Facebook, Whatsapp, gli USA e noi

waA rigor di logica non dovrei né vorrei occuparmi di nuovo di Facebook, dopo aver appena festeggiato un anno senza, ma anche se io me ne volessi disinteressare sembra che Facebook non si disinteressi a me. Tra la nuova policy di Whatsapp che ti impone di condividere le informazioni dell’account con Facebook, che non sarebbe applicabile in Unione Europea vista la vigenza del GDPR (però anche Facebook stesso c’è nonostante il GDPR quindi…), e la relazione tra politica e piattaforme a livello sia locale che mondiale, tocca parlarne ancora. A livello locale l’esempio mi viene con il continuo utilizzo da parte delle istituzioni di comunicazioni poco istituzionali come le dirette Facebook per informare la cittadinanza alla faccia di chi non ha e non vuole aderire ad una piattaforma privata. La stessa piattaforma che ha fatto da cassa da risonanza ai deliri del presidente uscente degli Stati Uniti e dato spazio a gruppi e persone che nel modo più soft possono essere definiti suprematisti bianchi, oltre a feccia varia, per poi decidere in autonomia che ora basta, gli si toglie il palcoscenico. In base a cosa? Come dice bene Loredana Lipperini nel post di oggi:

Ma chi vigila sulla democrazia, certamente messa in pericolo ANCHE da un delirante quasi-ex-presidente degli Stati Uniti?
Perché se la difesa della democrazia viene delegata a un impero digitale non mi sembra il caso di essere così tranquilli. Come giustamente ha scritto uno dei non molti commentatori che aveva compreso il punto, siamo di fronte a “un soggetto privato che autonomamente sceglie se e quanto permettere al rappresentante in capo di uno stato di esprimersi”. E’ un cambio di paradigma incredibile (…)

E così torno a pensare, e a scrivere di queste cose. Il percorso di riflessione iniziato con la disamina del testo Il capitalismo della sorveglianza di Shoshana Zuboff, proseguito con l’analisi della necessaria, puntuale, nonché lunghissima critica di Evgeny Morozov allo stesso testo si arricchisce ancora con un’inaspettata quanto opportuna critica alle trappole pseudomarxiane delle categorie del surveillance capitalism fatta su questo blog, che incrocia anche una critica del fediverso che mi trova molto interessata e che sentenzia, non senza ragione: “Non bisogna credere che per liberarsi dei social commerciali basti crearne una versione priva di tracciamento dei dati”. L’occasione è ottima per continuare a riflettere sul potere delle piattaforme, un potere che ha diverse declinazioni, una delle quali è sulla nostra perdita della capacità di scrivere. Questa è una battaglia che ho deciso di combattere imponendomi nuovamente la scrittura, ed è uno dei numerosi motivi per cui ho abbandonato Facebook.

L’idea di abbandonare Whatsapp lo ha avuta pure ma è più complicato in base all’uso che ne faccio: principalmente ragioni di lavoro e di scuola della prole mi hanno impedito fino ad ora di farlo. Forse mi illudo che con questa nuova policy qualcosa possa cambiare a livelli significativi, perché leggo di picchi di iscrizioni ad alternative tipo Signal, anche se sulla bontà delle alternative bisognerebbe pure discutere: Signal, Telegram, what else? Su Mastodon, a proposito ancora di fediverso, se ne sta discutendo, ad esempio, e ci sono diverse posizioni, tra chi rompe senza problemi con un tot di contatti a chi si trova in difficoltà a farlo per le più varie ragioni.

capitol hill

Paladini del capitalismo nelle loro vesti più credibili

Dubbi, spinte al cambiamento, critiche del sistema dei social, sono tutti segnali importanti che non dobbiamo trascurare, e però hanno bisogno di uno sguardo complessivo. Condivido appieno quanto detto ancora da Loredana in questo caso ieri, in riferimento alla ignominiosa vicenda dell’assalto a Capitol Hill, riguardo al nostro presente: “siamo amabilmente al servizio di un capitalismo persino più feroce del precedente, quello che la rete e i social gestisce”. Questo dovrebbe essere un punto di partenza, che non nega un altro aspetto della questione: quello statunitense è un impero in decadenza, e anche la dimostrazione plastica dell’ennesima, sempre più dirompente crisi di un capitalismo che comunque si piega ma non si spezzerà da solo, senza un movimento reale che sappia agire per il cambiamento.