Stranded in the Six Day War – L’incredibile storia della flotta gialla

Nonostante tutto Twitter è un luogo della rete che continuo ad abitare perché lì a volte trovo storie, le più disparate, che difficilmente incontrerei altrimenti. @FerdinandoC in un thread che ha rappresentato una di queste epifanie, partendo da un fatto di stretta attualità, mi ha permesso di conoscere l’incredibile storia della cosiddetta flotta gialla.

L’occasione è stata l’improvviso blocco del Canale del Suez dovuto all’incagliamento di una nave portacontainer che per diversi giorni ha “appassionato” la rete, una storia che ha tenuto un po’ col fiato sospeso mentre si contavano i danni economici del blocco di un punto strategico del traffico marittimo mondiale, in un contesto come quello attuale in cui la globalizzazione, nonostante la frenata degli ultimi anni, è sempre dominante. Un problema essenzialmente tecnico e che si è risolto in tempi tutto sommato brevi, e che però ha riportato alla ribalta una storia del passato ben più lunga e complessa.

Ever given, la portacontainer rimasta incagliata nel canale di Suez a marzo.

Nel Canale di Suez infatti si trovavano diverse navi mercantili quando l’improvviso scoppio della guerra dei Sei giorni, nel giugno del 1967, ne bloccò il transito in seguito alla decisione di chiudere il canale senza permettere l’uscita in sicurezza delle molte imbarcazioni che lo stavano navigando in quel momento (solo due navi russe furono autorizzate a lasciare il canale in quel frangente). Una vicenda paradossale che tiene insieme diverse storie: la Guerra fredda, il conflitto mediorientale oggi non ancora risolto, gli interessi contrapposti delle rispettive sfere di influenza. Una questione che si sarebbe potuta risolvere in tempi ragionevoli – del resto anche se le tensioni non terminarono del tutto la guerra durò appunto solo sei giorni – ma che a causa dei precarissimi equilibri geostrategici durò ben otto anni. Quattordici navi restarono nel canale per tutt quegli anni, con un personale, seppur ridotto, nel corso del tempo e periodicamente sostituito per ovvi motivi, che oltre a mantenere funzionale le navi e al sicuro le merci trasportate, si inventò un modo di stare insieme cooperativo e creativo, nonostante i difficili momenti trascorsi durante le fasi acute dei conflitti che si susseguirono nel corso di quei lunghi anni. Lo stesso utente ha segnalato prontamente l’esistenza di un libro che in inglese ripercorre la storia della flotta gialla e a quel punto non ho potuto fare a meno di ordinarlo e quindi leggerlo. Grazie a chi mi ha fatto conoscere la storia e all’autrice, Cath Senker, che ha svolto un’ottima ricerca e ha raccolto numerose testimonianze per sistematizzare su carta questa incredibile storia.
La cosa che colpisce di una vicenda che dovrebbe essere comunque un dramma è la nascita immediata di una forte comunità indipendentemente dalle nazionalità di quegli uomini di mare – opposte sul fronte della guerra fredda: polacchi, bulgari, cechi, inglesi, statunitensi, francesi, tedeschi dell’Ovest, svedesi, che si sono costituiti in associazione: The Great Bitter Lake Association.
I contatti iniziarono a causa di necessità basilari come la mancanza di alcuni generi alimentari per i quali iniziarono i primi scambi. Il canale di Suez era stato nazionalizzato dal presidente egiziano Nasser che, forse trattenendo i mercantili sperava di avere maggiore “potere contrattuale” nei confronti dei paesi alleati di Israele. Dopo la morte di Nasser il successsore, Sadat, continuò la medesima strategia impedendo la riapertura del canale. Gli equipaggi inizialmente erano isolati e sapevano ben poco di cosa accadesse.

