Il femminismo serve anche agli uomini, l’intersezionalità a nessuno

femminismo uomini

Tempo fa ho preso il libro Perché il femminismo serve anche agli uomini?, un agile libretto della collana bookbloc della case editrice Eris, dopo aver sentito la piacevole chiacchierata che ha avuto con l’autore la compagna @Filosottile, che è possibile ascoltare sul suo blog. Essendo che la mia coda di lettura si è allungata a dismisura in questa prima metà del 2021 (e spero di sbloccarmi, meglio prima che poi), sono riuscita a leggerlo solo ora, e oltre al titolo e al tema di fondo, direi necessario, purtroppo trovo poco condivisibile il frame in cui è scritto e diverse affermazioni al suo interno contenute. Non dovrebbe stupirmi, perché l’impostazione intersezionalista è il problema principale alla base delle critiche che muoverò e toccherà spiegare in breve il perché. L’intersezionalismo si basa sul principio – che direi anche sacrosanto – per cui le lotte vanno unificate. All’atto pratico però accade che molti di coloro che si ritrovano in questa impostazione tendono in realtà a frammentarle, a farne segmenti separati e in qualche modo slegati tra loro. Quello che per esempio ho sempre visto nelle parole della compagna @Filosottile ma che manca in molte analisi intersezionaliste è la lotta anticapitalista. Ovviamente non si può negare che il patriarcato sia un male più antico del capitalismo, ma è pur vero che senza abbattere quest’ultimo, che proprio del patriarcato ha fatto uno dei suoi cardini e con il quale è intrecciato inestricabilmente, sarà impossibile sconfiggere il primo. Per approfondire la critica marxista all’intersezionalismo consiglio quest’ottimo articolo su marxismo.net.

Gasparrini definisce il patriarcato “un sistema di potere che manifesta e fissa un sistema “maschile” eterosessuale di oppressione verso altri generi che hanno difficile accesso a posizioni di potere”. Sottolinea però anche che tale sistema “crea ruoli di potere che possono essere agiti da chiunque”. Potrebbe sembrare una banalità ma nel paese in cui si spacciano per posizioni avanzate quelle sulle quote rosa, e si esulta per ogni donna eletta in posizioni di vertice, come se ci fossero esistite le Thatcher (l’ho già detto quant’è bello parlarne al passato, vero?) tanto per dirne una, è importante sottolineare queste ovvietà. Il fatto che l’universo maschile debba essere coinvolto nelle lotte femministe è sacrosanto, come è bene ricordare che anche il genere maschile si trova ristretto e imbrigliato dentro i rigidi costrutti culturali del patriarcato. Possiamo dire con l’autore che in realtà “esistono tanti modi di essere uomini, tutti migliori di quello patriarcale, di quella maschilità “tradizionale””.

C’è però da dire che queste osservazioni dovrebbero essere state introiettate dalla teoria marxista, mentre le conseguenze di un’impostazione esclusivamente di genere lasciano fuori la lotta di classe e l’anticapitalismo, e questo libro ne è la dimostrazione. “Tutti i problemi sociali hanno bisogno di essere analizzati e discussi secondo un’ottica di genere”. Davvero?

La confusione teorica è limitante, come si vede quando si parla di “sovrastrutture economiche” (sic!) per sottomertterle al più antico potere patriarcale, o quando si nasconde nuovamente il capitalismo dietro il patriarcato: “ragionare in termini di vantaggi e guadagni significa replicare il modello patriarcale di comportamento”.

D’altra parte condivido l’attenzione al linguaggio, perché è uno strumento che ci aiuta a definire e quindi modellare la realtà in cui viviamo, e probabilmente faccio parte di una frazione ultraminoritaria

perché non mi oppongo a chi tenta nuove strade e credo che la lingua si adatterà grazie alle scelte delle persone; insomma ben venga un linguaggio più inclusivo.

Vorrei però ulteriormente sottolineare come il ricorso all’intersezionalismo porti a rifiutare il conflitto (“come tanti femminismi insegnano, con le loro pratiche di libertà diverse per connotati storici, geografici e culturali, l’impegno nella gestione delle tante differenze in gioco è l’unica possibile soluzione non conflittuale per la totalità dei problemi sociali”). Il conflitto è un carattere necessario della società divisa in classi, e anche per superare questa divisione è necessario agire il conflitto.

Dal rifiuto del binarismo di genere si passa inoltre, e non capisco perché, a criticare un più generale modello dualista che “non funziona più: servo padrone, proletario/capitalista”. L’idealismo porta a dire persino che solo i femminismi possono sconfiggere i fascismi! Si arriva anche a criticare la violenza della rivoluzione, come se questa potesse essere un pranzo di gala. Appare evidente che l’approccio idealista, al contrario di quello materialista, depotenzia l’analisi e alla fine lascia l’amaro in bocca.

