Il buco (El hoyo)

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Un film claustrofobico forse non è l’ideale in questo tempo sospeso, o forse è proprio quel che ci vuole. Fatto sta che su Netflix spopola e incuriositi dal trailer abbiamo deciso di guardarlo.

Il buco ha un’idea semplice alla base e una scenografia minimalista, perfettamente adeguata per la trama. Tutto si svolge in una prigione molto peculiare. È costruita in verticale e suddivisa in livelli, non si vede mai l’esterno. Ad ogni livello ci sono due persone e tutto si ripete uguale per supposti 200 livelli. Il protagonista sceglie di entrare volontariamente (ma non sembra questa la norma) per un periodo di sei mesi e al colloquio che determinerà la sua ammissione gli viene chiesto il suo piatto preferito. Chi entra sceglie anche un solo oggetto da portare con sé, e sembra quasi uno di quei test sull’isola deserta: il protagonista pare essere l’unico ad avere mai scelto un libro, c’è chi sceglier armi le più disparate, indovinate perché, ho visto anche una tavola da surf e una piccola piscina gonfiabile! La peculiarità della prigione è che ogni stanza è un ambiente unico, con due letti contrapposti, un unico bagno e al centro un grande buco, la fossa, attraverso cui passa quotidianamente una singola piattaforma per distribuire il cibo a tutti, e ci dovrebbe essere per ognuno la portata scelta; ma essendo la cucina al piano 0 in cima, tutto quel cibo viene consumato dai primi livelli, le briciole arrivano fino al centesimo circa, e chi si trova più giù non ha molte alternative se vuole sopravvivere… 30 giorni. Certo, perché ogni mese gli ospiti vengono addormentati con un gas e quando si risvegliano si ritrovano su un altro livello, superiore o inferiore apparentemente senza nessuna correlazione col comportamento tenuto nel mese precedente.

Quello che sicuramente si vuole dire, e infatti è anche detto esplicitamente, è che un sistema del genere funzionerebbe, e il cibo basterebbe per tutti, se ognuno prendesse la sua piccola parte e avesse rispetto per quella degli altri. Quello che accade è molto diverso. Credo sia doveroso notare come questo sistema sia costruito artificialmente: non è affatto naturale. Sul significato del film e del finale in particolare, si può discutere ma penso sia chiaro l’intento allegorico. Molti hanno visto una spietata critica del capitalismo e anche EVO3ZzJVAAAK9EQio non penso che la pellicola voglia sottolineare la naturale avidità e l’innato egoismo umano (che da più parti sono stati dimostrati infondati), quanto piuttosto denunciare un sistema che spinge gli uni contro gli altri, li isola e li induce a credere che per sopravvivere sia meglio sopraffarli piuttosto che collaborare per cambiare il sistema. Mi sembra che ciò sia più che mai attuale oggi (e lo è sempre stato!): il divide et impera è un vecchio trucco del capitale che ha dimostrato di funzionare tante, troppe volte. I lavoratori che in questi giorni non possono uscire “a prendere aria” ma devono andare a lavorare hanno un’ottima occasione per capire che loro sì, sono tutti sulla stessa barca, e sarebbe necessario lottare uniti perché mai come ora è stato chiaro a tutti che la salute non si baratta col lavoro e tutti insieme bisogna sostenere i lavoratori dei servizi essenziali, in primis nel settore sanitario, perché sia garantita la loro salute, per se stessi e per le persone che curano. Come dice bene il compagno Mauro su Giap, “l’ossessione sui comportamenti individuali è un dispositivo che fa comodo a chi detiene il potere“. Non sono i singoli che possono cambiare il sistema o combatterlo; e nel film il protagonista riceve l’aiuto di più di una persona, per sopravvivere prima e per mandare il messaggio che il sistema non funziona poi; come un bellissimo e concreto slogan della lotta No Tav ci insegna, si parte e si torna insieme.