Pandemia, compagni e supposte inconciliabilità

Continuo a leggere critiche da parte di compagni ai post dei Wu Ming, come se fossero “negazionisti”, anche quando spiegano la strumentalità – e la tossicità – del termine negazionista. Ciò mi porta a riflettere sugli aspetti sociali legati alla pandemia, troppo trascurati. Io a ‘sto giro sono impegnata col tirocinio quindi “non ho tempo” per deprimermi o avere troppa paura, non so in caso contrario se avrei avuto la forza che mi ha sostenuta durante il primo lockdown. Intorno a me vedo paura, più spesso angoscia. Molte persone sono consapevoli di non riuscire a controllare le proprie emozioni; vedo nevrosi, troppo nervosismo, ansia. Siamo tutti sospesi sull’orlo di un baratro. E questa è una delle conseguenze della pandemia, anche se trascurata. Non so se si tratta di un altro effetto, trasversale, dell’ipermedicalizzazione della nostra società. Purtroppo ho sempre rimandato letture come quelle dei libri di Illich che sarebbero estremamente utili in questo momento. Una parola che si ripete, la scrivono in tanti su Giap, è virocentrismo. Non significa che si dovrebbe ignorare la pandemia, impossibile farlo, né s’intende negarne l’esistenza o la gravità, però questa ci ha bloccati al punto che si fatica a parlar d’altro. È la priorità, ma la vita scorre comunque, e ignorarlo, in campo medico ad esempio, comporta non pochi “danni collaterali”, con ritardi gravi nella prevenzione, nel controllo e nella cura di una serie di patologie che non verranno conteggiate nelle stime ufficiali. Ecco, preso questo dato, lo stesso avviene con le dovute proporzioni per i rischi sulla salute psicofisica di tutti noi. Star bene non vuol dire solo essere negativi al tampone, lo sappiamo ma forse ce ne dimentichiamo, presi dalla paranoia. Io per prima che per una sudata in bici (grandissima sensazione di libertà che mi mancava da troppo tempo) ho accusato qualche sintomo influenzale che razionalizzando ho associato all’evento specifico, e che però mi ha provocato non poche ansie – avrei voluto fare testamento, per dirla con una battuta. E ritorno sul punto della salute mentale perché mi sembra prioritaria, e troppo trascurata. Come dicono i Wu Ming, 

I controlli fatti dopo la fine di #iorestoacasa (da maggio in poi) hanno riscontrato un aumento generalizzato di suicidi, violenze domestiche, femminicidi, vendite di psicofarmaci, depressione, ansia e disturbi alimentari tra bambini e adolescenti, azzardopatia, dipendenza da Internet e da video e molti altri disturbi. 

E non bisogna andare lontano, né dimenticarsi che la seconda ondata è peggiore perché è anche sparito quell’orizzonte di stabilità futura che potevamo intravedere a marzo (la vulgata era “qualche settimana, qualche mese al massimo di sacrifici da parte di tutti e si tornerà alla normalità”). Il nostro prossimo orizzonte è un Natale contingentato se non proprio chiuso, e pochi riescono a credere alle rassicurazioni governative su fine pandemia e salvezza da vaccino – un’incognita enorme che ci si ostina a considerare vicinissima a noi. Quotidianamente parlo con colleghi e amici che mi raccontano di ragazzi murati dentro da mesi, oppure della difficoltà personale di sentirsi sicuri uscendo di casa anche solo per andare a lavoro. Se ripenso all’angoscia provocata dall’11 settembre mi sembra che un po’ rimpicciolisca di fronte al nostro presente.

Continuo ad esplorare le dimensioni del nostro disagio cercando di orientare almeno me stessa, se non chi mi sta intorno. L’angoscia che ci pervade ha anche molto a che vedere con il rapporto malsano che come società abbiamo con la morte; ne parlano ancora una volta i Wu Ming riguardo al divieto di assistere ai funerali, raccontando la tanatofobia e citando un testo che ho in coda di lettura da un po’, Storia della morte in Occidente. L’autore del libro, lo storico Philippe Ariés “constatava che la morte, nelle società capitalistiche, era stata “addomesticata”, burocratizzata, in parte deritualizzata e separata il più possibile dal novero dei vivi, per “evitare (…) alla società il turbamento e l’emozione troppo forte” del morire, e mantenere l’idea che la vita “è sempre felice o deve averne sempre l’aria”.

Durante il lockdown di primavera sono stati svolti in piena clandestinità dei brevi riti funebri, e questo mi sembra esemplare di un legame con la fine della vita che è tipicamente umano e difficile da cancellare, nonostante il capitalismo faccia di tutto per metterlo quanto meno in sordina. Torno a me, non potrei fare altrimenti: i miei cari sono sepolti in un comune diverso da dove vivo e mi pare di capire che non posso andare a “trovarli” essendo la Sicilia in zona arancione perché non è una necessità. Il che poi è molto soggettivo, io magari l’avverto come tale, ma capisco che non fa girare abbastanza denaro, non produce capitalisticamente e quindi non si può fare. Che poi assembramenti nei cimiteri ne ho visti pochi, evitando puntualmente di andare quella volta l’anno in cui è istituzionalizzato il dovere morale di fare visita ai defunti.

La fine della vita è un momento imprescindibile del nostro essere sociale, e non posso non pensare a tutte le morti solitarie che ci vengono imposte a causa della pandemia, quanta ulteriore solitudine stiamo scontando. È qualcosa che ci manca, ci sta mancando, ci è mancato molto anche a causa dell’estrema individualizzazione della nostra società.