Dalla parte sbagliata

dallapartesbagliataLa storia del nostro paese è fitta di misteri, punti oscuri e trame che non si vogliono sbrogliare e tra queste, incredibilmente ma non troppo, ci sono alcune vicende di mafia. La strage di Via D’Amelio ad esempio dopo tanti anni risulta ancora poco comprensibile nel quadro della strategia mafiosa che aveva già portato alla strage di Capaci solo pochi mesi prima. Le verità processuali sono parziali, lo sappiamo, e però nel 2021 ci sono ancora processi in corso (il cosiddetto Borsellino quater) anche perché nei primi processi ci furono dei depistaggi clamorosi, attraverso l’utilizzo di pentiti “taroccati”, dice la quarta di copertina di un testo particolare. Dalla parte sbagliata infatti è scritto a quattro mani da una giornalista e da un'”avvocata di mafia”, che ricostruiscono la storia dal punto di vista un pentito anomalo. L’avvocata Di Gregorio, legale di numerosi boss di Cosa Nostra, racconta vent’anni di processi Borsellino, con toni anche duri, non nascondendo le sue riserve sull’uso dei pentiti e denunciando la disumanità del regime del 41 bis, una misura eccezionale prevista dal nostro ordinamento per spingere i detenuti a “parlare” e poter far luce sugli eventi di mafia e poterla quindi sconfiggere. Una misura che è stata anche denunciata alla Corte Europea dei Diritti Umani, che secondo alcuni pareri giurisprudenziali costituisce tortura, un reato quest’ultimo solo recentemente – nel 2017 – introdotto nel nostro ordinamento.

Conoscendo la carriera criminale di molti dei detenuti al 41 bis si potrebbe essere tentati di ignorare i princìpi dello stato del diritto e in particolare i diritti umani ma leggendo le pagine di questo testo, e scoprendo il trattamento cui sono stati sottoposti soggetti come Scarantino, per farli “pentire” inquinando così per anni la verità processuale, si dovrebbe riflettere più attentamente in merito a quanto stato di diritto si possa sacrificare per la “giustizia”. Ad oggi sappiamo ancora poco della strage di Via D’Amelio, in cui persero la vita il giudice Borsellino e cinque componenti della sua scorta, questo libro è un piccolo tassello di un puzzle ancora lontano dall’essere completato.

Alcuni versi di Pasolini

PPPPer la rubrica poesia, ho incontrato quasi per caso alcuni versi di Pasolini, imbattutami in un piccolo volume allegato ad un giornale. Di Pasolini ho letto solo Petrolio anni fa, una lettura importante, e impegnativa. 

Nelle poesie che ho potuto leggere ho trovato una commistione di linguaggi, da quello più poetico a quello più popolare. Bellissima la poesia che dà il titolo alla raccolta considerata il capolavoro poetico di Pasolini, Le ceneri di Gramsci, che qui voglio condividere nella versione recitata proprio dall’autore (non passo da Youtube e a quanto pare WP non supporta gli embed di invidious):

http://invidious.exonip.de/watch?v=mESo13hfgMI

Voglio anche ricordare Il pianto della scavatrice, contenuto nella stessa raccolta, i cui versi mi hanno ricordato il rapporto “difficile” con la città di Roma: “stupenda e misera città”.

Il pianto della scavatrice

I

Solo l’amare, solo il conoscere
conta, non l’aver amato,
non l’aver conosciuto. Dà angoscia

il vivere di un consumato
amore. L’anima non cresce più.
Ecco nel calore incantato

della notte che piena quaggiù
tra le curve del fiume e le sopite
visioni della città sparsa di luci,

scheggia ancora di mille vite,
disamore, mistero, e miseria
dei sensi, mi rendono nemiche
le forme del mondo, che fino a ieri
erano la mia ragione d’esistere.
Annoiato, stanco, rincaso, per neri

piazzali di mercati, tristi
strade intorno al porto fluviale,
tra le baracche e i magazzini misti

agli ultimi prati. Lì mortale
è il silenzio: ma giù, a viale Marconi,
alla stazione di Trastevere, appare

ancora dolce la sera. Ai loro rioni,
alle loro borgate, tornano su motori
leggeri – in tuta o coi calzoni

di lavoro, ma spinti da un festivo ardore
i giovani, coi compagni sui sellini,
ridenti, sporchi. Gli ultimi avventori

chiacchierano in piedi con voci
alte nella notte, qua e là, ai tavolini
dei locali ancora lucenti e semivuoti.

Stupenda e misera città,
che m’hai insegnato ciò che allegri e
feroci
gli uomini imparano bambini,

le piccole cose in cui la grandezza
della vita in pace si scopre, come
andare duri e pronti nella ressa

delle strade, rivolgersi a un altro uomo
senza tremare, non vergognarsi
di guardare il denaro contato

con pigre dita dal fattorino
che suda contro le facciate in corsa
in un colore eterno d’estate;

a difendermi, a offendere, ad avere
il mondo davanti agli occhi e non
soltanto in cuore, a capire

che pochi conoscono le passioni
in cui io sono vissuto:
che non mi sono fraterni, eppure sono

fratelli proprio nell’avere
passioni di uomini
che allegri, inconsci, interi

vivono di esperienze
ignote a me. Stupenda e misera
città che mi hai fatto fare

esperienza di quella vita
ignota: fino a farmi scoprire
ciò che, in ognun, era il mondo.

