad una domanda giusta, giustissima, ha anche indovinato perfettamente i tempi, ed è dimostrato che ovunque ci sia una valida alternativa di sinistra non riesca a sfondare. Il problema della sinistra resta quindi la sinistra, e mentre altrohappybdaykmve qualcosa eppure si muove (la Spagna su tutti) qua corriamo a perdere l’ennesimo appuntamento con la storia∗.

Chiusa la parentesi elettorale, per chi ancora si appassiona, considerato che ha votato la metà degli aventi diritto, torneremo a parlare di Francia, ma non di quella che si ribella alla Loi Travail, ma di quella che ospita l’europeo che stiamo stranamente conducendo bene. I francesi combattono ma noi non ce ne accorgiamo, guardiamo un pallone, tanto più che
senza lavoro di tempo ne abbiamo. E chi parlerà del sostanziale fallimento del Jobs Act? Di certo non chi l’ha voluto, perché dal loro punto di vista è riuscito perfettamente nel suo intento, checché si parli di eterogenesi dei fini: abbattere i costi del lavoro, e quindi i lavoratori, merce, costo insopportabile in un sistema in cui la caduta del saggio di profitto è la realtà che nessuno vede seppur prevista qualche secolo fa:

L’ottimista sarebbe portato a dire che ad ogni buon conto 330.000 contratti nuovi sono sempre un numero positivo. Una più attenta lettura dei dati mostra che anche in questo caso l’ottimismo deve subire una ennesima, pesante battuta di arresto. Infatti se i contratti son diminuiti, sono addirittura crollati i contratti a tempo indeterminato, che rappresentano ora non più del 22% del numero complessivo. Un dato davvero disarmante: solo 73.000 contratti a tempo indeterminato con una diminuzione rispetto all’anno precedente di un drammatico 78%. Si inverte quindi la proporzione rispetto allo scorso anno (anche – e pare una sorpresa ai più disattenti – con riferimento al periodo precedente il marzo 2015, data di entrata in vigore del contratto a tutele progressive); quando furono 239.000 su un totale di 451.000 nuovi contratti.

Ma le brutte o bruttissime notizie non finiscono qui. Se i contratti stabili sono solo il 22%, il resto sono ovviamente contratti precari. E come tali potrebbero essere (anzi sono spesso) di breve durata. Nulla esclude quindi che uno stesso lavoratore possa concludere anche più di un contratto nel medesimo periodo di tempo. I 330.000 contratti non sono quindi 330.000 nuovi posti di lavoro.

∗ Mentre scrivevo, ho
trovato il link a questo testo da poco uscito. Riots are coming, sperém.