Quello era l’anno

quello-era-lanno

Che anno! Se fosse vissuto per dodici vite, avrebbe mai visto niente di simile a quei dodici mesi?

Di riletture ho già parlato a proposito di Realismo capitalista di Mark Fisher, quindi non mi ripeto, però vorrei spendere due parole riguardo la “fottuta risonanza”, quelle coincidenze che non sembrano tali, quei richiami imprevisti eppure necessari una volta colti, quelle epifanie nel ritrovarsi a (ri)leggere un libro esattamente nel momento giusto. Così, ho riletto Quello era l’anno di Dennis Lehane perché mi sono resa conto che è il primo di una trilogia sul protagonista e mi ero procurata il terzo pochi mesi fa, quindi ho deciso di ripartire daccapo; la prima volta infatti lo lessi diversi anni fa e conoscendo la mia memoria da pesce rosso ho avuto piacere nel cimentarmi di nuovo nell’atmosfera della Boston di un secolo fa. Il libro è infatti ambientato sul finire della Prima guerra mondiale e affronta le vicende del nascente sindacato di polizia cittadino, la sua tentata affiliazione al più grande AFL-CIO (che sta per American Federation of Labour – Congress of Industrial Organizations, e nel frattempo leggo le proteste contro lo stesso, perché disconosca il sindacato di polizia!)

photo5175122738128464130
e il primo sciopero dei poliziotti di Boston, sullo sfondo di un paese orgogliosamente razzista in cui ovviamente vigeva ancora una netta separazione sulla linea del colore, oltre che su quella di classe. Scrivendo di Moonlight mile avevo già accennato alla capacità di Lehane di descrivere la working class nelle sue storie. Qui si vede perfettamente anche la linea del colore, appunto intrecciata sempre con la linea di classe, che resta la prima discriminante cent’anni fa come ora.

“Ah, sì! Hai fatto un buon lavoro da noi e cercheremo di trovarti un posto, un modo per tirare avanti, ma i ragazzi… quelli che tornano, sono tantissimi, Hanno combattuto duro laggiù, e lo Zio Sam… insomma vuole ringraziarli”. “Va bene.” “Ascolta,” disse Bill un po’ frustrato come se Luther stesse per attaccare briga “tu capisci, no? Non vorrai costringerci a mettere in strada quei giovani, quei patrioti. Voglio dire, come sarebbe? Non sarebbe giusto, te lo dico io. Non potresti andare per la strada a testa alta vedendo uno di loro che cerca lavoro mentre tu intaschi una bella paga”.

Luther non disse niente. Non disse che molti di quei giovani, di quei patrioti che avevano rischiato la vita per il loro paese, erano ragazzi di colore, e che di sicuro il suo posto non sarebbe andato a nessuno di loro. Diavolo! Era sicuro che se fosse tornato in fabbrica di lì a un anno, le uniche facce di colore sarebbero state di quelli che facevano le pulizie, impegnati a svuotare i cestini della carta straccia e a raccogliere i trucioli di metallo dal pavimento.

Non è necessario riferirsi alla rinascita del movimento Black Lives Matter per testimoniare come la questione razziale negli USA sia comunque da sempre all’ordine del giorno, connaturata non al sistema di governo ma a quello socioeconomico, e che quindi sopravvive a qualunque legge o tentativo di riforma che non coinvolga il sistema nel suo complesso. Ad ogni modo è davvero interessante leggere proprio in questo frangente le vicende dei neri americani in un momento, come quello dell’immediato primo dopoguerra, in cui la paura rossa la faceva da padrona nella società statunitense (e non solo).

“Cosa crede? Crede che quattro gatti di colore si metteranno a correre armati per queste strade? Che daremo a lei e agli stronzi razzisti la scusa per ammazzarci tutti? Crede che vogliamo farci massacrare?” Levò lo sguardo e vide che McKenna stringeva il pugno. “C’è una combriccola di stranieri, figli di puttana, che vogliono fare la rivoluzione oggi, e allora, vada a prenderli, li ammazzi come cani. Non ho simpatia per loro. Nessuno di colore ha simpatia per loro. Questo paese è anche nostro”.

McKenna indietreggiò di un passo e lo guardò con un sorrisino ironico. “Cos’hai detto?”

Luther sputò per terra e respirò a fondo. “Ho detto che questo paese è anche nostro”.

“No, ragazzo, non lo è. Non lo sarà mai.”

La scrittura di Lehane è avvincente e coinvolgente anche uscendo dallo schema di genere, perché questo libro, ben più lungo dei suoi thriller, ha sicuramente respiro più ampio. Le capacità narrative e descrittive dell’autore giganteggiano ed emergono prepotentemente anche nella serie Kenzie-Gennaro, e riescono ad avere uguale se non maggiore incisività nelle storie che esulano dal genere. Sono naturali e a volte magici i dialoghi tra i personaggi e in generale Lehane riesce a dipingere un affresco della società terribilmente reale, come penso si possa osservare leggendo alcuni brani:

Pensava che per costruire un posto così ci sarebbe voluto un secolo, ma questo paese non aveva tempo di aspettare, non gli interessava la pazienza e non aveva neppure motivo di averne.

“Voi americani… non avete storia. Soltanto il presente, adesso, adesso, adesso. Voglio questo adesso, voglio quello adesso.” Danny provò un improvviso moto di irritazione. “Eppure tutti hanno una furia indiavolata di andarsene dal loro paese e venire qui”. “Ah, sì. Le strade pavimentate d’oro. La grande America dove si diventa ricchi. E quelli che non ci riescono? E gli operai, caro il mio poliziotto? Lavorano, lavorano, lavorano, e se il lavoro li fa ammalare si sentono dire: “Be’, vai a casa e non tornare”. Si fanno male sul lavoro? La stessa cosa. Voi americani parlate di libertà, ma io vedo schiavi che si credono liberi. Vedo grandi aziende che sfruttano i bambini e le famiglie neanche fossero maiali e…”.

“Il fondamento del capitalismo, signori, è la produzione o l’estrazione di merci con lo scopo di venderle. Ecco qual è. Il fondamento di questo nostro paese. Gli eroi di questo paese non sono i soldati, gli atleti, neanche i presidenti. Gli eroi sono gli uomini che hanno costruito le nostre ferrovie e le nostre automobili, i nostri cotonifici e le nostre fabbriche. Sono loro che mandano avanti tutto. E gli uomini che lavorano per loro devono essere grati di far parte del processo che plasma la società più libera del mondo”. Tese le mani e diede una pacca a Luther su entrambe le spalle. “Eppure, incredibile, da qualche tempo non sono più grati”.

“Compagni, osservate quello che fa una società corrotta per conservare l’illusione di se stessa. La chiamano la Terra degli uomini liberi, ma dov’è la libertà di parola? Dov’è la libertà di riunione? Non oggi, non per noi. Abbiamo seguito la procedura. Abbiamo chiesto l’autorizzazione a manifestare in corteo, ma questo diritto ci è stato negato. Perché?” Fraina volse lo sguardo sulla folla. “Perché hanno paura di noi”.

Lehane scrive di poliziotti. In questa storia la polizia si trova in una situazione particolarmente difficile, come servizio pubblico non gli sono riconosciuti i diritti degli altri lavoratori, dopo la guerra si ritrovano tra i più poveri dopo promesse di aumenti e adeguamenti al costo della vita disattese, rispetto alla classe lavoratrice sono altro.

Danny non poteva fare a meno di sorprendersi per l’ironia della sorte – quegli uomini che per lavoro disperdevano gli scioperanti si ritrovavano nelle stesse situazioni senza sbocco di quelli che malmenavano o picchiavano davanti alle fabbriche e agli stabilimenti.

Non c’è lieto fine nelle rivendicazioni della polizia e non ci sono neanche risposte nette. La complessità della questione si scontra con un arretramento delle coscienze che oggi è decisamente superato. Da BLM a Defund the police sicuramente i passi in avanti sono incredibili, il momento oggi si spinge molto oltre. Da noi è più difficile articolare un discorso del genere, siamo il paese dove si travisa regolarmente un gigante come Pasolini per assecondare la retorica delle forze dell’ordine come classe lavoratrice, piuttosto che riconoscere la loro essenza: tutela dello status quo e quindi dell’ordine borghese, cosa che Pasolini ovviamente avrebbe sottoscritto.

A proposito di complessità, è caratteristica pure dei personaggi ed in effetti dell’animo umano. Mal tollero i personaggi bidimensionali, l’assenza di sfumature e la distinzione netta tra bene e male perché la realtà è ben diversa. Per questo motivo apprezzo chi riesce a rendere tale complessità reale su carta e/o su pellicola e Lehane è sicuramente molto bravo, dimostrandosi fine conoscitore della natura umana.

“L’esplosione non è stata un atto terroristico.” “Ma la rabbia rimane”. Ridacchiò. “Siamo noi i più sorpresi. Pensavamo che il giudizio affrettato sul disastro ci avrebbe fatti fuori. Tutto il contrario. La gente non vuole la verità, vuole certezza“. Si strinse nelle spalle. “O l’illusione della certezza”.

“Con, però li odia”. “Sì. Ha molto odio dentro di sé”. Joe finì l’ultimo pezzo del secondo wurstel. “Perché?” Danny si strinse nelle spalle. “Forse perché, vedendo molte cose che lo mettono in confusione, vuole subito una risposta. E se non trova quella giusta, allora prende la prima che gli capita e si dice che è la risposta“.

Gli uomini non amano i cambiamenti. Non vogliono sconquassi. Vogliono poter bere qualcosa di fresco nelle giornate calde e trovare il piatto pieno in tavola.

Gli uomini dovevano fare qualcosa per coloro che amavano. Semplice. Puro e semplice. Si era lasciato risucchiare, ingannare dal bisogno di muoversi – in qualunque luogo, momento e modo – e alla fine aveva dimenticato che il movimento ha bisogno di uno scopo.

Il libro è lungo ma si lascia leggere velocemente, io ho rallentato solo per motivi di tempo sennò lo avrei divorato. Prossimamente leggerò il secondo e il terzo con protagonista un Coughlin e spero di poterne scrivere con lo stesso entusiasmo.

“Che c’è da ridere?” gli chiese Lila. “Tutto”.

Spettri della mia vita

spettridellamiavitaI ain’t living with the ghost

No future living in the past

I’ve seen what hate has done to hope

Tomorrow wasn’t built to last

I ain’t living with the ghost

How can I scream, I’m scared to breathe

 

I traded hurting for healing

I must admit that I was reeling

Now I’m feeling just fine

Traded nightmares for dreaming

Go tell your shadows that I got out alive

Living with the ghost – Bon Jovi

Spettri della mia vita è una raccolta di brevi saggi, pubblicati sul blog K-punk o altrove, che attraverso l’analisi di musica, film e romanzi traccia una serie di riflessioni su depressione, hauntologia e futuri perduti – per citare il sottotitolo.