Una luna morente nel silenzio,
che di lei vive, sbianca tra violenti
ardori, che miseramente sulla terra

muta di vita, coi bei viali, le vecchie
viuzze, senza dar luce abbagliano
e, in tutto il mondo, le riflette

lassù, un po’ di calda nuvolaglia.
È la notte più bella dell’estate.
Trastevere, in un odore di paglia

di vecchie stalle, di svuotate
osterie, non dorme ancora.
Gli angoli bui, le pareti placide

risuonano d’incantati rumori.
Uomini e ragazzi se ne tornano a casa
– sotto festoni di luci ormai sole –

verso i loro vicoli, che intasano
buio e immondizia, con quel passo blando
da cui più l’anima era invasa

quando veramente amavo, quando
veramente volevo capire.
E, come allora, scompaiono cantando.

II

Povero come un gatto del Colosseo,
vivevo in una borgata tutta calce
e polverone, lontano dalla città

e dalla campagna, stretto ogni giorno
in un autobus rantolante:
e ogni andata, ogni ritorno

era un calvario di sudore e di ansie.
Lunghe camminate in una calda caligine,
lunghi crepuscoli davanti alle carte

ammucchiate sul tavolo, tra strade di
fango,
muriccioli, casette bagnate di calce
e senza infissi, con tende per porte…

Passano l’olivaio, lo straccivendolo,
venendo da qualche altra borgata,
con l’impolverata merce che pareva

frutto di furto, e una faccia crudele
di giovani invecchiati tra i vizi
di chi ha una madre dura e affamata.

Rinnovato dal mondo nuovo,
libero – una vampa, un fiato
che non so dire, alla realtà

che umile e sporca, confusa e immensa,
brulicava nella meridionale periferia,
dava un senso di serena pietà.

Un’anima in me, che non era solo mia,
una piccola anima in quel mondo
sconfinato,
cresceva, nutrita dall’allegria

di chi amava, anche se non riamato.
E tutto si illuminava, a questo amore.
Forse ancora di ragazzo, eroicamente,

e però maturato dall’esperienza
che nasceva ai piedi della storia.
Ero al centro del mondo, in quel mondo

di borgate tristi, beduine,
di gialle praterie sfregate
da un vento sempre senza pace,

venisse dal caldo mare di Fiumicino,
o dall’agro, dove si perdeva
la città fra i tuguri; in quel mondo

che poteva soltanto dominare,
quadrato spettro giallognolo
nella giallognola foschia,

bucato da mille file uguali
di finestre sbarrate, il Penitenziario
tra vecchi campi e sopiti casali.

Le cartacce e la polvere che cieco
il venticello trascinava qua e là,
le povere voci senza eco

di donnette venute dai monti
Sabini, dall’Adriatico, e qua
accampate, ormai con torme

di deperiti e duri ragazzini
stridenti nelle canottiere a pezzi,
nei grigi, bruciati calzoncini,

i soli africani, le piogge agitate
che rendevano torrenti di fango
le strade, gli autobus ai capolinea

affondati nel loro angolo
tra un’ultima striscia d’erba bianca
e qualche acido, ardente immondezzaio…

era il centro del mondo, com’era
al centro della storia il mio amore
per esso: e in questa

maturità che per essere nascente
era ancora amore, tutto era
per divenire chiaro – era,

chiaro! Quel borgo nudo al vento,
non romano, non meridionale,
non operaio, era la vita

nella sua luce più attuale:
vita, e luce della vita, piena
nel caos non ancora proletario,

come la vuole il rozzo giornale
della cellula, l’ultimo
sventolio del rotocalco: osso

dell’esistenza quotidiana,
pura, per essere fin troppo
prossima, assoluta per essere

fin troppo miseramente umana.

III

E ora rincaso, ricco di quegli anni
così nuovi che non avrei mai pensato
di saperli vecchi in un’anima

a essi lontana, come a ogni passato.
Salgo i viali del Gianicolo, fermo
da un bivio liberty, a un largo alberato,

a un troncone di mura – ormai al termine
della città sull’ondulata pianura
che si apre sul mare. E mi rigermina

nell’anima – inerte e scura
come la notte abbandonata al profumo
una semenza ormai troppo matura

per dare ancora frutto, nel cumulo
di una vita tornata stanca e acerba…
Ecco Villa Pamphili, e nel lume

che tranquillo riverbera
sui nuovi muri, la via dove abito.
Presso la mia casa, su un’erba

ridotta a un’oscura bava,
una traccia sulle voragini scavate
di fresco, nel tufo – caduta ogni rabbia

di distruzione – rampa contro radi palazzi
e pezzi di cielo, inanimata,
una scavatrice…

Che pena m’invade, davanti a questi
attrezzi
supini, sparsi qua e là nel fango,
davanti a questo canovaccio rosso

che pende a un cavalletto, nell’angolo
dove la notte sembra più triste?
Perché, a questa spenta tinta di sangue,

la mia coscienza così ciecamente resiste,
si nasconde, quasi per un ossesso
rimorso che tutta, nel fondo, la contrista?

Perché dentro in me è lo stesso senso
di giornate per sempre inadempite
che è nel morto firmamento

in cui sbianca questa scavatrice?

Mi spoglio in una delle mille stanze
dove a via Fonteiana si dorme.
Su tutto puoi scavare, tempo: speranze

passioni. Ma non su queste forme
pure della vita… Si riduce
ad esse l’uomo, quando colme

siano esperienza e fiducia
nel mondo… Ah, giorni di Rebibbia,
che io credevo persi in una luce

di necessità, e che ora so così liberi!