“Stuck here indefinitely hope to get home soon” Un messaggio dalla nave Agapenor

Lo scambio tra le navi fu autorizzato dalle compagnie mentre gli egiziani cercarono di ostacolarli almeno in un primo momento ad esempio imponendo la presenza di guardie sulle imbarcazioni. In realtà col passare del tempo anche la dura disciplina a bordo venne allentata viste le straordinarie condizioni in cui si trovavano gli equipaggi a bordo, e infatti i viaggi iniziarono presto a riguardare spostamenti per la partecipazione a feste o a proiezioni di film. All’inizio nessuno pensava che il blocco sarebbe durato a lungo. Nel frattempo nel 1969 una nuova escalation, la Guerra d’Attrito, allontanò le speranze di una riapertura del canale in tempi brevi. Nel 1973 una nuova escalation della situazione portò alla guerra dello Yom Kippur che trovava le navi ancora bloccate del canale.
Una volta che il confronto tra equipaggi fu costante oltre allo scambio di generi alimentari e altre risorse iniziò anche uno scambio di competenze per risolvere insieme questioni tecniche ed emergenze che via via si presentavano su diversi navi. L’associazione prevedeva incontri settimanali in cui venivano concordati gli eventi sportivi.

The main object of the association is to maintain and foster the many friendships that we have… formed with the people of other ships and nationalities while here.

Uno degli eventi più degni di nota e che attirò anche l’attenzione dei media fu l’organizzazione dei giochi olimpici del canale in concomitanza con le Olimpiadi in Messico del 1968, che prevedevano oltre alcuni sport classici particolarità quali la pesca. Partendo da questioni molto pratiche l’associazione arrivò a pianificare una grande varietà di attività. Il tempo libero ovviamente non mancava e sicuramente veniva occupato anche dal consumo di bevande alcoliche.

“Human ingenuity had created a whole social and economic network”. (Attenzione ai false friends, ingenuity vuol dire ovviamente ingegno!)

A proposito di alcool, l’associazione aveva pure un inno, Yellow Submarine, di cui era stata modificata l’ultima strofa, che recitava:

Sky of blue, sea of green
Thanks for vodka, beer and gin
Associated many men
In the Great Bitter Lake Den.

Il riferimento al giallo, colore col quale veniva definito l’insieme delle navi bloccate nel canale, era dovuto alle frequenti tempeste di sabbia che modificano il colore delle stesse.
Tra le attività sportive c’erano anche le regate, per le quali vennero costruite diverse imbarcazioni. Una delle cose che personalmente reputo più affascinanti è la creazione di diverse serie di francobolli, alcuni veri piccoli capolavori, ricercati dai collezionisti ancora oggi, con i più svariati materiali che si trovavano a bordo delle navi.
All’inizio sulle navi gli equipaggi erano ovviamente al completo ma col passare del tempo vennero progressivamente ridotti e sulle quattordici navi si passò da più di duecento persone ad una cinquantina, per cui organizzare le attività divenne un po’ più difficile.
Dopo la guerra dello Yom Kippur la situazione politica andava distendendosi ma ci vollero anche le condizioni tecniche e pratiche per riaprire il canale, innanzitutto la pulizia dello stesso per renderlo nuovamente praticabile e sicuro dopo le battaglie che si erano combattute (e le bottiglie che vi erano state gettate!) e per questo ci volle circa un anno. Superato questo problema, la maggior parte delle navi dovette essere rimorchiata seppure nessuna fosse in condizioni veramente disastrose, nonostante il lungo periodo fermi nel canale, molto salato. Solo le due navi tedesche poterono ritornare in maniera autonoma ai loro luoghi di origine. Il canale fu così finalmente riaperto il 5 giugno del 1975 dopo esattamente otto anni dallo scoppio della guerra dei Sei Giorni.
Aver scoperto e approfondito la vicenda della flotta gialla mi ha permesso di viaggiare nel tempo e in avvenimenti particolari che fanno pensare oltre le grandi vicende storiche le loro conseguenze imprevedibili e credo che le parole conclusive dell’autrice siano perfette per chiudere questo post:

A slice of micro-history that indicates the potential of human beings left to their own devices to create cooperative communities in the most unlikely of circumstances.

Innovation zones, futuro e distopie possibili

Una storia come quella della Superlega è esplosa sui social e da ventiquattr’ore tiene banco lì e suppongo anche sui media tradizionali con tante discussioni sull’appropriazione da parte dei ricchi di uno sport popolare anche se non è proprio così

 

e mancando spesso il punto.