Il concetto di hauntologia, coniato da Derrida, in francese hantologie, in inglese hauntology, si riferisce ad un senso di malinconia per il futuro e si riallaccia al concetto di “futuri perduti”.

L’ipotesi di questo libro è che la cultura del ventunesimo secolo sia caratterizzata dallo stesso anacronismo e dalla stessa inerzia che affliggono Sapphire e Steel nella loro missione finale. Ma che tale stasi sia stata sotterrata, sepolta sotto una superficiale frenesia di “novità”, di movimento perpetuo. Lo “scompaginamento del tempo”, l’assemblaggio di ere precedenti, ha ormai cessato di meritare qualsiasi commento: oggi è talmente diffuso da non essere neppure notato.

Fisher si rifà alla tesi di Bifo secondo cui il futuro, inteso non come semplice direzione del tempo, è stato cancellato tra gli anni Settanta e Ottanta.

La prima tentazione sarebbe quella d’inquadrare il discorso in una narrazione stancamente familiare: la questione del vecchio che non riesce a venire a patti con il nuovo, e che sostiene che le cose andavano meglio prima. Eppure è precisamente tale quadro – e la sua presunzione che i giovani siano automaticamente all’avanguardia nel cambiamento culturale – a risultare oggi obsoleto.

Mentre il futuro veniva cancellato non è vero che non succedeva niente. Anzi, “questi trent’anni sono stati un periodo di massiccio e traumatico cambiamento”. In Gran Bretagna in particolare già prima col thatcherismo e in generale, le tesi della fine della storia sono state ben smentite dalla realtà.

Eppure, e forse proprio a causa di ciò, proviamo la crescente sensazione che la cultura abbia perso la capacità di cogliere e articolare il presente. O forse, in un particolare senso molto importante, sentiamo che ormai non esiste più nessun presente da cogliere e articolare.

Ma quali sono i futuri perduti? Devo nuovamente procedere con una citazione diretta del testo:

Forse qui è utile ricordare a noi stessi che la socialdemocrazia è diventata soltanto a posteriori una totalità risolta: all’epoca era una costruzione di compromesso, che la gente di sinistra vedeva come una testa di ponte provvisoria a partire da cui sarebbe stato possibile conseguire ulteriori vittorie. Ciò che dovrebbe ossessionarci non è il non più della socialdemocrazia reale, ma il non ancora dei vari futuri che il modernismo popolare ci ha preparato ad attendere e che non si è materializzato. Quegli spettri, gli spettri dei futuri perduti, mettono sotto accusa la nostalgia formale del mondo del realismo capitalista.

Emerge anche il tema della memoria, evidentemente correlato alla temporalità perduta. Le ansie aventi per oggetto la memoria, ci dice Fisher, appaiono costantemente nel tardo capitalismo perché l’insicurezza di vita, l’instabilità economica, “la rapida successione d’immagini effimere” portano tutte “alla rottura di ogni senso coerente di temporalità”.

Sono interessanti pure le riflessioni sull’erosione dello spazio pubblico che si intrecciano con la definizione di nomadalgia: “il senso di disagio provocato da questi ambienti anonimi, più o meno uguali in tutto il mondo: il mal di mare causato dal movimento attraverso spazi che potrebbero trovarsi dappertutto”. Lo spazio pubblico è stato sostituito da un cosiddetto “terzo spazio” che è rappresentato ad esempio dalle caffetterie in franchising. Credo sia abbastanza comune la sensazione di spaesamento che si prova entrando in quei luoghi fotocopia, che sembrano divorare tutto ciò che c’è all’esterno attraverso il loro angosciante essere ovunque uguali.

Come è accaduto già leggendo Realismo capitalista, alcuni tratti con cui viene affrescata la società capitalistica contemporanea sono illuminanti:

(…) un’epoca in cui i confini tra lavoro e non lavoro sono stati erosi – dalla richiesta di essere costantemente operativi (ad esempio per rispondere alle e-mail a qualunque ora del giorno) e di non perdere mai occasione di marketizzare la nostra soggettività. In un certo senso (assolutamente non banale), far festa oggi è un lavoro. Immagini di eccesso edonistico forniscono la maggior parte del contenuto di Facebook, caricate da utilizzatori che sono in effetti lavoratori non pagati, i quali s’incaricano di produrre valore per il sito senza ricevere alcun denaro in cambio. Far festa è un lavoro anche in un altro senso: in condizioni di oggettivo impoverimento e crisi economica, la compensazione del deficit affettivo viene appaltata a noi.

(…)

Oggi la jet society non è più un privilegio dell’élite, quanto piuttosto la vertiginosa mondanità di una forza di lavoro globale permanentemente espropriata. Ogni città è diventata la “città turistica” (…) perché oggi ciascuno di noi è turista in patria, sia nel senso di essere in perenne movimento che di avere il mondo a portata di dita attraverso la rete.

Fisher ha parole dedicate per la società inglese, che conosce da vicino. Parlando delle opere di Keiller, dice che “l’economia britannica non era affatto in “declino”. Il potere oppressivo e profondamente antiegualitario che la caratterizzava derivava proprio dalla sua forza economica. E poi, sul passaggio di potere al New Labour: “Il 1997 ha infine assistito al cambiamento atteso così a lungo, che però non si è rivelato affatto tale. Invece di mettere fine alla cultura neoliberale che Keiller aveva sezionato, il governo di Tony Blair l’avrebbe rafforzata”. Sempre nello stesso brano Fisher analizza il salto di qualità dell’ecologismo che da “interesse marginale” diventa argomento imprescindibile per chiunque, in buona fede o meno: “oggi qualunque azienda, per quanto dedita allo sfruttamento, vuole presentare se stessa come verde”.

Con l’opposizione tra capitale ed ecologia, ci troviamo di fronte quelle che sono in effetti due totalità. Keiller mostra che il capitalismo – almeno in linea di principio – satura qualsiasi cosa (specialmente in Inghilterra, un paese claustrofobico che molto tempo fa ha recintato la maggior parte dei suoi terreni comunitari, perché non esiste paesaggio al di fuori della politica): nulla resiste spontaneamente alla spinta alla mercificazione del capitale, di certo non all’interno del “mondo naturale”. (…) Eppure il capitale, visto dalla prospettiva altrettanto disumana di un’ecologia radicale, nonostante sia capace di distruggere l’ambiente umano e anche grandi porzioni del mondo non-umano, resta ancora un episodio puramente locale.

Le ultime annotazioni al testo che vorrei fare riguardano da un lato un aspetto personale, forse più intimo, e dall’altro una questione politica, di una contemporaneità urgente.

Per quanto riguarda il primo, riprendo le parole di John Foxx, intervistato da Mark Fisher sul blog nel settembre del 2006:

Quando i tuoi genitori magari escono per un’ora sola, certe volte hai l’impressione che quell’assenza durerà per sempre e avverti fortissimo la loro mancanza, e l’astrazione, il tono di quella sensazione, ti resta addosso per tutta la vita. Agisce in diverse situazioni. Questi sentimenti profondi – e tutte le altre parti emotive dello spettro – si uniscono al repertorio di toni emotivi che portiamo e utilizziamo dentro di noi. Certi momenti durano per sempre.

Queste parole mi hanno colpito profondamente, mi sono immedesimata immediatamente, quella sensazione ce l’ho addosso davvero, e me la porterò addosso per tutta la vita.

Al di là del dibattito sul personale/politico, è non solo politico ma incredibilmente attuale un altro passaggio, che commentando nel 2011 le Handsworth songs del Black Audio Film Collective del 1986 e la presentazione del film organizzata a causa dei disordini inglesi che nel frattempo erano emersi, potrebbe essere sottoscritto oggi in relazione agli eventi incredibili che si stanno succedendo negli Usa dopo la morte ormai divenuta iconica di George Floyd. Credo vada riportato per intero, al di là del breve passaggio che avevo evidenziato leggendolo.

Rivisto – e riascoltato – oggi, Handsworth Songs appare sinistramente (in)tempestivo. Le continuità tra anni Ottanta e oggi si impongono allo spettatore contemporaneo con forza sorprendente: come nel caso delle recenti sommosse, gli eventi del 1985 furono innescati dalle violenze della polizia; e le condanne dei disordini del 1985 come gesti criminali insensati avrebbero potuto essere pronunciate ieri dai politici Tory. Ciò spiega perché è importante resistere alla disinvolta narrazione secondo cui dopo la realizzazione di Handsworth Songs le cose sono “progredite” in modo lineare. Certo, il BAFC oggi partecipa agli eventi della Tate Modern sulla scia nei nuovi tumulti inglesi, cosa assolutamente impensabile nel 1985: ma come ha sottolineato Rob White nella discussione tenuta in occasione dell’evento alla Tate, oggi è molto improbabile che Handsworth Songs e opere simili vengano trasmesse e meno che mai commissionate da Channel 4. L’assunto che razzismo e brutalità della polizia siano relitti di un’epoca ormai passata è diventato parte della narrativizzazione reazionaria dei recenti disordini: sì, allora c’era la politica e il razzismo, ma non oggi, oggi non più… La lezione da ricordare – specialmente oggi che ci viene di nuovo chiesto di difendere l’aborto e di opporci alla pena di morte – è che le lotte non si vincono mai in modo definitivo.

Era appunto il 2011. Credo anche solo questo pezzo valga la pena di leggere un testo a volte spiazzante, soprattutto se non si possono cogliere tutti i riferimenti alla cultura anglosassone o a generi e stili che non si sono mai frequentati.

I nuovi abiti del capitalismo

morozov

Il tema del capitalismo della sorveglianza è più attuale che mai nel mutato contesto in cui ci troviamo. Rispetto a febbraio, mese in cui ne scrivevo dopo aver letto il libro di Shoshana Zuboff, la situazione è se possibile più ghiotta per questo nuovo abito del capitalismo e trova noi più indifesi e proni nell’accettare le sue forme. Con l’imposizione della DAD ma non solo, emerge ancor più di prima la necessità di una nuova consapevolezza digitale e di strumenti alternativi allo strapotere dei GAFAM (Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft).

In questo contesto è opportuno ritornare sul frame teorico e riconoscere, dopo aver letto la lunghissima recensione critica di Evgeny Morozov (qui in italiano) che mi dev’essere sfuggito qualcosa, e non si tratta di dettagli. Come dice @kappazeta nel segnalarmi il testo, anche io devo essermi concentrata sugli aspetti di denuncia senza riflettere  troppo sul quadro teorico, probabilmente perché ho dato per scontata la critica al sistema nel suo complesso. In realtà io ho fatto anche qualche accenno (entusiasta!) ai riferimenti teorici ignorando totalmente il quadro d’insieme, per cui è particolarmente illuminante il testo di Morozov. Banalmente mi sono esaltata per aver letto riferimenti a sociologi che apprezzo abbastanza o molto (Braudel, Weber, Polanyi, Bauman) non rendendomi conto dell’impostazione complessivamente fuori fuoco del libro.