Insieme al cuore, allora, pei difficili
casi che ne avevano sperduto
il corso verso un destino umano,

guadagnando in ardore la chiarezza
negata, e in ingenuità
il negato equilibrio – alla chiarezza

all’equilibrio giungeva anche,
in quei giorni, la mente. E il cieco
rimpianto, segno di ogni mia

lotta col mondo, respingevano, ecco,
adulte benché inesperte ideologie…
Si faceva, il mondo, soggetto

non più di mistero ma di storia.
Si moltiplicava per mille la gioia
del conoscerlo – come

ogni uomo, umilmente, conosce.
Marx o Gobetti, Gramsci o Croce,
furono vivi nelle vive esperienze.

Mutò la materia di un decennio d’oscura
vocazione, se mi spesi a far chiaro ciò
che più pareva essere ideale figura

a una ideale generazione;
in ogni pagina, in ogni riga
che scrivevo, nell’esilio di Rebibbia,

c’era quel fervore, quella presunzione,
quella gratitudine. Nuovo
nella mia nuova condizione

di vecchio lavoro e di vecchia miseria,
i pochi amici che venivano
da me, nelle mattine o nelle sere

dimenticate sul Penitenziario,
mi videro dentro una luce viva:
mite, violento rivoluzionario

nel cuore e nella lingua. Un uomo fioriva

IV

Mi stringe contro il suo vecchio vello,
che profuma di bosco, e mi posa
il muso con le sue zanne di verro

o errante orso dal fiato di rosa,
sulla bocca: e intorno a me la stanza
è una radura, la coltre corrosa

dagli ultimi sudori giovanili, danza
come un velame di pollini… E infatti
cammino per una strada che avanza

tra i primi prati primaverili, sfatti
in una luce di paradiso…
Trasportato dall’onda dei passi,

questa che lascio alle spalle, lieve e
misero,
non è la periferia di Roma: “Viva
Mexico!” è scritto a calce o inciso

sui ruderi dei templi, sui muretti ai bivii,
decrepiti, leggeri come osso, ai confini
di un bruciante cielo senza un brivido.

Ecco, in cima a una collina
fra le ondulazioni, miste alle nubi,
di una vecchia catena appenninica,

la città, mezza vuota, benché sia l’ora
della mattina, quando vanno le donne
alla spesa – o del vespro che indora

i bambini che corrono con le mamme
fuori dai cortili della scuola.
Da un gran silenzio le strade sono invase:

si perdono i selciati un po’ sconnessi,
vecchi come il tempo, grigi come il
tempo,
e due lunghi listoni di pietra

corrono lungo le strade, lucidi e spenti.
Qualcuno, in quel silenzio, si muove:
qualche vecchia, qualche ragazzetto

perduto nei suoi giuochi, dove
i portali di un dolce Cinquecento
s’aprano sereni, o un pozzetto

con bestioline intarsiate sui bordi
posi sopra la povera erba,
in qualche bivio o canto dimenticato.

Si apre sulla cima del colle l’erma
piazza del comune, e fra casa
e casa, oltre un muretto, e il verde

d’un grande castagno, si vede
lo spazio della valle: ma non la valle.
Uno spazio che tremola celeste

o appena cereo… Ma il Corso continua,
oltre quella familiare piazzetta
sospesa nel cielo appenninico:

s’interna fra case più strette, scende
un po’ a mezza costa: e più in basso
– quando le barocche casette diradano

ecco apparire la valle – e il deserto.
Ancora solo qualche passo
verso la svolta, dove la strada

è già tra nudi praticelli erti
e ricciuti. A manca, contro il pendio,
quasi fosse crollata la chiesa,

si alza gremita di affreschi, azzurri,
rossi, un’abside, pesta di volute
lungo le cancellate cicatrici

del crollo – da cui soltanto essa,
l’immensa conchiglia, sia rimasta
a spalancarsi contro il cielo.

È lì, da oltre la valle, dal deserto,
che prende a soffiare un’aria, lieve,
disperata,
che incendia la pelle di dolcezza…

È come quegli odori che, dai campi
bagnati di fresco, o dalle rive di un
fiume,
soffiano sulla città nei primi

giorni di bel tempo: e tu
non li riconosci, ma impazzito
quasi di rimpianto, cerchi di capire

se siano di un fuoco acceso sulla brina,
oppure di uve o nespole perdute
in qualche granaio intiepidito

dal sole della stupenda mattina.
Io grido di gioia, così ferito
in fondo ai polmoni da quell’aria

che come un tepore o una luce
respiro guardando la vallata

V

Un po’ di pace basta a rivelare
dentro il cuore l’angoscia,
limpida, come il fondo del mare

in un giorno di sole. Ne riconosci,
senza provarlo, il male
lì, nel tuo letto, petto, cosce

e piedi abbandonati, quale
un crocifisso – o quale Noè
ubriaco, che sogna, ingenuamente ignaro

dell’allegria dei figli, che
su lui, i forti, i puri, si divertono…
il giorno è ormai su di te,

nella stanza come un leone dormente.

Per quali strade il cuore
si trova pieno, perfetto anche in questa
mescolanza di beatitudine e dolore?

