Parlare di sindemia

Ci sono account su Twitter che simpaticamente fanno un egregio lavoro ricordandoci cose importanti; non voglio citare qui @ThatcherFunFact 

(ops…) e mi soffermo invece sul serissimo @ADimissioni.

Perché la domanda che fa periodicamente è tremendamente seria. Lasciando perdere chi ci fa perenne campagna elettorale su, fingendo grandi risultati su nessun reale avanzamento nei fatti, quello del coprifuoco è un tema che come dicevo poco tempo fa su Twitter non dovrebbe essere lasciato alla destra. Non c’è nessuna ragione scientifica per mantenerlo, ma sicuramente lo toglieranno a breve quando si dovrà far ripartire l’economia con la bella stagione, i magnanimi e illuminati che ci governano. Invece è uno dei tanti sintomi di un male che ci portiamo dietro da un anno, la cui causa principale non è il virus. Si inizia a parlare di sindemia perché gli effetti strettamente sanitari collegati alla pandemia non esauriscono affatto il portato dell’emergenza che ci ha investito ormai più di un anno fa. Si legge su Treccani “un insieme di patologie pandemiche non solo sanitarie, ma anche sociali, economiche, psicologiche, dei modelli di vita, di fruizione della cultura e delle relazioni umane”. In poche parole, la sindemia implica una relazione tra più malattie e condizioni ambientali e socio-economiche.

Le reazioni a questa situazione che si potrae ormai da tempo e dalla quale non vediamo uscita almeno nel breve periodo sono le più svariate. Molti si lamentano della “gente” che fa quel che vuole, che non rispetta le regole e così via, mentre dall’altra parte ci sono persone terrorizzate che escono di casa poco o nulla da ben oltre dodici mesi. La colpevolizzazione degli individui di fronte a norme spesso contraddittorie, poco chiare, a volte per non dire spesso neanche legittime, in alcuni casi di senso opposto o comunque slegate dalle evidenze scientifiche è ormai nell’ordine delle cose. Un esempio è la recente dichiarazione del ministro della salute sulle bassissime possibilità di contagio all’aria aperta. Uno scoop? In realtà già dai tempi dell’epidemia di spagnola – cent’anni fa! – si sapeva. Per il 25 aprile, a ridosso di queste dichiarazioni, hanno sorvolato sulle chiusure, differentemente dalle vacanze pasquali, lasciando alle amministrazioni locali l’onere della regolamentazione, così come per il primo maggio, in occasione del quale molti sindaci hanno giocato nuovamente a fare gli sceriffi chiudendo l’accesso a piazze, zone tradizionali di passeggio e anche spiagge, con la scusa del pericolo di assembramenti. Con l’effetto paradossale, già ottenuto a Pasqua, di spingere le persone a riunirsi all’interno di abitazioni private e quindi anche in spazi chiusi, per ciò stesso più pericolosi. Non sono un’aperturista senza se e senza ma, infatti sono dalla parte di tutti quei lavoratori che hanno invocato chiusura dei posti di lavoro non essenziali ogni qualvolta le condizioni di sicurezza non potessero essere garantite, ma c’è un’evidente discrasia tra gli obiettivi di salute pubblica e i mezzi impiegati per tutelarla. Per non dire poi di tutte le scelte squisitamente politiche su cosa, quando è per quanto tempo, chiudere. Sulla scuola ho scritto un po’ di tempo fa – link, ma prima e più volte ho scritto sulla schizofrenia delle scelte adottate, ad esempio qui, qui o qui. Mettiamoci pure una bonus track.

Se dalla fase più difficile forse, arrancando, grazie anche ai vaccini e sperando che duri, stiamo uscendo, una serie di questioni sono qui per restare. Intanto ci sono persone che semplicemente hanno messo in stand by gran parte delle attività abituali, andando anche ben oltre il perimetro dei divieti, rimandando ad un “quando finirà tutto questo”. E nel frattempo stiamo normalizzando grazie all’emergenza una serie di cose, magari non introducendo novità particolari ma dando accelerazioni inedite permesse dallo stato di eccezione. Se ne trova un esempio all’interno del recente articolo sul decoro di Federico De Vita su l’Esquire quando parla di Piazza Santo Spirito a Firenze. Se si vuole approfondire sul tema del decoro l’autore cita alcuni testi imprescindibili tra cui l’ottimo libro di Wolf Bukowski di cui ho già parlato sul blog.

Continuare a parlare di tutto ciò che gira intorno agli aspetti strettamente sanitari del nostro presente emergenziale, ragionarci, anche con fatica perché a volte almeno io personalmente avverto un senso di fiacchezza e pure difficoltà a tenere il punto in questa temperie, è precondizione per uscirne se non migliori, neanche peggiori.

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