Morozov inizia la sua analisi dicendo che la Zuboff afferma in maniera corretta che criticare le Big Tech per le violazioni della privacy “ha fatto perdere di vista la portata della trasformazione”, per proseguire risalendo alle origini del lavoro della Zuboff, una figura comunque lontana da circoli anticapitalisti (professoressa di Harvard, ha lavorato per Business Week, in Italia il suo libro è stato ad esempio pubblicato dalla LUISS, cosa che aveva lasciato perplessa anche me). Ha lavorato sull’impatto dell’Information Technology (IT) sul posto di lavoro per quarant’anni, e, nelle parole di Morozov:

il disallineamento tra il possibile e il reale ha inquadrato il contesto intellettuale in cui, precedentemente cautamente ottimista sia sul capitalismo che sulla tecnologia, ha costruito la sua teoria del capitalismo della sorveglianza, lo strumento più oscuro e distopico del suo arsenale intellettuale fino ad oggi.

Morozov osserva che in precedenti scritti, comunque critici, era completametne assente la parola capitalismo mentre “la proprietà privata, la classe, la proprietà dei mezzi di produzione – la materia dei precedenti conflitti legati al lavoro – erano per lo più esclusi dal suo quadro”. Nel percorso di Shoshana Zuboff ha influito molto, ed è essenziale per comprenderne l’approccio, il suo professore di Harvard Alfred Chandler, “bardo del capitalismo manageriale”, il quale aveva affermato che la mano invisibile di Adam Smith era stata sostituita dalla mano visibile dei manager. Chandler era stato uno studente di Talcott Parsons, padre del funzionalismo, e la storia aziendale che insegnava assomiglia più ad una sociologia funzionalista sotto mentite spoglie “ed è di tipo piuttosto volgare”, chiosa Morozov. Attraverso l’approccio chandleriano scompaiono le relazioni di potere, e la Zuboff adotta lo stesso sistema: elabora un metodo analitico portando gli esempi a conferma piuttosto che mettere a confronto diversi modelli per verificare quale possa risultare migliore. L’autrice si appoggia poi a Schumpeter, altro mentore di Chandler, nel mettere il consumatore al centro del cambiamento storico. All’interno del quadro chandleriano si configurano tre regimi rappresentati da imprese che ne sintetizzano i valori: la General Motors e la Ford e il capitalismo manageriale così come descritto da Chandler; Google e Facebook e il capitalismo della sorveglianza descritto nel suo dispiegarsi da Zuboff; Apple e Amazon (prima di Alexa, specifica) e il capitalismo della promozione dei diritti così come vagheggiato dalla stessa Zuboff.

Un grosso problema delle spiegazioni funzionaliste è che non ammettono l’esistenza di narrazioni alternative. Ad esempio nel corso del libro non c’è alcun riferimento ai concetti di capitalismo delle piattaforme o cognitivo, o neanche biocapitalismo, categorie che permetterebbero di approfondire diverse sfaccettature e allargare lo sguardo dell’analisi.

La struttura Chandleriana, nonostante tutte le sue intuizioni analitiche, è cronicamente cieca alle relazioni di potere, il risultato della sua innata mancanza di curiosità verso le spiegazioni non funzionaliste.

Morozov si lancia poi in un parallelo a prima vista “straniante” tra Shoshana Zuboff e Toni Negri, e più ampiamente il marxismo autonomo italiano. Questi ultimi avevano visto l’IT come forza potenzialmente liberatrice, considerano l’estrazione di valore della fabbrica sociale mentre i capitalisti diventano solo percettori di rendita e la moltitudine si emancipa, e da qui discende la richiesta di un reddito di base universale. È evidente che i percorsi non sono sovrapponibili ma il presupposto della teoria degli autonomi “era un’ipotesi funzionalista”: la capacità del lavoro di essere sempre un passo avanti al capitale. Per chiudere il discorso sugli autonomi italiani, la premessa chiave della loro teoria, dice Morozov, “che il capitale stava diventando esterno al lavoro, consentendo ai lavoratori cognitivi abilitati, ora sparsi attraverso la fabbrica sociale, di autovalorizzarsi, sembra sempre più discutibile”. Resta comunque una differenza fondamentale: mentre il concetto di moltitudine “per quanto ambiguo e fuorviante”, rievoca un soggetto collettivo, per la Zuboff c’è solo il singolo consumatore sovrano.

A metà del testo Morozov si riferisce al proprio preludio “piuttosto lungo di 8 capitoli” e dichiara “questa recensione aspira a competere con il libro nella prolissità”, prima di analizzare nel dettaglio il quadro teorico de Il capitalismo della sorveglianza. Nel libro invece di chiedersi il perché Amazon, Apple e Google siano a caccia di surplus comportamentale, la caccia di surplus comportamentale diventa la causa; una teoria più semplice, afferma, sarebbe la seguente: “le aziende tecnologiche, come tutte le aziende, sono guidate dalla necessità di assicurare una redditività  a lungo termine”. E quindi:

 In effetti, il regime è solo uno – il capitalismo – e usarlo come una categoria analitica aiuta a rimediare a numerose carenze nei confronti del capitalismo manageriale e del capitalismo della sorveglianza.

La centralità della categoria del consumo inficia tutta l’analisi: nel momento in cui non c’è consumo non esiste capitalismo della sorveglianza, così come senza lavoro non c’è capitalismo per Marx: “Pertanto, un hedge fund che impiega satelliti per rilevare il movimento di veicoli vicino a supermercati o magazzini – una pratica comune per misurare il livello dell’attività commerciale di una sede – si trova al di fuori del capitalismo della sorveglianza, rigorosamente interpretato”. A quanto pare per la Zuboff la vera preoccupazione non è la sorveglianza ma la manipolazione del comportamento che ne consegue.

Un’altra critica di Morozov riguarda l’utilizzo improprio dei concetti di ‘spoliazione’ e ‘accumulazione primitiva’ impiegati ignorando la mercificazione: in genere la Zuboff definisce coi primi situazioni che andrebbero definite con quest’ultima espressione. Una delle principali conseguenze denunciate da Morozov è quindi presto spiegata:

Il concetto di capitalismo della sorveglianza sposta il luogo dell’inchiesta e le lotte che informa, dalla giustizia dei rapporti di produzione e distribuzione all’interno della fabbrica sociale digitalizzata all’etica dello scambio tra le aziende e i loro utenti. Per rendere il surplus comportamentale degli utenti (…) così cruciale per la teoria occorre concludere che l’estrazione del surplus da tutte le altre parti non ha importanza, o forse non esiste.

Questo comporta un “passo indietro nella nostra comprensione della dinamica dell’economia digitale” però non tutto è perduto: “anche quadri analitici errati possono produrre effetti sociali benefici”. Che si definisca tale o meno, il capitalismo della sorveglianza ha effetti concreti nel nostro presente e ne siamo tutti in qualche modo investiti, mentre la liberazione invocata anche dagli autonomi. oltre che dai tecnoentusiasti della prima ora, non ha affatto avuto luogo: “Steve Jobs ci ha promesso i computer come ‘biciclette per la mente’; ciò che abbiamo ottenuto sono invece le catene di montaggio per lo spirito”.

Il meccanismo suggerito da Morozov, per cui si può accettare l’utilità politica mentre si respinge la validità analitica del testo è delicato e pericoloso, ma sicuramente ha senso, dato il successo che ha investito il libro e la concreta possibilità che questo aiuti ad aumentare la nostra consapevolezza digitale: “rivisto come un avvertimento contro il sistema dei dati della sorveglianza, il libro regge abbastanza bene”. Dopo aver letto la lunga recensione di Morozov ho riflettuto sulle fallacie di un testo che mi ha in qualche modo travolta e che ritengo fondamentale oggi. Nonostante sia evidentemente flawed, e ringrazio Evgeny Morozov per aver spiegato in maniera accurata il frame teorico in cui si situa, Il capitalismo della sorveglianza, con i dovuti accorgimenti, resta un libro imprescindibile per il nostro presente.

 

 

 

 

No is not enough

noisnotenough

Nel 2016 l’elezione di Trump è stata vissuta come uno shock da una larga fetta di progressisti, anche se effettivamente non avrebbe dovuto essere così, visto che Trump è esattamente l’apoteosi del sistema in cui viviamo. Con la capacità di analisi che la contraddistingue Naomi Klein è molto chiara su questo punto. In No is not enough. Resisting Trump’s shock politics and winning the world we need, afferma “Trump is the logical culmination of the current neoliberal system” e non si ferma qui, sostenendo anche che “the current neoliberal system is not the only logical culmination of the human story”. Nell’introduzione è già spiegato molto bene:

(…) there is an important way in which Trump is not shocking. He is entirely predictable, indeed clichéd outcome of ubiquitous ideas and trends that should have been stopped long ago. Which is why even if this nighmarish presidency were to end tomorrow, the political conditions that produced it, and which are producing replicas around the world, will remain to be confronted. (…) the world we need won’t be won just by replacing the current occupant of the Oval Office.

Ammettere che Trump sia la logica conseguenza, e non la causa del sistema sembra scontato ma non lo è: lo stesso errore è stato commesso per anni dagli oppositori di Berlusconi in Italia, lasciandolo governare indisturbato per quasi un ventennio. Più avanti comunque la Klein rincara la dose: “Trump didn’t create the problem – he exploited it. And because he understood the conventions of fake reality better than anyone, he took the game to a whole new level”.

La lettura del libro è stata più lenta e sofferta del solito, senza colpa del testo, e non perché ho scelto la versione inglese, cosa che normalmente mi rallenta ma non così tanto, quanto per la situazione assurda ed emergenziale in cui ci troviamo. Questo ha evidentemente condizionato non solo i tempi ma anche la percezione del testo, per cui è inevitabile aver colto alcuni riflessi del presente angoscioso che viviamo:

A large-scale crisis – whether a terrorist attack or a financial crash – would likely provide the pretext to declare some sort of state of exception or emergency, where the usual rules no longer apply. This, in turn, would provide the cover to push through aspects of the Trump agenda that require a further suspension of core democratic norms (…)

Terribilmente vicino a quello che stiamo vivendo è anche il seguente passaggio:

We don’t go into a state of shock when something big and bad happens; it has to be something big and bad that we do not yet understand. A state of shock is what results when a gap opens up between events and our initial ability to explain them. When we find ourselves in that position, without a story, without our moorings, a great many people become vulnerable to authority figures telling us to fear one another and relinquish our rights for the greater good.