Un po’ di pace… E in te ridesta
è la guerra, è Dio. Si distendono
appena le passioni, si chiude la fresca

ferita appena, che già tu spendi
l’anima, che pareva tutta spesa,
in azioni di sogno che non rendono

niente… Ecco, se acceso
alla speranza – che, vecchio leone
puzzolente di vodka, dall’offesa

sua Russia giura Krusciov al mondo –
ecco che tu ti accorgi che sogni.
Sembra bruciare nel felice agosto

di pace, ogni tua passione, ogni
tuo interiore tormento,
ogni tua ingenua vergogna

di non essere – nel sentimento –
al punto in cui il mondo si rinnova.
Anzi, quel nuovo soffio di vento

ti ricaccia indietro, dove
ogni vento cade: e lì, tumore
che si ricrea, ritrovi

il vecchio crogiolo d’amore,
il senso, lo spavento, la gioia.
E proprio in quel sopore

è la luce… in quella incoscienza
d’infante, d’animale o ingenuo libertino
è la purezza… i più eroici

furori in quella fuga, il più divino
sentimento in quel basso atto umano
consumato nel sonno mattutino.

VI

Nella vampa abbandonata
del sole mattutino – che riarde,
ormai, radendo i cantieri, sugli infissi

riscaldati – disperate
vibrazioni raschiano il silenzio
che perdutamente sa di vecchio latte,

di piazzette vuote, d’innocenza.
Già almeno dalle sette, quel vibrare
cresce col sole. Povera presenza

d’una dozzina d’anziani operai,
con gli stracci e le canottiere arsi
dal sudore, le cui voci rare,

le cui lotte contro gli sparsi
blocchi di fango, le colate di terra,
sembrano in quel tremito disfarsi.

Ma tra gli scoppi testardi della
benna, che cieca sembra, cieca
sgretola, cieca afferra,

quasi non avesse meta,
un urlo improvviso, umano,
nasce, e a tratti si ripete,

così pazzo di dolore, che, umano,
subito non sembra più, e ridiventa
morto stridore. Poi, piano,

rinasce, nella luce violenta,
tra i palazzi accecati, nuovo, uguale,
urlo che solo chi è morente,

nell’ultimo istante, può gettare
in questo sole che crudele ancora splende
già addolcito da un po’ d’aria di mare…

A gridare è, straziata
da mesi e anni di mattutini
sudori – accompagnata

dal muto stuolo dei suoi scalpellini,
la vecchia scavatrice: ma, insieme, il
fresco
sterro sconvolto, o, nel breve confine

dell’orizzonte novecentesco,
tutto il quartiere… È la città,
sprofondata in un chiarore di festa,

– è il mondo. Piange ciò che ha
fine e ricomincia. Ciò che era
area erbosa, aperto spiazzo, e si fa

cortile, bianco come cera,
chiuso in un decoro ch’è rancore;
ciò che era quasi una vecchia fiera

di freschi intonachi sghembi al sole,
e si fa nuovo isolato, brulicante
in un ordine ch’è spento dolore.

Piange ciò che muta, anche
per farsi migliore. La luce
del futuro non cessa un solo istante

di ferirci: è qui, che brucia
in ogni nostro atto quotidiano,
angoscia anche nella fiducia

che ci dà vita, nell’impeto gobettiano
verso questi operai, che muti innalzano,
nel rione dell’altro fronte umano,

il loro rosso straccio di speranza.

Da “Le ceneri di Gramsci”, 1957

Sono pochi i testi di questo piccolo volume ma permettono un primo approccio con la poesia pasolinana, inclusi alcuni scritti dialettali, che sicuramente merita di essere letta.

Iperconnessi

Sio 16 maggioSono sicuramente più brava con la parola scritta che con quella parlata, e infatti tengo un blog, mica faccio video. Le parole comunque sono potentissime, come ci insegna il saggio Sio. Ad ogni modo mi hanno proposto di parlare di argomenti che mi appassionano, e di cui si trovano tante tracce proprio su questo blog e ho colto la sfida, sperando di essere stata abbastanza chiara (e di averle messe giù in un certo ordine). Per un barlume di coerenza, linko la versione di peertube, ma il video si trova su Youtube oltre che sulla pagina Facebook Le frites, dal Belgio e non solo.

Parlare di sindemia

Ci sono account su Twitter che simpaticamente fanno un egregio lavoro ricordandoci cose importanti; non voglio citare qui @ThatcherFunFact 

(ops…) e mi soffermo invece sul serissimo @ADimissioni.

Perché la domanda che fa periodicamente è tremendamente seria. Lasciando perdere chi ci fa perenne campagna elettorale su, fingendo grandi risultati su nessun reale avanzamento nei fatti, quello del coprifuoco è un tema che come dicevo poco tempo fa su Twitter non dovrebbe essere lasciato alla destra. Non c’è nessuna ragione scientifica per mantenerlo, ma sicuramente lo toglieranno a breve quando si dovrà far ripartire l’economia con la bella stagione, i magnanimi e illuminati che ci governano. Invece è uno dei tanti sintomi di un male che ci portiamo dietro da un anno, la cui causa principale non è il virus. Si inizia a parlare di sindemia perché gli effetti strettamente sanitari collegati alla pandemia non esauriscono affatto il portato dell’emergenza che ci ha investito ormai più di un anno fa. Si legge su Treccani “un insieme di patologie pandemiche non solo sanitarie, ma anche sociali, economiche, psicologiche, dei modelli di vita, di fruizione della cultura e delle relazioni umane”. In poche parole, la sindemia implica una relazione tra più malattie e condizioni ambientali e socio-economiche.

