La rivoluzione della luna

la rivoluzione della luna

Andrea Camilleri è un maestro che già manca, se pensiamo che non essendo più tra noi non potrà scrivere altri libri. La mia “fortuna” è che ancora ne devo leggere tanti per completare la sua ricchissima produzione letteraria, e un po’ temo il giorno in cui non avrò più nulla di nuovo da leggere di suo, anche se devo dire che ho provato a rileggere qualcosa ed è un piacere anche riscoprirlo. Oltre il successo dei molti libri che vedono protagonista il commissario Montalbano, ormai famosissimo anche per merito delle trasposizioni che la Rai ha fatto delle sue storie, se possibile sono addirittura più belli i libri di ambientazione storica: per citarne solo un paio direi ad esempio Il birraio di Preston e La concessione del telefono.

La rivoluzione della luna è uno di questi, pubblicato nel 2013 e ambientato nella Sicilia dominata dagli spagnoli del Seicento. Questi romanzi sono scritti interamente in siciliano ed è una gran goduria leggerli anche per questo motivo. La vicenda che ha ispirato Camilleri ha come sempre un’origine reale, e lo spiega lui stesso nella nota finale: il Viceré don Angel de Guzmàn muore nel 1677 ma lascia scritto “nel suo testamento che voleva come successore la propria vedova, donna Eleonora di Mora”. Fu così che una donna governò la Sicilia anche se per un breve lasso di tempo, durante il quale “seppe meritarsi ampio rispetto per tutto quello che fece”. Abbassamento del prezzo del pane, creazione del Magistrato del Commercio che riuniva le settantadue maestranze palermitane, e poi diversi provvedimenti in favore delle donne furono gli atti del suo governo. Non mi soffermo oltre sulla trama perché è da scoprire e da vivere. Del resto si legge con la stessa tranquillità e scioltezza con cui si beve un bicchiere d’acqua quando non si è troppo assetati. La ricostruzione storica è accurata quanto beffarda, nella misura in cui “tutto era lecito allora, nel Seicento, a Palermo, fuorché ciò che era lecito”, come precisa Salvatore Silvano Nigro nella bandella. La caratterizzazione dei personaggi è altrettanto efficace anche se Camilleri come suo costume non induge mai in lunghe descrizioni: gli bastano davvero brevi accenni e dice molto più attraverso le loro intenzioni e le loro gesta, riuscendo a mettere su carta personalità complesse e perfettamente “reali”. Nello scrivere il romanzo si è preso numerose libertà, dice, rispetto alla storia reale, di cui effettivamente sussistono poche tracce, e ne svela solo due minori. Sta al lettore, immergendosi nel testo, immaginare quali aspetti potrebbero essere più verosimili, fermo restando che la storia della Sicilia ci insegna che a volte le trame che potrebbero sembrare le meno plausibili sono invece quelle reali.

Le pultrune dei sei Consiglieri erano assistimate tri a mano manca e tri a mano dritta del gran trono d’oro arrisirbato alle Sò Maistà i Re di Spagna che però non avivano avuto occasioni di posarici supra il loro agusto deretano datosi che mai nisciuno di loro si era dignato di calare nell’isola.

Queste sei righe nella prima pagina per mostrare, se mai fosse necessario, lo spirito e la magnificenza della scrittura del maestro. Sono innamorata dei libri di Camilleri dal primo che ho incontrato, ormai oltre venti anni fa grazie a mia madre che iniziò a comprare i libri di questo scrittore siciliano ancor prima che la versione televisiva dei suoi romanzi lo facesse conosccere al grande pubblico. [Errata corrige: mi fanno notare che mia mamma lesse Il ladro di merendine, perché glielo regalò mia zia su consiglio del libraio. E se ne innamorò (mia mamma di Camilleri non una delle due del libraio!) Grazie anche allo stress allora!] Uno dei miei grandi impegni è quello di leggere tutto, ma proprio tutto, quello che ha scritto, e per fortuna, mi ripeto, ancora questo compito è lontano dall’essere concluso. La potenza di uno scrittore, che ci ha lasciato da quasi due anni ormai, è tutta nell’eternità delle sue parole e delle sue storie. Grazie maestro.

Sei stato felice, Giovanni

ArpinoSinceramente non ricordavo più la felice intuizione che mi fece incontrare il primo romanzo di Giovanni Arpino, ma fidandomi di una vecchia versione di me e cercando di snellire una coda di lettura che è diventata a tratti imbarazzante, l’ho preso in mano e devo dire di aver fatto proprio bene. Sei stato felice, Giovanni è un esordio brillante, e leggere che è stato scritto a 23 anni in venti giorni suscita ammirazione oltre che ‘sana’ invidia, di quella che ti sprona a far meglio, non a denigrare l’altro – semmai questa forma del sentimento esiste. La storia è un passaggio, un salto verso l’età adulta e si legge piacevolmente. Le descrizioni sono vivide, il protagonista è una figura a tutto tondo, di certo non un eroe, ma una persona con le sue idiosincrasie, coi suoi vizi e le sue crudeltà. Per citare Lagioia, ripreso da Loredana Lipperini, “La letteratura è al contrario la rappresentazione dell’umano, cioè dell’impossibile, creature contraddittorie, ambigue, complicate, incoerenti, spaventate, generose, violente, scaraventate in paradossi etici, morse da dilemmi insolubili, rovinate o salvate a volte da un tiro di dadi”. 