Il cambiamento climatico, protagonista di This changes everything e dell’ultimo On fire (prossimamente in lettura), compare spesso anche in questo testo, e direi in modo fisiologico visto la pervasività del tema; un esempio è quando l’autrice riporta che la Exxon Mobil sapeva già nel 1978 le conseguenze del sistema basato sui combustibili fossili e che sarebbero state necessarie di lì a pochi anni misure straordinarie per contrastarle.

Anche se l’analisi della Klein non si può definire marxista, di essa apprezzo la chiarezza sul fatto che il capitalismo non sia riformabile; non è con pochi aggiustamenti che si risolvono le crisi che attanagliano il sistema, che si tratti di quelle puramente economiche o sociali o ambientali. In sintesi è giusta la diagnosi ma carente la cura (vedasi il Green New Deal propugnato dall’autrice con forza).

What mainstream liberals have been saying for decades, by contrast, is that we simply need to tweak the existing system here and everything will be fine. You can have Goldman Sachs capitalism plus solar panel. But the challenge is much more fundamental than that. It requires throwing out the neoliberal rulebook, and confronting the centrality of ever-expanding consumption in how we measure economic progress.

Bellissime le pagine in cui Naomi Klein ricorda il “Powerful Global Movement” quello che alla fine del Novecento e nei primi anni Duemila era veramente forte: “from London to Genoa, to Mumbai, to Buenos Aires, Quebec City and Miami, there could not be a high-level gathering to advance the neoliberal economic agenda without counterdemonstrations”. Il movimento dei movimenti riusciva a mettere insieme istanze diverse e unire tante lotte in un’unica lotta. L’11 settembre ha provocato una frattura insanabile perché l’emergenza terrorismo ha permesso di creare un nuovo frame che recitava né più né meno: “o con noi o coi terroristi” mettendo in crisi le diverse anime del movimento. Il vuoto che si è venuto a creare è stato agevolmente riempito nel corso degli anni da Trump negli Stati Uniti e in generale dai partiti di estrema destra e populisti: “Politics hates a vacuum; if itsn’t filled with hope, someone will fill it with fear“.

Naomi Klein ripercorre anche la lungimirante analisi svolta in Shock Economy, perché resta un elemento importante della poltica contemporanea, oltre che la via maestra attraverso cui è stato imposto il capitalismo neoliberista in diverse parti del mondo: “Virtually any tumultuous situation, if framed with sufficient hysteria by political leaders, could serve this softening-up function”. L’autrice riconosce che nel 2007, all’epoca della pubblicazione del libro, la sua teoria poteva sembrare controversa, contestando la correlazione apparentemente indiscussa tra economia di mercato e democrazia, mentre il passare del tempo ne ha dimostrato l’accuratezza: “the extreme form of capitalism that has been remarking our world in this period (…) very often could advance only in contexts where democracy was suspended and people’s freedoms were sharply curtailed”. È essenziale rimarcare, come fa la Klein, che l’individualismo, la grettezza e il primato degli interessi egoistici non sono il primo impulso degli esseri umani, che tendono invece ad aiutarsi reciprocamente: “the shock doctrine is about overriding these deeply human impulses to help, seeking instead to capitalize on the vulnerability of others in order to maximize wealth and advantage for a select few”.

Una crisi può portare ad una spirale distruttiva oppure essere un’opportunità, in base alle condizioni concrete di chi si trova ad affrontarla (e anche qui, nuovi sinistri echi del presente).

It is true that people can regress during times of crisis. I have seen it many times. In a shocked state, with our understanding of the world badly shaken, a great many of us can become childlike and passive, and overly trusting of people who are only too happy to abuse that trust. But I also know, from my own family’s navigation of a shocking event, that there can be the inverse response as well. We can evolve and grow up in a crisis, and set aside all kinds of bullshit – fast.

Naomi Klein parla a questo proposito dell’11 settembre e di come sia stato uno shock in cui la generalità della popolazione non è riuscita a reagire. Questo perché eventi traumatici del passato erano stati vissuti ed elaborati da alcune comunità, ma non in maniera più ampia e collettiva. Non c’è una narrativa condivisa insomma, e mi pare sia avvenuto lo stesso in Italia, dove al di là di alcune retoriche patriottarde la Resistenza al fascismo come momento fondativo della Repubblica non è mai entrato nel discorso dominante, permettendo sia tentativi anche grotteschi, che sarebbero comici se non fossero tragici, di emergere, sia ai partiti neofascisti di autolegittimarsi in una democrazia che dovrebbe di diritto escluderli.

Al netto della vaghezza delle soluzioni proposte, le analisi di Naomi Klein sono molto stimolanti e puntuali. Il testo si chiude con il Leap Manifesto, che tenta di unire diversi piani di lotta, dai diritti dei popoli indigeni, alla tutela dell’ambiente. Si tratta di un documento politico interessante anche se dal punto di vista marxista evidentemente insufficiente. Particolarmente interessante infine la condanna dell’austerity, una politica che è bene attenzionare perché non è detto che non ci venga riproposta come necessaria alla fine della fase emergenziale per fare pagare ai soliti (a noi) i costi della crisi:

We declare that “austerity” -which has systematically attacked low-carbon sectors like education and healthcare, while starving public transit and forcing reckless energy privatizations – is a fossilized form of thinkinf that has become a threat to life on earth.

Avevamo ragione noi

I’m breaking in, shaping up, then checking out on the prison bus
This is it, the apocalypse
Whoa oh

I’m waking up, I feel it in my bones
Enough to make my system blow
Welcome to the new age, to the new age
Welcome to the new age, to the new age

(Radioactive, Imagine Dragons)

Dopo la sovraesposizione dei giorni scorsi, sono arrivata alla fase di riflusso. Mi riferisco all’immersione quasi costante nella lettura di approfondimenti, analisi e narrazioni delle conseguenze sociali, economiche e politiche dell’attuale emergenza. Ho accuratamente evitato il frame dominante, la conta dei morti, la retorica mainstream dell’#andràtuttobene e del #iorestoacasa, per la mia salute mentale, e mi ha fatto bene concentrarmi sul resto. Però sono arrivata ad un punto critico. Le giornate passano, l’emergenza resta e ho bisogno di spostare il focus perché la routine quotidiana non può proseguire a questi ritmi. Ho intenzione di proseguire la lettura quotidiana dei blog tramite Feedly, che è già un bell’impegno, rallentare le incursioni su Twitter e usare Mastodon in maniera parsimoniosa, e possibilmente eludendo l’argomento unico. Voglio riprendere a leggere con costanza altro, libri che parlino d’altro (anche se è difficile, nel libro della Klein del 2017 che sto leggendo ho trovato diversi riferimenti all’oggi, ma è fisiologico in certa saggistica). Più narrativa allora, e più attività fisica: ho già iniziato un programma di trenta minuti al giorno, e mi fa stare meglio. Appena finisce il colpo di coda dell’inverno devo dedicarmi alle piante, quelle che stanno fiorendo, le grasse che riprendono la crescita, le piante verdi che sono state pure un po’ trascurate. L’altro giorno pensavo che è un peccato non poter andare per vivai a cercare nuove inquiline, pazienza, non sono necessità. È necessità sicuramente occuparmi del nano, ancora è in una fase per cui non gli manca la routine scolastica, ma gli manca sicuramente uscire, cavoli gli manca la nonna che abita sotto e che vede solo tramite video. L’altro giorno al mio ennesimo diniego mi ha risposto “ma io non ho il virus”. Ecco che forse ha ragione chi dice che saranno loro a socializzare la nostra rabbia, anche se spero che siamo noi stessi perché tempo non ne abbiamo più e non sarebbe neanche giusto. Nell’attesa di capire come e in che forma dargli l’ora d’aria voglio organizzare delle attività un minimo strutturate durante le lunghe giornate. E vorrei prendere anche quaderni e colori anche se non ho capito se è possibile trovarli/acquistarli. Il grande rimosso dei bambini, dimenticati dalla legge e dagli uomini, è davvero uno dei punti focali di questa follia chiamata emergenza.

Per fortuna ho la compagnia in casa e qualche hobby che mi torna utile, penso però che c’è gente meno fortunata di me e vorrei poter fare qualcosa. Sicuramente continuo la militanza, il momento è cruciale e si sta dimostrando quello che già sapevo (avevamo ragione noi?) mentre si festeggiano i rialzi in borsa dopo alcune misure prese dalla Fed, e mentre il governo fa l’ennesimo decreto spostando ancora il focus dall’emergenza dei lavoratori, quegli irresponsabili che vorrebbero scioperare per dire semplicemente che non sono carne da macello, che la loro vita vale più del profitto. Stolti!

Avevate ragione voi

Dietro le maschere antigas

Voi

Dietro le vostre barricate

Voi che già allora sapevate che oggi

Avreste avuto ragione voi

Mentre correvate indietro

Noi tutti quanti con le mani verso il cielo

Cercavamo solamente verità

Avevamo ragione noi

(Avevate ragione voi, Linea 77)

Prima lezione di diritto

grossiDevo ringraziare Mentalismo democratico ed in particolare @Annama se ho scoperto questo libro che mi aiuta a riappacificarmi con la parte giuridica dei miei studi; qualche settimana fa infatti citavo questo articolo di Sandro Moiso, ed in particolare:

Tagliamo la questione senza ulteriori tentennamenti. Fascismo e democrazia non sono che forme politiche, contingenti e mutevoli, volte al medesimo scopo: la conservazione dell’esistente, la garanzia del soggetto dominante di continuare il suo processo di accumulazione, sfruttamento e dominio senza tanti intoppi. Il contrario di fascismo non è democrazia, ma Rivoluzione. Il battito profondo dell’epoca. S. Moiso

quando mi è stato consigliato il testo di Paolo Grossi Prima lezione di diritto, un libro che dal titolo, e conoscendo il tono medio dei manuali e della saggistica giuridica in genere, non avrei mai preso in considerazione, e invece come mi è stato anticipato “smonta uno a uno tutti gli pseudostrumenti della democrazia o meglio il modo in cui si usano”; quella volta è stata una discussione che tra l’altro ha avuto il merito di convincermi a riprendere in mano il mio piccolo testo sulla democrazia per dargli una collocazione su questo blog. Vorrei allora riprendere alcuni brani del libro di Grossi, per rendere l’idea dell’approccio:

Noi siamo troppo spesso abbacinati da quel che avviene nello Stato, che è un ordinamento autoritario, dove il diritto si deforma in comando e dove l’evento terribile della sanzione è una sorta di appendice normale del comando, tanto normale da farla ritenere sua parte integrante. Ma di appendice si tratta, e avente a oggetto un evento assolutamente ipotetico: la possibile inosservanza.

