L’incubo di Hill House, dentro e fuori di noi

Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà.

L'incubo di Hill House

“Forse il migliore tra i grandi romanzi del soprannaturale dell’ultimo secolo”. Stephen King

Di sicuro l’incipit di L’incubo di Hill House rientra di diritto tra i migliori incipit che io abbia mai letto. Semplicemente perfetto nella forma e nel senso che racchiude in nuce la storia che introduce. È una di quelle frasi rivelatrici che risulta vera ed essenziale appena letta, e se si hanno anche piccole o grandi ambizioni letterarie dispiace non averla immaginata da sé. Protagonista è la casa, che sembra essersi edificata da sola, e viene definita “un luogo non adatto agli uomini, né all’amore, né alla speranza”. Hill House è probabilmente la metafora delle prigioni mentali, fisiche, in cui l’essere umano tende a rinchiudersi. Si va avanti a volte ignorando, o fingendo di ignorare, la realtà nella sua interezza. Meccanismi di autodifesa forse, che permettono di sopravvivere in maniera “sana”.

La negazione è qualcosa che realmente sperimentiamo anche su grandi temi, o sul sistema in cui siamo immersi. Penso al cambiamento climatico: difficile potersi tirare fuori fingendo di non essere coinvolti, eppure continuiamo, giorno per giorno, le nostre vite, come se non ci riguardasse. Penso alla trasformazione del sistema capitalistico da modo di produzione storicamente dato a realtà immanente e permanente senza inizio né fine, al punto che si finisce per accettare la possibilità della fine del mondo (scenario piuttosto apocalittico, siamo più a rischio noi come specie, insieme ad altre specie certo, che l’ecosistema Terra) ma non del sistema capitalistico. Nell’uno e nell’altro caso siamo più simili ad Eleanor di quanto crediamo. La cattiva notizia è che non siamo solo personaggi di una, pure bellissima, storia.