Tommyknocker. Le creature del buio

Ieri notte a tarda ora, i Tommyknocker, i Tommyknocker, hanno bussato e oggi ancora.

Vorrei uscire ma non so se posso, per la paura che mi hanno messo addosso.

Amo Stephen King eppure ne ho letto ancora troppo poco. Difficile stare al passo considerando la sua prolificità, e volendo anche leggere altro, eppure periodicamente mi dico che potrei fare di più. Nel frattempo accade la vita, con tutte le sue distrazioni. Ho preso Tommyknocker spinta dal consorte che vide la miniserie (mentre scopro solo ora che nel fatidico 2020 ne hanno fatto anche un film, ed ecco altro tempo da impiegare, sottratto alla lettura dei libri di King, e insomma). Credo tutti sappiano che non è considerato sicuramente tra i capolavori del maestro, tra l’altro si è dato la colpa in quel periodo l’uso di sostanze – è stato l’ultimo libro scritto prima di disintossicarsi – e ho letto anche che secondo alcuni la science fiction non sia il suo forte; d’altronde lui stesso lo ha definito “an awful book”.

Al netto della lentezza con cui l’ho letto io, dovuta più a motivi personali (ho attraversato anche io i proverbiali 40 giorni nel deserto di cui parla ad un tratto il protagonista, e resto col mio solito stupore per come i libri ci trovino sempre nel momento in cui devono trovarci), il libro è stato per me godibile e scorrevole; non sarei così severa nel giudizio, insomma. Le storie per me sono terapeutiche e questa non è stata da meno.

Forse il destino dipende dalla capacità di un piccolo uomo di richiudere la porta di un box al primo tentativo, riflettè confusamente.

La dose di angoscia che Stephen King sa elargire non manca affatto, accompagnata dalla sua maestria nel tratteggiare le caratteristiche essenziali dei personaggi rendendoli vivi a volte in poche righe, fino a dare vita ad un’intera comunità con tutti i dettagli che la rendono fin troppo reale. Come sempre, Stephen King è un maestro di scrittura perché tra le pieghe della storia si intuiscono tutte le regole per renderla una buona storia e basta poco per coglierne gli insegnamenti, anche una assoluta principiante come ne riconosce diverse, e insomma sapessi scrivere io libri brutti così!

Per me Stephen King resta un mirabile mastro artigiano delle storie che anche in condizioni non ottimali, per usare un eufemismo, riesce a creare un universo che non è mai puro intrattenimento (e non ci sarebbe nulla di male poi) perché è in grado di scandagliare le profondità dell’animo umano anche narrando di improbabili civiltà aliene.

Alla lunga il mondo del domani si riduceva sempre a un luogo deserto dove esseri tanto intelligenti da catturare le stelle perdevano la testa e si facevano a pezzi con gli artigli che avevano ai piedi.

Sullo sfondo la possibilità di una catastrofe nucleare – il libro è stato scritto tra il 1982 e il 1987, nel frattempo c’è stato l’incidente di Chernobyl nel 1986 – Stephen King ci ricorda infine che l’essere umano è la creatura più complessa e terrificante con cui abbiamo a che fare, che l’orrore più autentico è quello del reale. Riprendendo le mie riflessioni mi torna alla mente il meraviglioso incipit de L’incubo di Hill House, “nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà”.

Non c’è niente nell’universo che possa durare così a lungo senza subire danni, riflettè Gardener e trovò l’idea rassicurante.

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