Un testo che parla del diritto non come principio primo e supremo di tutte le cose, ma che sottolinea più volte la strumentalità del diritto rispetto all’uomo, anzi agli uomini in società, è tutt’altro che banale soprattutto se adottato come libro di testo. E ancora l’analisi storica, un elemento fondante per qualsiasi marxista:

Il costo per noi giuristi è consistito in una sorta di abbacinamento: non ci siamo accorti che la statualità era un prodotto storico contingente, l’abbiamo assolutizzata e abbiamo assolutizzato una nozione di diritto assai relativa sia sotto il profilo temporale (frutto del moderno) sia sotto quello spaziale (Europa continentale).

In questa parte del testo l’autore accosta il diritto alla lingua nella loro dimensione istituzionale, nel senso che entrambi sono complessi istituzionali, volti cioè a creare un ambito superindividuale che viene assunto come “realtà autonoma con una sua vita stabile all’interno dell’esperienza sociale”. È davvero interessantissimo anche il riferimento alla tematica del bene comune in stridente contrasto con l’astratto principio di legalità:

Il principio di strettissima legalità, cioè della necessaria corrispondenza di ogni manifestazione giuridica alla legge, è al cuore della società ed è propugnato come suprema garanzia del cittadino contro gli arbitrii della pubblica amministrazione e di cittadini socialmente ed economicamente forti. Resta invece impensabile l’idea dell’arbitrio e degli abusi del legislatore, il quale subisce un processo di stucchevole idealizzazione ed è proposto come l’interprete e il realizzatore del bene comune grazie alla sua onniscienza e onnipotenza.

(…) Il bene pubblico è, in realtà, il bene di pochi, giacché lo stato borghese – così suadente e paterno nelle oleografie della propaganda ufficiale – è rigidamente elitario e rappresenta l’instaurazione di una pseudodemocrazia, entro la quale il ‘quarto stato’, quello popolare che non aveva assolutamente fatto la Rivoluzione dell’89, è ancora in attesa d’una posizione protagonistica.

Il giurista si sofferma inoltre sulla definizione dello Stato di diritto ed in particolare dei suoi limiti, con un sorprendente (forse) riferimento al parlamentarismo:

è uno Stato parlamentare, che assume il Parlamento come organo centrale e caratterizzante, giacchè ciò gli consente un ammantamento democratico, anche se la rappresentanza popolare – rappresentanza di pochi, di pochissimi – si risolve in una arrogante finzione; è uno Stato in cui il Parlamento, in grazia di questa finzione, si propone come onnisciente e onnipotente, e perciò insindacabile; (…)

L’autore chiude il discorso facendo un interessante riferimento ai diritti al plurale, e soprattutto importante perché riprende i riferimenti alla comunità e alle radici collettive del diritto, contro ogni presunto individualismo:

Ed ecco la raccomandazione  con cui tengo a chiudere il nostro libretto: non dimenticare mai che questi diritti sono conferiti al singolo non in quanto isola solitaria ma accando a un altro e a molti altri,  sono conferiti al singolo quale soggetto inserito in una comunità storicamente vivente.

Tutto l’opposto di come viene considerato purtroppo troppo spesso comunemente il diritto, strumento del singolo contro altri singoli o contro lo Stato, tutela degli interessi privatistici e neanche troppo in fondo egoistici.

Il capitalismo della sorveglianza

Some resist the future, some refuse the past

Either way, it’s messed up if we can’t unplug the fact (Ludens, BMTH)

cover_image_zuboff

La lettura de Il capitalismo della sorveglianza, di Shoshana Zuboff, richiede sicuramente tempo non solo per la lunghezza del testo, ma soprattutto per riuscire a metabolizzare la quantità di informazioni e la loro densità. Si tratta di un testo imprescindibile, oserei dire fondamentale, che dovrebbe essere citato, studiato e considerato punto di riferimento come e più de Il capitalismo nel XXI secolo di Thomas Piketty, il quale sconta evidenti limiti nel riformismo che parte da un’analisi incompleta e conseguentemente nelle soluzioni che propone, ma questo è un altro discorso, chissà se qualche volta mi deciderò a parlarne con metodo. Ritorniamo al testo della Zuboff; nel leggerlo ho sottolineato parecchio e spero di poter rendere a chi mi leggerà l’importanza di questo lavoro.

Cos’è il capitalismo della sorveglianza?

Secondo l’autrice pioniere di questa nuova maschera del capitalismo sono Google e Facebook, le quali per prime scoprono l’importanza dei dati, non semplicemente di quelli forniti dagli utenti ma soprattutto di tutto ciò che ruota intorno ad essi. Apparentemente entrambe le big companies rendono servizi gratuiti, eppure sono tra le società che guadagnano di più al mondo, e i loro fondatori sono tra i miliardari più ricchi. Com’è possibile ciò? Evidentemente nulla è gratis, ma in realtà non è neanche come più volte ci siamo sentiti dire: siamo noi il prodotto. No. la realtà dei fatti è che noi siamo semplicemente lo strumento attraverso cui queste società (e Google e Facebook sono solo le prime in ordine di tempo, non le uniche) mettono a profitto la nostra intera esistenza. Per capirlo meglio andiamo al testo (ricorrerò frequentemente alla citazione diretta per motivi di chiarezza di esposizione e fedeltà ai concetti che voglio rendere): “gli utenti non sono prodotti, bensì le fonti della materia prima. (…) gli anomali prodotti del capitalismo della sorveglianza riescono nell’impresa di derivare dal nostro comportamento pur rimanendo al tempo stesso indifferenti ad esso”. Quello che genera profitti, una mole incredibile di profitti, non è ciò che l’utente inserisce in rete, ma il suo surplus comportamentale:

Gli scienziati poi chiariscono che hanno intenzione – e che le loro invenzioni glielo consentono – di aggirare gli attriti insiti nel diritto degli utenti a decidere. I metodi registrati da Google consentono di sorvegliare, catturare, espandere, costruire e reclamare surplus comportamentale, inclusi i dati intenzionalmente non condivisi dagli utenti. Gli utenti recalcitranti non ostacoleranno l’espropriazione dei dati. Nessun limite morale, legale o sociale intralcerà la ricerca, la sottrazione e l’analisi del comportamento altrui con scopi commerciali.

Fermo restando che quotidianamente diamo il consenso alle lunghissime e spesso incomprensibili clausole sulla privacy senza neanche leggerle, non è rifiutandole che ci potremo tirare fuori. Per come si è costituito questo sistema, e per gli ostacoli che NON ha incontrato nel corso degli anni, a partire da una sistema normativo inadeguato anche solo a comprendere cosa stesse accadendo, non c’è modo di rifiutarsi e restarsene fuori. Basti pensare che Facebook raccoglie i dati anche dei non iscritti alla piattaforma, per fare un esempio banale. Per non dire che tramite l’acquisizione di Whatsapp ha l’accesso alle nostre rubriche telefoniche e a qualsiasi dato presente nei nostri smartphone.

That a world covered in cables was never wired to last

So don’t act so surprised when the program starts to crash

È importante tenere presente che in nessun modo si tratta di demonizzare la tecnologia in sè:

il digitale può assumere molte forme, a seconda delle logiche sociali ed economiche che lo animano. È il capitalismo che impone un prezzo fatto di sottomissione e impotenza, non la tecnologia. È vitale ricordare che il capitalismo della sorveglianza è una logica in azione, non una tecnologia, perché i capitalisti vogliono farti credere che le loro pratiche siano insite nelle tecnologie che utilizzano. (…) Le tecnologie sono sempre dei mezzi al servizio dell’economia, e non dei fini: nell’epoca moderna, il Dna della tecnologia è segnato in partenza da quello che il sociologo Max Weber chiama “orientamento economico”.

In termini marxiani si afferma ancora una volta il dominio della struttura sulla sovrastruttura. Il libro fa l’esempio di almeno due diverse innovazioni tecnologiche create con scopi non commerciali, anzi ideate per essere al servizio dei singoli e delle comunità e che invece all’interno del sistema capitalista hanno in breve tempo perso la loro “missione” originaria: il primo era il progetto Aware Home, pensato per rendere la casa intelligente per gli utenti che la abitano, un progetto ingenuamente ideato per andare incontro alle esigenze personali degli abitanti di una casa, a differenza di come si è trasformato nella realtà, un ulteriore mezzo per trasferire e vendere informazioni a terzi; il secondo esempio è quello dell’affective computing ideato da Picard, che pensava di aiutare le persone attraverso delle macchine intelligenti che potessero comprendere le emozioni consapevoli e inconsapevoli e renderle codificabili; “Picard non aveva previsto le forze del mercato in grado di trasformare la renderizzazione delle emozioni in surplus sfruttabile con fini di lucro: dei mezzi per i fini di altre persone”. In entrambi i casi si immaginavano usi personali e privati: “non è pertanto una questione di dispositivi; è “l’orientamento economico” del quale parlava Max Weber, a essere determinato dal capitalismo della sorveglianza”.

L’autrice mantiene saldamente un approccio materialista che non posso che apprezzare, insieme al background sociologico di tutto rispetto: oltre Weber del testo citato sopra, lungo il testo ho ritrovato Polanyi, stella polare della sociologia economica, oltre a Braudel e Bauman. E a questo proposito segnalo il seguente passaggio che permette di introdurre una questione dirimente:

Il filosofo sociale Zygmunt Bauman ha scritto che la più profonda contraddizione del nostro tempo è “il gap sempre più ampio tra il diritto all’affermazione di sè stessi e la capacità di controllare le variabili sociali che la renderebbero possibile. È da quel terribile gap che provengono gli effluvi più velenosi che oggi contaminano le vite dei singoli individui”.

In buona sostanza c’è uno stridente contrasto tra la società iperindividualizzata e la crescente impotenza dei singoli ad autoaffermarsi. La società che inneggia alla meritocrazia, un concetto quanto meno discutibile, si dimostra sempre più incapace di far emergere le singole individualità. Come spiega meglio la Zuboff:

Descrivo la “collisione” tra i processi secolari di individualizzazione che danno forma alla nostra esperienza di individui autodeterminati e l’impervio habitat sociale prodotto da decenni di regime economico neoliberale che schiaccia quotidianamente la nostra autostima e il nostro bisogno di autodeterminarci. Il dolore e la frustrazione derivanti da tale contraddizione sono le condizioni che ci hanno spinto a sbandare verso internet per il nostro sostentamento, e accettare il drastico do ut des del capitalismo della sorveglianza.