Le reazioni a questa situazione che si potrae ormai da tempo e dalla quale non vediamo uscita almeno nel breve periodo sono le più svariate. Molti si lamentano della “gente” che fa quel che vuole, che non rispetta le regole e così via, mentre dall’altra parte ci sono persone terrorizzate che escono di casa poco o nulla da ben oltre dodici mesi. La colpevolizzazione degli individui di fronte a norme spesso contraddittorie, poco chiare, a volte per non dire spesso neanche legittime, in alcuni casi di senso opposto o comunque slegate dalle evidenze scientifiche è ormai nell’ordine delle cose. Un esempio è la recente dichiarazione del ministro della salute sulle bassissime possibilità di contagio all’aria aperta. Uno scoop? In realtà già dai tempi dell’epidemia di spagnola – cent’anni fa! – si sapeva. Per il 25 aprile, a ridosso di queste dichiarazioni, hanno sorvolato sulle chiusure, differentemente dalle vacanze pasquali, lasciando alle amministrazioni locali l’onere della regolamentazione, così come per il primo maggio, in occasione del quale molti sindaci hanno giocato nuovamente a fare gli sceriffi chiudendo l’accesso a piazze, zone tradizionali di passeggio e anche spiagge, con la scusa del pericolo di assembramenti. Con l’effetto paradossale, già ottenuto a Pasqua, di spingere le persone a riunirsi all’interno di abitazioni private e quindi anche in spazi chiusi, per ciò stesso più pericolosi. Non sono un’aperturista senza se e senza ma, infatti sono dalla parte di tutti quei lavoratori che hanno invocato chiusura dei posti di lavoro non essenziali ogni qualvolta le condizioni di sicurezza non potessero essere garantite, ma c’è un’evidente discrasia tra gli obiettivi di salute pubblica e i mezzi impiegati per tutelarla. Per non dire poi di tutte le scelte squisitamente politiche su cosa, quando è per quanto tempo, chiudere. Sulla scuola ho scritto un po’ di tempo fa – link, ma prima e più volte ho scritto sulla schizofrenia delle scelte adottate, ad esempio qui, qui o qui. Mettiamoci pure una bonus track.

Se dalla fase più difficile forse, arrancando, grazie anche ai vaccini e sperando che duri, stiamo uscendo, una serie di questioni sono qui per restare. Intanto ci sono persone che semplicemente hanno messo in stand by gran parte delle attività abituali, andando anche ben oltre il perimetro dei divieti, rimandando ad un “quando finirà tutto questo”. E nel frattempo stiamo normalizzando grazie all’emergenza una serie di cose, magari non introducendo novità particolari ma dando accelerazioni inedite permesse dallo stato di eccezione. Se ne trova un esempio all’interno del recente articolo sul decoro di Federico De Vita su l’Esquire quando parla di Piazza Santo Spirito a Firenze. Se si vuole approfondire sul tema del decoro l’autore cita alcuni testi imprescindibili tra cui l’ottimo libro di Wolf Bukowski di cui ho già parlato sul blog.

Continuare a parlare di tutto ciò che gira intorno agli aspetti strettamente sanitari del nostro presente emergenziale, ragionarci, anche con fatica perché a volte almeno io personalmente avverto un senso di fiacchezza e pure difficoltà a tenere il punto in questa temperie, è precondizione per uscirne se non migliori, neanche peggiori.

La pioggia nel pineto per il 9 maggio

Non potrei essere più lontana politicamente da un autore come lo sono rispetto a Gabriele D’Annunzio. C’è però una sua poesia cui mio malgrado sono legata perché piaceva molto a mia madre – ed effettivamente è molto bella, ha una musicalità eccezionale, che lei sapeva rendere magnificamente. Ricordo come fosse ieri quando la declamava e in questa giornata che ogni anno vivo con un misto di rabbia e malinconia dei tempi andati ho pensato di rileggerla, e condividerla.

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La pioggia nel pineto

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.

Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitío che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
nè il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancóra, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.

E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d’arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.

Più sordo e più fioco
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s’ode voce del mare.
Or s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia
che monda,

il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.

Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sìche par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alvèoli
con come mandorle acerbe.

E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i mallèoli
c’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri vólti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.

L’estremismo, malattia infantile del comunismo

estremismoLa rivoluzione viene realizzata in un momento di slancio eccezionale di straordinaria tensione di tutte le facoltà umane, viene realizzata dalla coscienza, dalla volontà, dalle passioni, dalla fantasia di varie decine di milioni di uomini, spronati dalla più aspra lotta di classe.