L’incipit è veloce, “restituisce un clima da hard boiled school”, dice Gianni Mura nella postfazione. Genova è anche protagonista coi suoi carruggi; Giovanni si muove in un mondo che può sembrare antico rispetto ad oggi ma non è poi così distante da noi. Il ritmo narrativo alto, ci dice ancora Mura, è uno dei motivi di stupore per un esordio, così pieno invece di “felicità di pennellate estranee alle nature morte”. Infatti il libro parla tanto di felicità, tra le righe sembra chiedersi cosa possa essere, la risposta pare trovarsi in un pasto caldo, in una minima stabilità, nello stare bene. Negli attimi sospesi senza dover pensare al futuro. 

Alcuni dialoghi sono meravigliosi nel loro essere surreali, uno su tutti quello tra Giovanni e un cameriere che nella vita ha fatto solo quello, a quanto pare. L’amore è complicato nonostante, o forse perché, il protagonista si innamora facilmente. C’è una fase molto bella e sentimentale, per quanto burrascosa come tutto ciò che attraversa Giovanni. La storia è intrisa di tanti, tantissimi elementi:

Il romanzo è una favola in bianco e nero che anticipa di poco i vitelloni di Fellini: vi cadono dentro l’eco della guerra appena passata, la vita maleodorante del porto, i contrabbandieri e le prostitute, i trucchi per sopravvivere, la città vecchia, le sigarette e l’alcol, un vago sentimento da reduci la volontà di rimandare il proprio destino, gli amori irresponsabili della giovinezza e un misto di felicità e disperazione avventurosa e randagia che rende ogni giornata piena di un’esuberanza irripetibile, che non potrà più tornare. 

Ho la tentazione di definirlo un romanzo di anti-formazione, anche se non credo renda appieno ciò che vorrei dire, perché mi sembra riduttivo definirlo di formazione mentre non direi neanche che è il suo contrario.  Sicuramente è un romanzo d’avventura e l’aggettivo picaresco che gli si attribuisce coglie nel segno. Una lettura azzeccata nei tempi e un libro che occorre avere, e leggere.

Scrivere

Preferisco scrivere che fare qualunque altra cosa. Shirley Jackson

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Scrivere (Inedito – di Luigi Sepe Cicala, dal blog Interno poesia)

Scrivere:
dalla mattina
al ricordo,
dalla tristezza
al desiderio.

Scrivere
e non fermarsi.

Alzarsi dal letto, scrivendo.
Camminare, scrivendo.
Passare la giovinezza –
e la vecchiaia –
scrivendo.

Scrivere da tutto il giorno
e da tutta la notte.

E non mollare:
dal dolore alla nostalgia
dalla mattina all’incanto.

E andare a dormire, scrivendo.
Con gli occhi vuoti
e la mano che duole.

Scrivere tutto,
scriverlo bene.

Come se fosse la prima volta
come se fosse l’ultima volta.

Con la mano,
con il cuore.
Avendo già perso ogni speranza.

Perché un giorno tu non possa dire
di non averlo fatto,
perché mai ti sfiori il pensiero
di non averci provato.

Leggere di scrittura, riflettere sulla scrittura, insistere sulla scrittura, questo è parte di me. Dalle parole ai fatti però non è facile passare. Quando ho fatto bilanci, quando prima ancora ho buttato giù alcuni pensieri, cercando di posizionarmi e impegnarmi, ho sempre dichiarato dei propositi, non pienamente rispettati poi, però cerco di cogliere ogni occasione che possa essere di stimolo e incoraggiamento, come la poesia che ho voluto condividere qui sopra, per cui ringrazio l’autore (qui il suo blog).

Per la scrittura personale innanzitutto, sulla quale faccio più fatica ad esercitare una certa costanza, sintomo che se devo mettere qualcosa da parte, quel qualcosa riguarda necessariamente prima me stessa, e non credo sia sempre giusto così. Dopo tanto Lolli (il mio taccuino) ancora mi accompagna, non l’ho ancora riempito insomma, da luglio. Parole che si ripetono, risuonano, vengono evocate più che altro, se rileggo la me stessa dei mesi trascorsi: costanza, ambizione, disciplina, sistematicità, perseveranza, ostinazione, insistere.

Scrivo poco e male, riflesso di quello che sono, forse? (da Lolli, 27 luglio)

Ho segnato appunti da interviste a Stephen King “leggi e scrivi almeno sei ore al giorno”, “se non riesci a trovare tempo per questo, non aspettarti di diventare un buono scrittore”. Ho ricopiato tante parole preziose di Shirley Jackson, in buona parte riversate poi nel post dedicato al libro in questione, ad esempio:

Voi dovete soltanto – e state attenti, per favore – non smettere mai di scrivere. Finché scrivete con regolarità, niente può davvero nuocervi. Shirley Jackson

Continuo a passeggiare accanto alla vecchia me, e alle sue lamentele, alternate agli incoraggiamenti (sempre da Lolli):

È pazzesco come quando sia a casa non scriva quasi mai qua, devo migliorare e correggere. 14 settembre

Che scarsa che sono. Butto pensieri sparsi su Twitter, corro sempre ma se volessi potrei scrivere con più costanza. 27 ottobre

Ogni volta che mi ripropongo di scrivere con continuità succede qualcosa che può ben assomigliare alla scusa buona per non averlo fatto nella realtà. 26 novembre

Eppure passano a decine i giorni. 14 dicembre 

Scrivere, scrivere, scrivere, come resistere, resistere, resistere. 3 gennaio (a inizio 2021 mi ero ripromessa tra l’altro di scrivere sul taccuino qualcosa ogni giorno, è durata senza interruzioni per ben otto giorni – facepalm!)

Scrivo quindi queste righe sul solito treno, mentre altre ne ho scritte su Lolli, che aspetta fiducioso di essere riempito. Altre ancora ne butto giù d’impeto, chissà un giorno. Intanto non mollare, ché la scrittura è terapeutica, come già devo aver scritto da qualche parte, e non solo io…