And I don’t feel secure no more

Unless I’m being followed

And the only way to hide myself

Is to give ‘em one hell of a show

Com’è successo?

Una domanda potrebbe sorgere, e l’autrice prova a rispondere: ma com’è potuto accadere che il capitalismo della sorveglianza diventasse realtà senza nessuna resistenza, anzi senza la presa di coscienza di cosa stesse accadendo?

Sotto la guida di Google, il capitalismo della sorveglianza ha allargato notevolmente le dinamiche di mercato, imparando a espropriare l’esperienza umana e a trasformarla in previsioni comportamentali. Google e l’ancora più vasto progetto di sorveglianza sono stati generati, protetti e nutriti dalle specifiche condizioni storiche di un’epoca – le esigenze della seconda modernità, l’eredità neoliberista, la realpolitik dell’eccezionalismo della sorveglianza – oltre che dalla loro volontà di erigere delle fortezze per proteggere la propria incetta di materie prime dall’analisi altrui attraverso l’influenza politica e culturale.

Tra i meccanismi utilizzati dai capitalisti della sorveglianza per vincere facilmente le resistenze ed affermarsi quasi senza “combattere” c’è “l’invasione tramite la dichiarazione“: “la mancanza di precedenti ci ha lasciato disarmati e incantati”. Per comprendere questo passaggio occorre tornare un attimo indietro, esattamente alla conquista dell’America. Molti si sono chiesti come siano stati possibili la conquista e il conseguente genocidio dei popoli americani da parte di relativamente pochi colonizzatori. In pratica questo è stato spiegato in buona parte dall’assoluta estraneità della realtà e dei mezzi dei conquistatori: i nativi non capivano chi si trovavano davanti, mentre da parte europea c’era tutto fuorché ingenuità, perché approfittarono sapientemente di quel terribile gap per prevalere senza alcuno scrupolo. Lo strumento del Requerimiento soprattutto serviva allo scopo: si trattava di una dichiarazione in cui si affermavano le modalità di conquista, partendo dalla storia dell’umanità e passando per la nascita e l’affermazione del Cattolicesimo. Attraverso il potere spirituale e temporale conferito dalla Chiesa si proclamava la sottomissione dei nuovi popoli a ad esso. Il problema principale di questo strumento era la sua pura formalità, che tra l’altro neanche sempre veniva rispettata, mentre nei fatti i popoli non comprendevano affatto quanto veniva loro detto e si trovavano in una condizione di subalternità tale da non rendersene neanche conto. Questa storia apparentemente lontana si è ripetuta negli anni scorsi, ovviamente in forme diverse e senza nessun conseguente genocidio, quando Google ha appreso

l’arte dell’invasione e della dichiarazione, prendendosi quel che voleva e stabilendo che gli apparteneva. L’azienda ha rivendicato il proprio diritto di aggirare la nostra consapevolezza, di prendere la nostra esperienza e trasformarla in dati, di ritenersi proprietaria dell’uso e della destinazione di quei dati, di elaborare tattiche e strategie per tenerci all’oscuro delle sue pratiche e di insistere perché persistesse la mancanza di leggi necessaria a tali operazioni. Queste dichiarazioni hanno istituzionalizzato il capitalismo della sorveglianza come forma di mercato.

Tra i caratteri più peculiari che hanno permesso che tutto ciò accadesse è la velocità del nuovo sistema: “i movimenti rapidi del capitalismo della sorveglianza non vengono colti dallo sguardo della democrazia e dalla nostra capacità di capire che cosa accade e considerarne le conseguenze”. Non è un caso che l’elaborazione teorica di questo sistema avviene quando è già fortemente istituzionalizzato, con un ritardo di una ventina d’anni dai suoi primi passi.

Alcuni concetti chiave

Uno dei concetti chiave del libro è lo shadow text: quello che noi condividiamo su internet, attraverso i social, oppure utilizzando i molteplici servizi di colossi come Google è un primo testo, il quale però lascia tracce, residui che sono più importanti di questo per i capitalisti della sorveglianza:

Sotto il regime del capitalismo della sorveglianza, però il primo testo non è più solo, ma lascia un’ombra alle sue spalle. Il primo testo, tanto apprezzabile, in realtà fornisce materie prime al secondo testo: il testo ombra. Tutto quel che offriamo al primo testo, non importa quanto irrilevante o effimero sia, diventa un bersaglio per l’estrazione del surplus. Questo surplus riempie le pagine del secondo testo, che è celato alla nostra vista: una “lettura riservata” per i capitalisti della sorveglianza.

Anche dopo lo scandalo di Cambridge Analytica del 2018, quando Facebook ha dichiarato che avrebbe reso disponibile per il download più dati personali, si riferiva sempre al primo testo: “questi dati non comprendono il surplus comportamentale, i prodotti predittivi e il destino di queste previsioni quando vengono usati per la modifica del comportamento, comprati e venduti. Quando scarichiamo le nostre “informazioni personali”, abbiamo accesso al proscenio, non al retroscena (…)”.

Quel che accade all’interno del capitalismo della sorveglianza è ben lontano dalle forme antiche e conosciute di sottomissione, non si tratta neanche di “imporre norme comportamentali come l’obbedienza e il conformismo”, ma piuttosto di “produrre un comportamento che in modo affidabile, definitivo e certo conduca ai risultati commerciali desiderati” .

How do I form a connection when we can’t even shake hands?

You’re like the phantom greeting me

We plot in the shadows, hang out in the gallows

Stuck in a loop for eternity

I livelli di ansia crescono al proseguire della lettura, e non potrebbe essere altrimenti: “Google e Amazon si sono già assicurati la competizione per il cruscotto della nostra auto, dove i loro sistemi controlleranno tutte le comunicazioni e le applicazioni”. D’altronde non potrebbe essere altrimenti quando si scopre che vengono prodotte “bottiglie smart di vodka” e “termometri rettali connessi a internet”. Se c’è una cosa che mi mette profondamente a disagio è pensare che quella che ingenuamente credevo potesse essere una comodità e un miglioramento della qualità della vita come i robot aspirapolvere è già programmato per raccogliere e inviare all’esterno dati privati sulla casa e non solo. D’altronde, pensando razionalmente ai caratteri intrinseci del capitalismo non potrebbe essere altrimenti finchè vi siamo immersi; e leggendo il libro mi sono ancora più convinta di quanto abbia fatto bene ad uscire da Facebook (che poi il passo successivo parrebbe dover essere fare l’eremita sull’Himalaya è un altro discorso, forse):

Facebook è diventata invece una delle più autorevoli e minacciose fonti di surplus comportamentale proveniente dall’abisso. Con una nuova generazione di strumenti di ricerca, ha imparato a depredare il vostro sé fino alle sue profondità più intime. Le nuove operazioni di rifornimento possono renderizzare come comportamento misurabile qualunque cosa: le sfumature della nostra personalità, il nostro senso del tempo, l’orientamento sessuale, l’intelligenza e i valori di altre caratteristiche personali. È l’immensa intelligenza delle macchine dell’azienda che trasforma questi dati in efficaci prodotti predittivi.

Non si tratta di esagerazioni o iperboli, stiamo parlando ad esempio di Cambridge Analytica, qualcosa che almeno apparentemente ha smosso le acque e generato indignazione generale:

si tratta delle capacità cresciute in quasi due decenni di incubazione del capitalismo della sorveglianza in uno spazio sregolato; pratiche che hanno suscitato scandalo, ma che nei fatti sono routine quotidiana nell’elaborazione dei metodi e degli obiettivi del capitalismo della sorveglianza, che si tratti di Facebook o di altre aziende. Cambridge Analytica ha semplicemente spostato la macchina dai soldi garantiti dal mercato dei comportamenti futuri alla sfera politica.

Do you know why the flowers never bloom?

Will you retry or let the pain resume?

I need a new leader, we need a new Luden

(A new Luden, new Luden, yeah)

Un altro dei elementi chiave presentati nel libro è la gamification, un concetto affascinante almeno quanto inquietante e che ha già prodotto una letteratura accademica diffusa e sostanziosa. La Zuboff spiega chiaramente il suo significato e le sue implicazioni all’interno del capitalismo della sorveglianza:

In pratica, il potere dei giochi di cambiare i comportamenti è stato strumentalizzato senza ritegno, con la diffusione della gamification in migliaia di situazioni nelle quali un’azienda non vuole fare altro che regolare, dirigere e condizionare il comportamento dei propri clienti o impiegati rivolgendolo verso i propri obiettivi. In genere questo significa importare alcune componenti, come i punti bonus e l’avanzamento di livello, per determinare comportamenti che tornano comodi agli interessi dell’azienda, con programmi che premiano la fedeltà dei clienti o la competizione per le vendite tra gli impiegati.

Si tratta di strumenti ormai largamente diffusi e di cui facciamo spesso esperienza come clienti ma effettivamente sono impiegati moltissimo anche a monte della catena di produzione come afferma correttamente l’autrice, per incentivare gli impiegati: un esempio lampante si riscontra nei meccanismi di gara e premialità fortemente presenti nei call center, ma non solo. E parlando di giochi un passaggio importantissimo per il potenziamento del capitalismo della sorveglianza è stato a la diffusione a livello mondiale del gioco Pokémon Go che ha generato una mania collettiva coinvolgendo milioni di persone e che ha permesso di interiorizzare in maniera inconsapevole alcuni degli aspetti più deleteri della sorveglianza, dalla geolocalizzazione massiccia all’intrusione in luoghi privati come le case, non troppo tempo fa considerati inviolabili, fino alla monetizzazione ottenuta da tutte quelle imprese che permettendo la presenza di Pokémon all’interno del loro perimetro hanno ottenuto accessi in massa da parte di clienti che probabilmente non sarebbero facilmente entrati, consentendo un ritorno economico eccezionale. Quello che preme sottolineare è che il cliente finale del gioco non è l’utente che vi partecipa con eccessiva leggerezza ma “le aziende che prendono parte al mercato dei comportamenti futuri stabilito e ospitato dall’azienda” (la Niantic, produttrice del gioco). Quando parlo di leggerezza da parte dei giocatori di Pokémon Go o di inconsapevolezza non mi riferisco ad un aspetto marginale, poiché come afferma la Zuboff “la capacità dei capitalisti della sorveglianza di aggirare la nostra consapevolezza è una condizione essenziale per la produzione di conoscenza“. Il fatto di non avere alcun controllo formale è diretta conseguenza del nostro essere inessenziali al funzionamento del mercato: “in un futuro del genere, siamo esiliati dai nostri stessi comportamenti, ci viene negato l’accesso o la possibilità di controllare la conoscenza ricavata dalle nostre esperienze. Conoscenza, autorità e potere risiedono nel capitale della sorveglianza, per il quale siamo solo “risorse naturali umane”.