L’analisi marxista ha il grande pregio di essere sempre attuale perché tutt’altro che dogmatica. Si fonda infatti sul materialismo dialettico che è alla base di tutti i classici del marxismo che anche per questo motivo si dimostrano ancora oggi strumenti preziosi per la preparazione politica: “La nostra teoria non è un dogma ma una guida per l’azione” dicevano già Marx ed Engels. Ritorno ai classici perché ho appena terminato L’estremismo, malattia infantile del comunismo, testo elaborato da Lenin alla vigilia del secondo congresso dell’’Internazionale. È bene ricordare innanzitutto a me stessa il contesto storico: la rivoluzione bolscevica aveva avuto successo nel 1917, il primo conflitto mondiale era terminato e i partiti operai crescevano un po’ dappertutto. Le questioni pratiche erano all’ordine del giorno e Lenin con questo testo volle mettere a disposizione dei compagni l’importante esperienza quindicennale del partito bolscevico, non per replicarla ciecamente ma per trarne gli insegnamenti essenziali.

“Pur passando dappertutto per una scuola sostanzialmente omogenea in cui si prepara alle sue vittorie sulla borghesia, il movimento operaio di ogni paese compie questo sviluppo a suo modo. E ancora: “Fino a che sussisteranno differenze nazionali e statali tra i popoli e i paesi (… ) l’unità della tattica internazionale del movimento operaio comunista di tutti i paesi esige non l’eliminazione delle diversità, non la soppressione delle differenze nazionali (… ), ma un’applicazione dei princìpi fondamentali del comunismo (… ) tale che li modifichi correttamente nei particolari, li adatti giustamente o li adegui alle differenze nazionali o nazionali-statali”.

Lenin espone dunque con estrema chiarezza alcune lezioni tratte dalla rivoluzione bolscevica – che dopo ormai cento anni sono ancora tremendamente attuali. In polemica con coloro che criticavano il parlamentarismo per principio Lenin spiega che in determinate circostanze partecipare alle elezioni è utile alla causa della rivoluzione come mezzo per far progredire la coscienza delle masse e diffondere i princìpi comunisti. Forme illegali e forme legali devono essere combinate in base alle necessità e ricorda inoltre il fatto che i bolscevichi parteciparono al parlamento più reazionario che c’era perché in quel momento era necessario. “Negare in linea di principio i compromessi, negare in linea generale che i compromessi di qualsiasi natura sono ammissibili, è una cosa puerile, che è persino difficile prendere sul serio”. Ovviamente Lenin specifica che non sono tutti uguali, ci sono compromessi inammissibili e sono quelli in cui si esprimono l’opportunismo e il tradimento.

Ma chi voglia escogitare per gli operai una ricetta che offra soluzioni già pronte per tutti i casi della vita o promette che nell’azione politica del proletariato rivoluzionario non ci saranno mai difficoltà e situazioni intricate, chi voglia far questo sarà semplicemente un ciarlatano.

Lenin attacca i comunisti “di sinistra” – la cosiddetta “opposizione di principio” in Germania – e spiega che “essi presentano tutti i sintomi della ‘malattia infantile dell’estremismo”. Opposizione che arriva a negare il partito e la disciplina di partito, disarmando così il proletariato a vantaggio della borghesia. Si tratta di questioni affatto teoriche, ma che anzi discendono dall’esperienza pluriennale, e ancora in corso nel 1920, del partito bolscevico.

In Russia (…) stiamo ancora muovendo i primi passi sulla strada che dal capitalismo conduce al socialismo, cioè alla fase inferiore del comunismo. Le classi sono rimaste e rimarranno in vita ancora per anni, dappertutto, dopo la conquista del potere da parte del proletariato. (…) Sopprimere le classi non significa soltanto cacciare via i grandi proprietari fondiari e i capistalisti, – questo lo abbiamo fatto con relativa facilità, – ma significa anche eliminare i piccoli produttori di merci, che è impossibile cacciar via, che è impossibile schiacciare, con i quali bisogna accordarsi, che si possono (e si devono) trasformare, rieducare solo con un lavoro organizzativo molto lungo, molto lento e cauto. (…) Il partito politico del proletariato ha necessità del centralismo più severo e della massima disciplina interna per opporsi a questi difetti, per svolgere giustamente, con successo, vittoriosamente la funzione organizzativa (che è la sua funzione principale). La dittatura del proletariato è una lotta tenace, cruenta e incruenta, violenta e pacifica, militare ed economica, pedagogica e amministrativa, contro le forze e le tradizioni della vecchia società. La forza dell’abitudine di milioni e decine di milioni di uomini è la più terribile delle forze. Senza un partito di ferro, temprato nella lotta, senza un partito che goda della fiducia di tutti gli elementi onesti della classe, senza un partito che sappia interpretare lo stato d’animo delle masse e influire su di esso, è impossibile condurre a buon fine questa lotta. (…) Chi indebolisce, sia pur di poco, la disciplina ferrea del partito del proletariato (in particolare nel periodo della dittatura proletaria) aiuta di fatto la borghesia contro il proletariato.

La citazione è lunga ma rende l’idea del lavoro impegnativo del partito nelle prime fasi di costruzione dello stato operaio, prime fasi che durano anni. Lenin poi sottolinea come sia importante l’attività continua nei sindacati e in tutte quelle attività che coinvolgono i lavoratori – “bisogna lavorare assolutamente là dove sono le masse” -, oltre al ruolo essenziale dei soviet. Ci tengo poi a citare per esteso un’altra osservazione importante fatta da Lenin:

Possiamo (e dobbiamo) cominciare a costruire il socialismo non con un materiale umano fantastico e creato appositamente da noi, ma con il materiale che il capitalismo ci ha lasciato in eredità. La cosa è senza dubbio molto “difficile”, ma ogni altro modo di affrontare il problema è così poco serio che non vale la pena di parlarne.

