iZombie

izombie

Quando Giuliana Misserville in Donne e fantastico parla dei libri di Chiara Palazzolo fa un riferimento al trauma dell’11 settembre, fortemente sentito dall’autrice prematuramente scomparsa e che lo relaziona ad una scrittura particolare: “Credo che la struttura classica della frase, perlomeno a livello letterario ha fatto il suo tempo. La scrittura sghemba e frammentaria della Trilogia nasceva a ridosso del trauma dell’11 settembre. Dell’illusione di un mondo pacificato andata in pezzi”. La science fiction ha tratto nuova linfa vitale da quel trauma collettivo, e questo probabilmente si sta verificando ancora in seguito ad una pandemia che più degli attentati alle Torri Gemelle ci sta sottraendo punti di riferimento e certezze, o quanto meno sicurezza, non solo fisica ma anche interiore; ovviamente ci vorrà tempo per vedere come la letteratura e la cultura pop rielaboreranno il lungo trauma di questa pandemia, e speriamo di poterci godere i risultati di questa elaborazione in un clima di ritrovata serenità. Intanto i libri/film/serie a tema fantastico o che comunque escono dalla rassicurante cornice del reale si sono moltiplicati negli ultimi anni, grazie anche al successo commerciale di alcuni prodotti che hanno fatto da apripista, penso ad Harry Potter per un pubblico più giovane ma anche a Il signore degli anelli e Game of Thrones, via proseguendo con Twilight e Hunger Games. Tutti film o serie di successo nati da altrettanti best seller. Sono lontani i tempi in cui Buffy si trovava solitaria in un panorama di serie tv in cui tutto ciò che accadeva, apparentemente accadeva in real life. La figura dell’Altro assoluto è ormai familiare ed è stata declinata in innumerevoli versioni, in qualche modo ci serve conoscerla e accettarla per esorcizzare le nostre insicurezze. Ricade nel calderone di cui sopra una serie un po’ anomala come iZombie, cinque stagioni, terminata nel 2019 e che è ispirata da un fumetto della galassia DC. Dico anomala perché lì gli zombie in qualche misura riescono ad integrarsi nella vita degli umani riuscendo a saziare la loro fame di cervelli spesso in modo da evitare di passare alla modalità full zombie o zombie alla Romero. Ciò non toglie che resta in un angolo pronta ad esplodere un’apocalisse nel fragile equilibrio che si va delineando. Riflettendo anche al di là della trama, sembra si parli molto di governo delle differenze, permettere la convivenza di gruppi sociali con interessi almeno in parte confliggenti: di certo gli zombie hanno bisogno di cervelli per vivere “normalmente”, e sicuramente gli umani hanno interesse a non rientrare nel menu degli zombie. L’utilizzo degli zombie insomma come in The Walking Dead è un espediente per parlare di noi. Diceva Gioacchino Toni in un articolo della brillante serie su Carmilla Nemico (e) immaginario riferendosi al lavoro di Lucci: “si passa al relegare la figura dello zombie sullo sfondo come mero espediente narrativo utile ad indagare piuttosto la dimensione antropologica e morale dell’essere umano”. Questo è interessante e andrebbe approfondito, perché molta produzione culturale odierna tende a seguire queste orme, a differenza di ciò che accadeva con i primi lavori, appunto quelli di Romero, in cui una forte carica di denuncia sociale non mancava di arricchire il nascente immaginario fantastico.

Alcune idee innovative come la capacità di acquisire i ricordi e il carattere con pregi e più spesso difetti dei possessori di cervelli permettono di organizzare la storia sulla risoluzione di omicidi grazie alla collaborazione fra un detective poco popolare e la protagonista, Liv Moore (bel gioco di parole), trasformatasi suo malgrado in zombie e a causa di ciò orfana dell’amore e di una promettente carriera da medico. La serie prosegue tra alti e blainebassi in un crescendo di questioni politiche e sicuramente si sblocca un po’ dal gomitolo nel quale si era infilata quando l’esistenza degli zombie diviene di dominio pubblico. Sulle conclusioni ho alcune perplessità ma nel complesso mi potrei dire mediamente soddisfatta. Punto di merito per me il villain, Blaine, che a volte viene scalzato nel ruolo da personaggi “peggiori” ma che apre e chiude la sua parabola confermandosi per quel che é. Non si può volergli bene neanche volendo, il suo finale è perfetto.

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