Intanto le notizie su tech e media e soprattutto le analisi sul loro impatto nella nostra vita, superata la fase di hype sono tornate a mimetizzarsi nel flusso informativo, costante quanto ipertrofico, in cui siamo immersi. Dopo l’esplosione del caso Facebook vs Australia e il dibattito che ne è seguito, poco concludente a dire il vero, non fa più tanto clamore il proseguimento da parte di diversi stati dei tentativi di regolamentare l’ambiente online. Con tutti i suoi limiti è importante ad esempio richiamare l’ennesimo appello di Shoshana Zuboff sul rischio che stiamo correndo. Ha attirato ancor meno l’attenzione, almeno in Italia, la notizia sulla possibile prossima creazione di zone extraterritoriali all’interno degli stati. Dopo la nascita dello stato moderno praticamente ogni superficie del globo è stata regolamentata e affidata alla giurisdizione di una qualche entità statale. E nonostante la retorica sulla fine della centralità degli stati, né le organizzazioni internazionali o regionali né altre entità si sono dimostrate in grado di soppiantare il ruolo dello stato moderno. Eppure ci sono oggi entità extraterritoriali ben più potenti di tanti stati, e che si possono permettere, perché glielo permettono, è bene sottolinearlo, di agire al di là delle norme imposte a tutti coloro che risiedono all’interno di un territorio. Ciò si ricollega a quel che dicevamo sulla mancata regolazione delle aziende tech le quali hanno una dimensione, una pervasività e una trasversalità territoriale tali da poter dettare le condizioni, anche quando agiscono anche molto materialmente sui singoli territori.

Il vuoto normativo, il ritardo nell’implementare leggi che ricomprendessero realtà nel frattempo autoimpostesi, si accompagnano ovviamente ad un’ideologia che ha reso normale lo strapotere indiscriminato delle big tech. Quell’ideologia è il capitalismo, all’alba del XXI secolo apparentemente unico baluardo rimasto a dominare incontrastato, nonostante i suoi continui fallimenti: la crisi del 2008 è solo il penultimo tra questi, mentre la pandemia iniziata nel 2020 lo è sia nella sua origine che nella successiva gestione e ne paghiamo le conseguenze quotidianamente e in maniera drammatica. Un mondo nuovissimo, dominato da tecnologie che solo cinquant’anni fa avremmo considerato fantascientifiche, eppure tutto si organizza e si regge ancora su una teoria economica vecchia di secoli e basata su presupposti falsi o del tutto fittizi come la concorrenza perfetta e l’equilibrio di mercato. È per questo forse che non desta particolare scalpore la proposta di creare zone semi-autonome gestite da imprese tech tramite strumenti innovativi come le blockchain.  Un passo ulteriore nel concetto di smart city perché così si svincola totalmente dal potere statale.

La proposta del governo del Nevada è stata diffusa da The Nevada Independent e poi ripresa anche da altri siti di news come la BBC e riguarda delle particolari zone d’innovazione. La Blockchains LLC, l’azienda su cui è costruita la proposta, semplicemente dichiara che le regole che attualmente governano le comunità sono troppo rigide per i progetti “rivoluzionari” che hanno in mente. L’idea è quindi di creare distretti autonomi con la capacità di riscuotere tasse, gestire l’educazione obbligatoria, il trasporto locale e gli altri servizi normalmente demandati ai governi locali. Per creare una zona un privato deve possedere un’area di almeno 50.000 acri, garantire l’investimento di 1 miliardo di dollari (in dieci anni) e prevedere una tassazione specifica sulla tecnologia innovativa presente nella zona. Si tratta di conurbamenti creati dal nulla: “not have any permanent residents at the time of the application and not be part of any pre-existing city”. Se approvata la zona avrebbe tutti i poteri delle tipiche autorità locali e sarebbe retta da tre supervisori nominati dal governatore, due scelti da una lista di cinque candidati proposti dalla zona, nessuno dei quali con interessi economici diretti. Completato il “passaggio di consegne” con tutti i servizi locali affidati alla zona, questa non sarà più soggetta alle norme della contea. Si tratta di una svolta epocale che fa impallidire la pur inquietante Shitty Tech Adoption Curve che spiega bene Cory Doctorow in una serie di tweet qui raccolti. Ciò che è stato rivelato di questo piano va osservato più da vicino.

Unveiled last year, the plan envisions a city of more than 36,000 residents, 15,000 homes, and 11 million sq ft of commercial space. Blockchain estimates that, eventually, the city will generate $4.6bn in output annually.

For this to happen, Mr Berns says a new model of local government is needed in Nevada. This government would have powers to raise taxes, enforce the law, and administer public services such as schools, utilities and transport.

“There are some really cool things we could develop if we had the area and the flexibility to do it. That’s what this is about,” Mr Berns told the BBC.