Nel futuro che il capitalismo della sorveglianza sta preparando per noi, la mia e le vostre volontà costituiscono una minaccia per il flusso di denaro che proviene dalla sorveglianza. Il suo scopo non è quello di distruggerci, ma semplicemente quello di scrivere la nostra storia per guadagnare soldi. Già in passato sono state ipotizzate cose simili, ma solo oggi sono possibili. Già in passato sono state sconfitte cose simili, ma solo oggi hanno potuto radicarsi. Siamo intrappolati senza consapevolezza, privi di alternative per sfuggire, resistere o proteggerci.

So come outside, it’s time to see the tide

It’s out of sight, but never out of mind

I need a new leader, we need a new Luden

(A new Luden, new Luden, yeah)

Aspetti vincenti del capitalismo della sorveglianza non sono solo la velocità, i modi subdoli o la sua eccezionalità rispetto al contesto storico in cui si è costituito , c’è sicuramente invece una componente di comodità e “servizio” apparentemente gratuito che affascina e irretisce, illudendo molte persone della necessità di essere parte di questo immane cambiamento:

in questo nuovo regime, le nostre vite si svolgono in un contesto morale di oggettificazione. Il Grande Altro può imitare l’intimità per mezzo dell’instancabile devozione dell’Unica Voce – la ciarliera Alexa di Amazon, le informazioni instancabili e i promemoria del Google Assistant -, ma non commettiamo l’errore di scambiare questi suoni avvolgenti per qualcosa di diverso dallo sfruttamento dei nostri bisogni.

Come già detto sopra, non si tratta di essere diventati il prodotto del capitalismo:

dimenticatevi il cliché secondo il quale “se qualcosa è gratis, il prodotto sei tu”: noi non siamo il prodotto, siamo le carcasse abbandonate. Il prodotto deriva dal surplus strappato alle nostre vite.

Dal punto di vista della personalità così come viene influenzata dalle maggiori occasioni di confronto sociale si riscontra la condizione psicologica FOMO (Fear Of Missing Out), “una forma di ansia sociale definita dalla “sensazione sgradevole, o perfino straziante, che i nostri simili stiano facendo qualcosa di migliore di noi, e possiedano più cose o conoscenze”. Suona familiare? I ricercatori hanno associato questa condizione all’uso compulsivo di Facebook, e oserei dire che si tratta di una delle condizioni più diffuse tra giovani e meno giovani dei nostri tempi, che anche personalmente ho vissuto nella mia esperienza e anche per lunghi periodi. È necessario rilevare quanto questa condizione sia collegata ad una vita insoddisfacente e non semplicemente insicura.

All’interno del capitalismo della sorveglianza la società si trasforma in sciame, mentre gli individui diventano meccanismi: questi sono i caratteri fondanti della società strumentalizzata, una società che non annulla affatto le divisioni di classe: “la vita nell’alveare produce nuove spaccature e forme di stratificazioni. Non si tratta più solo di regolare o subire le regole, ma anche di fare pressione o subirla”.

So di aver scritto già tanto, ma mi preme condividere tutti gli elementi che considero importanti, e sono davvero molteplici. Ad esempio un elenco di “affronti alla democrazia e alle sue istituzioni”:

l’esproprio non autorizzato dell’esperienza umana; il dirottamento della divisione dell’apprendimento nella società; l’indipendenza strutturale del capitalismo; l’imposizione della forma collettiva dell’alveare; l’ascesa del potere strumentalizzante e dell’indifferenza radicale alla base della sua logica dell’estrazione; la costruzione, la proprietà e la gestione dei mezzi di modifica del comportamento costituita dal Grande Altro; l’abrogazione dei diritti fondamentali al futuro e al santuario*; l’allontanamento dell’individuo in grado di autodeterminarsi dal cuore della vita democratica; l’annebbiamento psichico come merce di scambio con l’individuo in un do ut des illegittimo.

*per diritto al santuario l’autrice intende il bisogno di uno spazio che possa essere un rifugio inviolabile, diritto presente nelle società civilizzate fin dall’antichità.

Storicità e contingenza

Come sostiene l’autrice “il capitalismo della sorveglianza rappresenta una logica d’accumulazione senza precedenti definita da nuovi imperativi economici con meccaniche ed effetti non interpretabili dai modelli e dagli assunti esistenti”. Questo però non esclude la sua storicità, perché “è stato creato da uomini e donne che potrebbero controllarlo, ma che hanno semplicemente scelto di non farlo”. Così come non si tratta di una trasformazione che mette in soffitta i princìpi e gli assunti base del capitalismo, e infatti “ciò non significa che i vecchi imperativi – la compulsione alla massimizzazione del profitto con l’intensificazione dei mezzi di produzione, crescita e competizione – siano svaniti. Questi si trovano però a dover operare attraverso i nuovi obiettivi e meccanismi del capitalismo della sorveglianza”.

Soffermarsi sul carattere storico e “accidentale” del capitalismo della sorveglianza non è un semplice esercizio accademico perché implica una semplice ma grande verità, sottaciuta per ovvie ragioni. E ci incoraggia ad agire per resistere alla sua contingenza:

Non va bene che ogni nostro movimento, ogni emozione, parola e desiderio siano catalogati, manipolati e poi indirizzati verso un futuro già deciso per far guadagnare qualcun altro. “Si tratta di cose nuove” spiego. “Non hanno precedenti. Non dovreste darle per scontate, visto che non vanno bene.

Si tratta di una grande lezione, necessaria, che travalica i seppur pervasivi confini del capitalismo della sorveglianza per abbracciare la nostra intera esistenza di esseri sociali: il motore del cambiamento della storia è sempre passato da questa convinzione e così sarà per il futuro.

Alright, you call this a connection?

You call this a connection?

You call this a connection? Okay

You call this a connection?

Oh, give me a break

Oh, give me a break

Oh, give me a break (okay)

[AGGIORNAMENTO IMPORTANTE: questo post è molto letto ma resta incompleto senza il successivo post dedicato alla critica del testo di Evgeny Morozov, che inserito tra i commenti di rimando spesso sfugge mentre è essenziale. Consiglio quindi a tutti di leggerlo per avere un quadro più compiuto.

Cuori allo schermo

Cuori allo schermo.jpgL’antropologia è una disciplina che mi affascina e che purtroppo  ho solo sfiorato durante il mio percorso di studi. Tra gli autori sicuramente fondamentali c’è Marc Augé, per cui appena avuta la possibilità e l’occasione ho preso il testo Cuori allo schermo. Vincere la solitudine dell’uomo digitale. Si tratta di una lunga chiacchierata tra l’etnologo e Raphaël Bessis dalla quale si possono cogliere molti spunti interessanti. Il testo è denso, e probabilmente la mia poca conoscenza della materia mi ha spinto ad annotare davvero parecchie cose, per cui il post risulterà lungo.

Si parte dall’apparente analogia tra l’etnologo e l’homo cyber sul trovarsi contemporaneamente dentro e fuori, quindi in uno spazio liminale, tesi comunque non incoraggiata da Augé il quale sostiene che l’esperienza dell’etnologo può essere simile per alcuni versi ma nella sostanza è decisamente più intensa. Molto interessante è la definizione di antropologia: la centralità data alla relazione e la conseguente importanza dell’esperienza dell’alterità. Per Augé la questione del senso corrisponde al senso sociale; si tratta del simbolico, ovvero la relazione rappresentata ad altri. L’antropologia cambia faccia una volta terminato il sistema coloniale, ma in realtà allarga il suo orizzonte fino a ricomprendere il mondo intero, poiché “la colonizzazione prefigurava le forme attuali di mondializzazione. Oggi siamo nell’era della postcolonizzazione, in cui a operare è il sistema nella sua relazione con ciò che è fuori da quello stesso sistema, e dove esiste una nuova frontiera, un nuovo limite, una nuova esteriorità che del resto, nel linguaggio del turismo e del tempo libero, può mascherarsi da esotismo da quattro soldi”.

Nell’immaginario globalizzato spicca l’assenza di pensiero sul futuro, da cui anche un proliferare di sette e piccoli movimenti, come già in Africa o in America Latina. Sull’assenza di futuro: “sono convinto, senza nessuna ironia, che le scommesse, le  corse e il campionato di calcio migliorino la vita di molte persone; proprio perché aperti sull’avvenire, anche se a brevissimo termine, e perché alimentano il senso di un’attesa”. Forse il concetto per cui Augé è più noto è quello di nonluogo. Nel testo si chiarisce come uno spazio non sia luogo o nonluogo una volta per tutte, ma possa diventare uno o l’altro in base alla situazione particolare e al soggetto coinvolto. Ad ogni modo c’è una tendenza alla moltiplicazione dei nonluoghi, ovvero spazi di comunicazione, di circolazione e di consumo. I nonluoghi in generale si caratterizzano per essere spazi sociali in cui sono assenti identità, relazione e storia.

Il dialogo prosegue sull’onnipresenza delle immagini (nella definizione dell’autore sono sostituti delle persone) e su come queste influenzino o addirittura determinino la realtà: “da una parte eventi di importanza diversa sono considerati allo stesso livello, dall’altra sperimentiamo una specie di attenuazione, quasi un annullamento, della distinzione tra realtà e finzione”. A questo proposito è opportuno citare la definizione di finzionalizzazione: “Il mondo (…) ogni giorno viene disposto meglio per essere visitato, ma ancor più filmato e alla fine proiettato su uno schermo. (…) la finzione invade tutto e l’autore scompare. Il mondo è penetrato da una finzione senza autore”. Augé elabora inoltre l’importante concetto di stadio dello schermo, traslando lo stadio dello specchio che caratterizza una fase della crescita dei bambini, quella in cui riconoscono che l’Io che vedono riflesso è l’Altro. Nello stadio dello schermo accade l’inverso, per cui riconosco che colui che vedo allo schermo, l’Altro, sono io.

Ciò che caratterizza la contemporaneità è la consapevolezza di appartenere allo stesso pianeta: “forse per la prima volta l’umanità è coinvolta nella stessa storia”. L’individualità invece in diverse forme è sempre esistita però “se non c’è più alterità non c’è più individualità”. L’individualismo contemporaneo è costituito da passività e consumo, mentre “la relazione è in crisi, in particolare da quando le sue forme principali sono veicolate dall’immagine”.

Prima di chiudere vorrei condividere alcune definizioni scelte tra quelle riportate alla fine del volume, che mi sembra debbano di diritto stare nella cassetta degli attrezzi di chi si occupa del mondo contemporaneo.

Mondializzazione: termine generale che si riferisce al cambiamento di scala e di riferimento.

Globalizzazione: si riferisce in particolare agli ambiti economico e tecnologico.