Riguardo il parlamento allo stesso modo, per quanto si possa considerare superato per la classe, finché non lo sarà per le masse va considerato l’obbligo di lavorare al suo interno.

Voi avete il dovere di chiamare pregiudizi i loro pregiudizi democratici borghesi e parlamentari. Ma nello stesso tempo avete il dovere di considerare con sobrietà lo stato reale della coscienza e della maturità di tutta la classe (e non soltanto della sua avanguardia comunista), di tutte le masse lavoratrici (e non solo degli elementi d’avanguardia).

Fino a che non siete in condizione di sciogliere il parlamento borghese e tutte le altre istituzioni reazionarie d’altro tipo, avete l’obbligo di lavorare all’interno di tali istituzioni appunto perché in esse si trovano ancora degli operai ingannati dai preti e sviati dal provincialismo: in caso contrario rischiate di essere dei semplici ciarlatani.

Ancora sui compromessi, Lenin spiega benissimo come sia importante utilizzarli sempre “allo scopo di elevare, e non di abbassare, il livello generale della coscienza proletaria, dello spirito rivoluzionario del proletariato, della sua capacità di lottare e di vincere”.

Per la rivoluzione non basta che le masse sfruttate e oppresse siano coscienti dell’impossibilità di continuare a vivere come per il passato ed esigano dei cambiamenti; per la rivoluzione è necessario che gli sfruttatori non possano più vivere e governare come per il passato. Soltanto quando gli “strati inferiori” non vogliono più il passato e gli “strati superiori” non possono più vivere come in passato, la rivoluzione può vincere.

La storia, e in particolare la storia delle rivoluzioni, ci dice ancora Lenin, sono ben più ricche, articolate e complesse di quanto ci si possa immaginare. Dalla premessa citata ad inizio del post Lenin trae due conclusioni pratiche molto importanti: “la prima è che la classe rivoluzionaria, per assolvere il suo compito, deve sapersi impadronire di tutte le forme e di tutti i lati dell’attività sociale, senza eccezione alcuna (…); la seconda conclusione è che la classe rivoluzionaria deve essere pronta a sostituire nel modo più rapido e inatteso una forma di attività con l’altra”.

Quello che è necessario fare per i comunisti europei e americani, è che “risveglino dappertutto il pensiero, attraggano le masse, prendano in parola la borghesia, utilizzino l’apparato da essa creato, le elezioni da essa indette, gli appelli da essa rivolti a tutto il popolo, facciano conoscere alle masse popolari il bolscevismo, come non si è mai riusciti a fare se non in periodio elettorale”. Le condizioni storiche per il rovesciamento del capitalismo si possono presentare senza preavviso, per questo occorre essere pronti.

In appendice al testo si trova anche la Tesi sulla tattica del Comintern (5 dicembre 1922) che sviluppa ulteriormente il tema del fronte unico. Leggere la tesi è importante anche perché è possibile apprezzare l’accurata analisi sul declino del capitalismo e l’inquadramento della situazione politica internazionale. Inoltre il paragrafo sull’offensiva capitalista potrebbe benissimo essere stato scritto oggi.

L’offensiva capitalista internazionale sistematicamente organizzata contro tutte le conquiste della classe operaia ha spazzato il mondo come un uragano. Ovunque il capitale riorganizzato abbassa senza pietà i salari reali, allunga la giornata lavorativa, riduce i modesti diritti della classe operaia nelle fabbriche e, nei paesi con una moneta svalutata, costringe i lavoratori impoveriti a pagare il disastro economico causato dal deprezzamento della moneta, ecc. L’offensiva capitalista (…) costringe ovunque la classe operaia a difendersi. (…) ma la stessa lotta sta creando fra moltitudini di lavoratori in precedenza politicamente arretrati un odio implacabile contro i capitalisti e il potere statale che li protegge.

Anche l’analisi sul fascismo si è rivelata lungimirante nel suo evidenziare come le “guardie bianche” siano uno strumento al servizio della borghesia nel momento in cui la democrazia non garantisce più loro un saldo potere, e anche per combattere direttamente il proletariato insorgente. La tesi ribadisce quindi la necessità di ricorrere alla tattica del fronte unico seguendo lo slogan del governo operaio, possibile solo se “sorge dalla lotta delle masse ed è appoggiato da organizzazioni operaie combattive”.

I testi di coloro che hanno fatto la rivoluzione, mi riferisco in particolare a Lenin e Trotskij, sono una miniera di analisi e consigli pratici imprescindibili per coloro che vogliono impegnarsi nella costruzione di un’organizzazione rivoluzionaria. Sono molto istruttivi anche dal punto di vista storico, e sono chiari e del tutto accessibili, perché come ci insegnano proprio i maestri della rivoluzione, non si tratta di teorie lontane o sofisticate, ma della prassi rivoluzionaria che va acquisita imparando dal passato oltre che agendo nel presente.