Interrogato sulla filosofia dietro il proprio progetto, il fondatore di Blockchains risponde mettendo in campo una finta equidistanza tra stato e mercato e sfoggiando una prevedibile fiducia nel futuro e nella tecnologia:

“I’m not anti-government,” Mr Berns said. “But I do think the government has stuck its nose into our business too much. I think corporate America is worse than the government as far as sticking their nose in our business is concerned. So I’m trying to create a place where they can’t interfere.” For Mr Berns, “they” are an impediment to a future without risk-averse politicians who stifle innovation, or unaccountable tech firms that harvest our data for profit. Blockchain, Mr Berns argues, will help us invent that future.

“I want to create a place where we can rethink things. Where we can democratise democracy,”

Il senso di distopia nel pensare alla creazione di queste innovation zones per quanto mi riguarda è fortissimo. Il precedente è pericoloso, e mi sembra la trama di un film che non può finire che male, molto male.

Tommyknocker. Le creature del buio

Ieri notte a tarda ora, i Tommyknocker, i Tommyknocker, hanno bussato e oggi ancora.

Vorrei uscire ma non so se posso, per la paura che mi hanno messo addosso.

Amo Stephen King eppure ne ho letto ancora troppo poco. Difficile stare al passo considerando la sua prolificità, e volendo anche leggere altro, eppure periodicamente mi dico che potrei fare di più. Nel frattempo accade la vita, con tutte le sue distrazioni. Ho preso Tommyknocker spinta dal consorte che vide la miniserie (mentre scopro solo ora che nel fatidico 2020 ne hanno fatto anche un film, ed ecco altro tempo da impiegare, sottratto alla lettura dei libri di King, e insomma). Credo tutti sappiano che non è considerato sicuramente tra i capolavori del maestro, tra l’altro si è dato la colpa in quel periodo l’uso di sostanze – è stato l’ultimo libro scritto prima di disintossicarsi – e ho letto anche che secondo alcuni la science fiction non sia il suo forte; d’altronde lui stesso lo ha definito “an awful book”.

Al netto della lentezza con cui l’ho letto io, dovuta più a motivi personali (ho attraversato anche io i proverbiali 40 giorni nel deserto di cui parla ad un tratto il protagonista, e resto col mio solito stupore per come i libri ci trovino sempre nel momento in cui devono trovarci), il libro è stato per me godibile e scorrevole; non sarei così severa nel giudizio, insomma. Le storie per me sono terapeutiche e questa non è stata da meno.

Forse il destino dipende dalla capacità di un piccolo uomo di richiudere la porta di un box al primo tentativo, riflettè confusamente.

La dose di angoscia che Stephen King sa elargire non manca affatto, accompagnata dalla sua maestria nel tratteggiare le caratteristiche essenziali dei personaggi rendendoli vivi a volte in poche righe, fino a dare vita ad un’intera comunità con tutti i dettagli che la rendono fin troppo reale. Come sempre, Stephen King è un maestro di scrittura perché tra le pieghe della storia si intuiscono tutte le regole per renderla una buona storia e basta poco per coglierne gli insegnamenti, anche una assoluta principiante come ne riconosce diverse, e insomma sapessi scrivere io libri brutti così!

Per me Stephen King resta un mirabile mastro artigiano delle storie che anche in condizioni non ottimali, per usare un eufemismo, riesce a creare un universo che non è mai puro intrattenimento (e non ci sarebbe nulla di male poi) perché è in grado di scandagliare le profondità dell’animo umano anche narrando di improbabili civiltà aliene.

Alla lunga il mondo del domani si riduceva sempre a un luogo deserto dove esseri tanto intelligenti da catturare le stelle perdevano la testa e si facevano a pezzi con gli artigli che avevano ai piedi.

Sullo sfondo la possibilità di una catastrofe nucleare – il libro è stato scritto tra il 1982 e il 1987, nel frattempo c’è stato l’incidente di Chernobyl nel 1986 – Stephen King ci ricorda infine che l’essere umano è la creatura più complessa e terrificante con cui abbiamo a che fare, che l’orrore più autentico è quello del reale. Riprendendo le mie riflessioni mi torna alla mente il meraviglioso incipit de L’incubo di Hill House, “nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà”.

Non c’è niente nell’universo che possa durare così a lungo senza subire danni, riflettè Gardener e trovò l’idea rassicurante.