Planetarizzazione: si utilizza nelle accezioni ecologiche ed etiche.

Surmodernità: “con questo termine vorrei indicare gli effetti di accelerazione, esuberanza ed eccesso che, lungi dall’abolire o superare la modernità com’era concepita nel XIX secolo, la sovradeterminano e allo stesso tempo la rendono meno leggibile e più problematica”.

 

Quando ero piccola leggevo libri

downloadDa quando ne ho sentito parlare Loredana Lipperini, fonte inesauribile di ottimi consigli libreschi, ho avuto il desiderio di leggere qualcosa di Marilynne Robinson. In attesa di riuscire a leggere la sua narrativa, ho avuto occasione di iniziare da una sua raccolta di saggi. Quando ero piccola leggevo libri spazia tra diverse tematiche etiche, religiose e politiche e fondamentalmente racconta l’essere umano. Se non sono perfettamente in sintonia col suo sentire religioso, né con la sua alta considerazione degli Stati Uniti d’America, riesco comunque ad apprezzarne la scrittura delicata e profonda, a tratti pungente, mai banale e che coglie spesso il punto rivelandosi. Mi sono quindi avventurata per sentieri che non sempre erano a me congeniali eppure ne sono uscita con maggiore ricchezza di riflessioni e contenuti, per cui non posso che dire di apprezzare enormemente il testo. Credo che più che spiegarlo occorrerebbe leggerlo, per cui vorrei condividere alcune citazioni che ho annotato durante la lettura:

Per quelli di noi che hanno un’istruzione, le teorie ammuffite che abbiamo imparato al secondo anno di università e memorizzato in vista di un esame, per poi non ripensarci più consciamente, esercitano un’autorità che ci metterebbe in imbarazzo se ci fermassimo a riflettere. (p. 16)

Ma l’unica cosa che sappiamo riguardo a ciò che siamo è ciò che facciamo. (p. 21)

Una lingua è una collaborazione magnifica, una forma d’arte collettiva che cominciamo a padroneggiare da neonati e da lattanti, e conserviamo, modifichiamo, selezioniamo, ampliamo nel corso della nostra vita. (p. 38)

Sfogliando il testo alla ricerca delle annotazioni mi rendo conto che spesso torna l’idea di collettività o di comunità, un qualcosa che la nostra società va dimenticando ma che andrebbe sicuramente rilanciata:

La comunità possiede il grande dono di arricchire le vite singole, e ciascun individuo possiede il dono di ampliare e arricchire la comunità.

La grande verità che si dimentica troppo spesso è che farsi del bene a vicenda è nella natura delle persone. (p. 51)

La capacità di lettura e descrizione della realtà che ci circonda è un dono che pochi hanno, sicuramente Marilynne Robinson si trova in quell’insieme:

In questo clima di paura generalizzata, le libertà civili sono finite sotto pressione, e chi cerca di difenderle viene considerato indifferente a ogni minaccia alla libertà comune. Certo, il mondo è pericoloso, e proprio per questo motivo il ribellarsi della nostra società e di quella occidentale contro se stesse cozza nettamente con qualsiasi strategia razionale di autodifesa. D’altro canto è perfettamente in linea con il nuovo predominio del pensiero ideologico e con l’attuale passione per l’austerity, che ne emerge rafforzata come necessità pratica e al contempo ideale morale. L’ansia ha assunto una vita propria. È diventata una sorta di succubo della nostra vita nazionale.  (p. 59)

Allo stesso tempo, l’avanzata dell’austerity, con tutte le sue implicazioni, è internazionale. Dal punto di vista storico non rappresenta nulla di nuovo. È un’asserzione e un consolidamento del potere, capace di neutralizzare le usanze e l’adeguamento sociale. Invoca la forza della necessità. E quando si deve affrontare la necessità bisogna accantonare altre considerazioni. Noi in Occidente abbiamo creato delle società che, secondo criteri storici, possono essere definite generose e aperte. Lo abbiamo fatto gradualmente, con il lavorio della nostra politica. Sotto la bandiera della necessità, tutto questo potrebbe essere spazzato via. (p. 71)

Vorrei continuare con una manciata di altre citazioni che ritengo interessanti per cogliere il pensiero dell’autrice e la sua incisività nel descrivere il reale:

Nella migliore delle ipotesi l’ideologia presenta due problemi gravi. Il primo è che non rappresenta la realtà, né le corrisponde né, tantomeno, le si rivolge. È un righello dal bordo dritto in un universo frattale. (p. 70)

Se Mozart giova al cervello nell’utero, giova altrettanto al cervello nella mezza età. E lo stesso vale per la cultura in generale, che ci fornisce i paradigmi del pensiero. (p. 77)

Noi abbiamo quasi spento le stelle con il nostro bozzolo di luce artificiale, ma a quanto pare gli antichi non smettevano un momento di osservarle. Considerare significa, etimologicamente, osservare gli altri, allo scopo di prendere una decisione. Etimologicamente, un disastro è una cattiva stella. Queste parole derivano dal latino, che venne al mondo tardi, ma che esprime una fiducia prescientifica nell’intercoinvolgimento del cosmo e del genere umano. Una cosa di questo tipo è considerata primitiva, quindi perché non dovrebbe essere uno dei nostri tratti primitivi? Forse è esclusa perché somiglia troppo alla metafisica. (p. 192)

Non ho mai sentito nessuno riflettere sulle origini e sulla funzione dell’ironia, ma posso dire con certezza che nel nostro universo è solo un pochino meno pervasiva del carbonio. (p. 229)

Chiudo con un’ultima citazione sulla necessità delle storie che condivido appieno:

Per qualche motivo il fatto di essere umani ci fa amare e agognare le narrazioni grandiose. I ragazzi dell’antica Grecia e di Roma imparavano a memoria Omero. Questa pratica costituiva una parte importante della loro istruzione, proprio come imparare a memoria il Corano lo è oggi per molti ragazzi nelle culture islamiche, Si tratta di un mezzo per preservare tradizioni importanti, e ha addirittura formato i maggiori dialetti delle rispettive civiltà. La narrazione implica sempre una causa e un effetto. Crea delle strutture paradigmatiche intorno alle quali l’esperienza può essere ordinata, e questo spiegherebbe senz’altro il forte desiderio che suscita, che potrebbe anche essere definito bisogno. (p. 157)

Stato e rivoluzione

stato e rivoluzione.jpgArrivare a 35 anni avendo letto molto di Marx ma nulla di Lenin è imperdonabile, devo aver pensato quando un po’ di tempo fa presi al volo Stato e rivoluzione, appena lo vidi in una libreria. Un testo che dovrebbero leggere tutti coloro che sbagliando identificano il marxismo con lo stalinismo, o comunque il comunismo con l’URSS, ignorando in buona o cattiva fede la reale dottrina marxiana, Lenin e ciò che sarebbe dovuta essere la rivoluzione comunista se fosse stata integrale. Non si tratta di utopie o immaginazione, come ogni studioso di Marx già sa: il rigore scientifico dello studioso di Treviri è estremo. Lenin interpreta il pensiero di Marx e di Engels alla perfezione, ricordandoci dell’attenzione che i due fondatori del marxismo ponevano ai dati di fatto come ai reali rapporti di forza, un insegnamento a cui non possiamo rinunciare.

LA CONCEZIONE MARXIANA DELLO STATO

L’autentica concezione marxiana dello Stato implica il suo annientamento in quanto esso è strumento di oppressione di classe (“Ogni stato è una “forma  repressiva particolare” della classe oppressa”) e, dopo una necessaria fase di transizione, ovvero la dittatura del proletariato, non ha più ragione di esistere proprio perché la vittoria della classe operaia implica l’abolizione di tutte le classi.

Per Marx lo Stato è l’organo del dominio di classe, un organo di oppressione di una classe su un’altra; è la creazione di un “ordine” che legittima, legalizza e rinsalda questa oppressione, attenuando il conflitto tra le classi.

Dopo l’esperienza storica delle rivoluzioni incompiute avvenute in Europa tra il 1848 e il 1851 Marx perfeziona ciò che era solo abbozzato nel Manifesto del partito comunista “in maniera ancora troppo astratta, generica” per quanto concerne almeno la pars destruens della rivoluzione; così Lenin: “e questo Stato proletario dovrà necessariamente estinguersi immediatamente dopo aver ottenuto la vittoria, perché in una società senza antagonismi e lotta di classe lo Stato è un organismo inutile”. L’esperienza della Comune di Parigi è un altro tassello essenziale che conferma a Marx quanto sia necessario annientare la macchina statale e non solo prenderne possesso: “condizione preliminare essenziale di ogni rivoluzione popolare (…)”. Inoltre, le vicende parigine permettono di elaborare meglio anche la cosiddetta pars construens, quindi la realtà della società comunista; in particolare occorre lo scioglimento dell’esercito permanente, quindi il monopolio della forza in mano allo Stato va sostituito con il popolo armato a difesa della rivoluzione e inoltre è ugualmente necessaria la totale eleggibilità e revocabilità di ogni funzionario per eliminare la burocrazia. Questo perché, e qui Lenin si rifà ad Engels e alla terza edizione della Guerra civile in Francia del 1891 in cui è data “l’ultima parola del marxismo sulla questione in esame”: “anche nella repubblica democratica, lo Stato rimane lo Stato; conserva cioè la sua caratteristica fondamentale: far divenire i funzionari e servitori della società padroni della stessa”.

CHI È MARXISTA

In tempi in cui il conflitto di classe, anzi la stessa sussistenza delle classi sociali è dai più messa in dubbio se non ignorata, chi lo riconosce potrebbe sembrare dalla parte “giusta” della storia ma ciò in realtà non è sufficiente, come dimostra un altro passo del testo di Lenin che sento di dover citare:

Colui che si accontenta di riconoscere il conflitto tra classi non è ancora un marxista ed è possibile che egli non riesca a spingersi oltre i limiti del pensiero e della politica borghese. Ridurre il marxismo alla lotta tra classi significa mutilarlo, farne ciò che è ritenuto accettabile dalla borghesia.

Marxista lo è soltanto colui che estende il riconoscimento della lotta tra classi sino all’accettazione della dittatura del proletariato. In questo consiste la differenza più profonda tra il marxista e il banale piccolo e grande borghese. È in questo che bisogna mettere alla prova la comprensione e il riconoscimento effettivi del marxismo.

Nella temperie del 1917, Lenin aveva preparato il piano di un ulteriore capitolo che però rimanda con l’avvento dell’Ottobre. Vorrei poter scrivere come fece nel Poscritto alla prima edizione, “è più piacevole e più utile fare “l’esperienza di una rivoluzione” piuttosto che scrivere un volume su di essa” ma devo fidarmi sulla parola, nell’attesa del sol dell’avvenir.