La rivoluzione tradita

La rivoluzione d’Ottobre è stato un evento spartiacque che ha aperto un nuovo mondo di possibilità, anche se dopo la prematura scomparsa di Lenin si è ristretto in forma e sostanza poco desiderabile e né certo auspicata dallo stesso. Quello che però dev’essere chiaro è che non è sicuramente per “merito” della personalità o di eccezionali capacità di Stalin che la sua figura ha finito per prevalere, condizionando pesantemente la nascente Unione Sovietica. Stalin era una persona mediocre, un animo ristretto nelle parole di Trotskij, che non brillava certo per doti quali la lungimiranza, ma che anzi si muoveva in base alle contingenze. Come accade spesso nella storia la necessità si esprime attraverso il caso e una rivoluzione incompleta, l’arretramento di un paese come la Russia e il suo successivo isolamento furono concause della stabilizzazione di un sistema transitorio, non non ancora socialismo ma non più capitalismo, comunque lontano da quello che si andava costruendo nei primi anni.

L’avventurismo e l’opportunismo di Stalin e della sua cricca contribuirono a creare quella situazione di stallo in cui al centralismo democratico si sostituì il centralismo burocratico, e in cui una nuova casta e non una vera e propria classe sociale, acquisirono un potere via via maggiore tradendo lo spirito e la lettera della rivoluzione, pur mantenendo un’economia pianificata e la parziale collettivizzazione della proprietà. Mentre però lo stato sarebbe dovuto col tempo scomparire in realtà divenne il proprietario al posto del popolo: “la proprietà dello stato diventa proprietà del ‘popolo intero’ solo nella misura in cui spariscono i privilegi e le distinzioni sociali e di conseguenza lo Stato perde la sua ragione d’essere”. L’analisi di questi eventi è compiuta da Trotskij col consueto rigore scientifico marxista, attraverso il materialismo dialettico, perché “i fatti finiscono per imporsi”, e come diceva Lenin sono ostinati. Proprio contro il dogmatismo Trorskij chiosa: “non si può pretendere che la realtà si conformi in ogni istante alla teoria. Se quest’ultima risulta erronea, bisogna correggerla o colmarne le lacune”.

Dal comunismo di guerra (1918-21) agli anni successivi, è evidente che niente era già scritto e quando Trotskij racconta cosa accadde, negli anni Trenta, non era neanche inevitabile che il futuro sarebbe andato come poi noi sappiamo: “l’esito dipende dalla lotta tra le forze vive della società e non solo su scala nazionale, ma anche su scala internazionale”. Qui c’è un punto chiave dell’analisi: la rivoluzione russa non era stata pensata per restare un caso isolato, anzi l’idea era che altre rivoluzioni sarebbero seguite, a partire dalla Germania, rafforzando il percorso intrapreso in uno spirito autenticamente internazionalista. Nessuno prima del 1924 aveva mai ipotizzato che il socialismo sarebbe potuto restare confinato in un unico stato, e quando Stalin presentò la sua raffazzonata teoria proprio nell’autunno di quell’anno, lo fece per convenienza politica: nuove rivoluzioni avrebbero messo in discussione il nascente apparato burocratico cui si sosteneva garantendosi così reciproco appoggio.

Indipendentemente da come proseguì la rivoluzione fu un fatto che stravolse il mondo e fu l’unico avvenimento a permettere “ad un paese arrretrato di ottenere in meno di vent’anni risultati senza precedenti nella storia”, perché per quanto fosse indietro rispetto ai paesi capitalisti, e questo pesò anche sul sistema in sé, compì passi da gigante attraverso lo strumento dell’economia pianificata. Lo studio di Trotskij serve anche a sgombrare il campo dal feticismo individualista che attribuisce le cause dei successi, reali o fittizi, perché più volte fu dichiarata ad esempio la realizzazione piena del socialismo (!), alle qualità straordinarie dei dirigenti e non alle condizioni, create dalla rivoluzione, della proprietà socializzata. Perché il comunismo si compia è però necessario uno sviluppo elevato della potenza economica dell’uomo al punto “che il lavoro produttivo, cessando di essere un peso e una pena, non abbia bisogno di stimolo e che la distribuzione dei beni forniti in continua abbondanza non esiga (…) altro controllo se non quello dell’istruzione, dell’abitudine, dell’opinione pubblica”. Marx stesso aveva parlato di uno stadio inferiore del comunismo basato ancora sui criteri del lavoro salariato, che però si sarebbero dovuti superare successivamente, però questo stadio inferiore doveva essere già superiore al capitalismo avanzato, mentre la Russia partiva molto indietro. E ancora il giovane Marx, prima del Manifesto per intenderci, diceva, “senza questo sviluppo si socializzerebbe la miseria e la miseria farebbe ricominciare la lotta per il necessario e di conseguenza risusciterebbe l’antico ciarpame”. Chi accusa il comunismo di essere pauperista non considera che le condizioni reali dello stato sovietico erano tali e che però rappresentavano un ostacolo alla piena realizzazione dei principi marxiani. Così Trotskij: “non essendo ancora in grado di soddisfare i bisogni elementari della popolazione, l’economia sovietica genera ad ogni passo tendenze alla speculazione e alla corruzione dei funzionari”. Cosa accadde realmente fu che le disuguaglianze delle retribuzioni del lavoro, raggiunsero i livelli dei paesi capitalisti e li superarono pure.

La distribuzione dei beni della terra è nell’URSS molto più democratica di quanto non fosse sotto il vecchio regime russo ed anche di quanto non sia nei paesi più democratici dell’Occidente; ma non ha ancora niente in comune con il socialismo.

Le conquiste comunque raggiunte dal nuovo stato non potevano essere ancora definitive perché “si conquista ‘definitivamente e irrevocabilmente’ solo quello che è assicurato dalla base produttiva della società”.

La relazione tra l’isolamento russo e il fallimento delle altre rivoluzioni si può definire biunivoca, nel senso che, nella misura in cui lo stato che si andava burocratizzando invece di sostenere le altre rivoluzioni nei fatti le sabotava, sottraeva allo stesso tempo linfa vitale alla sua propria esistenza. E così dichiarare la teoria del socialismo in un paese solo, da una parte metteva una pietra tombale alle possibilità di estendere la rivoluzione su scala internazionale, e d’altra parte impediva alla stessa URSS di avere un sostegno rinforzando nei fatti il bonapartismo sovietico. Secondo Trotskij quella situazione di stallo non sarebbe potuta proseguire a tempo indefinito, per cui le alternative erano principalmente due: o una risurgenza della rivoluzione per spazzare via le degenerazioni burocratiche e compiere realmente i passi successivi sulla via del socialismo o una controrivoluzione che presto o tardi avrebbe rovesciato quel sistema ibrido per rimpiazzarlo nuovamente col capitalismo. È passato molto più tempo di quanto Trotskij avrebbe potuto immaginare, ma alla fine si è verificato il secondo scenario, e ormai da qualche decennio la Russia è stata pienamente riassorbita nel sistema capitalista.