Riflettevo giusto ieri sulla necessità di parlarci, oggi particolarmente urgente seppure difficile, tra la nostra generale afasia e la polarizzazione che ci attraversa, con la pandemia che funziona ancora una volta, oltre l’ambito economico, da acceleratore. Per tornare al discorso con cui ho aperto il post, e cioè le incomprensioni e le fratture apparentemente insanabili tra compagni, faccio fatica a comprendere alcune obiezioni che sembrano più prese di posizioni assunte per principio, mentre un tentativo dialogico sarebbe opportuno. Sto provando a confrontarmi su Twitter, un social che riesco ancora ad utilizzare in qualche misura nonostante le evidenti e sempre maggiori distorsioni del mezzo, e fino ad ora non ho trovato muri ma dialogo costruttivo e la convergenza almeno parziale di diverse posizioni e sensibilità, per questo non capisco l’apparente inconciliabilità che sembra la cifra di molta sinistra con se stessa.  Provo a comprendere e vedo che le diverse esperienze personali ci plasmano in maniera forse esagerata, ma credo che sia scontato che accada. Continuo a navigare tra angoscia e polemiche, vedendo sprazzi di dialogo costruttivo, sperando che il dialogo possa servire a rafforzarci, collettivamente, per la solita storia si sa, together we stand divided we fall.

Guardare il dito

Articolo 1(Ulteriori misure urgenti per il contenimento del contagio)

1.Le uscite per gli acquisti essenziali, ad eccezione di quelle per i farmaci, vanno limitate ad una sola volta al giorno e ad un solo componente del nucleo familiare.

2.E’ vietata la pratica di ogni attività motoria e sportiva all’aperto, anche in forma individuale.

3.Gli spostamenti con l’animale da affezione, per le sue esigenze fisiologiche, sono consentiti solamente in prossimità della propria abitazione. (Ordinanza contingibile e urgente n°6 del 19.03.2020 Ulteriori misure per la prevenzione e gestione dell’emergenza epidemiologica da Covid-19. )

Questo dispone la Regione Sicilia nella giornata di ieri, seguendo a ruota le ordinanze comunali o regionali, ad esempio di Messina o dell’Emilia Romagna. La correlazione tra le persone che fanno attività fisica all’aperto e i ricoverati in terapia intensiva, o i contagiati da Covid-19? Nessuna. Piuttosto il fatto che l’area più produttiva (e più inquinata, cosa da non sottovalutare) del paese, con lo slogan “Bergamo is running” abbia imposto di non chiudere le attività non essenziali e abbia subìto il più alto tasso di casi, tendenza che purtroppo non accenna a ridursi dice niente?

ConfBG

Qui il video completo, non rimosso da Confindustria Bergamo che non si scusa ma si limita, chiamata in causa, a twittare:

confbg2

Perché la gogna per chi fa attività fisica mentre i veri colpevoli sono da tutt’altra parte, a partire da chi nei decenni scorsi ha smantellato la sanità pubblica, e per finire a coloro che continuano ad anteporre i loro profitti alla salute di tutti? Come spiega un lodevole articolo di The Submarine, le FAQ del governo, almeno finché la pressione delle amministrazioni locali e regionali non cambierà l’inerzia, prevedono espressamente la possibilità di fare attività fisica all’aperto.

GovernoFAQ

Il virus non va a caccia dei solitari o comunque socialmente distanziati runners, semmai si annida negli spazi chiusi, affollati, come i mezzi di trasporto ridotti dall’emergenza e tragicamente più affollati perché i lavoratori costretti a recarsi ogni giorno a lavoro non sono diminuiti di conseguenza, o come le fabbriche o i magazzini della logistica che continuano ad essere aperti finché i lavoratori non si uniscono per difendere la loro salute proclamando scioperi con lo slogan ricorrente “non siamo carne da macello!“. Anche Amazon riduce le consegne, orientandosi sui beni di prima necessità, evidentemente a seguito delle proteste dei lavoratori che denunciavano condizioni di lavoro tutt’altro che esenti dal rischio contagio. Nel frattempo, invece di discutere della tutela della salute degli operatori sanitari in primis, e di tutti gli altri lavoratori che per necessità rischiano quotidianamente, gli stolti puntano il dito contro gli “egoisti” che corrono all’aria aperta sprezzanti del male intorno.

La sensazione è che le amministrazioni abbiano troppa fretta di dimostrarsi efficienti prima ancora che efficaci in questo frangente emergenziale, e aumentino le prove muscolari cercando di rispondere a, ma incrementando, le ansie e le paure della popolazione, la quale avrebbe bisogno di risposte circostanziate e ragionevoli, ben lontane dal panico morale che si sta creando, e concretamente efficaci. Purtroppo sollevare obiezioni, mantenere sguardo critico e lucido sembra essere ogni giorno più difficile e per fortuna resistono spazi come Giap in cui si analizza la questione dal punto di vista legale e non solo. E sono più che mai necessarie le analisi e le prese di posizione come quella di Sara Gandini su Effimera. Sembra una vita fa quando esponevo i miei dilemmi sull’uscire all’aria aperta con il bambino per portarlo in spiaggia. Per fortuna poi l’ho fatto, e sono stata serena un po’ di più, sopportando le marachelle solite dei “terribili due” col sorriso invece che con l’esasperazione. Riusciremo a rivedere il mare?